(voce di SopraPensiero)
Nella poesia di Simonetta Lazzerini Di Florio c’è la sensibilità indispensabile per osservare nella sua interezza l’animo umano, una riflessione sull’esistenza e i suoi valori che conducono l’autrice e il lettore dall’uomo alla consapevolezza della divinità, compresa e celebrata nella sua bellezza mistica. La poetessa nell’atto della riflessione è un viandante che si ferma a guardare lo scorrere di un fiume, metafora dell’anima, con occhi talmente attenti da penetrare l’acqua fino a giungere nelle sue profondità “…a contemplare / lo scorrere pigro dell’acqua / e il dolce limo / sulla sponda.”
Strumento di questa ricerca è la parola; come sosteneva Mario Luzi, apprezzato e preso come riferimento dalla Lazzerini, la poesia è comunicazione essenziale, mai banale o soltanto stilisticamente bella, frutto di una ricerca lessicale attenta a ogni sfumatura del linguaggio. La parola suprema resta il verbo delle sacre scritture e la parola umana non riesce a descrivere la magnificenza divina “Signore / vana è la mia parola / troppo corta e troppo oscura, / per quanto mi affanni / non ti può definire.” Nemmeno al linguaggio della poetessa è dato oltrepassare tale limite, che però non impedisce alla sua lirica di parlare di Dio attraverso i propri strumenti comunicativi e conoscitivi, di un Dio che come l’uomo si delinea nei versi in modo spontaneo attraverso gli intensi sentimenti dell’autrice.
L’altro
elemento che ispira e alimenta la lirica della Lazzerini è il mare, metafora
dell’infinito in cui trovare sfogo e serenità, contrapposto alla natura umana
finita “Il piccolo uomo / che avanza /
cerniera / tra due infinitudini”. Si affiancano nello scorrere dei versi
altri elementi della natura, emerge il tentativo di compenetrarsi nella loro
essenza, di descrivere un’energia che anima gli esseri viventi come un’ambrosia
che cade su di loro sottratta agli Dei, sempre nella ricerca della natura umana
da scoprire e apprendere per mezzo di ogni componente del creato. La poesia della
Lazzerini è una preghiera all’esistenza, spesso intervallata da preghiere rivolte
a Dio, un’analisi fedele e disincantata della felicità e dell’illusione, comprese
le situazioni che generano rimorso e sofferenza. Dopo l’atmosfera cupa torna sempre
la luce del sole “Se dopo / un grigiore
basso di nubi / s’apre di nuovo il sole / vibra più intensa l’aria…”, altra
metafora che tocca la sensibilità del lettore capace di riconoscervi lo
scorrere della vita tra eventi tristi e gioiosi, ma in generale indispensabili.
Procedere per poi fermarsi allo scopo di trovare la forza di affrontare il dolore;
sono questi i passi e le attese, le seconde essenziali alla riflessione, dimensione congeniale alla poetessa che in una lirica si
paragona a un airone interessato a osservare dall’alto la lotta per la vita “Dall’alto osserva un airone / incede e non
disdegna.” Ma i versi descrivono l’attesa anche come condizione naturale
dell’esistenza, persino l’attesa della morte diviene un aspetto della vita
umana e nell’esempio supremo della Resurrezione l’autrice dimostra, che nella
grandezza dell’uomo come nella sua quotidianità aspettiamo un evento
risolutore.
Tra
i versi appare il passato, che viene rivissuto attraverso la memoria delle
persone e degli oggetti persi, apprezzati con gli occhi della poetessa che nel
suo scrutare è come una bambina ancora pronta a stupirsi. Le immagini rimandano
alla consapevolezza della fragilità umana, alle sensazioni legate al timore per
un avvenire privo di certezze “Chi vive
non può / sapere del dopo / e sempre apparirà / fragile ramoscello /
sballottato dalla corrente.” Interessante a livello metrico l’effetto delle
doppie finali che richiamano a un movimento disarmonico, abbandonato allo
scorrere dell’acqua. Ancora una volta è unicamente la concezione profonda
dell’esistenza di Dio l’unico strumento di salvezza, malgrado possa bastare un semplice
gesto di tenerezza per sollevare l’animo dallo smarrim[...]