Il modo di seminare dei contadini di allora era diverso da oggi, anche perché in Palestina il terreno era pieno di sassi. Essi prima gettavano il seme, poi dopo, con la zappa, rivoltavano la terra in modo che se era dura, perché la gente ci camminava e diventava come un sentiero, si ammorbidiva. E toglievano anche i rovi e i sassi. Il seminatore della parabola, che è Dio, fa solo la prima parte del lavoro: getta il seme, ma non rivolta il terreno e neppure toglie i sassi e i rovi, perché questo è compito nostro. Siamo noi che dobbiamo lavorare su noi stessi per diventare un terreno buono. Nessuno di noi è buono o è cattivo per natura. Dipende dalla nostra libertà. Noi, a Messa, in un momento di preghiera in un ritiro, ascoltiamo la Parola di Dio, ma se non facciamo la nostra parte questa Parola sarà inefficace, non porterà frutto, non diventeremo ciò che Dio ha sognato per noi. - Cerchiamo di non essere come la strada o meglio il sentiero calpestato dalla gente che passa, cioè sforziamoci di comprendere, di capire, di prendere sul serio ciò che Gesù ci dice. - Cerchiamo di non essere come il terreno pieno di sassi: perché la parola di Dio porti frutto ci vuole costanza, bisogna fare anche un proposito di cambiamento concreto. A volte è molto necessario avere anche una guida spirituale, una comunità, soprattutto, con cui confrontarsi, con cui camminare. - Cerchiamo di non essere come il terreno pieno di rovi: dobbiamo dire di no a tutto ciò che ci porta lontano da Dio, rinunciare a certe abitudini che possono essere in contrasto con lo spirito della Parola di Dio o almeno lottare contro di esse. Non dobbiamo mettere, gli impegni, le cose da fare, il lavoro, il divertimento, il piacere, i soldi, il fare bella figura, al di sopra della Parola di Dio.