Tutti studiano il Mostro a partire dal 1968, o dal 1974. Bettina Ferretti ha fatto un'altra scelta: è andata a cercare quello che c'era prima. Molto prima.
Due morti che la cronaca aveva archiviato e dimenticato: un venditore ambulante ucciso in un bosco del Mugello nel 1951, sulla strada che porta alla buca della Tassinaia, e una giovane donna trovata morta a Villacidro, in Sardegna, nel 1959 — un suicidio dalle tinte fosche, chiuso forse troppo in fretta. Il primo fatto porta il nome di Pietro Pacciani, il secondo quello di Barbarina Steri, prima moglie di Salvatore Vinci: il punto d'origine della pista sarda.
Bettina non è una romanziera e non vuole esserlo. È musicista, pittrice, ricercatrice: una che entra negli archivi di Stato, chiede i faldoni della Corte d'Assise, trascrive grafie illeggibili e non scrive una riga che non stia nelle carte. Parliamo del suo metodo, dei suoi libri — Corpus Domini, Un'aringa in tre, S'intrigu — del mondo contadino e arcaico da cui vengono i protagonisti di questa storia, e del suo giudizio su movente, indagati, condannati e mezzo secolo di aule di tribunale.
In questa puntata si capisce perché i suoi libri finiscono depositati in Archivio di Stato come documenti storici: perché sono costruiti come tali, un foglio alla volta, con la testardaggine di chi vuole restituire i fatti e non la leggenda.
Come si studia il Mostro di Firenze è la rubrica di Podcast Don't Tell dedicata ai ricercatori che studiano questo caso con metodo e passione.
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