Penisolabella viaggi nell'Italia sconosciuta

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  • La Collina «Il mondo dei vinti» di Nuto Revelli
    Il dialogo con la gente contadina di Revelli incomincia con la primavera del 1941.
    Testimonianze di cultura contadina, la pianura, la collina, la montagna, le Langhe: la fame, il lavoro infantile, l'immigrazione, la convivenza tra partigiani e nazi fascisti. 
    E poi l'abbandono delle montagne, l'avvento di un nuovo mondo: l'industria, i grandi allevamenti, il turismo che figura il paesaggio, nei racconti dei 270 intervistati da Revelli. 

    Come primo ponte tra la pianura e la montagna scelgo la zona di Vignolo e di Cervasca, una fascia di piano con alle spalle la collina, una zona a quattro passi da Cuneo. 
    Oggi, lungo la fascia pedemontana che unisce Vignolo a Caraglio, incontro povertà e benessere, ciabot in disarmo e cascinotte che sopravvivono.
    Le colture specializzate, i fagioli, i peperoni, i pomodori, hanno reso prospere non poche piccole aziende agricole.
    L'edilizia rurale si è ringiovanita, l'edilizia residenziale un po' rallegra il piano e la collina.
    Ma è verso l'alto, dove le strade diventano mulattiere, che riappare l'India!     

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    1 hr 3 min
  • La Pianura «Il mondo dei vinti» di Nuto Revelli
    Il dialogo con la gente contadina di Revelli incomincia con la primavera del 1941.
    Testimonianze di cultura contadina, la pianura, la collina, la montagna, le Langhe: la fame, il lavoro infantile, l'immigrazione, la convivenza tra partigiani e nazi fascisti. 
    E poi l'abbandono delle montagne, l'avvento di un nuovo mondo: l'industria, i grandi allevamenti, il turismo che figura il paesaggio, nei racconti dei 270 intervistati da Revelli. 

    La pianura Margarita, un paese della pianura quasi ricca, un paese a una dozzina di chilometri da Cuneo, malgrado tutto è ancora un centro contadino. 
    Ma in crisi, perché la sua campagna è vecchia.
    Dopo Margherita, Peveragno, qui altra situazione, qui anche la piccolissima azienda agricola, anche l'azienda di tre giornate, riesce a sopravvivere.
    La chiave del miracolo?
    Nel recente passato Peveragno ha saputo scegliere una coltivazione valida, la coltivazione della fragola, e oggi esporta quasi tutto il suo prodotto in Svizzera; oggi guarda con una certa sicurezza al domani.
    È con le sue sole forze, e con ingegno e laboriosità, che la gente di Peveragno ha trasformato la sua «zona depressa» in una «serra» ricca di prodotti pregiati.
    Dopo Margherita e Peveragno estendo la mia ricerca ad altre zone, affidandomi al caso, a chi trovo trovo, per i mie incontri e le mie interviste.    

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    23 min
  • Capitolo primo «Il mondo dei vinti» di Nuto Revelli
    Il dialogo con la gente contadina di Revelli incomincia con la primavera del 1941.
    Testimonianze di cultura contadina, la pianura, la collina, la montagna, le Langhe: la fame, il lavoro infantile, l'immigrazione, la convivenza tra partigiani e nazi fascisti. 
    E poi l'abbandono delle montagne, l'avvento di un nuovo mondo: l'industria, i grandi allevamenti, il turismo che figura il paesaggio, nei racconti dei 270 intervistati da Revelli. 

    Il mio dialogo con la gente contadina incomincia con la primavera del 1941, nella caserma «Cesare Battisti» del 2° Reggimento Alpini.
    Il battaglione Borgo San Dalmazzo era appena rientrato dall'Albania, io ero appena uscito dall'Accademia di Modena. Stanchi, disincantati, i miei soldati subivano la vita militare come una malattia, sognavano soltanto le «licenze agricole». Io invece ero orgoglioso della mia divisa, ero impaziente di combattere, di vincere!
    Poi la Russia, la lunga marcia della follia.
    Anche nei quaranta gradi sotto zero il mio dialogo continuava incredibilmente vivo: «Ricorda, - mi dicevo, - ricorda tutto di questo immenso massacro contadino, non devi dimenticare niente».
    E maledico la guerra, i generali, il fascismo. Il primo confronto elettorale mi disse che il mondo contadino era proprio incapace di una scelta libera, autonoma: il voto diventò subito un tributo da pagare ai parroci, ai capi-mafia, ai padroni.
    Risalivo le valli a parlare di Monarchia e Repubblica a portare il discorso nuovo del Partito d'Azione.
    Ma incontravo soltanto diffidenza e paura.
    Erano gli anni delle grandi scelte.
    Occorrevano almeno e subito alcune riforme timide, prudenti, che ponessero fine allo sfruttamento, al colonialismo.
    Ma la fiammata della Liberazione si era spenta troppo in fretta, era di nuovo il potere che contava, il potere fine a se stesso; era il controllo delle masse contadine la grande risorsa della restaurazione.
    La nostra campagna povera aveva una dimensione enorme, i due terzi della provincia di Cuneo erano fazzoletti di terra dispersi o ricuciti in poderi di pochi ettari.
    La montagna e l'alta Langa erano le zone più depresse.In montagna la terra apparteneva ai morti tanto era difficile frazionare la miseria.
    In pianura, ai margini dell'agricoltura ricca, la piccola proprietà sopravviveva a stento.
    Ristrutturare il mondo contadino voleva dire emancipare la gente, svegliarla, educarla politicamente, inserirla nel sistema, demolendo una volta per sempre i confini del ghetto.    

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    47 min
  • Capitolo primo completo «Il mondo dei vinti» di Nuto Revelli
    Il dialogo con la gente contadina di Revelli incomincia con la primavera del 1941.
    Testimonianze di cultura contadina, la pianura, la collina, la montagna, le Langhe: la fame, il lavoro infantile, l'immigrazione, la convivenza tra partigiani e nazi fascisti. 
    E poi l'abbandono delle montagne, l'avvento di un nuovo mondo: l'industria, i grandi allevamenti, il turismo che figura il paesaggio, nei racconti dei 270 intervistati da Revelli. 

    Il primo capitolo si compone da una trattazione generale e da quattro sottocapitoli:la Pianura - la Collina - la Montagna - le Langhe

    Il mio dialogo con la gente contadina incomincia con la primavera del 1941, nella caserma «Cesare Battisti» del 2° Reggimento Alpini.
    Il battaglione Borgo San Dalmazzo era appena rientrato dall'Albania, io ero appena uscito dall'Accademia di Modena.
    Stanchi, disincantati, i miei soldati subivano la vita militare come una malattia, sognavano soltanto le «licenze agricole».
    Io invece ero orgoglioso della mia divisa, ero impaziente di combattere, di vincere!
    Poi la Russia, la lunga marcia della follia. Anche nei quaranta gradi sotto zero il mio dialogo continuava incredibilmente vivo: «Ricorda, - mi dicevo, - ricorda tutto di questo immenso massacro contadino, non devi dimenticare niente».
    E maledico la guerra, i generali, il fascismo. Il primo confronto elettorale mi disse che il mondo contadino era proprio incapace di una scelta libera, autonoma: il voto diventò subito un tributo da pagare ai parroci, ai capi-mafia, ai padroni.
    Risalivo le valli a parlare di Monarchia e Repubblica a portare il discorso nuovo del Partito d'Azione.
    Ma incontravo soltanto diffidenza e paura.
    Erano gli anni delle grandi scelte.
    Occorrevano almeno e subito alcune riforme timide, prudenti, che ponessero fine allo sfruttamento, al colonialismo.
    Ma la fiammata della Liberazione si era spenta troppo in fretta, era di nuovo il potere che contava, il potere fine a se stesso; era il controllo delle masse contadine la grande risorsa della restaurazione.
    La nostra campagna povera aveva una dimensione enorme, i due terzi della provincia di Cuneo erano fazzoletti di terra dispersi o ricuciti in poderi di pochi ettari.
    La montagna e l'alta Langa erano le zone più depresse.In montagna la terra apparteneva ai morti tanto era difficile frazionare la miseria.
    In pianura, ai margini dell'agricoltura ricca, la piccola proprietà sopravviveva a stento.
    Ristrutturare il mondo contadino voleva dire emancipare la gente, svegliarla, educarla politicamente, inserirla nel sistema, demolendo una volta per sempre i confini del ghetto.    

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    3 hr 20 min
  • Calabresi «In Calabria» di Cesare Lombroso
    In Calabria, scritto nel 1862 e pubblicato nel 1863, è un ottimo paradigma dell'intera produzione lombrosiana, perché l'autore alterna e mescola interessanti intuizioni, statistiche abborracciate, valutazione sociologiche, “progressiste“, sommarie ricostruzioni storiche, lucide analisi politiche e stereotipi di vario tipo. 

    Venendo alle popolazioni proprie delle Calabrie, mi è sembrato dovervi distinguere due tipi speciali. Il semitico dal cranio dolicocefalo, dal naso arcuato, a sopraccigli ravvicinati ed occhi neri o castani, predomina nella Marina, ma non così che spesso non venga sopraffatto dal muso prognato, dai capelli neri e crespi e dal derma bronzino del seme camitico o dal purissimo ovale dei Greci o meglio dalla maschia e nobile impronta Greco-Romana, che è la prevalente, la sola anzi nell'interno. 
    E il tipo dal fronte levato, ampio, brachice falico, dal naso aquilino, dall'occhio vivace e prominente.
    La statura è media, il temperamento brioso; l'animo fiero, iracondo, testardo, impavido, desideroso di dominio, fino alla prepotenza, amante della lotta, dei piaceri, ma pieno di intelligenza, di vita, e di un senso estetico delicatissimo che si rivela nei proverbi e nelle canzoni degne dell'antica Grecia.
    In onta adunque della tanta mescolanza con popoli Berberi e Semitici, il tipo Greco-Romano prevalse nell'interno, forse perché ribadito su quello ancor più antico degli indigeni Osci ed Opisci.
    Una prova curiosa ce ne offre il dialetto calabrese, in cui non solo spesseggiano le forme lessiche, ma fino alle grammaticali dei Greci o dei Romani, e spesso anche d’amendue fuse insieme come accade della razza.    

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    5 min
  • Colonie Albanesi «In Calabria» di Cesare Lombroso
    In Calabria, scritto nel 1862 e pubblicato nel 1863, è un ottimo paradigma dell'intera produzione lombrosiana, perché l'autore alterna e mescola interessanti intuizioni, statistiche abborracciate, valutazione sociologiche, “progressiste“, sommarie ricostruzioni storiche, lucide analisi politiche e stereotipi di vario tipo. 

    La venuta degli Albanesi in Italia rimonta al 1462, quando Ferrante d'Aragona assediato in Barletta, e più le insistenze di Pio II (Enea Silvio Piccolomini) chiamarono in aiuto contro Giovanni D'Angiò, Giorgio Castriota o Skanderberg.
    Dopo la sua morte avvenuta nel 1467 il sultano si impossessò della tanto ambita Albania, il figlio di Skanderberg, Giovanni, poco degno, per valore, del padre, comunque protetto dalla Repubblica Veneta, non sapendo resistere alla potenza ottomana espatriava, rifugiavasi nelle antiche terre napoletane insieme a molte famiglie albanesi, mentre altri toccarono i veneti dominii continentali.
    Il re Aragonese memore dei benefici ricevuti dal padre del fuggitivo principe lo accolse, e gli concesse il comando di San Pietro di Galantina, ed arruolò la gioventù in reggimento; altri li raggiunsero cui il re per tenerli lungi dai grandi centri maggiori, li sparse sul Gargano, ad Otranto e Melfi donde per dissensi insorti emigrarono in Basilicata: gli ultimi profughi in Sicilia e in Calabria vi edificarono 32 villaggi protetti da una pronipote di Skanderberg, sposatasi con un Sanseverini. 
       
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    22 min
  • Colonie greche. Canti popolari greci «In Calabria» di Cesare Lombroso
    In Calabria, scritto nel 1862 e pubblicato nel 1863, è un ottimo paradigma dell'intera produzione lombrosiana, perché l'autore alterna e mescola interessanti intuizioni, statistiche abborracciate, valutazione sociologiche, “progressiste“, sommarie ricostruzioni storiche, lucide analisi politiche e stereotipi di vario tipo. 

    V’hanno in Calabria, oltre alla piccola colonia piemontese di Guardia sì dottamente illustrata dal Vegezzi-Ruscalla, molte altre colonie altrettanto curiose ed antiche, ed un grande interesse per l'etnografo perché servano le vestigia di due popoli, i quali ripeterono certo per uguali vicende e posizione geografica, la stessa emigrazione che già ne apportavano i loro antenati Elleni e Pelasgi; vò dire dei greci e degli Albanesi.
    I greci, per un singolare sbaglio confusi da molti con gli albanesi, occupano quell'estremo punto della nostra terra, che è l'ultima Tule dell'Italia continentale.    

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    35 min
  • Cenni di geografia fisica «In Calabria» di Cesare Lombroso
    In Calabria, scritto nel 1862 e pubblicato nel 1863, è un ottimo paradigma dell'intera produzione lombrosiana, perché l'autore alterna e mescola interessanti intuizioni, statistiche abborracciate, valutazione sociologiche, “progressiste“, sommarie ricostruzioni storiche, lucide analisi politiche e stereotipi di vario tipo. 

    Giacciono le Calabrie in quel lembo estremo ed accidentato dalla nostra terra, che per la sua singolare figura merita tutto solo il titolo di stivale. 
    Pescano da un lato ne l’Jonio, nel Tirreno dall'altro, per tutta la loro lunghezza e larghezza, fino all'estrema punta del fatale Aspromonte, le attraversano gli Appennini; di cui le due popolose marine formano, si può dire, gli ampi versanti, che tutti sono irrorati e cosparsi da piccoli fiumi e torrettelli, più dannosi all'igiene che utili all'industria, come quelli che impaludano o si asciugano o si ingrossano improvvisamente.    

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    9 min
  • Prefazione «In Calabria» di Cesare Lombroso
    In Calabria, scritto nel 1862 e pubblicato nel 1863, è un ottimo paradigma dell'intera produzione lombrosiana, perché l'autore alterna e mescola interessanti intuizioni, statistiche abborracciate, valutazione sociologiche, “progressiste“, sommarie ricostruzioni storiche, lucide analisi politiche e stereotipi di vario tipo. 

    Ho scritto la maggior parte di queste pagine in uno dei momenti più singolari della mia vita, nel 1862; quando ancora giovane, ancora credente e fiduciose fiducioso nei destini e nelle glorie della patria, vestiva, senza arrossirne, la divisa militare; e forzatamente distaccato dai libri e dai malati, mi trovai all'improvviso faccia a faccia ad un mondo nuovo, vivente; e tanto più costretto a scrutarlo e a strapparne quasi il segreto, perché mi era venuta meno ogni altra delle occupazioni intellettuali, di cui mi era, fin da allora, fatta una seconda esistenza. 
    L'osservazione, certo, era intensa; ma ha il torto di essere breve, tre mesi, come ha adesso di più quello di essere antica: perché 35 anni sono ormai un secolo per la nostra generazione che in cinque lustri seppellisce intere vite di uomini e di popoli.
    Ma questa grave lacuna è certo in parte scemata dalle aggiunte che con cura amorosa, è scevra da ogni spirito regionale, ha voluto fare alle mie troppo fugaci note un calabrese geniale e coltissimo, il dottor Pelaggi da Strongoli, che è per di più mio collega nell'arte medica. 
       
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    4 min
  • La Sardegna centrale «L’Italia vuota» di Filippo Tantillo
    Questo libro, edito per la prima volta nel 2023, racconta di un'Italia dove i paesi si spopolano, la popolazione invecchia è il paesaggio perde la mano dell'uomo. 
    È un'Italia vuota, che però contiene - molto più di quanto si pensi - il futuro del nostro paese.

    70 - Il risveglio del vulcano
    71 - Il nuovo lavoro di Silvia
    72 - L'Unione dei Felici
    73 - Siamaggiore
    74 - Il progetto Oece
    75 - Le allevatrici sarde
    76 - Il monte Santa Vittoria
    77 - Il teatro di Paulilatino
    78 - Il tempio e l'acqua
    79 - La pazzia di Séneghe
    80 - Problemi social
    81- Il lago artificiale
    82 - Il futuro non è scritto    

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    1 hr 27 min

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