Sezze, luglio 2003.
Tre ricercatori entrano nell’ex cava Petrianni, ai piedi dei Monti Lepini, sotto il sole feroce di una delle estati più torride di sempre. Cercano tracce di un passato remoto, quasi impossibile da immaginare. E, su una superficie calcarea segnata dal tempo, trovano qualcosa che nessuno aveva davvero visto: impronte di dinosauro.
Circa 100 milioni di anni prima, dove oggi si stende il territorio pontino, non c’erano città, campagne o montagne come le conosciamo. C’era un mare caldo e basso, simile a quello delle Bahamas, punteggiato da isole, atolli e terre emerse. Su quelle antiche superfici camminarono sauropodi giganteschi e piccoli dinosauri bipedi, lasciando nel fango carbonatico segni destinati a riemergere dal tempo.
Questa è la storia della scoperta delle impronte di Sezze: un ritrovamento capace di cambiare il modo in cui immaginiamo il Mediterraneo del Cretaceo, ma anche una vicenda fatta di attese, abbandoni, burocrazia e occasioni mancate.
Perché l’ex cava Petrianni custodisce un patrimonio paleontologico unico, formalmente riconosciuto e tutelato, ma ancora sospeso tra valorizzazione e degrado. Un luogo in cui il passato più remoto della pianura pontina continua a parlare, mentre il presente fatica ancora a trovare il modo di ascoltarlo davvero.