Qui sotto trovate testo e immagini della storia di Wencheng.
Gli emissari tibetani in udienza dall’imperatore Taizong a Chang’an (pubblico dominio)
640 d.C Chang’an, capitale della dinastia Tang, Cina. Una delegazione tibetana arriva a corte dell’imperatore Taizong. La sua missione è chiara - chiede più o meno cortesemente una principessa cinese da dare in sposa al re Songtsen Gampo. Non è la prima richiesta da parte dei tibetani. Dopo tutto Taizong ha concesso mogli nobili cinesi a diversi sovrani dei popoli ai confini della Cina, ma l’imperatore ha già rifiutato un matrimonio diplomatico con il Tibet un paio di volte. La cosa evidentemente non piace molto a Songtsen Gampo, che ha riunito tutte le tribù nomadi dell’altopiano tibetano e fondato un impero proprio a ridosso dei territori cinesi. Sia in Oriente che in Occidente per un sovrano avere una moglie di un’altra famiglia reale, o ancora meglio imperiale, è una mossa diplomatica cruciale e terribilmente chic. L’avevamo già raccontato nel podcast Il leone di San Marco e i serpenti di Costantinopoli, che potete riascoltare su Substack e le varie piattaforme di podcasting.
Questa volta Songtsen Gampo non ha più molta pazienza, e se i cinesi non gli trovano una moglie che appartiene alla famiglia dell’imperatore minaccia l’invasione.
In Occidente abbiamo questa idea del Tibet come luogo mistico e spirituale, lo Shangrilà isolato e circondato da montagne che ne proteggono la purezza, e con monasteri buddhisti in cui si prega per la salvezza di tutti gli esseri senzienti. Ma è un mito. Tibet e Buddhismo non sono sempre stati sinonimi, e durante tutta la sua storia l’altopiano tibetano è stato un crocevia di scambi commerciali e culturali. Con Songtsen Gampo, leader militare piuttosto capace, il Tibet diventa un impero potente, che nel momento di massima espansione comprende vaste regioni dell’Asia. Confina a est con la Cina della dinastia Tang, a nord con i potentati nomadi dell’Asia centrale, a ovest include vaste regioni dell’odierno Afganistan, e a sud scavalca le vette dell’Himalaya e arriva addirittura al Golfo del Bengala.
(Thomas A. Lessman via Wikipedia)
L’impero tibetano è la potenza nemica dei Tang militarmente più potente di tutte, e si spinge fin dentro i suoi territori, tanto che riuscirà a prendere la capitale, Chang’an (l’odierna Xi’an) per 15 giorni, giusto il tempo per saccheggiarla e installare un imperatore fantoccio nel 763 d.C. - un secolo dopo la storia che vi raccontiamo. Altro che pace e amore universale.
Ma torniamo al 640 d.C. L’imperatore della Cina Taizong se la deve vedere con i tibetani e la loro richiesta di un matrimonio prestigioso, ma non solo. A ovest ci sono i nomadi turchi occidentali che danno del filo da torcere, e a est, in Manciuria e nella penisola coreana, deve vedersela con un altro regno molto bellicoso, Goguryeo. La Cina dei Tang è certamente una super potenza, ma in questo momento decide di non aprire troppi fronti e preferisce la diplomazia. Il suo esercito vince una battaglia contro i tibetani giusto per salvare la faccia, i tibetani chiedono scusa per aver osato minacciare l’Impero di Mezzo, e viene scelta una principessa cinese da mandare in Tibet. È Wencheng, che non è una figlia dell’imperatore, ma appartiene a un ramo minore della famiglia imperiale. Nel 641 Wencheng lascia Chang’an, la città più grande del mondo, con quasi due milioni di abitanti, crocevia di commerci e traffici, cosmopolita e elegantissimo centro di cultura alla volta di Lhasa, ed entra nella leggenda.
Wencheng (?-680d.C) Wikipedia
Con un grande seguito di attendenti e doni nuziali, e in gran spolvero di sete e oggetti preziosi, libri, manuali di astrologia e divinazione, Wencheng incontra il futuro marito a metà strada. Lui, analfabeta e seminomade, rimane affascinato dall’eleganza e dal lusso della piccola corte della principessa, tanto da decidere subito di lasciar perdere gli abiti di feltro e indossare la seta cinese e seguire gli usi e costumi dei Tang. Lei è un po’ meno entusiasta. È inorridita dall’uso tibetano di dipingersi il viso di rosso, abitudine che Songtsen Gampo abolisce subito su sua richiesta. La principessa cinese è buddhista, e porta con sé anche la statua d’oro del Buddha Sakyamuni, che secondo la leggenda è la prima del suo genere ad arrivare in Tibet. I suoi abitanti sono animisti, e si convertiranno alla nuova religione solo più tardi. Per gli annali tibetani sarà proprio Wencheng a portare il Buddhismo nel paese.
Non solo - sempre secondo le fonti tibetane la principessa Wencheng ha talenti soprannaturali, e inizia a fare miracoli ancora prima di arrivare in Tibet. Sul passo Nyima Dawa, a quota 4000 metri, ha improvvisamente nostalgia di casa, e quindi cerca nel suo specchio magico il riflesso della sua famiglia rimasta a Chang’an. Vede solo il proprio volto, e disperata, getta via lo specchio. Le sue lacrime sono così tante da diventare il fiume Daotang. Prosegue il cammino verso il Tetto del Mondo, e osservando da lontano il territorio del suo nuovo paese si accorge che ha la forma di una diavolessa tibetana che giace sulla schiena. Per distruggerla fa costruire immediatamente dei templi di protezione del Tibet seguendo le regole della geomanzia cinese, di cui sembra essere un’esperta. Diavolessa O Wencheng 1. La strada per Lhasa è lunga, e - sempre secondo le vecchie cronache tibetane - la nuova consorte di Songtsen Gampo compie altri prodigi. Quando arriva in un luogo chiamato Renda è talmente felice da voler costruire un tempio. Siamo in una zona di montagne altissime senza alberi. Wencheng non si scoraggia, si strappa alcuni capelli e li soffia via, verso le vette che la circondano. E sui fianchi delle montagne cresce immediatamente un’intera foresta. Gli abitanti del luogo abbattono gli alberi e costruiscono il tempio, mentre la principessa insegna a lavorare e a irrigare i campi e come usare i mulini ad acqua.
Questi miracoli e la sua attività di diffusione del Buddhismo e delle tecnologie cinesi spingeranno i tibetani a considerarla la Tara Bianca, un’emanazione del bodhisattva della compassione Avalokitesvara. Anche suo marito, il re Songtsen Gampo, sarà venerato come una manifestazione dello stesso Buddha della compassione. L’altra moglie nepalese del re, pure lei devota buddhista, è divinizzata come la manifestazione di un’altra importante divinità del Buddhismo tibetano, la Tara Verde. Wencheng sarà la più celebre delle mogli del re tibetano, ma non è l’unica, e una volta arrivata a Lhasa nei documenti si perdono le sue tracce come donna in carne ed ossa, e nasce la sua leggenda.
La Tara Bianca e la Tara Verde (Metropolitan Museum of Art, pubblico dominio, via Wikimedia Commons)
Le cronache tibetane la raccontano in termini divini e ne ricordano vita e soprattutto i miracoli che vi abbiamo raccontato. Quelle cinesi invece sottolineano il suo matrimonio diplomatico con il re Songtsen Gampo, e la sua “missione civilizzatrice” del Tibet, che i sofisticatissimi cinesi dell’epoca considerano un luogo a dir poco retrogrado, se non addirittura pieno di barbari incivili. Di miracoli e Buddhismo nemmeno l’ombra. Una nota breve in un registro Tang del 680 d.C segnala la morte della principessa.
Ma a 14 secoli di distanza Wencheng ha una nuova vita, e anche questa volta la sua figura è utilizzata - come nel Tibet che è appena diventato un nuovo impero con una religione nuova, e come nella Cina della dinastia Tang che deve dimostrare la sua superiorità politica e culturale su tutti i suoi vicini, per la propaganda.
Nel 1950 la Cina annette il Tibet, e Wencheng diventa il simbolo dell’amicizia millenaria tra i due paesi e dell’”armoniosa” integrazione del Tibet nella nazione cinese, senza alcuna traccia dei conflitti storici tra i due paesi. La principessa porta ancora una volta la civiltà, e il progresso - ovviamente questa volta sono quelli della Cina comunista - nelle desolate lande dell’altopiano tibetano. La sua immagine compare un po’ ovunque, nei discorsi ufficiali, negli spettacoli, nei percorsi turistici e nel curriculum delle scuole a sostegno dell’”unità nazionale”.
Partita da Chang’an come tante altre principesse mandate in altri paesi per matrimoni combinati per pura diplomazia, e spedita nel Paese delle Nevi, divinità portatrice di Buddhismo, nobile civilizzatrice in mezzo ai barbari, simbolo di fratellanza e armonia tra etnie diverse sotto l’occhio vigile del Partito comunista cinese, Wencheng ha abitato narrazioni a volte incompatibili tra loro, ma che sono sempre potenti strumenti politici.
Mentre attraversa l’altopiano del Tibet - nel 641 - alla volta di Lhasa e della sua seconda vita, Wencheng tutto questo non lo sa.
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