Incontriamo Felice Giovine proprio nella sede della
Accademia della lingua barese, intitolata a suo padre Alfredo, scomparso nel
1995. Nato nel 1947 in una casa di via Martiri d’Otranto, il primo ricordo di
Felice va ai “carrucci” che da bambini costruivano tra amici con tavole di
legno e ruote d’acciaio, che recuperavano dalle vicine Officine Calabrese, e al
grandissimo atrio di quella casa, tanto ampio da contenere i carri ippotrainati
dell’agenzia di trasporti di suo nonno prima e poi del suo papà e in seguito
due o tre camion con rimorchio, le galline e anche i pavoni, grande attrazione
per tutto il vicinato. Un altro gioco infantile praticato sulle strade
baresi non ancora asfaltate, era quello
degli sckattarùle, che Felice descrive nei particolari. Le figure di sua nonna e
sua zia, che vivevano con loro, vengono descritte come muse ispiratrici di
tutto il lavoro di suo padre nella ricerca delle tradizioni, dei testi e delle
canzoni popolari, che grazie ad un cugino della sua mamma furono salvate
dall’oblio, trascrivendole sul pentagramma. Dopo la laurea in Farmacia, avrebbe
voluto continuare a lavorare alla ricerca scientifica, in laboratorio, ma non
gli fu possibile, così cominciò a collaborare con suo padre negli archivi e
nelle biblioteche d’Italia, ricercando “Bari in tutte le sue forme”, attraverso
documenti e fotografie, per provare a “salvare tutto quello che era stato
sparpagliato”. Tutto ciò portò nel 1960 alla creazione dell’Archivio delle
tradizioni popolari baresi e della “Civiltà musicale pugliese”, che raccoglie
anche antichi spartiti di Piccinni e Mercadante. Oggi, Felice comincia a
nutrire la preoccupazione di lasciare questo ingente patrimonio alle nuove
generazioni, che però non sembrano attratte da simili cose, se non per
rarissimi casi, come ad esempio l’attore e musicista Davide Ceddia
(intervistato nel nostro n.52), socio anche lui dell’Accademia, egregio
comunicatore della baresità. Sull’evoluzione sociale e culturale della nostra
città, Felice ritiene che la lingua natia possa essere “il collante fra il
centro e le periferie”, per scrollarci di dosso quel pregiudizio che in altre
città è stato superato ma da noi ancora persiste, del dialetto come marchio di
arretratezza e degrado. A riprova di questo, Felice porta l’esempio della
facilità con cui tanti immigrati stanno inserendosi nella nostra comunità,
anche attraverso l’apprendimento spontaneo della lingua barese.