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Or


C'è un'aula che sembra tranquilla, un silenzio quasi perfetto.
Un oggetto che tutti hanno sul banco, ogni giorno, finisce al centro di una storia che due persone racconteranno in due modi completamente opposti.
C'è chi parla di un attacco, c'è chi parla di autodifesa e c'è un'intera classe che ha visto tutto, senza che nessuno fosse davvero d'accordo su cosa, esattamente, avesse visto.
Ci sono sport che entrano nel cuore delle persone, che creano competizione, che tengono milioni di occhi incollati a uno schermo. E ci sono sport che fanno il giro del mondo senza fare rumore.
Nessuna federazione, nessuna medaglia, nessuna diretta televisiva.
Tutti li conoscono, nessuno ne parla apertamente.
Tutti li praticano, nessuno lo dichiara.
Quinta elementare, un gruppo di bambini e delle carte collezionabili sul banco.
Quello che segue è un caso di sorveglianza delegata, confisca e distruzione deliberata, con una conclusione che solleva più domande di quante ne risolva.
Ci sono storie che nessuno racconta, non perché non esistano ma perché succedono dove tutti vedono e pochi osservano davvero.
Questa volta siamo in una mensa scolastica di una scuola elementare. Un bambino davanti a un piatto. Nulla di strano, in apparenza, se non fosse per un dettaglio: quel bambino non ha più fame.
Non si tratta della fame in quanto tale ma di regole, obblighi. Di quella sottile linea in cui un semplice “non mi va” smette di essere un’opinione e diventa un problema da correggere.
Attimi. Sono apparentemente solo attimi eppure sono quelli che ricordiamo. Nessun furto, nessuna rissa.. solo una mattina qualunque.
Una classe, una pausa di pochi minuti e qualcosa che ha fatto cambiare tutto. Un gesto fatto senza pensarci, una decisione presa troppo in fretta, una frase detta nel momento sbagliato. A volte non servono grandi eventi per creare una tensione. Bastano le persone e quello che si sceglie di dire.
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