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Mi sono accorto che Dio esiste solo quando avevo 29 anni, ma per tanto tempo prima di quel momento l'ho cercato, ho cercato un incontro con Lui senza trovarlo, senza sapere come farmi trovare, come farmi amare, e a un certo punto ho quasi perso l'occasione insieme alla mia vita.
Inverno, in quel periodo ero confuso, e mi ricordo tutte quelle domeniche seduto sulla panca della mia chiesa cattolica, in cui ho provato, riprovato, cercato e ricercato, un modo per parlare con Dio un modo per sapere se esisteva davvero....ma niente, niente di niente.
Autunno. Non mi sono arreso, ho continuato a cercare a chiedere, a provare. Sapevo che lui era lì da qualche parte, sapevo che esisteva, ma nessuno sapeva dov'era ,nessuno lo conosceva abbastanza per permettermi di scambiarci due parole, di fare un aperitivo insieme, e magari di diventare anche amici! Niente. Solitudine, solo persone ma niente Dio.
Primavera. E' un giorno di sole, l'aria è frizzante, l'estate non è ancora arrivata, ma la voglia di mare, di vento e di sale è già nei miei pensieri da un po', sembra proprio che la mia barca a vela mi stia chiamando! Alzo il telefono e chiamo Christian e Michele, da un po' avevo promesso loro di portarli a provare la sensazione del vento salato sulla faccia e il piacere di navigare sulle le onde.
Ho appena pranzato, sono un po' appisolato ma eccitato allo stesso tempo! Arrivo sulla spiaggetta dove di solito tengo la mia barca a vela, e non c'è nessuno oggi, in fondo è solo il 20 di Marzo, ancora non è tempo da spiaggia, ma la barca appoggiata sulla sabbia sembra che mi voglia salutare, la preparo. Controllo il timone, armo le vele, la trascino verso l'acqua ancora gelata , e siamo pronti a prendere il largo! il mare però sembra guardarmi strano, sembra che sappia, che conosca, ma io non ci faccio caso, siamo tutti a bordo e...via si và!
La costa è bellissima, il sole è caldo, e il vento soffia quanto basta: libertà. Risate, chiacchere, e un po' marineria. Christian e Michele per la prima volta sperimentano la sensazione della bolina, la barca che inclinata da un lato, scivola sull'acqua, le onde che si infrangono sulla prua e gli spruzzi di acqua salata che ti bagnano il viso. Provo a spiegare loro come si fà ad andare veloce e mentre la barca accelera mi accorgo che siamo vicini, molto vicini...troppo vicini alle rocce, ma come è possibile? Un attimo fà eravamo lontani, e adesso....Ho appena spiegato cos'è una virata, e allora urlo, viriamo, cercando di restare calmo, cercando di farlo sembrare un esercizio, ma dentro sono teso, un po' spaventato, le rocce continuano ad avvicinarsi, e le onde che fino a un momento fà sembravano essere perse nel mare adesso sono alte, e potenti,
La scogliera alta piu di 6 metri ormai oscura la luce del sole, e la barca sembra non essere più mia, sembra non obbedirmi più, BOOM! Un'onda ci scaraventa contro il muro roccioso, l'acqua ghiacciata è ovunque, PAURA
distribuisco i salvagente e Christian e Michele si gettano in mare, io cado, cado nell'acqua ghiacciata.
Freddo. fatico a respirare, non sento più le mani, i piedi, le gambe sono pesanti, finalmente le scarpe si perdono sul fondo roccioso, e mi sembra di poter continuare a lottare...
Sonno. Ho molto sonno, ho freddo ma ho sonno, combatto, nuoto, voglio vivere...
Buio, Dio dove sei? Dio non voglio morire così.....
Ospedale nessuno intorno a me, ma aria, respiro, sono vivo.....Ezri
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ENGLISH:
I realized that God existed only when I was 29 years old, but for a long time before that moment I searched for Him, sought an encounter with Him without finding Him, without knowing how to make myself found, how to make myself loved, and at a certain point I almost missed the opportunity along with my life.
Winter. During that time, I was confused, and I remember all those Sundays sitting on the bench of my Catholic church, where I tried, retried, sought, and researched, a way to talk to God, a way to know if He really existed... but nothing, absolutely nothing.
Autumn. I didn't give up, I kept searching, asking, trying. I knew he was there somewhere, I knew he existed, but no one knew where he was, no one knew him well enough to allow me to exchange a few words with him, to have a drink together, and maybe even become friends! Nothing. Solitude, only people but no God.
Spring. It's a sunny day, the air is crisp, summer hasn't arrived yet, but the desire for the sea, for the wind and salt has been on my mind for a while now, it seems like my sailboat is calling me! I pick up the phone and call Christian and Michele, I had promised them a while ago to introduce them to the feeling of salty wind on their faces and the pleasure of sailing on the waves.
I just had lunch, I'm a bit drowsy but excited at the same time! I arrive at the little beach where I usually keep my sailboat, and there's no one there today, after all, it's only March 20th, it's not beach time yet, but the boat resting on the sand seems to want to greet me, I prepare it. I check the rudder, set up the sails, drag it towards the still cold water, and we're ready to set sail! But the sea seems to look at me strangely, seems to know, but I don't pay attention, we're all on board and... off we go!
The coastline is beautiful, the sun is warm, and the wind blows just right: freedom. Laughter, chatter, and a bit of seamanship. Christian and Michele experience the sensation of sailing close-hauled for the first time, the boat heeling to one side, gliding on the water, the waves crashing against the bow, and the sprays of saltwater splashing your face. I try to explain to them how to go fast, and as the boat accelerates, I realize that we are close, very close... too close to the rocks, but how is it possible? Just a moment ago we were far away, and now... I've just explained what a tack is, and then I shout, "Tack!", trying to remain calm, trying to make it seem like an exercise, but inside I'm tense, a little scared, the rocks keep getting closer, and the waves that until a moment ago seemed to be lost in the sea are now high and powerful,
The cliff over 6 meters high now obscures the sunlight, and the boat seems not to be mine anymore, it seems not to obey me anymore, BOOM! A wave slams us against the rocky wall, icy water is everywhere, FEAR.
I distribute life jackets and Christian and Michele jump into the sea, I fall, I fall into the icy water.
Cold. I struggle to breathe, I can't feel my hands, my feet, my legs are heavy, finally my shoes are lost on the rocky bottom, and I feel like I can keep fighting...
Sleep. I'm very sleepy, I'm cold but I'm sleepy, I fight, I swim, I want to live...
Darkness, God where are you? God I don't want to die like this.....
Hospital no one around me, but air, breath, I'm alive.....Ezri
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Un paio di anni fà ho iniziato a lavorare ad un progetto, un’eperienza fotografica in studio, durante la quale i miei soggetti mi hanno raccontato la loro vita, intendo tutta la loro vita! E io mentre loro raccontano scatto foto e registro un video, il risultato è molto bello, se volete vedere un paio di esempi ecco il link al progetto sul mio sito:
Guarda i video di privacy experience
Non mi sarei mai aspettato che le persone si sarebbero raccontate in maniera così intima e senza filtri, tutti appena entrati in studio hanno esordito con la stessa frase: non sò se riesco a raccontarti la mia vita, magari puoi aiutarmi con qualche domanda? E poi dopo la prima e unica domanda inziale, non sapevo più come fermarli! Con ognuno dei miei soggetti abbiamo riso, e con molti abbiamo pianto insieme, è stata davvero un’esperienza intensa, generosa e unica nel suo genere, chi lo avrebbe mai detto che scattare dei ritratti potesso portare a qualcosa di così “spirituale” e fuori dalle righe?!
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Noi fotografi vorremmo sempre scattare tutte le foto che “ci passano davanti”, ma ci sono situazioni in cui le persone che abbiamo di fronte a noi sono più importanti della foto che vorresti scattare. Ci sono tante foto che ho scattato nella mia mente, foto che non troverò mai nel mio archivio, foto che sono solo nella mia testa, ma che non sono mai diventate foto reali, semplicemente perchè alla fine ho scento di no scattarle. E questa è una delle scelte più difficili da fare, scegliere di non scattare, ma di vivere quel momento per quello che è con le persone che ne fanno parte, eppure il combattimente interiore resta, io sono un fotografo, io scatto foto…ma sono anche un essere umano che apprezza molto il tempo, la personalità, e la storia che le persone porta non con se, alla fine si deve sempre scegliere.
Di Giovanni Gastel si potrebbe parlare per giorni senza mai smettere di imparare qualcosa, sicuramente insieme ad Avedon è il fotografo che più mi ha insegnato sul ritratto, sullla relazione con il soggetto, sull’eleganza, e su un’infinità di altre cose.
Ascoltare le sue interviste è uno dei miei passatempi preferiti, anche ste le ho ascoltate utte, decine di volte, imparo sempre qualcosa.
Ecco alcuni link per scoprire di più su di lui e sul suo lavoro.
Una bellissima intervista di Giancarla Lorenzini per fiaf.net:
L'intevista di Giancarla Lorenzini
E poi una delle interviste che mi sono piaciute di più dal podcast Convivium di Michael Bertolasi:
La chiaccherata con Michael Bertolasi a Convivium
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In questa punata racconto la stroia di una foto brutta che ho scattato a testimonianza di una storia incredibile!
ARTICOLO IN ITALIANO
E' sabato, siamo qui ad Antiochia da qualche giorno ormai, ancora non mi sono abituato a questo caldo soffocante, umido, a questo vento costante che sembra uscire da un forno appena spento, è sabato e Carol, il "nostro boss" è venuta a trovarci, è bello sapere che è qui con noi per qualche giorno!
E' sabato ed è il nostro giorno libero, finalmente un po' di riposo, un poì di tempo per ripensare ed elaborare tutte le emozioni che abbiamo vissuto in questa settimana, se c'è una cosa che stò iniziando a capire è che quello che stiamo facendo, le persone che stiamo incontrando lavorando al campo profughi cabierà la mia vita, questo è certo, ma quando? Quando avrò il tempo di realizzare veramente cosa mi stà succedendo, quanto Dio mi stà cambiando in questa incredibile avventura?
E' durante il sabato che ho tempo di pensare, e di non pensare, che ho tempo di fare senza dover fare, è di sabato che mi godo davvero questa incredibile parte di mondo , e oggi è un sabato speciale, perchè Carol è qui, questo significa che tutto il team è finalmente riunito! E quale modo migliore di festeggiare se non andando a cena fuori tutti insieme' Qale modo migliore di celebrare, e di approfittare delle infinite varietà di kebab che la Turchia puo offrirci!?
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Sono circa le 6 del pomeriggio, usciamo dalla base in cui viviamo qui ad Antiochia per avviarci verso la fermata dell'autobus, ci hanno detto che da poche settimane hanno ripristinato alcune linee dopo il terremoto dello scorso anno, e allora ci siamo detti: proviamo! Ci piacerebbe andare in centro e trovare un ristorantino tipico, un posto che ci faccia sentire tutti gli odori e i sapori di questa parte della Turchia.
Siamo alla fermata e, sicneramente, non abbiamo idea di che autobus dobbiamo prendere per andare verso il centro, c'è un unomo alla fermata insieme a noi, allora mi faccio coraggio e chiedo indicazioni in ignlese, lui mi guarda per qualche secondo, non capisco se ha capito, forse non parla inglese, poi tira fuori il telefono, apre google traslate e scrive qualcosa in turco e "miracolo" adesso posso leggere in inglese quello che mi vuole dire! Grazie Dio per Google traslate! 😀 Forse però Google traslate questa volta non ha funzionato bene, c'è scritto: il centro di Antiochia non esiste più, io resto un po' perplesso, lui scrive ancora, poi gira il telefono nuovamente verso di me: il terremoto ha distrutto tutto, qualche secondo di imbarazzo mi trattiene dal parlare, arriva l'autobus, e mi indica che questo è l'autobus che và verso il centro, saliamo insieme a lui senza sapere bene cosa fare e dove andare.
Tiro fuori il mio telefono apro google traslate e chiedo a quell'uomo come si chiama, Yilmaz mi dice, l'autobus parte, io scrivo ancora, dove possiamo trovare un ristorante vicino al centro per cenare stasera? Lui mi indica un ristorante che scorre velocemente dal finestrino, io non capisco, scrive ancora, questi sono i ristoranti più vicini al centro che potete trovare, mi ripete: non c'è più il centro, il terremoto ha distrutto ogni cosa!
Non posso credere a quello che mi stà dicendo, sappiamo che il terremoto ha distrutto molto, ma non avevo realizzato fino a questo momento cosa significasse veramente, intanto l'autobus continua la sua corsa, il resto del team mi guarda in attesa di risposte, stanno aspettando che dica loro in quale ristorande andremo a cena, mi giro di buovo verso Yilmaz, e chiedo ancora un suo consiglio su dove mangiare, lui mi guarda senza parlare, senza scrivere, sembra che il tempo sia fermo, non capisco, poi dice potete venire a casa mia per cena! Io guardo mia moglie, poi guardo il resto del team, siamo 5 in tutto, non sò se riferire che uno sconosciuto incontrato alla fermata dell'autobus ci ha appena invitato a casa per cena, respiro, penso, respiro ancora, c'è una voce dentro di me che mi dice che "va tutto bene" i miei occhi però vedono il nostro team, 4 donne e me, la mia mente dice: "no non và tutto bene, è troppo rischioso" l'altra voce ripete: "va tutto bene", finalmente parlo, e dico a Carol: siamo stati invitati a cena! Ognuno di noi guarda il resto del team alla ricerca di conferme, di risposte, Yilmaz dice ancora "dinner? In my house?" Non sappiamo perchè ma sappiamo che sarà un si, sappiamo che qualcosa di incredibile stà succedendo, allora mi giro di nuovo verso Yilmaz e dico "ok" "dinner at your house!"
L'autobus si ferma, distruzione, macerie, una collina coperta di niente, Yilmaz ci fà cenno di seguirlo, camminiamo nel silenzio, fino alla cima della collina, case, di nuovo case, Yilmaz ci fà cenno di seguirlo, saliamo le scale, e sulla porta al secondo piano c'è Rasa, sua moglie che ci aspetta per darci il benvenuto, entriamo, c'è odore di fumo, crepe sulle pareti ingiallite, due divani, una poltrona, una TV gigante, ci fà cenno di accomodarci, ci sediamo....
Parliamo, parliamo, parliamo, grazie ancora Google traslate, il tempo se ne và. Io voglio scattare una foto per Yilmaz, una foto che ricordi loro e che ricordi a noi questo incredibile giorno, allora Yilmaz, Rasa e due dei suoi figli che sono in casa con loro, si siedono sul divano, la luce è pessima, è praticamente buio fuori, faccio il possibile per scattare un "bella foto" di famiglia sul divano di casa loro, "CLICK" guardo il display della mia Fuji, e non sò che fare, non è proprio quello che speravo, mi immaginavo una bella foto in studio che rendesse giustizia alla bellezza di questa famiglia che ha apero la porta di casa per ospitare 5 perfetti sconosciuti, una foto con la giusta illuminazine, magari in bianco e nero, ma non sempre è possibile realizzare la foto che si spera, a volte devi solo scattare, e scegliere cosa della foto che stai scattando attribuisce il valore a quello scatto, l'inquadratura perfetta? La luce perfetta? L'espressione perfetta su ogni soggetto? Se così fosse ho scattato una terribile foto, ma c'è qualcosa in quello scatto qualcosa di reale, di unico, c'è una storia che riconosco, c'è l'ibarazzo, c'è un po' di vergogna, c'è la spontaneità, c'è la verità.
Sono distratto da un rumore, è il mio stomaco che vuole a dire la sua, abbiamo fame! Yilmaz fà una telefonata, e poco dopo il cibo è in tavola! Stà succedendo davvero, siamo a casa di un pefetto sconosciuto, in un luogo sconosciuto, e stiamo condividendo il cibo, il tempo, le storie, l'amore, non ci sono parole per spiegare con esattezza la sacralità di questa esperienza, ma quella foto, un po' così, imperfetta da mille punti di vista aiuta molto a raccontarla.
Non sempre una foto riesce a raccontare nei dettagli tutta una storia, e nenache le parole da sole per quanto abbondanti riescono a farlo a volte, ma una foto, per quanto imperfetta, accompagnata dalle parole per quanto imperfette, può aggiungere tutta la verità che serve, tutta la potenza del vedere, e la forza dell'immaginare, il potere di trasportare chi la stà guardando in luogo a migliaia di km di distanza, a casa di Yilmaz ad Antiochia dove il terremoto del 2023 ha distrutto ogni cosa, ma non il cuore e la forza di queste persone che continuano a lottare pre vivere, che continuano ad amare, a condividere spesso quello che non hanno, attraverso un'ospitalità che non avevo mai visto prima.
Grazie Yilmaz, grazie Rasa!
THE ARTICLE IN ENGLISH
It’s Saturday. We’ve been here in Antakya for a few days now, but I still haven’t gotten used to this suffocating, humid heat, this constant wind that feels like it’s coming from a freshly opened oven. It’s Saturday, and Carol, "our boss," has come to visit us. It’s nice to know she’s here with us for a few days!
It’s Saturday, and it’s our day off—finally, a bit of rest, some time to process and reflect on all the emotions we’ve experienced this past week. If there’s one thing I’m starting to understand, it’s that what we’re doing, the people we’re meeting while working at the refugee camp, will change my life. That much is certain. But when? When will I have the time to truly grasp what’s happening to me, how much God is changing me through this incredible adventure?
It’s on Saturdays that I have time to think—and not think. Time to do things without having to do anything. It’s on Saturdays that I truly enjoy this incredible part of the world. And today is a special Saturday because Carol is here, which means our whole team is finally together! And what better way to celebrate than by going out to dinner together? What better way to take advantage of the endless varieties of kebab that Turkey has to offer?
It’s around 6 p.m. when we leave the base where we’re staying in Antakya and head to the bus stop. We’ve heard that some lines have recently been restored after last year’s earthquake, so we figure—why not try? We’d love to go downtown and find a small local restaurant, a place where we can experience all the scents and flavors of this part of Turkey.
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We arrive at the bus stop, and honestly, we have no idea which bus to take. There’s a man waiting with us, so I gather my courage and ask for directions in English. He looks at me for a few seconds—I can’t tell if he understood me. Maybe he doesn’t speak English. Then he pulls out his phone, opens Google Translate, and types something in Turkish. Miracle! Now I can read what he wants to say in English. Thank God for Google Translate!
But maybe this time, Google Translate hasn’t worked properly. The text says: The center of Antakya no longer exists. I pause, confused. He types again and then turns his phone toward me once more: The earthquake destroyed everything.
A few seconds of awkward silence hold me back from speaking. Then the bus arrives. The man signals that this is the one going toward the center. We get on with him, not really knowing what to do or where to go.
I pull out my phone, open Google Translate, and ask for his name. Yilmaz, he tells me. The bus starts moving. I type again: Where can we find a restaurant near the center for dinner tonight? He gestures toward a restaurant that quickly passes by the window. I don’t catch it. He types again: These are the closest restaurants you’ll find to the center. Then he repeats: There is no center anymore. The earthquake destroyed everything.
I can’t believe what he’s saying. We knew the earthquake had caused massive destruction, but until this moment, I hadn’t fully realized what that really meant. The bus keeps going, and my team looks at me, waiting for an answer—waiting for me to tell them where we’re going to have dinner.
I turn back to Yilmaz and ask for a recommendation. He looks at me silently, not typing, as if time has stopped. I don’t understand. Then he finally speaks: You can come to my house for dinner!
I look at my wife, then at the rest of the team—there are five of us in total. I hesitate. Do I tell them that a stranger we just met at the bus stop has invited us to his home for dinner? I breathe in. I think. I breathe again.
There’s a voice inside me saying, It’s okay. But my eyes see our team—four women and me. My mind argues, No, it’s not okay. It’s too risky. The voice inside repeats, It’s okay.
Finally, I speak. I turn to Carol and say, We’ve been invited to dinner!
We all exchange glances, searching for reassurance, for an answer. Yilmaz asks again, Dinner? In my house?
We don’t know why, but we know it will be a yes. We know something incredible is happening. I turn back to Yilmaz and say, Okay. Dinner at your house!
The bus stops. Destruction. Ruins. A hill covered in nothing. Yilmaz gestures for us to follow him. We walk in silence until we reach the top of the hill—houses, more houses. He leads us up a staircase. On the second floor, at the doorway, stands Rasa, his wife, waiting to welcome us.
We step inside. The air smells of smoke. The walls are yellowed and cracked. Two couches, an armchair, a giant TV. Yilmaz gestures for us to sit.
We talk and talk and talk—thank you again, Google Translate. Time passes.
I want to take a photo for Yilmaz, a photo that will remind them—and us—of this incredible day. So Yilmaz, Rasa, and two of their children sit on the couch. The lighting is terrible; it’s practically dark outside. I do my best to take a "nice family photo" on their living room couch. CLICK. I look at the display of my Fuji and don’t know what to do. It’s not quite what I had hoped for.
I had imagined a beautiful studio portrait that would do justice to the beauty of this family—a family that opened their home to five complete strangers. A photo with the right lighting, maybe in black and white. But it’s not always possible to take the picture you envision. Sometimes, you just have to take the shot and decide what it is that gives it value. The perfect composition? The perfect light? The perfect expression on every face?
If that were the case, then I’ve taken a terrible photo. But there’s something in it—something real, something unique. There’s a story I recognize. There’s embarrassment, a little shyness, spontaneity, truth.
A noise distracts me—it’s my stomach, making its presence known. We’re hungry! Yilmaz makes a phone call, and shortly after, food is on the table.
It’s really happening. We’re in the home of a complete stranger, in an unfamiliar place, sharing food, time, stories, love.
There are no words to fully explain the sacredness of this experience. But that imperfect photo, flawed in a thousand ways, helps tell the story.
A single photo can’t always capture an entire story in detail. Nor can words alone, no matter how many. But an imperfect photo, accompanied by imperfect words, can add all the truth that’s needed—all the power of seeing, the strength of imagining. The power to transport whoever looks at it thousands of kilometers away, to Yilmaz’s home in Antakya, where the 2023 earthquake destroyed everything—but not the heart and resilience of the people who continue to fight to live, who keep loving, sharing—often what they don’t even have—through a hospitality I had never witnessed before.
Thank you, Yilmaz. Thank you, Rasa!
Ho praticamente finito di realizzare il mio nuovo sito www.paolodetrane.me per questo motivo, dopo settimane passate girovagando per il mio archivio fotografico alla ricerca di fotografie degne di essere messe sul mio store on line, mi sono reso conto di quanto i miei lavori degli ultimi 15 anni siano una quanche forma di ritratto!
Insomma trovare delle fotografie che fossero adatte ad entrare nelle vostre case, ad essere appese alle pareti delle vostre case, non è stata un impresa semplice. Certo ho trovato degli scatti adatti, non voglio dire che non avessi assolutamente niente di degno, ma devo dire che forse l’80% del mio lavoro riguarda l’essere umano, e quindi ho deciso di iniziare a spingermi verso un tipo di fotografia diverso da quello che ho sempre fatto, voglio imparare a scattare più spesso al di fuori della mia zona di confort, cercando nuove sfide e nuovi generi da affrontare!
Nella prima puntata di “Punto luce” racconto la storia di Fatima e di come una fotografia abbia innescato un vero e proprio effetto a catena all’interno del campo profughi in Turchia dove ho fatto volontariato lo scorso Agosto.
Ma anche di quanto l’esperienza come volontario e fotografo in quel campo profughi sia stata di grande ispirazione per me e per tutto quello che ho deciso di fare in questa seconda parte della mia vita.
Sapevo che la fotografia poteva inflenzare profondamente sia me che il soggetto davanti alla mia macchina fotografica ma Fatima mi ha davvero dato la possibilità di sperimentare qualcosa che mi ha cambiato la vita.
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