Decine di attacchi di Israele in Iran. Teheran conferma la morte di Ali Larijani, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, e del capo della milizia paramilitare Basji, Soleimani. Ignoto invece il numero di vittime civili dei raid, in zone abitate di Teheran e Shiraz. Nelle stesse ore l’Iran e le milizie sciite irachene hanno colpito l’ambasciata Usa con droni e razzi, caduti anche su un hotel dove alloggiava personale militare italiano, rifugiatosi nel bunker. C’è invece una vittima per i droni iraniani ad Abu Dhabi; danni ed esplosioni pure a Dubai, Doha e Israele: – qui danneggiata la stazione ferroviaria e degli autobus di Holon, a sud di Tel Aviv. Fermato il traffico ferroviario.
Libano: Tel Aviv martella senza sosta il sud (almeno 4 morti oggi tra cui un soldato governativo) e Beirut, colpendo 3 quartieri popolari e minacciando l’invasione militare via terra in un Paese che conta 1000 morti e oltre un milione di sfollati dal 2 marzo. In realtà Tel Aviv ha già invaso, sabato, il Libano, con alcune truppe scelte entrate di una mezza dozzina di km oltre confine.
Qui c’è però la dura resistenza di Hezbollah, tale da spingere per la prima volta Tel Aviv ad ammettere, con l’ex ministro e negoziatore Ron Dermer, colloqui informali tra il governo Netanyahu e quello libanese di Aoun. Ci “sono i primi progressi”, dice Dermer – ma non sacrificheremo la nostra sicurezza: bisogna disarmare Hezbollah”.
Le parole di Dermer su Hezbollah in Libano sono le stesse su Hamas che Israele ripete, da due anni e mezzo, per giustificare il genocidio senza fine in Palestina.
Nella Striscia oggi 3 morti: uno a nord di Gaza City e 2 – con 14 feriti – in un attacco di droni israeliani contro una jeep ad al Mawasi, vicino Khan Younis, nel sud.
In Cisgiordania è invece B’Tselem, ong israeliana, a dare il senso dell’enormità di quanto sta accadendo; da ottobre 2023 a dicembre 2025, Israele ha ucciso 1.221 palestinesi, tra cui 263 minori. La stragrande maggioranza è stata uccisa dai militari, con 31 palestinesi ammazzati da coloni.
Nel primo scorcio di 2026, le vittime sono già una trentina, due terzi dall’esercito e l’altro terzo dai coloni, la cui violenza è quindi in forte crescita rispetto al periodo precedente, grazie alla totale copertura del governo e in particolare dei ministri-coloni Ben Gvir e Smotrich. “Sotto il regime – dice l’ong B’Tselem – dell’apartheid israeliano, le vite palestinesi continuano a essere trattate come del tutto sacrificabili”.
Ai numeri dell’ong israeliana si aggiungono quelli dell’Onu, che ha nuovamente chiesto a Israele di “cessare immediatamente l’espansione delle colonie in Cisgiordania, che ha causato l’espulsione forzata di oltre 36.000 palestinesi solo l’anno scorso, sollevando preoccupazioni per un possibile pulizia etnica e un’espulsione di massa di portata senza precedenti”.
Questa la situazione in Cisgiordania, dove sono chiusi a “tempo indefinito” tutti i luoghi sacri non ebraici – dalla Spianata delle Moschee al Santo Sepolcro – e altre 2 vittime in poche ore: 30enne a Ramla e un 17enne a Ramla, che stava lanciando pietre contro l’attacco di alcuni coloni quando l’esercito lo ha freddato.
L’intervista di Radio Onda d’Urto a Eliana Riva, caporedattrice di Pagine Esteri e collaboratrice de Il Manifesto Ascolta o scarica