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In questa puntata parliamo dei risultati di Tailwind, un consorzio internazionale cofinanziato dall'UE e da UK research & Innovation, che riunisce 13 partner dal mondo industriale, della progettazione e della ricerca, impegnato nel tentativo di far fare un salto di qualità ai poderosi sistemi di ancoraggio necessari a mantenere in posizione una grande pala eolica galleggiante - anche nelle peggiori condizioni marine - riducendo il quantitativo di materiali usati, i costi, i consumi energetici e l’impatto ambientale. TailWind ha presentato i risultati del lavoro fatto fin qui nel corso dell’ultima edizione di NetZero, a Milano, suggerendo un ribaltamento quasi totale delle soluzioni consolidate: grandi cime elastiche e relativamente corte per gli ormeggi, al posto di pesanti catene metalliche lunghe vari chilometri; e ancoraggi multipli condivisi fra più torri eoliche, anziché sistemi di ancoraggio individuali. Uno stravolgimento di abitudini forse necessario per dare slancio alla frontiera dell’eolico. Ne parliamo con Federico la Torre, responsabile della Comunicazione di TAILWIND per fondazione I-CONS.
l’Eolico flottante/gallegiante è al di là di ogni dubbio la frontiera dell’eolico. Portare le turbine al largo, dove i fondali sono profondi, significa ampliare la base geografica dell’eolico, sfruttare venti più intensi e regolari e limitare l’impatto paesaggistico. A questo serve l’eolico flottante, o galleggiante. Una frontiera appena saggiata: sommando tutte le installazioni europee si arriva a 300 MW, meno di una centrale a gas di medie dimensioni. Per non parlare del Mediterraneo, frontiera della frontiera, dove in tutto troviamo 85 MW di turbine eoliche galleggianti, quasi tutte francesi. Numeri molto piccoli, seppure la tecnologia sia pronta e dimostrata su scala industriale. Perché il settore non decolla? Cosa manca? Quale può essere la scintilla e perché dovremmo prendere sul serio l’idea di investire su questa fonte di energia? Ne parliamo all’indomani di uno studio firmato dal Politecnico di Torino e WindEurope, che analizza le priorità più rilevanti per lo sviluppo del settore. Ospite: Enrico Giglio, ricercatore del Marine Energy Lab del Politecnico di Torino.
Immaginate che la vostra lavastoviglie, prima di avviare il lavaggio, lanci un’asta in tempo reale per trovare il miglior fornitore di energia elettrica per quel singolo evento di consumo. Immaginate che questo avvenga sistematicamente per ogni evento di consumo significativo: la cottura di una torta, l’asciugatura dei panni, la ricarica di un veicolo elettrico, l’attivazione di un boiler o di una pompa di calore. Può sembrare complicato e probabilmente lo è, ma una piattaforma messa a punto e brevettata dall’ENEA, la quale ha precisamente questo scopo, dimostra oggi che gli strumenti per gestire questo tipo di complessità ci sono. Sebbene sia ad oggi in grado di operare solo su apparecchiature collegate attraverso un cavo USB - quindi col limite dei 240 W in corrente continua - la soluzione sviluppata dal Laboratorio Energia e Data Science dell’ENEA mette per la prima volta in pratica un paradigma completamente nuovo di gestione dell’energia. Ne parliamo con Girolamo Di Francia, responsabile del Laboratorio Energia e Data Science dell’ENEA di Portici e co-autore del brevetto.
Rendere indipendenti le imprese agricole dal bisogno di carburanti, mettendole in grado di autoprodursi il combustibile per essiccatoi, bruciatori e trattrici. Questo è l’obiettivo di AGRI-e, start-up dell’Università di Padova che, grazie a ceppi di lievito ingegnerizzati, sviluppati nell’ambito di una collaborazione tra l’Università di Padova e la Stellenbosch University in Sudafrica, ha messo a punto una tecnologia adatta a realizzare piccole produzioni di bio-etanolo a partire da scarti agricoli, a un costo flat per l’autoconsumo stimabile tra il 40 e il 60% in meno rispetto al gasolio agricolo. Attualmente il processo (una fermentazione non tanto diversa da quella impiegata nella produzione della birra o del vino) è ottimizzato per scarti dell’agroindustria di riso, patate, frumento, vite e altri sottoprodotti purché dotati di un certo contenuto di zuccheri. Il residuo della fermentazione, inoltre, può essere ulteriormente avviato a un impianto a biogas. Ne parliamo con Lorenzo Favaro, professore di Microbiologia agraria del DAFNAE - Dipartimento di Agronomia, Animali, Alimenti, Risorse naturali e Ambiente dell’Università di Padova, e co-fondatore e CEO di AGRI-e.
La prima scoperta risale al 2011, quando analizzando in laboratorio un fungo trovato nella Foresta Amazzonica, ricercatori della Yale University si resero conto che aveva la capacità di degradare il poliuretano. Di più: era in grado di farlo anche in ambienti estremamente poveri di ossigeno, come sono gli strati sepolti delle discariche. Lui si chiama Pestalotiopsis microspora. Si tratta di un fungo microscopico endofita, che vive cioè all’interno del tessuto vegetale delle piante. Dai tempi della scoperta, è studiato per cercare di capire come fa a demolire i legami chimici di uno dei polimeri più difficili da degradare e come possiamo sfruttare questa sua capacità. Ne parliamo con Solveig Tosi, Professoressa di Botanica e Micologia all’Università di Pavia, Direttrice del Laboratorio di Micologia.
Esiste un legno ottenuto da una palma rampicante originaria dell’India, che, grazie alla sua microstruttura che imita in modo sorprendente quella delle ossa, possiede un mix di resistenza ed elasticità. Si tratterebbe di una semplice curiosità, se non fosse che una startup di nome Green Bone ha trovato un modo di trasformare il materiale di cui è composto il legno di Rattan in idrossiapatite, il minerale che costituisce le ossa, mantenendo la microstruttura intatta. In pratica, Green Bone trasforma un pezzo di legno di Rattan in una protesi ossea che può essere impiantata per rigenerare lesioni ossee gravi, e che nel tempo si trasforma in osso vero e proprio. Ne parliamo con Saverio Gellini, Cofondatore e CEO di Green Bone.
CCUS- Carbon Capture, Utilization and Storage, ovvero come trasformare il principale gas climalterante in una materia prima utile all’industria. In questa direzione si lavora da anni, soprattutto con l’obiettivo di dare una via di sbocco alla CO2 prodotta da quei processi particolarmente difficili da decarbonizzare. Se ne è parlato nel corso dell’ultima edizione di NetZero Milan, dal 20 al 22 Ottobre, conferenza che ha riunito esperti di transizione energetica dall’industria e dal mondo della ricerca. E almeno un punto è chiaro: per contenere i costi ancora molto elevati, servono infrastrutture condivise. Ne parliamo con Antonio Nodari, Responsabile dei servizi di consulenza nel settore trasporti e delle industrie Hard to abate di Afry.
Vi portiamo a Netzero Milano, manifestazione che dal 20 al 22 Ottobre ha visto incontrarsi e discutere numerosi protagonisti della transizione energetica dei relativi sviluppi tecnologici e scenari di mercato. La manifestazione ha dedicato molto spazio al mondo delle batterie, che è un asset strategico per il fatto che permette di indirizzare il principale problema tecnico che implica passare dai fossili alle rinnovabili, ovvero gestirne la discontinuità e la non programmabilità. Mentre il problema del costo delle rinnovabili è superato (oggi sono largamente più economiche dei fossili e non hanno bisogno di alcun incentivo), lo stoccaggio dell’energia sta ancora mettendo a punto i modelli di business definitivi. Ne parliamo con Matteo Coriglioni, Head of Italy di Aurora Energy Research, una società di analisi economica dei mercati energetico.
Accanto allo sviluppo di nuovi principi attivi, la ricerca farmaceutica si concentra oggi su una sfida cruciale: la targeted drug delivery, ovvero la creazione di strategie di rilascio dei farmaci sempre più mirate. L’obiettivo è far giungere la molecola terapeutica esclusivamente agli organi, ai tessuti o alle singole cellule bersaglio, riducendo al minimo l’esposizione del resto dell’organismo e, di conseguenza, gli effetti collaterali. In questo scenario si inserisce RELIEF, un progetto d’avanguardia finanziato con un ERC Starting Grant da 1,5 milioni di euro. Il suo scopo è rendere i farmaci “intelligenti”, controllandone con precisione millimetrica il punto di fusione per un rilascio mirato. Ne parliamo con Serena Bertoni, ricercatrice del Dipartimento di Farmacia e Biotecnologie dell’Alma Mater Studiorum - Università di Bologna e ideatrice del progetto RELIEF.
Il cervello non è protetto solo fisicamente da una robusta scatola cranica, ma anche chimicamente dalla cosiddetta barriera emato-encefalica, una sorta di filtro chimico intelligente che fa passare solo quello che conosce o che è abbastanza bravo da ingannarla.
Ma un ricerca pubblicata su Advanced Healthcare Materials ha dimostrato che è possibile, per ingannare le difese chimiche del cervello, usare dei batteriologi, cioè dei virus non patogeni (attaccano solo i batteri) già diffusi in modo ubiquitario nel nostro organismo e già oggi usati (seppure non esattamente gli stessi) in alcune terapie antibiotiche dove quelle tradizionali non funzionano più. Opportunamente ingegnerizzati e caricati con i farmaci giusti, questi virus possono infatti agire da cavalli di troia portando il loro carico terapeutico esattamente là dove serve.
Prof. Alberto Danielli, responsabile del laboratorio di Biotecnologie Molecolari del Dipartimento di Farmacia e Biotecnologie dell’Università di Bologna.
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