Nazionalismo pannonico, caucasico e balcanico

Nazionalismo pannonico, caucasico e balcanico

By I Bastioni di OrioneNewsNews Commentary
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Nazionalismo pannonico, caucasico e balcanico episodes

  • Il contagio del mito nazionalista fa breccia tra i giovani serbi
    Il contagio del mito nazionalista fa breccia tra i giovani serbi

    Nella storia della Serbia si annoverano molti ponti: quello di Mostar sotto il fuoco dei cecchini; il ponte Branko a Belgrado con il Movimento che lo calpesta ancora puro e senza infiltrati, oppure il vicino Vecchio Ponte sulla Sava difeso dall'abbattimento… e invece durante il funerale è stato imbrattato da uno striscione dedicato al generale boia di Srebrenica. L’attuale ponte unisce metaforicamente la confusa adesione di una parte del sentimento serbo alla furia bellica di trent’anni fa con quel popolo di Vucić che ha partecipato alle esequie (quasi) di Stato.
    Mentre in tutto il mondo si ripesca dai magazzini più sordidi il peggiore nazionalismo, il funerale di Mladić rinfocola le rivendicazioni territoriali della Grande Serbia che affondano in un lugubre passato e non sono mai sopite in una comunità sottoposta dal governo di Vucić – al potere da 12 anni – a una propaganda sciovinista pari solo a quella dell’alleato ebraico: entrambi dotati di sistemi mediatici ed educativi capaci di incidere profondamente sulle coscienze e provocare fanatismi attraverso la disumanizzazione dell’altro, bosgnacco o palestinese che sia. Così persino molti giovani che non hanno assistito in diretta ai crimini di Mladić si sono sentiti in dovere di rendere omaggio a un boia, che aveva sulla coscienza il suicidio di sua figlia, incapace di sopportare la vergogna del padre prima ancora che potesse perpetrare l’orrore di Srebrenica. Un criminale morto al momento giusto per infiammare la campagna elettorale dei populisti al potere in vista delle elezioni del 25 ottobre. 
    A commentare l’organizzazione del mito collettivo e la creazione di un idolo postumo su un criminale di guerra abbiamo chiamato Tatjana Ðorđević, giornalista, documentarista (Zemlja è realizzato proprio a un trentennio da Srebrenica) e scrittrice (il suo ultimo libro Aida prende le mosse da Sarajevo 1992 e descrive il sacrificio di un’eroica donna che cerca di salvaguardare il sapere jugoslavo custodito dalla biblioteca della capitale bosniaca dalla furia iconoclasta proprio di Mladić), che oltre a riconoscere in quella comunità tutte le contraddizioni e le insanabili divisioni, indica lucidamente come impossibile il mantenimento dell’europeismo dichiarato con la rivendicazione di quel feroce periodo di secolare vendetta antiottomana. Un approccio che evidenzia quell’incapacità: un blocco a superare la mitologia di uno stato d’assedio percepito non solo dai nazionalisti serbi, ma estendibile a tutti i Balcani occidentali, frutto di propagande contrapposte. Purtroppo la maggioranza della popolazione serba è stata convinta all’odio radicato per cui trent’anni fa quei criminali vestiti con divise di Belgrado hanno perpetrato una vendetta religiosa contro il popolo musulmano di Bosnia e quindi inneggia a Mladić come fosse un eroe. Peraltro come è avvenuto per i criminali di altre nazionalità ex jugoslave con minor rumore perché l’opportunismo europeo non era “riuscito” a incriminarli.
    17 min
  • L’incredibile forma di stupidità del nazionalismo serbo ammalia il Movimento anti-Vučić
    La bugia nazionalista alla base di ogni prevaricazione feudale  
    Il solco tra la difesa della storia balcanica e i suoi luoghi come il ponte sulla Sava (nel mirino della speculazione ignorante e mafiosa) e la falsa mitopoiesi nazionalista che persegue la cancellazione della storia jugoslava e confonde la memoria delle stragi della furia degli anni Novanta è il tratto che dolorosamente emerge in questa analisi della attuale situazione politica serba.  

    Il falso mito nazionalista serbo confonde il Movimento nato contro la mafia incompetente di Vučić 
     Affrontare la questione della contrapposizione al regime serbo di Vučić  con Deyan Atanacković  (autore di Lusitania e impegnato oppositore del nazionalismo che ammorba il mondo e il potere serbo in particolare con la sua retorica di vittimismo) ci permette di cogliere alcuni elementi essenziali, perché attraverso le sue parole evidenziano l’involuzione di un Movimento che aveva prodotto tante speranze, anche nel nostro interlocutore (ma pure nei paesi limitrofi e in ogni sincero antifascista), e con la svolta elettoralistica, il venir meno del rifiuto di accettare quello sdrucciolevole piano di confronto imposto dal regime corrotto e mafioso, la competizione elettorale in compagnia di elementi anche di destra finisce con annacquare la potenziale portata dirompente derivante dall’inchiodare il Palazzo del Potere ai suoi sistemi, non condivisibili. Finché non si annienterà la speculazione e la corruzione che con l’insita manutenzione di uno stato irrazionale fondano i profitti su cui si sorreggono reciprocamente la mafia e il regime, non si potrà abbatter il sistema di potere di Vučić .
    La maggioranza dei partecipanti al Movimento – imponente nei numeri e, fino a un anno fa, oculato nelle richieste – non ha esperito altre forme di convivenza della comunità serba rispetto alla corruzione, alle menzogne, alla speculazione, alla distruzione dell’equilibrio ecologico, alla tracotanza volgare, all’ignoranza e alla criminalità riconducibili a questo governo, come a tutti i fascismi al potere che ammorbano questa epoca. Allo stesso tempo entra in gioco quel che rimane della consapevolezza di un passato bellico, di una Storia non vissuta direttamente da molti: senza che possa esserci però alcun mito fondativo sostenibile per l’attuale governo e i suoi legami con i danni del nazionalismo. Qualunque nazionalismo; non solo quello – pericolosissimo, non solo perché funzionale alla gestione del potere – del populismo serbo: si assiste ancora a trasformazioni in una politica completamente irrazionale, capace di fornire legittimazione solo con la stupidità, quando i serbi dovrebbero avere ancora negli occhi la loro stessa testimonianza di fosse comuni disseminate in tutta la Serbia, scaturite da una sconfitta, subita dopo una guerra feroce e vergognosa, scatenata dal nazionalismo.  

    Cocente delusione dai giovani cooptati dall’idiozia in cui non erano coinvolti   E a partire da qui il Movimento ha cominciato a mutare riferimenti, iniziano a comparire vecchi arnesi del fascismo all’interno dele lotte, che hanno subito una mutazione genetica in senso populista, nazionalista, conservatore. Non si conoscono più i valori, i programmi e le politiche che il Movimento vuole mettere in atto. Con l’imbarco delle frange nazionaliste populiste all’interno del Movimento è quasi del tutto scomparsa la richiesta di più europeismo e quindi permane all’orizzonte l’importanza dei rapporti con gli autoritarismi globali, con cui il regime mantiene ottimi rapporti e dipendenza (Russia, Israele, Cina sono tutti partner essenziali per la perpetuazione del potere di Vučić ); secondo Deyan può scaturire soltanto dall’interno della Serbia l’afflato per liberarsi dell’orrendo giogo del sistema di regime: non vede come possa provenire dall’Europa l’input Ma ora non è più alle viste questa speranza, visti i rapporti che si sono fatti più stretti tra gli studenti e certi personaggi dell’estrema destra.
    Ognuno è chiamato a occuparsi dei propri fascisti… è importante però mantenersi in contatto per difendersi insieme dall’ondata di stupidità nazionalista mondiale, perché la minaccia è unica.
    36 min
  • La inesplorata complessità delle relazioni nell’Armenia Reale
    Pashinyan, un rivoltoso di velluto usurato: il “meno peggio” dei vecchi oligarchi armeni

    Tre anni fa avevamo lasciato Pashinyan sull’orlo del pensionamento a seguito della perdita dell’Artsakh e del corridoio del Lachin, dove gli azeri avevano sperimentato armi per conto israeliano. Ora l’espansione del potere ebraico in zona è aumentata, gli azeri dimostrano una potenza molto maggiore, la Turchia espande il suo controllo, ma il presidente armeno è riuscito a rabbonire il forte nazionalismo interno con la dottrina dell’“Armenia reale” e quindi farsi rieleggere proponendo come progetto elettorale non solo la pacificazione con Baku ma anche con Ankara. Simone Zoppellaro che abbiamo interpellato spiega questo terzo mandato in particolare come voto contro l’opposizione, costituita da oligarchi; ma non per timore di Mosca, comunque non nella misura che vorrebbero far credere i media occidentali: in fondo è ancora sempre il partner commerciale principale di Erevan.

    Il dubbio infatti riguarda le modalità con cui l’Armenia riuscirà a rescindere i legami economici con Mosca, con cui peraltro i rapporti sono continuati e molti renitenti russi sono scappati in Armenia, che è così piccola e senza protettori; è anche vero che la sensazione di essere stati in qualche modo svenduti da Putin quando l’Azerbaijan si è ripreso il Nagorno-Karabach (Artsakh per gli armeni), visto che i militari russi si sono soltanto interposti a sancire la riconquista del territorio da parte di Baku. Sicuramente l’importanza del risultato delle elezioni non risiede nel maggiore o minore sostegno a una politica di allontanamento dalla Russia, come rimarcato esageratamente dalla stampa mainstream occidentale, invece Simone Zoppellaro pone in evidenza altri aspetti più sostanziali del consueto approccio eurocentrico, compresa la penetrazione di India e Cina che si sono affacciate sul mercato armeno; l’intrusione sionista in Azerbaijan in funzione antiraniana; gli armeni della diaspora non hanno avuto molta voce in capitolo, mentre i 100.000 profughi dell’Artsakh hanno chiaro anche il tradimento di Putin (che peraltro da tempo faceva il doppio gioco e Aliyev ha sicuramente un interesse maggiore che non la piccola e povera Armenia), d’altro canto invece a suo detrimento il governo di Pashinyan si caratterizza per una forte repressione di oppositori e soprattutto intellettuali, ma anche nei confronti della chiesa ortodossa e dei militari – e questo in un paese diviso che vede esercito e preti perseguiti, potrebbe aiutare colpi di mano violenti da parte russa: è un rischio; però pur essendo un paese fratturato non si può ascrivere esclusivamente ai filorussi la rappresentanza dell’opposizione. E dopo le elezioni si preannuncia un ulteriore giro di vite. Che però era una prassi ancora più restrittiva e tossica quando l’opposizione era al potere prima di Pashinyan.

    Ma poi comunque l’atteggiamento più cinico è quello dell’Europa, che arriva persino a promettere un rapido ingresso nella Comunità, ben sapendo che non potrà avvenire, se non dopo molti altri pretendenti bloccati sulla soglia.

    In un Caucaso altamente tossico l’Armenia è borderline, ma stanca di guerra

    Simone conosce molto bene e di persona l’area, dove ha vissuto e conosce molti giovani attivi e capaci di inventare una GenZ anche per l’Armenia. Per ora è rimasta impigliata nelle contraddizioni e nel vecchiume che blocca il paese, ma c’è una qualche speranza di riscatto e cambiamento. Nonostante la diaspora anche di giovani preparati in fuga.
    37 min
  • Il Movimento serbo è diventato specchio dello spettro politico-sociale
    Torniamo in Serbia con Giorgio Fruscione, ricercatore presso l’Ispi e collaboratore di East Journal, a tentare di capire la trasformazione e la vitalità del Movimento contro il sistema di potere di Vučić. Non più soltanto studentesco, dopo 18 mesi di lotte è divenuto uno spaccato della società serba che raccoglie tutte le posizioni politiche e ogni strato sociale, non più soltanto tra gli abitanti delle grandi città, ma anche nella campagna profonda. Questa composizione può essere una spiegazione della scelta di partecipare alla competizione elettorale, di cui la giornata di mobilitazione del 23 maggio è stato il primo lancio della campagna elettorale, dimostrando che è ancora vivace l’opposizione dopo la prima tornata amministrativa di marzo, dove i “blokaderi” hanno incalzato il Partito di Vučić, senza però ottenere alcun municipio.
    Quanto sia in piena salute il Movimento è dimostrato dalla battaglia mediatica sulle cifre della partecipazione: si oscilla dai 190.000 manifestanti dichiarati dai promotori ai 34.000 del regime. L’essenziale è la ripresa e l’evidenza della mobilitazione attorno a tutte le questioni che si trova a dibattere la società serba: dall’ingresso in Europa ai molti accordi internazionali che il regime riesce a coltivare, intessendo una trama di appoggi esterni che vanno da Israele – con cui Belgrado intrattiene stretti legami e rapporti commerciali e d’intelligence; al viaggio in Cina – primo partner commerciale della Serbia – dove Vučić ha accresciuto la partnership, portando molti investimenti da Shanghai (e posti di lavoro da sbandierare in campagna elettorale); alla tradizionale alleanza con il grande fratello russo, che assicura al regime un appoggio concreto anche sul piano militare. Questo non è comunque motivo del contendere, perché gli studenti non hanno ancora preso posizione sulla politica estera, così tanto da causare endorsement stranieri a sostegno del regime, nonostante gli affari. 
    Il Movimento è nato con una forte componente antinazionalista, ma ora alligna tra le sue fila anche la presenza di rivendicazioni per la gestione del dossier annoso del Kosovo, le persegue cercando di affrontare l’argomento con un approccio il meno intriso di nazionalismo possibile, ma la trappola è difficile da aggirarsi, soprattutto a Belgrado, dove ci sono frange di sinistra e di destra in entrambi i campi in cui storicamente si divide la comunità in europeisti e nazionalisti. Ma l’intento, suppone Fruscione, è proprio quello di sottrarre a Vučić un argomento che ha cavalcato fin da quando era il delfino di Vojislav Šešelj, usando il nazionalismo come leva per compattare l’elettorato del Partito progressista, ereditando i sostenitori del suo mentore, pur fingendosi moderato in consessi internazionali. L’intento del Movimento è quello di ottenere un sistema diverso in cui le regole democratiche possano dare vita a un nuovo corso che superi la mafia corrotta del potere attuale. 
    Certo che già al suo interno si trova ora nelle condizioni di individuare criteri attraverso i quali operare una scelta della propria classe dirigente e della propria linea, oltre all’esclusione di tutti i politici “vecchi” che siano collusi con il regime, ma anche quelli dell’opposizione, quindi l’orientamento è su figure particolarmente in vista della società civile, in particolare accademica. Ma comunque si sta evitando di far emergere figure politiche di riferimento, proprio perché l’intento non è di prendere il potere per sostituire un regime inviso con qualche altra forma di potere.
    26 min
  • Ungheria al voto ,Orban rischia nonostante il sostegno di Washington che vuole una spina nel fianco della UE
    La "democrazia illiberale" di Orban che governa l'Ungheria da 16 anni rischia di essere messa in discussione dall'esito delle elezioni di domenica 12 aprile. Nonostante l'inedito e fragoroso endorsement di Vance ,volato a Budapest per sostenere il campione dell'onda nera sovranista ,i sondaggi sono sfavorevoli al leader del partito Fidesz .L'architettiura di controllo sociale e la gabbia legislativa costruita negli anni da Orban sembrano non reggere più di fronte al malcontento delle classi borghesi ed urbane che soffrono l'isolamento del paese e la crisi economica. L'alternativa è il pallido conservatore Magyar che è stato nel partito di governo per una ventina d'anni per poi fuoriuscirne e presentarsi alle elezioni con un programma fortemente reazionario rispetto all'emigrazione quasi sovrapponibile con quello di Fidesz ,ma che si distingue sulla questione del sostegno all'Ucraina e l'acquiescenza ai diktat di Bruxelles.
    Gli Stati Uniti sostengono un governo Orban che costituisce un cuneo nell'Europa ,un punto di rottura in grado di disarticolare le politiche di Bruxelles a sostegno dell'Ucraina ma al contempo non rinunciano a mantenere aperto il fronte ucraino nell'ottica di logorare la Russia. L'esito elettorale ungherese potrebbe incrinare il fronte sovranista che si è schierato compatto con Orban,ma l'alternativa costituita da Magyar appare molto simile alla parabola di Tusk in Polonia.
    Ne parliamo con Francesco Dall'Aglio esperto di Europa orientale con il quale ci confrontiamo anche sugli scenari aperti dalla tregua apparente nella guerra israelo americana contro l'Iran .
    35 min
  • La leggendaria percentuale bulgara si mobilita
    «Il 26 novembre 2025 Sofia ha vissuto la mobilitazione più imponente degli ultimi anni. Tra le 18.000 e le 22.000 persone hanno riempito il “Triangolo del Potere”, bloccando il centro della capitale e trasformando il dibattito sul bilancio 2026 in una critica all’erosione del dialogo sociale, all’inflazione e al ruolo crescente dei poteri informali nella sfera pubblica»., nell’incipit di Valerio Evangelista per “EastJournal” è riportato il momento in cui è esplosa la contestazione che ribolliva da molto tempo e che già si poteva prevedere dopo le numerose e inutili consultazioni elettorali, che hanno portato a esecutivi palesemente senza legittimazione, ma che hanno portato a incrementi di spesa, soprattutto militare; raddoppi di imposte – che si fondano su un sistema di flat tax al 10 per cento – e di debito pubblico; l’inflazione quasi al 4 per cento; un governo che comprende il partito filorusso, ma che approva più di 6 miliardi di spesa per le armi (da rivolgere contro Mosca)… La manovra ha scontentato tutti, ma stupisce la contestazione da parte dei giovani: non è così scontato vedere teenagers scendere in piazza contro la legge di bilancio, ma probabilmente hanno interpretato la protesta contro la manovra finanziaria come risposta a precarietà, corruzione e soprattutto sfiducia nelle istituzioni, condivisa con tutto il paese e senza che la mobilitazione tragga linfa da organizzazioni e partiti o da atteggiamenti ideologici.
    Alcuni indicano il vero obiettivo della protesta non nel premier Zhelyazkov, bensì in Delyan Peevski: oligarca, deputato e co-presidente del Dps, da anni indicato da ong e istituzioni internazionali come uno dei principali centri di potere informale del paese. Pur non facendo parte del governo, Peevski influenza la maggioranza parlamentare e l’agenda legislativa della coalizione di governo, diventando il bersaglio simbolico del malcontento. 
    Anche in questo caso, nonostante l’entusiasmo di fronte a lotte sociali brulicanti in piazza e che il 1° dicembre hanno visto le bandiere di One Piece puntare direttamente sulle sedi dei partiti di governo e provocando blackout estesi fino al mattino, con Francesco Dall’Aglio, docente proprio all’Università di Sofia, cerchiamo di comprendere meglio il fenomeno che difficilmente riuscirà a ottenere le dimissioni di Rosen Željazkov e tantomeno potrà fermare la macchina che sostituirà dal 1° gennaio il Lev con l’Euro.
    Non poteva mancare in coda un accenno alle dichiarazioni putiniane sulla “Piccola Russia”.
    38 min
  • Serbia,ombre nazionaliste sulla protesta degli studenti contro Vucic.
    Quando ormai sembrava che le proteste stessero per sgonfiarsi e che neanche gli studenti avessero più la forza, a Belgrado si è svolta una grande manifestazione, segnando un altro punto di svolta nella mobilitazione di studenti e cittadini che si protrae ormai da mesi. 
    Tuttavia, sabato 28 giugno è diventato chiaro che la situazione è molto più complessa.
    Nella storia della Serbia, questa data ha un significato importante, quasi mitico. La battaglia di Kosovo Polje si svolse il 28 giugno 1389, a Vidovdan (il giorno di San Vito) secondo il calendario gregoriano. A 636 anni di distanza, ancora si discute e ci si scontra sul significato di questo evento.
    Per la maggior parte dei cittadini serbi, questa è una delle date più significative della storia, il giorno in cui l’esercito serbo si oppose a quello ottomano, di gran lunga superiore, combatté eroicamente e, pur uscendo sconfitto, “salvò l'Europa”.
    Per altri – che restano in minoranza - Vidovdan è una ricorrenza da commemorare, ma non da celebrare, avendo spinto la Serbia in uno stato di prigionia e decadenza secolare. Per la destra, Vidovdan è un giorno sacro, per la sinistra una fonte di preoccupazione per le possibili recrudescenze nazionaliste e scioviniste.
    Negli ultimi trent’anni, Vidovdan ha assunto particolare rilevanza. A riportarlo in auge fu Slobodan Milošević. 
    Il Kosovo è ancora uno dei punti nevralgici della società serba, tant’è che la stragrande maggioranza dei cittadini serbi continua a percepire il Kosovo come parte integrante della Serbia e a basare su questa convinzione le proprie opinioni politiche. 
    Questo il contesto in cui gli studenti hanno organizzato la grande manifestazione a Vidovdan. Stando alle stime  in Piazza Slavija, a Belgrado, si sono radunate centoquarantamila persone. Altre fonti parlano anche di duecentomila manifestanti.
    Il salto di qualità del movimento studentesco, nato in seguito al crollo della pensilina della stazione di Novi Sad avvenuto il 1 novembre del 2024 e in cui persero la vita 15 persone, è evidente nella capillare mobilitazione che sta coinvolgendo ampi strati della società serba .Le rivendicazioni sono la richiesta di elezioni politiche anticipate e smantellare il cosiddetto Ćaciland, bastione del Partito progressista serbo (SNS) in centro a Belgrado, allestito dagli “studenti che vogliono tornare in aula”, che da mesi ormai blocca il traffico nella capitale.
    L'ampiamento  della base sociale delle proteste ha portato a galla i residui del nazionalismo serbo che si sono visti in piazza Slavija dove sono intervenute personalità dall'evidente pedigree nazionalista .L'intossicazione nazionalista e la scelta di confrontarsi sul piano elettorale con Vucic rischiano di far scivolare il movimento verso la normalizzazione ,mentre rimane molto forte la mobilitazione e l'indignazione popolare contro il sistema di Vucic.

    Ne parliamo con Tatiana Djordjevic corrispondente dall'Italia di vari media .
    19 min
  • A che punto è la notte in Serbia?
    Continuano le manifestazioni in Serbia, anzi sono state esportate in “Europa” con biciclettate di centinaia di chilometri e presidi, senza ottenere l’attenzione dovuta, perché le relazioni comunitarie con Vučić nascondono interessi tali da impedire qualsiasi timida protesta verso la democratura nazionalista di Belgrado. E mentre Vučić intrattiene rapporti con gli europei, non disdegna alleanze con Putin – recente è il viaggio a Mosca e la posizione sulla guerra in Ucraina del leader populista gli permette di barcamenarsi – e con Xi; ma il movimento nato dalle università non demorde.
    Però rischia infiltrazioni: infatti se da un lato continua a mantenere la sua distanza da chiunque cerchi di egemonizzare e a fare blocchi e scendere in piazza, dall’altro si comincia a vociferare di presenze anche di destra quando all’inizio l’influenza era progressista e antinazionalista, che potrebbero preparare uno scenario assimilabile alla nefasta Maidan di Kyiv. Perciò abbiamo interpellato Tatjana Djordjević per comprendere quali sviluppi possiamo attenderci da questa ribellione dal basso che ha intercettato mugugni e indignazioni della società civile, dandogli voce: sono andati a stanare il malcontento nella Serbia profonda, isolata, hanno attraversato a piedi il paese per incontrare la mentalità dei paesi. La richiesta sostanzialmente è un cambio di regime, ma cominciano a essere stremati dopo mesi di blocco delle attività universitarie. 
    Purtroppo i nazionalismi sono persino più rafforzati dopo la Guerra nei Balcani, e la Storia si ripete.
    17 min
  • Gli assi di potere europei inglobano la Polonia
    Tusk partecipa ai summit sul destino della guerra con Merz e Macron, a dimostrazione della sua potenza militare che sfida la preminenza europea dei due partner, esaltando il nazionalismo di matrice romantica mai realmente venuto meno al paese, che negli ultimi 2/3 decenni ha raddoppiato il pil e livellato i tassi di povertà delle componenti sociali. Sottoposto questo paesaggio ad Alessandro Ajres, ci ha fatto notare come questo sia potuto accadere in seguito all’alternanza al potere dei rappresentanti della sacca rurale retriva e conservatrice e di quelli del centro destra liberal-conservatore che trova i propri consensi nelle metropoli e nei bacini minerari e navali. La matrice militare e reazionaria – sempre meno sfumata in entrambi i campi dalla forza della chiesa cattolica, che ha disperso la potenza data dal fanatismo dei tempi Wojtyliani – si fonda su una produzione industriale a basso costo, e l’importanza della posizione geografica, che la pone tra quegli stati europei a ridosso del confine con i territori controllati da Mosca che cavalcano le paure dell’orso russo e le fomentano per spostare capitali statali verso il settore bellico (che drena il 5 per cento del pil ormai da anni).

    Questa situazione pone la Polonia nella condizione di incalzare la potenza militare tedesca e la sua preminenza nel mettere a disposizione territorio e basi missilistiche al sistema di guerra occidentale; e questa spirale le consente inoltre di essere il faro della fazione degli impauriti baltici, inserendosi nella tradizione deel destre nazionaliste dell'Esteuropa. Ed è in questo contesto che diventa interessante vedere come anziché scontrarsi sembra che Polonia e Germania uniscano le loro forze per sostenere una politica europea a loro immagine.
    La Polonia e i suoi fratelli comprende sia le repubbliche baltiche, sia gli altri stati ex sovietici, in cui la recrudescenza antirussa ha prodotto frange sempre più ampie di nostalgie fasciste che impastano un po' tutta la regione di nazionalismi fanatici, più che romantici.
    26 min
  • La generazione Z stavolta soffia dalla Serbia
    Mettere in evidenza quasi senza volerlo le contraddizioni del potere di Vučić – e di tutti i poteri al governo attualmente – non significa accettare relazioni: il mondo degli studenti serbi e dei loro solidali non ha più nulla da spartire con le parole del presidente e dei suoi sempre più ridotti servi, che descrivono un mondo falso, corrotto e discriminante; e allo stesso modo le narrazioni dell’incapace opposizione non fanno parte dell’universo di interessi studentesco. E anche la stragrande dei giornalisti che raccontano gli eventi sono, come sempre in questi casi, avulsi da una realtà che non vogliono comprendere e non raccontano alla Serbia profonda le violenze che le guardie e gli hooligans al soldo di Vučić perpetrano dall’inizio delle proteste.
    Abbiamo voluto riprendere il discorso con Tatjana Đorđević per evidenziare il potenziale di un Movimento senza padrini, né padroni e che si aggiunge ai molti movimenti che la Generazione Za ha innescato per manifestare il suo disagio nei confronti del potere che le sta distruggendo il futuro e il presente.
    Nel weekend precedente a questo c’è stata una grande marcia e un imponente blocco dei ponti a Novi Sad, l’estensione della protesta ai pensionati, collegando le generazioni con nuovi ponti che travalicano il tempo e portano a compimento la lotta contro il regime assassino di Milošević che non riuscì 25 anni fa a liberarsi del cancro nazionalista, perché è difficile la transizione dal comunismo a un sistema senza leader o partito unico, mentre il Movimento del 2025 ha buone probabilità di scuotersi di dosso l’attuale oscurantismo scaltro, facendo speriamo da modello per il resto d’Europa.  Il legame tra i due momenti della storia serba è ancora più evidente se si ripensa alla marcia che gli studenti di Novi Sad fecero negli anni Novanta andando al contrario nella capitale e la primavera serba risale all’ottobre 2000, questo è un movimento che non può essere ricondotto a rivoluzioni arancioni o a filoatlantismo d’accatto (che possiede ancora meno appeal con la svolta autoritaria trumpista e comunque alla Europa di von der Layen fa comodo il regime, come a quello cinese).
    34 min

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