Depatriarcalizzazione dei programmi, sostituzione dell’ora di religione con interventi di psicologia e psicologia relazionale, sulla parità di genere e violenza contro le donne, eccetera: non è il programma scolastico di un altro paese in un altro sistema cosmico ma quello introdotto anni fa da Evo Morales in Bolivia.
Con Manfredo Pavoni Gay educatore, insegnante, antropologo ma anche ricercatore, in questi mesi presente sul posto parliamo del filo rosso che lega tutti questi temi che sostanzialmente tendono alla pace tra i popoli e tra nazioni: il “Buen Vivir”. “Si privilegia la relazione, la convivialità, la risoluzione dei conflitti tramite il dialogo – ci spiega Manfredo – in un clima di collaborazione di rispetto reciproco che è molto distante da quello nostro occidentale in generale e italiano in particolare, basato invece sulla competitività, anche tra i banchi di scuola”.
Il patriarcato tossico come lo conosciamo noi qui non ha diritto di cittadinanza proprio perché le radici culturali precolombiane non prevedono divisioni così nette tra ruolo della donna e dell’uomo all’interno della società: queste divisioni sono state artificiosamente introdotte proprio dalla cultura ispanica e quindi occidentale, proveniente da oltre Atlantico. Tra i tanti aspetti che ci racconta Manfredo colpisce in modo particolare anche il “setting” delle aule che nulla ha a che vedere con quello nostrano di stampo prettamente autoritario con una cattedra e tutti i banchi in fila.
“Non esistono banchi allineati tra loro con una cattedra dedicata al docente in fondo – prosegue – ma diverse isole che presuppongono una continua collaborazione tra gruppi e sottogruppi all’interno di un gruppo classe”. Lontano dal dipingere un paese del bengodi edulcorato o privo di problemi, Manfredo Pavoni Gay ci tiene a precisare che con tutti i problemi possibili, legati anche a livelli di povertà crescenti, non si è mai imbattuto in situazioni di povertà estrema oppure di presenze militari asfissianti, secondo lo stereotipo di un paese latino-americano sempre pronto alla rivolta e abituato a feroci repressioni. Pur messa a dura prova anche qui da una serie di attacchi, tipici del modello neoliberista, ai servizi sociali, la società boliviana, ad esempio, tramite un complesso sistema di detrazioni fiscali, riesce a mantenere alto il potere d’acquisto di intere fasce sociali. Sul piano politico generale, pur essendoci un riflusso anche in questo, la Bolivia rimane sostanzialmente uno stato pluri-nazionale, federale, quindi non si è fatta strada una cultura della chiusura tra i propri confini o non si è elevata, come da noi, ormai da parecchi anni, una barricata verso l’esterno basata, sui tre capisaldi dio-patria-famiglia.
Un altro elemento non trascurabile è stata proprio la mobilitazione in massa degli insegnanti boliviani, (con la solidarietà anche dei sindacati dei trasporti, peraltro i veri artefici della mobilità “popolare” tramite un sistema di bus e minibus), rivolta non ai propri interessi economici o di altra natura ma alla difesa proprio di questo modello culturale-educativo che in Italia qualcuno sogna da anni. “Certamente un po’ di repressione/contenimento si sono verificati in questa occasione – precisa Gay – ma bisogna considerare che gli insegnanti stavano quasi per entrare in Parlamento!”. Anche qui viene spontaneo l’accostamento alle nostre manifestazioni di piazza, sempre guardate a vista da sceriffi e poliziotti-Robocop ad ogni angolo, a delimitare uno spazio del dissenso sempre più condizionato e ancor meno tollerato.
Stefano Bertoldi, sociologo, giornalista freelance collaboratore di Radio Onda d’Urto e di Pressenza.Ascolta o scarica