L'arte di Eva Killer Dog - dice chi se ne intende: in equilibrio non del tutto stabile tra espressionismo e pop art - ha la stessa testardaggine, colorata da una caratteristica innegabile e visibile anche ai non addetti ai lavori: il suo essere in continuo fermento.
Idee, proteste, racconti; e progetti che si modificano, che a volte vanno a nascondersi chissà dove per ritornare un po' diversi ma ancora uguali.
Ma anche un legame profondo, che puoi vedere forse solo in controluce, con il suo lavoro di incisore ed orafo: una linea sotterranea che rimane visibile forse senza che lui lo voglia (o forse sì) - ad esempio in quelle linee nette, come incisioni, che fanno da cornice al colore senza potere, né volere, soffocarlo, ma anzi incastonandolo e quindi mettendolo ancora di più al centro dell'esperienza visiva.
E poi, l'amore per la macchina, lo strumento che serve all'essere umano per andare oltre: come ha detto il curatore di questa (come della precedente) "puntata" un afflato quasi futuristico per il dinamismo, il movimento, il continuo scambio delle cose con gli umani, e degli umani con le cose.
Non è "figlio" del senso di isolamento che la pandemia ha sparso a piene mani sul mondo, ma certo ne è stato influenzato, l'altro pensiero ricorrente di Eva Killer Dog: la necessità di fare gruppo, di mettere insieme linguaggi, competenze, pensieri diversi, perché è solo facendo squadra che si può andare un po' più lontano nel viaggio.
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