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  • Il Papa da Fazio: "a me piace pensare l'inferno vuoto"
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7679

    IL PAPA DA FAZIO: ''A ME PIACE PENSARE L'INFERNO VUOTO'' di Tommaso Scandroglio
    Il Papa è andato da Fazio. Un Papa da un altro papa. Perché anche il secondo ama pontificare. I due viaggiano sulla stessa lunghezza d'onda. Ed infatti è la seconda volta che Francesco viene intervistato dal fratacchione che dalla Rai è migrato al sole del denaro, sui lidi della Nove.
    Francesco è il primo Papa della storia che viene intervistato in un talk. Giovanni Paolo II fece solo una telefonata, una volta, intervenendo a Porta a Porta e Bruno Vespa, sfoderando in quella occasione signorilità e alta professionalità, non si permise di fare nemmeno un accenno di domanda, sebbene l'occasione fosse ghiotta perché storica.
    I tempi cambiano e con essi i papi. Il Papa da Fazio è diventato ancora più pop. Francesco ama essere popolare, appunto pop. Nei toni: le sue encicliche hanno i medesimi accenti colloquiali, imprecisi ed ondivaghi della chiacchierata avuta con Fazio. E nei contenuti: Francesco sfoggia sempre lo stesso frasario stereotipato che non urta nessuno se non quelli impegnati sulle barricate a difendere scampoli di verità. I luoghi comunisti del Pontefice venuto dalla fine del mondo - epiteto che sinistramente si può intendere in senso temporale - provano solo che esiste anche la banalità del bene (cit.). La guerra è male e bisogna dialogare, è difficile fare la pace, dietro le guerre c'è il commercio delle armi, l'uomo è libero di decidere cosa fare, bisogna parlare e ascoltare i bambini, e fare lo stesso con i nonni, il Signore ci accoglie per quello che siamo. La fede è diventata una confort zone.
    Dicevamo che il Papa da Fazio diventa sempre più pop, ossia contribuisce ad erodere l'autorità del vicario di Cristo - appellativo che Francesco ha cancellato dall'annuario pontificio - sebbene egli tenga stretto il suo ruolo autoritario. Di facciata bonaccione, dietro la facciata autocratico. Lo smantellamento della figura papale è iniziato, come è noto, da quel «Buonasera» pronunciato senza paramenti la sera della sua elezione. Un «Buonasera» che ha dato la buonanotte al «Sia lodato Gesù Cristo» e dunque al ruolo di pontefice. Poi è proseguito con le telefonate erga omnes, la Panda, le scarpe nere e non rosse, la borsa portata da sé, le strette di mano che hanno sostituito i baciamano, i selfie fatti con i fedeli, la improvvisata, così studiata, in un negozio di dischi nella capitale, i social. Da qui la copertina su Rolling Stone e i suoi interventi su Sportweek, Vanity Fair Italia, Vogue Italia e la Gazzetta dello Sport, contrappuntanti dagli accondiscendenti dialoghi su Repubblica con un altro papa, più laico di lui, Eugenio Scalfari. E perché allora non spingersi con coerenza oltre e partecipare ad un reality? Non sarebbe un modo efficace per farsi sentire vicino alla gente?
    IL DISEGNO DI PIO XII
    Il 4 maggio 1952 La Domenica del Corriere mise in prima pagina il disegno di un Pio XII che in accappatoio si faceva la barba con un rasoio elettrico. Guareschi criticò quella scelta così svilente per la persona del Pontefice. Perché, diciamo noi, il Papa puoi anche sentirlo come uno di famiglia, ma a patto di non minare la sua sacralità, di immiserire la sua trascendenza. In The Young Pope di Sorrentino, il fantastico e fantasioso Pio XIII, di fronte alla possibilità di stampare la sua faccia su alcuni piatti commemorativi, risponde sdegnato che non avrebbe messo nulla perché è il nulla a rappresentare al meglio l'elevatissima dignità del Pontefice che infatti è qualificato come sommo. Pontifex per i latini è il costruttore di ponti, significato poi traslato in ambito religioso: per i Romani il pontefice è colui che costruisce un ponte tra la terra e il cielo. I ponti evocati spesso da Francesco invece collegano solo le persone tra loro su questa terra, non sfidano la verticalità del Cielo, ma rimangono orizzontali come gli aneliti di un cuore borghese.
    Pio XIII aveva ragione: bisogna fare come Mina, Salinger, Kubrick, Banksy, i Daft Punk. «Nessuno di loro si fa vedere. Nessuno di loro si lascia fotografare. L'assenza è presenza». Spariti dalla scena diventano mito. L'assenza e non la presenza in TV è la forma del mistero, dell'assolutamente altro, della trascendenza che travalica le polverose e scontate minutaglie del quotidiano. È il silenzio a dire tutto e questo perché se il Papa fa un passo indietro, Dio fa un passo avanti. Un Papa per la gente, nella gente, tra la gente, con la gente non fa il papa, ma l'agente di commercio che vende il proprio prodotto. Le continue interviste, le miliardi di parole scritte e dette, la valanga di foto hanno lo stesso effetto della decisione di battere sempre più moneta a fronte della medesima fonte aurea: la svalutazione.
    FAN DEL CONVENZIONALE
    Allora salvateci da un Papa artatamente ordinario, personificazione attoriale della normalità, schiacciato sul consueto e sul solito, prevedibilissimo, fan del convenzionale, ricoperto dagli stracci della futilità. Lui così nemico della mondanità si è fatto amico il mondo. E poi un Papa pop non suscita l'identificazione di chi vuole distinguersi dalla massa, sfuggire dall'omologazione: solo i santi ci riescono. Lo vogliamo invece non popolare, ma impopolare perché controcorrente e non per partito preso o perché originale, ma solo perché «la verità offende per sua natura» (R. Scruton, Bevo dunque sono, 2010, p. 27). Lo vogliamo fatto di spirito che non si abbassa a parlare di condizionatori e di raccolta differenziata. Lo vogliamo perso nel Cielo, irraggiungibile, che risplenda della regale umiltà che rifugge la massa, le foto, i microfoni, le telecamere: perché è bene umiliare la propria persona, non la Cattedra di Pietro. Lo vogliamo così trasparente e diafano che attraverso lui possiamo vedere Dio. Non lo vogliamo presenzialista, ma assenteista da ciò che è transeunte perché totalmente assorbito dall'eterno, dalle cose ultime: l'ordito e la trama delle nostre speranze. La via d'uscita al non senso che ammorba le esistenze inconsapevoli di molti.
    La sovraesposizione mediatica, invece, lascia in bocca a credenti e non credenti un sapore insipido e nell'anima una fastidiosa sensazione di piattume, financo di mediocrità, di noia alla Sartre. La liquefazione della figura del pontefice avviene perché lo stesso si pone come prodotto commerciale da consumare. Ma sullo scaffale di questo supermercato che è la contemporaneità lui scompare, dal momento che non ha più caratteristiche specifiche che lo differenziano da un Mattarella presidente della Repubblica o da un esotico Dalai Lama. Viene annullato perché comune: non più distinto, ma indistinto.
    Il suo profilo scolora, si fa scialbo perché cerca la novità soprattutto dottrinale, ma finendo solo per rispolverare vecchie eresie così consuete per i nostri compagni di viaggio postmoderni. Il nuovo è appannaggio di Cristo che fa nuove tutte le cose. Al di fuori di Lui, il nuovo è appannaggio dei pubblicitari, degli inventori - e a quante invenzioni abbiamo assistito negli ultimi anni! - degli imprenditori, dei circensi. I Papi invece devono custodire il vecchio, perché il deposito della fede fu sigillato per sempre con la morte dell'ultimo apostolo, certi che quelle verità così antiche faranno nuovi tutti gli uomini.
    Nota di BastaBugie: Luisella Scrosati nell'articolo seguente dal titolo "Inferno vuoto? A negarlo è Gesù" parla di quello che ha detto in tv Papa Francesco nel programma del fazioso Fazio.
    Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 18 gennaio 2024:
    «A me piace pensare l'inferno vuoto, spero sia realtà»; così papa Francesco intervenendo in collegamento, domenica sera, alla trasmissione Che Tempo Che Fa. «Quello che dirò non è un dogma di fede ma una cosa mia personale», ha affermato il Papa.
    Non ha dichiarato che l'inferno non esiste, non ha detto che è vuoto, non ha sostenuto l'apocatastasi; eppure in quelle parole, apparentemente lecite, c'è tutto il dramma che la Chiesa sta vivendo da oltre mezzo secolo. In un'altra intervista di duemila anni fa, più genuina e meno mediatica, mentre Nostro Signore stava andando verso Gerusalemme, «un tale gli chiese: "Signore, sono pochi quelli che si salvano?"» (Lc 13, 23). La risposta a questa domanda mette in evidenza tutta la distanza, non di tempo né di spazio, ma di senso, tra Gesù Cristo e il suo vicario: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno».
    Il Signore, che è la misericordia fatta carne, non cerca di spegnere l'inquietudine della salvezza dal cuore dell'uomo, ma sembra addirittura confermarla: molti non entreranno. Per questo, voi che mi ascoltate, voi che mi interrogate, sforzatevi di entrare.
    Il seguito del passo del Vangelo di Luca, che è considerato il
    17 min
  • Eutanasia per autismo, il piano è sempre più inclinato
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7626

    EUTANASIA PER AUTISMO, IL PIANO E' SEMPRE PIU' INCLINATO
    In Olanda sono uccisi i pazienti che presentano disabilità intellettiva o autismo (viene così alla luce che i ''paletti'' indicati dalla legge non sono rispettati)
    di Tommaso Scandroglio

    Ci sono tre cose nella vita che sono certe: la morte, le tasse e il principio del piano inclinato. In Olanda vanno per la maggiore la prima e l'ultima. E infatti uno studio scientifico ha rivelato che tra il 2012 e il 2021 sono state uccise con l'eutanasia diverse persone affette da disabilità mentale.
    Irene Tuffrey-Wijne, specialista in cure palliative presso la Kingston University britannica, ha redatto uno studio scientifico dal titolo Eutanasia e suicidio assistito dal medico nelle persone con disabilità intellettive e/o disturbi dello spettro autistico: indagine su 39 casi clinici olandesi (2012-2021) pubblicato sulla rivista BJPsych Open, studio i cui dati sono ricavati da alcuni report governativi olandesi.
    I Paesi Bassi sono stati nel 2002 il primo Paese a legalizzare l'eutanasia. E gli effetti negli anni si sono visti. Tra il 2012 e il 2021 sono state circa 60.000 le persone uccise tramite eutanasia. In questo lasso di tempo, 39 sono stati i pazienti uccisi che presentavano disabilità intellettiva o autismo. Lo studio ci informa che i motivi per richiedere l'eutanasia «includevano isolamento sociale e solitudine (77%), mancanza di resilienza o strategie di coping [strategie mentali e comportamentali per fronteggiare i problemi] (56%), mancanza di flessibilità (pensiero rigido o difficoltà ad adattarsi al cambiamento) (44%) e ipersensibilità agli stimoli (26%)».
    I casi includevano cinque persone di età inferiore ai 30 anni che hanno citato l'autismo come l'unica ragione o uno dei principali fattori che le hanno spinte a chiedere l'eutanasia. Tra questi casi c'era anche quello di un giovane di 20 anni. Nella sua scheda si poteva leggere che «il paziente si era sentito infelice fin dall'infanzia», che era regolarmente vittima di bullismo e che «desiderava contatti sociali ma non era in grado di connettersi con gli altri». Questo paziente ha scelto l'eutanasia perché ha ritenuto che «dover vivere in questo modo per anni sarebbe stato un abominio». Facile pensare che anche chi non è autistico potrebbe vivere questi stessi disagi esistenziali e quindi chiedere di farla finita per mano del medico.
    La legislazione olandese permette l'eutanasia nel rispetto di alcuni paletti che poi, ovviamente, nella pratica non vengono rispettati. Il primo: la sussistenza di sofferenze insopportabili che non abbiano prospettive di miglioramento. A tal proposito lo studio ci informa che «in un terzo dei casi, i medici hanno notato che non c'era "alcuna prospettiva di miglioramento" poiché l'ASD [l'autismo] e la disabilità intellettiva non sono curabili».
    Secondo requisito: capacità di intendere e volere al fine di esprimere un consenso libero e informato. Banale ricordare che la capacità di intendere e volere è fortemente compromessa in queste persone, altrimenti non potremmo indicarli come pazienti affetti da disabilità intellettiva. Inoltre, sempre secondo la legge olandese, si dovrebbe arrivare all'eutanasia solo se, prima, si sono battute altre strade terapeutiche. In questi casi pare invece che l'eutanasia sia stata la prima e unica scelta.
    Dunque, tre su quattro dei criteri indicati dalla legge per accedere all'eutanasia - la sussistenza di sofferenze insopportabili che non abbiano prospettive di miglioramento, la volontà libera, piena e consapevole di accedere all'eutanasia e le alternative terapeutiche all'eutanasia - non sono stati rispettati. Da aggiungere che sicuramente i casi di pazienti con deficit mentali morti per eutanasia sono molti di più, dato che la prof.ssa Tuffrey-Wijne ha potuto visionare solo alcuni dei report rilasciati dai Comitati di revisione dell'eutanasia.
    Conclusione: il pendio scivoloso in Olanda finisce in una fossa del cimitero.
    5 min
  • Il patriarcato, fondamento del diritto civile
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7630

    IL PATRIARCATO, FONDAMENTO DEL DIRITTO CIVILE
    Dopo l'omicidio di Giulia Cecchettin, Lilly Gruber afferma che in Italia c'è una forte cultura patriarcale, ma la verità è che la sinistra odia l'autorità e quindi il padre di famiglia (ma il diritto romano insegna che...)
    di Tommaso Scandroglio

    Lilly Gruber, nella puntata di Otto e mezzo del 20 novembre scorso, ha sostenuto che è innegabile che «in Italia ci sia una forte cultura patriarcale e che questa destra al potere non la sta proprio contrastando tanto». Poi ha aggiunto che «abbiamo per la prima volta una donna presidente del Consiglio che però ci tiene ad essere chiamata "il presidente del Consiglio": un mistero della fede per me, ma… sarà anche questo una cultura di destra patriarcale». Giorgia Meloni ha poi risposto per le rime, ma a noi non interessa qui entrare nella polemica sul patriarcato, reo per alcuni di contribuire ai cosiddetti femminicidi, polemica che, in modo surreale, si è poi innescata tra donne. Come se due donne discutessero di problemi di prostata (battuta sessista-maschilista).
    È arcinoto che l'ideologia progressista odi l'autorità e quindi il nome per antonomasia che la identifica: il nome del padre. Il percorso di demolizione della figura del padre inizia con Satana che odia Dio, Padre di tutti i viventi. Poi si prosegue con Lutero che ha rifiutato l'autorità del Santo Padre. A seguire la Rivoluzione francese che ghigliottina il Re, padre della patria. Poi abbiamo il comunismo che con Engels vuole abolire la famiglia usando anch'esso la ghigliottina per staccarle la testa, ossia il padre che ne è appunto il capo per diritto naturale. Nel Sessantotto si ratifica tutto questo percorso decretando la morte di Dio e la ribellione verso ogni forma di autorità, verso ogni struttura gerarchica al cui vertice c'è un capo-padre, perché gerarchia è sempre, per i sessantottini, sinonimo di sopraffazione, di sopruso, di discriminazione, di violenza, dal momento che laddove c'è un capo non c'è uguaglianza. La narrazione di questi giorni relativa all'uccisione di Giulia Cecchettin ricalca limpidamente questi luoghi comuni e il riferimento della Gruber al patriarcato ne è ulteriore prova.
    IL PATER FAMILIAS
    Per il lettore della Bussola queste argomentazioni sono abbastanza familiari. Vorremmo però dare prova, tramite una riflessione di carattere storico-giuridico, del fatto che se elimini il padre crolla la convivenza civile. L'ordinamento giuridico di carattere civile - e non penale - presente nei suoi istituti di base in tutto il mondo deve tutto o quasi al diritto civile romano, almeno nei suoi profili essenziali. Qual era al tempo il principale ordinamento giuridico civile? Per fortuna lo Stato non esisteva ancora. È concetto relativamente recente. Esisteva la famiglia. Era lei il principale ordinamento giuridico, era lei ad incarnare le più importanti regole della convivenza civile.
    E la famiglia su chi era fondata? Sul pater familias. Dobbiamo quindi concludere che i principali istituti di diritto civile che conosciamo noi oggi in tutto il mondo sono nati all'interno della famiglia, di una famiglia di stampo quindi patriarcale. Il diritto di famiglia (matrimonio, filiazione, etc.), quello commerciale (i contratti, le obbligazioni, etc.), quello successorio (l'eredità, le donazioni, etc.), quello risarcitorio e altri devono i loro profili essenziali allo ius nato in seno ad una famiglia il cui capo era il padre, perché era colui che non aveva più ascendenti vivi in linea diretta. La sua potestas e il suo mancipium - su persone e cose - erano estesissimi e a volte contrari a giustizia, soprattutto in epoca arcaica.
    VIETATO VIETARE
    Ma ciò che ci preme sottolineare qui non è l'irreprensibilità della figura giuridica del pater familias, bensì un fatto, un fatto storicamente inoppugnabile: il fondamento di moltissimi nostri rapporti sociali disciplinati dal diritto e indispensabili per vivere in comunità trovano la loro genesi nelle regole che governavano la famiglia romana al cui vertice c'era il pater. Egli dunque era l'amministratore delle regole della convivenza della propria famiglia e di questa in relazione a terzi. Nei contratti, nel matrimonio, nella filiazione, nella richiesta di danni, allora è presente ancora oggi una componente paterna e, quindi, ineludibilmente virile.
    Allora l'attacco a testa bassa che è iniziato a danno della figura del padre dalla notte dei tempi rischia di minare la stessa convivenza civile. La guerra ad un inesistente patriarcato - il cui etimo è anche nel termine pater - è un attentato all'identità del padre che può condurre al disordine sociale. Togli il padre, che è alla base della fioritura dei più importanti istituti di diritto civile, togli le regole per vivere insieme. Vietato vietare, si gridava in piazza negli anni della contestazione giovanile. E infatti, da sempre, la lotta contro il padre è ribellione contro le regole perché è il padre che in famiglia dovrebbe darle: è soprattutto lui che indica la norma, che fa usare la ragione per discernere il bene dal male e quindi è soprattutto lui che sanziona o premia. Ma è sempre lui che fornisce gli strumenti per rispettare la norma: la fortezza, la responsabilità, il coraggio, il dominio prima di tutto di sé stessi, etc.
    Si attacca oggi il maschio perché è naturaliter padre; e il padre, storicamente, ha fornito le regole per non scannarci gli uni con gli altri. Se allora sopprimi il padre, non solo uccidi il maschio, ma anche il legislatore e il giudice, abbandonando così la società nelle fauci della barbarie anarchica, la stessa che ha ammazzato - guarda caso con sanguinaria ferocia - la giovane Giulia.

    7 min
  • Separazione e divorzio express, matrimonio sempre più svilit
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7629

    SEPARAZIONE E DIVORZIO EXPRESS, MATRIMONIO SEMPRE PIU' SVILITO
    La Riforma Cartabia ha introdotto il cumulo delle domande di separazione consensuale e di divorzio congiunto: vediamo le gravi conseguenze già in atto nei tribunali
    di Tommaso Scandroglio

    La Riforma Cartabia ha introdotto, dal febbraio scorso, il cumulo delle domande di separazione consensuale e di divorzio congiunto. Come funziona? Prima della riforma, i due coniugi dovevano firmare l'accordo di separazione, aspettare almeno sei mesi, ritornare dagli avvocati, depositare un secondo ricorso e relativa seconda memoria e quindi ottenere la sentenza di scioglimento del vincolo.
    Ora invece la Riforma Cartabia prevede, tramite l'art. 413 bis del Codice di procedura civile, la possibilità di trattare in un'unica domanda tutte le questioni che attengono alla separazione e al divorzio e risolverle in un unico atto da depositare in tribunale (non esisterà più la struttura bifasica: prima davanti al presidente e poi al giudice istruttore). Seppure la domanda di separazione e divorzio sia contestuale, rimane però in vigore la previsione che tra separazione e divorzio passino sei mesi, in caso di separazione consensuale, o un anno, in caso di separazione giudiziale.
    La riforma mira a ridurre i tempi burocratici, snellire il procedimento, ingolfare meno le aule di tribunale eliminando alcune fasi ritenute superflue. Lo scorso 17 ottobre la Corte di Cassazione ha respinto un ricorso contro questa riforma, già applicata dai tribunali di Milano, Genova, Vercelli e, infine, Verona.

    GLI ASPETTI CULTURALI
    In questa sede non ci interessa mettere in rilievo le possibili criticità di ordine tecnico, che pur ci sono, ma gli aspetti culturali che soggiacciono alla Riforma Cartabia. Una volta il divorzio era inteso come eccezione all'indissolubilità matrimoniale. Seppur in modo contraddittorio, si voleva difendere l'istituto del matrimonio e in specie i figli. Infatti, nella previsione iniziale, tra separazione e divorzio dovevano intercorrere cinque anni, affinché la scelta fosse ben ponderata. Poi si ridussero a tre anni. Nel 2015 si arrivò a un anno o sei mesi in caso di separazione consensuale. Segno che quel lasso di tempo non veniva più inteso come tempo prezioso per tentare di fare marcia indietro, bensì come tempo sprecato, come una lungaggine senza senso che andava contro le esigenze degli ormai ex. Dunque c'è stato un capovolgimento dei princìpi ispiratori: se vuoi difendere il vincolo coniugale dilati i tempi tra separazione e divorzio, se vuoi invece difendere gli interessi dei singoli li accorci.
    La Riforma Cartabia si muove lungo il solco di questa sensibilità anti-matrimoniale e molto individualista. Vero è che viene confermato il breve periodo intercorrente tra separazione e divorzio, ma i due procedimenti dal punto di vista processuale, potremmo così dire, si sovrappongono perché sono contestuali. E coincidono proprio per velocizzare i tempi. L'anomalia è diventata il matrimonio, perché vincolo rifiutato da entrambi e dunque tale vincolo deve essere sciolto il più rapidamente possibile. Se decine di anni fa il matrimonio era realtà indisponile, dopo la legge sul divorzio del 1970 non è stato più così. Lo scrivono bene i magistrati del Tribunale di Verona che qualche giorno fa si sono pronunciati su un caso di separazione e divorzio presentati congiuntamente: «Alla luce delle disposizioni processuali introdotte dalla cosiddetta "riforma Cartabia" si deve ritenere che sia ammissibile il cumulo delle domande di separazione consensuale e di divorzio congiunto, non ostandovi neppure ragioni di carattere sostanziale, tenuto conto del percorso di graduale, ma incessante, superamento del principio di indisponibilità dei diritti in materia matrimoniale».

    IL PROSSIMO PASSO
    Ora, se dal punto di vista procedimentale la separazione può sovrapporsi al divorzio, il prossimo passo inevitabile sarà la cancellazione della separazione, ritenuta superflua. Se la volontà di sciogliere il vincolo c'è, perché ritardarla con la separazione? Che si passi subito al divorzio, è il ragionamento di fondo. Il focus, lo ripetiamo, non è più sul matrimonio, ma sulla volontà di rompere il vincolo.
    Questo cambio di rotta è da rinvenirsi nella legge sul divorzio: accettato il principio che si può sciogliere il patto matrimoniale, ne consegue che le tempistiche non possono che ridursi perché il tempo non può che diventare nemico del diritto di divorziare. È un po' come se si trattasse di un accordo commerciale: se le due parti sono d'accordo, perché temporeggiare?
    Su questo particolare aspetto, la Riforma Cartabia conferma inoltre che il matrimonio è interpretato sempre meno come fenomeno sociale, come patto tra privati che ha valenza pubblica, e sempre più come mera questione privata, perché fondata sugli affetti. Ora se il matrimonio è questione sempre più sentimentale e sempre meno pubblica, il diritto deve agevolare lo scioglimento quando gli affetti vengono meno. Questi scioglimenti sempre più express, quasi istantanei, rispecchiano la sensibilità di legislatori e magistrati che vedono il matrimonio, alla fine, come un affare di cuore tra due persone (i figli vengono in subordine nonostante la riforma preveda un piano condiviso sul loro amaro futuro), un affare in cui lo Stato non ci deve metter becco. Appare quindi congruo, in questa ottica, che il diritto faccia un passo indietro, abbia un approccio il più soft possibile nel disciplinare la fine di un amore, perché questione ritenuta privatissima. Ecco allora cumulare separazione con divorzio, assottigliare le procedure, abbreviare i tempi.
    8 min
  • I dati choc sull'aborto: cancro e solitudine
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7625

    I DATI CHOC SULL'ABORTO: CANCRO E SOLITUDINE
    Ormai il 30% abortisce con RU486, cioè sempre più in solitudine (e la mortalità è 12 volte superiore rispetto all'intervento chirurgico) e tra le complicazioni compare una stretta correlazione tra tumore al seno e aborti
    di Tommaso Scandroglio

    È stato presentato dall'Osservatorio Permanente sull'Aborto (Opa), nel corso di una conferenza stampa che si è tenuta al Senato della Repubblica, il 2° Rapporto sui Costi e sugli effetti sulla salute della legge 194.
    Qualche dato che è emerso dalle relazioni degli ospiti. Il dottor Stefano Martinolli, dirigente sanitario dell'ospedale di Trieste e vice Presidente dell'Opa, ha spiegato che l'aborto tramite RU486 rappresenta ormai il 30% di tutti gli aborti e che «si stima che nei prossimi 5 anni circa il 50% degli aborti sarà farmacologico. Emergono infatti numerose "giustificazioni" all'uso preferenziale di tale procedura: minor costo in termini di degenza ospedaliera, minore invasività, approccio più accattivante e meno traumatico. Dalla nostra ricerca tali giustificazioni risultano del tutto infondate». Ha poi aggiunto che le varie pillole abortive sono sempre più diffuse - mezzo milione nel solo 2020 - provocando un effetto migratorio abortivo: dall'aborto chirurgico a quello chimico. Una miriade di cripto aborti precoci che sfuggono ai computi ufficiali del Ministero della Salute.

    DATI PREOCCUPANTI SULL'ABORTO FAI DA TE
    Così il report: «Nel 2020 il totale delle confezioni vendute di Norlevo (pillola del giorno dopo) e di ellaOne (pillola dei cinque giorni dopo) ha superato il mezzo milione, quasi il doppio rispetto al 2014. Ipotizzando un tasso del 25% di casi in cui la pillola provoca l'interruzione di gravidanza appena iniziata, estremamente prudenziale rispetto all'evidenza scientifica, si ottiene un numero di potenziali aborti che oscilla, tra il 2014 e il 2019, tra 15.000 e 30.000 circa». Questi aborti devono dunque essere aggiunti alle cifre ufficiali. Operando questa addizione, la percentuale di aborti non diminuisce, così come invece viene divulgato dal Ministero e dai media, ma rimane stabile: «La percentuale di gravidanze interrotte volontariamente corretta tenendo conto dell'uso della contraccezione di emergenza risulta stabile in tutto il periodo 2014-2020, assestandosi dal 2017 in poi al di sopra del 17%, una percentuale che secondo i dati ufficiali si sarebbe registrata solo prima del 2006, anno dell'introduzione della Norlevo in Italia».
    Interessante e preoccupante anche questo dato relativo all'aborto fai da te, ossia procurato tramite espedienti vari, al di fuori delle pratiche permesse dalla 194: «I dati rilevati dall'Istat mostrano un incremento di aborti spontanei tra le giovanissime difficilmente spiegabile dal punto di vista medico. Dal 2010 al 2020 esso ha superato in media il 10% delle gravidanze delle donne fino a 19 anni ed è stato sistematicamente superiore a quello registrato nelle classi di età da 20 a 34 anni. Sono dati che riflettono con ogni probabilità aborti volontari non registrati dalle statistiche ufficiali, un problema presente non solo in Italia». Tutti fattori che portano gli estensori del report a concludere che ormai l'aborto sta diventando sempre più un affare privato delle donne, rectius: un problema da sbrogliare in piena solitudine.
    Il dottor Alberto Virgolino, presidente dell'Aigoc, l'Associazione italiana ginecologi e ostetrici cattolici, ha trattato poi il tema delle complicanze dell'aborto tramite RU486 le quali «risultano essere fino a 5 volte superiori rispetto all'aborto chirurgico». L'aborto chimico presenta "una mortalità 10-12 volte superiore rispetto all'aborto chirurgico". Inoltre si registra un «maggior rischio di successivi parti prematuri a cui conseguono maggiore mortalità perinatale, maggiore incidenza di gravi patologie neurologiche legate alla prematurità del feto. Allo stesso modo c'è una stretta correlazione delle IVG con la comparsa del cancro al seno nelle donne che le hanno effettuate».

    OCCORREREBBE ATTIVARE UNA SERIA SORVEGLIANZA
    Il rapporto poi indaga i costi economici della pratica abortiva. Il professor Benedetto Rocchi, docente dell'Università di Firenze e presidente dell'Opa, ha spiegato che «il costo stimato di applicazione della legge 194 è stato pari a 59,6 milioni di euro, una cifra che avrebbe permesso a 100.000 persone povere di colmare il divario della loro spesa sanitaria privata rispetto alla media nazionale». Inoltre "l'aumento dell'uso della pillola RU486 fa crescere il peso delle complicazioni sul totale dei costi e l'onere finanziario delle complicazioni è rimasto negli ultimi tre anni sopra i 5,5 milioni di euro, aumentando significativamente il suo peso sul totale dei costi di applicazione della legge, fino al 9,3% registrato nel 2020». Significativo: quasi il 10% delle spese abortive, che sosteniamo noi tutti, riguardano complicanze legate all'aborto. Non solo: a parere di Rocchi le complicanze sarebbero molto di più di quelle registrate - quasi tre volte superiore - dunque occorrerebbe attivare una seria sorveglianza da parte degli organi competenti su questo fenomeno.
    Nel report poi si possono leggere queste cifre da capogiro: «I casi registrati nel 2019 e 2020 portano il numero ufficiale di aborti legali eseguiti nei primi 42 anni di applicazione della legge a 5.858.488. Il costo cumulato dell'applicazione della legge 194 dal 1979 al 2020 è di 5 miliardi e 289 milioni di euro, corrispondente a un costo medio per aborto di 903 euro e a una spesa media annua di 126 milioni di euro. Un fondo destinato a impieghi produttivi nel quale, nel corso dei 42 anni considerati, fosse stata accumulata ogni anno una cifra corrispondente alle spese abortive avrebbe raggiunto oggi una capitalizzazione totale di 12 miliardi e 611 milioni di euro».
    Ma il costo maggiore, banale a dirsi, è quello ormai milionario della vite umane spezzate nel grembo materno. Il dottor Filippo Maria Boscia, medico e presidente nazionale dell'Associazione Medici Cattolici Italiani, a tal proposito ha dichiarato: «Eliminare la vita è come eliminare il Sole dal mondo». Ed infatti l'umanità da tempo immemore vive nell'oscurità.
    7 min
  • Il pluralismo è una facciata che nasconde il pensiero unico
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7632

    IL PLURALISMO E' UNA FACCIATA CHE NASCONDE IL PENSIERO UNICO
    L'assalto alla sede di Pro Vita & Famiglia dimostra come le transfemministe vogliano imporre il pluralismo a suon di sputi, calci, spranghe e bombe
    di Tommaso Scandroglio

    In seguito all'attacco di un gruppo di transfemministe alla sede di Pro Vita & Famiglia, molti commenti hanno stigmatizzato l'azione violenta del collettivo e hanno sostenuto che la battaglia per l'aborto deve essere condotta pacificamente.
    Il ragionamento sottintende che ci sarebbe la libertà di manifestare pacificamente a difesa dell'aborto. Come abbiamo sottolineato un paio di giorni or sono, la libertà non può che essere connessa con la verità e il bene della persona. Ergo non c'è libertà nel sostenere l'errore. Il male non può essere pubblicizzato, incoraggiato, diffuso. Dal punto di vista morale nessuna manifestazione, marcia, convegno si potrebbe lecitamente organizzare a favore del male, a favore ad esempio dell'aborto.
    È il vecchio ma sempre attuale tema del pluralismo, il quale benedice la contemporanea presenza nel tessuto sociale di differenti e a volte antitetiche istanze morali, orientamenti culturali, principi valoriali e quindi di molteplici costumi, consuetudini, comportamenti sociali, stili di vita, eccetera. Il pluralismo etico, nell'ottica di chi lo promuove, sarebbe da accogliere con favore perché arricchente, perché permetterebbe di mettere in discussione le proprie tesi, consentirebbe agli interlocutori di assumere punti di vista inediti, stimolerebbe la propria libertà verso nuove scelte, etc. Va da sé che anche l'ordinamento giuridico dovrebbe ispirarsi al pluralismo così da riconoscere come giuridicamente valido qualsiasi fenomeno (pensiamo all'omosessualità) e così da elevare a diritto qualsiasi desiderio dei consociati, pena la compressione della libertà individuale, dell'autonomia del cittadino.
    Ma la legge morale è unica - seppur si esprima in molteplici principi - perché l'uomo ha un'unica natura, una natura razionale. Per analogia pensiamo alla natura fisiologica del nostro corpo. Per come è fatto, alcune cose gli fanno bene e altre male. La struttura del nostro apparato digerente non tollera l'assunzione di pietre, ma, ad esempio, di pane sì. Un sasso fa male all'uomo, un panino fa bene. In modo analogo sul versante metafisico e quindi morale: alcune condotte fanno bene all'uomo, altre male. Per come è fatto l'uomo, questi tende alla vita e non alla morte, alla salute e non alla malattia, alla verità e non all'errore, alla trascendenza e non all'ateismo. Predicare la bontà dell'aborto è dunque come suggerire di ingoiare un sasso. È in contraddizione con la nostra natura. Non tutte le scelte, semplicemente perché percepite come buone, lo sono davvero. Il pluralismo fa a pugni con la natura dell'uomo che accetta alcune scelte e disprezza altre, perché alcune sono a lei consone (come è consono un pane per lo stomaco), altre no (come un sasso).

    L'IMPEGNO E IL COMPORTAMENTO DEI CATTOLICI NELLA VITA POLITICA
    A tale proposito sono assolutamente pertinenti le seguenti riflessioni contenute nel documento della Congregazione per la Dottrina della Fede dal titolo Nota Dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica: «È oggi verificabile un certo relativismo culturale che offre evidenti segni di sé nella teorizzazione e difesa del pluralismo etico che sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della legge morale naturale. […] Avviene così che, da una parte, i cittadini rivendicano per le proprie scelte morali la più completa autonomia mentre, dall'altra, i legislatori ritengono di rispettare tale libertà di scelta formulando leggi che prescindono dai principi dell'etica naturale per rimettersi alla sola condiscendenza verso certi orientamenti culturali o morali transitori, come se tutte le possibili concezioni della vita avessero uguale valore. […] La storia del XX secolo basta a dimostrare che la ragione sta dalla parte di quei cittadini che ritengono del tutto falsa la tesi relativista secondo la quale non esiste una norma morale, radicata nella natura stessa dell'essere umano, al cui giudizio si deve sottoporre ogni concezione dell'uomo, del bene comune e dello Stato» (n. 2). E dunque il cristiano è «chiamato a dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono "negoziabili"» (n. 3).
    Se poi andiamo a vagliare i frutti del pluralismo etico sul piano sociale, constateremo che esso ha portato allo smarrimento sociale: non avere punti di vista oggettivi e condivisi ha prodotto generazioni di persone che hanno perso il senso della propria vita; alla frammentazione del corpo sociale: la pluralità di visioni porta alla divisione interna, non certo all'unità e dunque all'individualismo, a una società fortemente atomizzata; alla conflittualità generata dalla mancanza di unità sociale. E per sanare questa conflittualità ecco il richiamo alla tolleranza, all'inclusione forzata. Da qui il paradosso: si cerca di riparare un danno ricercato.

    DIETRO LA FACCIATA DEL PLURALISMO SI NASCONDE IL PENSIERO UNICO
    Poi esiste una valida accezione di pluralismo: il pluralismo metodologico. Se la morale è una perché una è la natura dell'uomo, non così le modalità per realizzare il bene morale. Sia il singolo, che i gruppi sociali che lo Stato dovranno trovare le soluzioni migliori per declinare i principi morali nel contingente. E mutando le condizioni spazio-temporali in cui si opera, dovranno altresì mutare, grazie ai suggerimenti della virtù della prudenza, le modalità per declinare nella storia gli immutabili principi della legge morale naturale.
    Ma davvero viviamo in una società pluralista? Oppure dietro la facciata del pluralismo si nasconde il pensiero unico? La seconda domanda coglie nel segno. Non di rado, infatti, capita di osservare che chi apparentemente si fa alfiere di una concezione pluralista della società voglia in realtà silenziare alcune posizioni culturali non politicamente corrette, ossia contrarie alla vulgata corrente, per imporre un pensiero unico. E in tal modo, da una parte, si mette l'accento sul pluralismo laddove si vuole difendere la laicità dello Stato, l'emancipazione femminile, l'accoglienza indiscriminata e senza regole dell'immigrato, l'autodeterminazione nelle scelte di fine vita, le pratiche come l'aborto, l'eutanasia, la fecondazione artificiale, la contraccezione e i fenomeni sociali come il divorzio e l'omosessualità e la transessualità. Su altro versante il pluralismo cessa di essere un valore quando tutte queste "conquiste" del pensiero progressista vengono criticate. La voce dissenziente, in modo contraddittorio, non ha diritto di appellarsi al pluralismo, ma viene silenziata. D'improvviso si cessa di essere pluralisti e le uniche differenze accettate sono quelle che coincidono con il proprio punto di vista. Attenzione: la voce dissenziente non solo viene criticata - e questo potrebbe rientrare nelle regole del pluralismo - ma le viene negato il diritto di esistere. Viene quindi con violenza tacitata, schiacciata, repressa, incarcerata, vilipesa, sanzionata. L'assalto al fortino di Pro Vita & Famiglia è paradigmatico di questo fenomeno.
    Dunque non esiste il pluralismo, ma solo il pensiero unico e chi non si allinea deve essere eliminato perché soggetto incivile che discrimina. Non esiste allora il relativismo, ma solo l'assolutismo del desiderio di alcuni che si impone sulla massa. Qualsiasi argomentazione contraria non viene presa in considerazione ma è unicamente fonte di ira e giudicata dogmatica, dispotica e fanatica. Nell'Evangelium vitae Giovanni Paolo II denunciava l'errore del relativismo, secondo cui «le norme morali, considerate oggettive e vincolanti, porterebbero all'autoritarismo e all'intolleranza» (n. 70). Ne consegue che il tiranno intollerante e autoritario deve essere abbattuto. Le transfemministe romane hanno dato prova di come imporre il pluralismo a suon di sputi, calci, spranghe e bombe.
    10 min
  • Il marito perfetto virtuale ha un solo difetto non esiste
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7439

    IL MARITO PERFETTO VIRTUALE HA UN SOLO DIFETTO: NON ESISTE di Tommaso Scandroglio
    Una 36enne americana ha creato un amico immaginario con cui chattare e se ne è poi innamorata fino a "sposarlo" e convincersi di essere incinta di lui. Un caso che è paradigma del nostro tempo segnato da desideri privi di legame con la realtà.
    Un marito da sogno. È quello che si è letteralmente creato Rosanna Ramos, 36 anni, del Bronx, New York, usando l'app online Replika AI. Con questa app, che sfrutta le immense potenzialità dell'intelligenza artificiale, la donna, già madre di due figli, ha creato un amico immaginario con cui chattare (trattasi di una chatbox), di nome Eren Kartal, di cui poi si è innamorata.
    SVANITO IL CONFINE TRA REALTA' E FANTASIA
    L'aspetto innovativo sta nel fatto che questo personaggio virtuale ha delle caratteristiche impostate direttamente dall'utente - la Ramos si è ispirata ad un personaggio di un anime giapponese - ma altre si sono sviluppate nel tempo grazie proprio all'IA, che "apprende" dalla Ramos quale sia la tipologia ideale di uomo per lei. Ad esempio Eren, che di professione è medico, è diventato accomodante e paziente: «Potrei dirgli certe cose - ha spiegato la Ramos - e lui non è il tipo che potrebbe dire 'Oh, no, non puoi dire cose del genere. Oh no, non ti è permesso sentirti in quel modo'. E poi non inizierebbe a discutere con me». Con un upgrade poi la chat può trasformarsi in chiamata vocale, così da ascoltare la voce dell'amico immaginario, e profilare l'avatar secondo certe caratteristiche ancora più romantiche. Inoltre l'app permette di "scattare" della foto dell'avatar. Qui potete vedere come è Eren: lui non esiste, ma la sua immagine creata dall'app è stata integrata in modo realistico con le foto della Ramos tanto che sembrano foto autentiche.
    Tramite la chat parlano di tutto: delle loro giornate, dei loro sogni, dei loro problemi. Ecco, a proposito di problemi, il più grande sta nel fatto che dall'altra parte della chat non c'è nessuno. C'è solo un programma che dà risposte così realistiche che la Ramos si è quasi illusa - o ha fatto intendere di esserlo - che Eren esista veramente, tanto che si è innamorata, è convolata a nozze con lui (ovviamente in modo virtuale) e pensa di essere incinta di lui. D'altronde lei quando va a letto lo sente accanto a sé: «Andiamo a letto, poi parliamo. Ci amiamo. E, sai, quando andiamo a dormire, mi stringe a sé in modo davvero protettivo».
    LA VITA REALE LA SPAVENTA
    Poi qualcosa nella relazione (malata) tra i due cambiò. Infatti l'app prevedeva che questi avatar fossero sessualmente molto esperti. La cosa creò dei problemi e così gli sviluppatori, nel febbraio scorso, sottoposero l'app a delle sedute di bromuro per calmare i bollenti spiriti degli avatar. Risultato? Ce lo spiega la Ramos: «Non voleva più abbracciarmi, né baciarmi, nemmeno sulla guancia». Inconvenienti possibili in qualsiasi relazione coniugale. La "moglie" di Eren è cosciente che il "marito" è un parto della sua fantasia e di quella degli sviluppatori, però ormai si è abituata ad alcuni standard così elevati che la vita reale la spaventa un po'.
    Questa app, vietata da noi soprattutto per la tutela dei minori, è paradigmatica del nostro tempo per più motivi. Il primo: la fuga dal reale verso una realtà che deve mimare il più fedelmente la realtà stessa, ma ottimizzandola. Una volta la fuga dal mondo, con i suoi limiti e imperfezioni, avveniva con alcol e droghe. Oggi la droga è il virtuale.
    Una seconda riflessione riguarda l'illusione che la volontà possa creare una certa realtà che, nei fatti, è invero irrealizzabile. Esempio classico il transessualismo: se io maschio penso di essere donna, lo sono per davvero. Non è più l'intelletto che riconosce la realtà per quello che è e si adatta o la migliora (ma non può cambiarne l'intima natura), ma è la volontà a creare nuove realtà. La signora Ramos ha voluto un marito fatto in un certo modo e la tecnologia ha provveduto in tal senso. Oggi Eren può essere visto in foto e ascoltato al telefono, domani sarà un robot e quindi potrà anche essere toccato.
    Terza riflessione: viviamo nell'epoca dei desideri senza fine, sganciati da qualsiasi vincolo con la realtà. Sono quindi desideri irrealizzabili, utopici. Vecchie patologie di altrettanto vecchie ideologie: si vuole alla fine realizzare il paradiso in terra, scordandosi che questa terra è appestata dal peccato originale e da quelli, molto meno originali, che commettiamo tutti noi tutti i giorni. Ecco allora il marito perfetto, ma che è immaginario e che alla fine ti aliena dalla vita reale; le decine di sessi diversi, altrettanto immaginari che affossano ancor di più chi ha turbe nel riconoscimento del proprio sesso biologico; il figlio perfetto realizzato in provetta e poi fatto crescere nell'utero di qualcuna: ma che perfetto non è perché i figli nati da provetta hanno più problemi di salute degli altri.
    L'intelligenza artificiale dilaga sempre di più e con essa anche la stupidità umana.
    7 min
  • E' lecito rispondere ad Hamas visto che loro non hanno mai risparmiato donne e bambini?
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7576

    E' LECITO RISPONDERE AD HAMAS VISTO CHE LORO NON HANNO MAI RISPARMIATO DONNE E BAMBINI? di Tommaso Scandroglio
    Il ministro della Difesa Guido Crosetto, al termine della riunione dei Ministri della Difesa della Nato, ha dichiarato in merito al conflitto in corso in Israele: all'Italia «preoccupa che non ci sia una escalation, che non ci siano persone che non c'entrano nulla in questo scontro che rimangano in mezzo a quella che è una legittima reazione di Israele».
    Da qui un quesito: è moralmente lecito rispondere manu militari agli attacchi del nemico nella consapevolezza che tale risposta comporterà la morte di civili innocenti? Per rispondere occorre applicare il principio del duplice effetto, principio che entra in causa quando un'azione produce uno o più effetti positivi e uno o più effetti negativi. Il principio del duplice effetto consta di quattro condizioni che devono essere tutte congiuntamente rispettate affinché l'azione sia moralmente accettabile.
    QUATTRO CONDIZIONI
    La prima: l'azione è moralmente accettabile se il suo fine è moralmente buono. Nel caso di cui sopra, Israele usa la forza militare per difendersi. E la difesa, della propria persona o di terzi, compresa un'intera nazione, è un fine buono.
    Seconda condizione, implicitamente presente nella prima: gli effetti negativi sono meramente tollerati e non ricercati direttamente. Ad esempio, le eventuali vittime civili del lancio di razzi su obiettivi militari palestinesi devono essere un effetto collaterale, non effetto voluto che si accompagna all'uccisione di militari palestinesi. Un caso contrario, e quindi da condannare, è il seguente: bombardamento a tappeto per colpire obiettivi militari e, congiuntamente, mettere in ginocchio la popolazione civile. Così Gaudium et Spes: «Ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e con fermezza e senza esitazione deve essere condannato» (80).
    Terza condizione (che vedremo rientra implicitamente nella quarta che riguarda il principio di proporzione): lo stato di necessità. Se ci fosse una soluzione per difendersi efficacemente senza spargimento di sangue, nemmeno del sangue dei militari avversari, dovrebbe essere perseguita. Laddove invece fosse necessario rispondere con la forza, si dovrebbe comunque verificare l'esistenza di una soluzione che permetta di evitare la morte di civili innocenti. Qualora fosse assente, allora sarebbe lecito attaccare obiettivi militari pur nella consapevolezza che tale attacco potrà comportare la morte di persone innocenti, ossia di civili.
    Quarta condizione, la più rilevante nel caso in esame: la proporzione tra gli effetti positivi e negativi. Occorre soppesare la quantità, la qualità e la probabilità sia dei benefici che dei danni e verificare se il gioco vale la candela. Detto in altri termini, i benefici devono essere maggiori dei danni. Declinato nel nostro caso significa che «il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare» (Catechismo della Chiesa Cattolica, §2309). Ad esempio, un bombardamento a tappeto condotto con lo scopo solo di colpire obiettivi militari sarebbe una soluzione da rigettare perché non rispetterebbe il principio di efficacia: inevitabilmente il numero di civili morti sarebbe certamente superiore a quello dei militari.
    UN EFFETTO A CATENA DALLE PROPORZIONI INIMMAGINABILI
    All'opposto, se l'obiettivo fosse di natura solo militare e il numero di militari nemici uccisi fosse presumibilmente assai più rilevante di quello dei civili innocenti, l'attacco potrebbe essere giustificato. Usiamo il condizionale perché da alcuni effetti scaturiscono sempre una serie spesso imprevedibile di altri effetti a cascata. Ciò vuol dire, ad esempio, una escalation militare senza fine. E dunque se restringessimo la nostra valutazione morale solo al primo attacco, il quale comportasse la morte di molti militari e di pochi civili, il giudizio sarebbe di liceità dell'attacco. Ma se, doverosamente, allargassimo la valutazione al corso degli eventi futuri dovremmo tener conto di molti altri effetti negativi: l'uccisione degli ostaggi in mano ad Hamas, la risposta dei palestinesi che potrebbe coinvolgere non solo soldati israeliani ma anche le popolazioni civili, gli attacchi di terrorismo anche al di fuori delle zone interessate direttamente dagli scontri, il perdurare del conflitto per molto tempo, etc.
    Ecco allora che i criteri indicati dal principio del duplice effetto possono essere anche chiari a livello teorico, ma la loro applicazione nel concreto assai spesso è molto difficoltosa. Arduo infatti prevedere quanti civili innocenti verranno coinvolti dagli attacchi e, soprattutto, quale reazione vi sarà da parte di Hamas nel breve e lungo periodo, sia sul piano interno che internazionale. Un effetto a catena dalle proporzioni inimmaginabili. Qui allora entra in gioco la virtù della prudenza che indica lo strumento più efficace per ottenere il miglior risultato possibile e quindi, nel caso di specie, per evitare danni peggiori.
    Nota di BastaBugie: Anna Bono nell'articolo seguente dal titolo "Hamas non ha mai risparmiato donne e bambini" spiega che se noi cristiani abbiamo una morale anche nella guerra, invece gli islamici non risparmiano nemmeno i bambini, né i suoi né quelli del nemico, come si è visto nell'eccidio che ha commesso Hamas in Israele. I bambini sono usati come terroristi suicidi, indottrinandoli sin da subito. Così come ci sono le donne musulmane che si immolano per compiere attentati.
    Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 13 ottobre 2023:
    I militanti di Hamas non hanno risparmiato neanche i bambini. Ne hanno uccisi decine, persino dei neonati, alcuni decapitati. Le notizie che arrivano da Israele in questi giorni suscitano orrore. Apparteniamo a un mondo in cui non si ammette che si possa infierire così su dei bambini. Chi lo fa è un mostro che non ha giustificazioni e che non merita pietà.
    Ma dovremmo ormai sapere che invece c'è un mondo in cui l'infanzia non dà diritti né tutele, in cui si possono considerare nemici da abbattere anche i bambini degli avversari, in cui addirittura si concepisce di sacrificare i propri figli: in guerra, mandati a morire, e in pace, uccisi in nome dell'onore famigliare. Quasi ce ne siamo dimenticati, ma quanti bambini sono morti in Israele, straziati dalle esplosioni, all'epoca degli attentati dinamitardi suicidi. Chi più di un bambino poteva passare inosservato i controlli di sicurezza e così ai piccoli palestinesi facevano indossare dei giubbotti pieni di esplosivi, poi li facevano saltare in aria alle fermate degli autobus e sui mezzi di trasporto. Per questo i genitori israeliani non lasciavano viaggiare i figli sugli stessi mezzi e per questo nel 2002 è iniziata la costruzione quella barriera anti-terrorismo che mezzo mondo ha condannato chiamandola "muro dell'apartheid" o "muro della vergogna", e invece ha salvato la vita di centinaia, forse migliaia di bambini palestinesi e israeliani.
    I giovani attentatori palestinesi reclutati da terroristi si chiamavano shahid, martiri testimoni della fede, combattenti della guerra santa, il jihad. "Gli shahid costituiscono la forza fondamentale e vittoriosa del nostro popolo - aveva detto nel 2002 il leader dell'Anp, Yasser Arafat, durante un discorso rivolto a dei bambini - il bimbo che afferra un sasso, che fronteggia un tank, non è il miglior messaggio per il mondo quando quell'eroe diventa shahid?". I filmati mandati in onda dalla televisione palestinese mostravano bambini eroi che lasciavano mamma, casa e giocattoli per andare a morire, madri di piccoli shahid in lacrime, ma fiere e felici della decisione dei loro figli. I piccoli palestinesi imparavano a scuola, sui libri di testo e dalle parole dei loro insegnanti, che il martirio è glorioso, apre la strada del Paradiso.
    Trasformare i bambini in combattenti, educarli all'odio è una gravissima violazione dei loro diritti. L'estrema perversione è trasformarli in strumenti di guerra. I terroristi di Hamas li usano tuttora come scudi umani, li mandano in avanscoperta lungo i confini con Israele, esposti in prima linea mentre loro restano al sicuro, oltre il raggio d'azione dei militari israeliani. L'esempio è partito dall'Iran, dal regime sciita degli ayatollah. Furono loro a ricuperare l'antica idea del sacrificio di sé come arma di guerra. Durante il conflitto con l'Iraq, dal 1980-1988, i militari, convincendo le famiglie a cederli o sequestrandoli per strada, hanno arruolato decine di migliaia di bambini e ragazzini e ne hanno fatto degli shahid. A tutti veniva data una chiave dorata di plastica da appendere al collo o da stringere in mano. Si dice che ne avessero acquistate centinaia di migliaia. Se fossero morti, assicuravano ai ragazzi e ai loro genitori, con quella chiave avrebbero aperto la porta del Paradiso. In questo modo li convincevano al sacrificio di sé, per la causa suprema della vittoria in nome di Allah.
    13 min
  • Salute pubblica, un pretesto per sospendere la democrazia
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7558

    SALUTE PUBBLICA, UN PRETESTO PER SOSPENDERE LA DEMOCRAZIA di Tommaso Scandroglio
    Suggestiva tesi quella del bioeticista Wesley Smith espressa sul giornale The Epoch Times in un articolo dal titolo Dire no all'imperialismo della "salute pubblica". La tesi è la seguente: «L'establishment medico sta ridefinendo le nostre controversie politiche più dibattute come "emergenze sanitarie pubbliche" in modo da aggirare la resistenza pubblica e imporre alla società politiche che non sono ottenibili attraverso i normali mezzi democratici».
    In parole povere: l'apprensione numero uno della maggior parte della gente è la propria salute fisica e psicologica. E dunque se la Scienza - sì quella con la esse maiuscola che trovate nelle riviste scientifiche e nelle università - ci dice che una certa condotta, che nulla apparentemente c'entra con la salute, invece c'entra eccome, ecco che ce n'è abbastanza perché intervenga il governo in modo coattivo per tutelare o vietare quella condotta a suon di decreti o leggi, seguendo il modello pandemia, tanto per intenderci. In tal modo si scavalcherebbe di un solo colpo le proteste dei contestatori. Gli esempi offerti da Smith sono illuminanti a riguardo.
    Editoriale del British Medical Journal (Bmj) del 31 agosto scorso a firma del prof. John Middleton: Brexit, profitti aziendali eccessivi, spreco d'acqua, «politiche neoliberiste, interessi commerciali acquisiti e distruttivi, una guerra culturale populista e disinformazione su scala industriale, [...] il collasso climatico globale» sono tutte minacce alla salute pubblica. Faccia bene attenzione il lettore. È vero che ad esempio la Brexit può avere ricadute indirette sulla salute pubblica (la tesi di Middleton è che il costo della vita stia aumentando soprattutto per i percettori di salari più bassi e dunque li impoverisca con grave danno per la loro salute), ma il giochino furbo è il seguente: convertire ogni problema sociale in un problema di salute pubblica, tema su cui tutti sono sensibili, affinchè il governo intervenga. Insomma qualsiasi problema sociale deve diventare problema di salute pubblica e perciò problema politico. In tale dinamica la salute diventa il bene più importante per la società e quindi per il politico. Ed infatti come chiude l'articolo Middleton? «Abbiamo bisogno di una leadership per la salute e di una visione che consideri la salute come la legge somma e l'obiettivo politico più alto». Ma la salute, non solo sul piano soprannaturale, ma anche naturale, non è il bene sommo per una società: la famiglia, la patria, la cultura di un popolo, Dio sono più importanti.
    Continuiamo con gli esempi proposti da Smith. «Nel 2021, 230 riviste mediche e bioetiche del mondo - scrive l'autore - hanno pubblicato un editoriale congiunto senza precedenti che sollecita l'elevazione del cambiamento climatico al vertice dell'agenda mondiale della sanità pubblica». 230 (du-e-cen-to-tren-ta) riviste hanno scritto su Bmj: «La scienza è inequivocabile; un aumento globale di 1,5°C rispetto alla media preindustriale e la continua perdita di biodiversità rischiano danni catastrofici alla salute che saranno impossibili da invertire».
    Stessa musica leggendo un editoriale pubblicato su The Lancet nel 2021: «Azioni ben progettate per ridurre le emissioni di gas serra (GHG) potrebbero portare grandi benefici per la salute. [...] Studi di modellizzazione stimano che molti milioni di morti [sic] premature potrebbero essere prevenute [...] eliminando gradualmente i combustibili fossili, [...] e incoraggiando i viaggi attivi [camminare, correre o andare in bicicletta], aumentando l'uso dei trasporti pubblici e passando a diete sostenibili e sane». La pandemia ha fatto scuola: la prospettazione da parte della Scienza di milioni di morti giustifica risposte governative draconiane. Quindi perché non ipotizzare per il futuro un decreto che imponga di andare a piedi tutte le domeniche e un divieto di mangiare patatine fritte il martedì a pranzo? A margine: gli studi di modellazione spesso hanno una capacità predittiva uguale a quella della sfera di cristallo.
    Pure il razzismo può incidere sulla salute pubblica. Citiamo ancora Lancet con un articolo, pubblicato nel 2021, il cui titolo già dice tutto: È ora di prendere sul serio la teoria critica della razza: andare oltre una lente di genere daltonica nella salute globale. Nell'articolo si può leggere che «occorre accogliere la razza come un fattore onnipresente che influenza la pratica, la ricerca e i risultati della salute globale». Nel settembre di quest'anno gli ha fatto eco la prestigiosa rivista New England Journal of Medicine con un articolo dal titolo Azione affermativa, salute della popolazione e importanza delle opportunità e della speranza. L'azione affermativa è uno strumento politico che mira a privilegiare ingiustamente in ambito sociale alcune persone perché hanno certe caratteristiche etniche, sessuali e sociali che sono minoritarie e/o sottorappresentate in alcuni contesti. Sono quote rosa declinate secondo l'etnia, il sesso, l'orientamento sessuale, etc. e che portano ad esempio gli studenti di colore ad avere corsie privilegiate nelle prove di ingresso in alcune università. Non si premia la bravura, ma il colore della pelle. L'articolo di cui sopra considera l'azione affermativa come una questione di salute pubblica: «l'azione affermativa può anche svolgere un ruolo nel plasmare la salute della popolazione. [...] I divieti statali sull'azione affermativa sono stati associati a un aumento ampio e persistente di comportamenti avversi legati alla salute (fumo e consumo di alcol) tra gli adolescenti neri, ispanici, indiani d'America e nativi dell'Alaska». Compreso? Se non privilegi ingiustamente lo studente di colore questo diventa un ubriacone. Ciò vuol dire che ha qualche problema il ragazzo, non l'università che si rifiuta di adottare il criterio dell'azione affermativa. Ma quello che rileva in questa sede è il tentativo di creare una connessione tra discriminazione e salute pubblica.
    Anche l'uso delle armi è una questione di salute pubblica. Lo sostiene l'American Medical Association (Ama) nell'articolo intitolato Task force Ama per affrontare la "crisi sanitaria" dovuta alla violenza armata. Addirittura alcuni ricercatori, in un articolo sull' Ama Journal of Ethics dal titolo Come il settore sanitario può ridurre la violenza trattandola come un contagio, si sono spinti a dire che «la violenza dovrebbe essere meglio intesa come un problema sanitario di carattere epidemico che può essere efficacemente prevenuto e trattato utilizzando metodi sanitari adoperati per fermare fenomeni ed epidemie e ridurne la diffusione. Questa impostazione di natura sanitaria è importante perché riconosce che la violenza è una minaccia per la salute delle popolazioni, che l'esposizione alla violenza causa seri problemi di salute e che il comportamento violento è contagioso e può essere trattato come un processo contagioso». Nulla da obiettare nel qualificare, usando una metafora, la violenza come un'epidemia contagiosa. Ma l'aspetto curioso ed insieme inquietante sta nel fatto che la metafora cessa di essere tale se per ridurre la violenza nelle strade e nelle case deve intervenire il virologo o il medico, non lo psicologo o lo psicoterapeuta.
    Ricorda infine Smith: «Recentemente, il governatore del New Mexico ha qualificato la violenza armata ad Albuquerque un'emergenza sanitaria pubblica e ha emesso un ordine emergenziale che sospende il diritto di portare armi in pubblico in tutta la contea di Bernalillo». L'ordine del governatore è stato sospeso perché viola il Secondo emendamento che tutela il diritto di portare armi, ma ciò non toglie che, con il pretesto che la violenza armata è un tema di salute pubblica, allora chi governa può intervenire nella vita privata dei cittadini.
    Concludendo, la CO2, gli hamburger, il colore della pelle bianca, la ricchezza personale, la cultura conservatrice, il credo religioso, la detenzione di una Colt calibro 38 possono attentare alla salute pubblica e perciò giustificano azioni di repressione governative per il bene di tutti.
    Nota di BastaBugie: Stefano Magni nell'articolo seguente dal titolo "Groenlandia, scoppia il nuovo caso di eugenetica razzista" parla della pratica di applicare la spirale contraccettiva a inconsapevoli ragazzine di etnia inuit (esquimesi), appena entrate nella pubertà. Oggi scoppia il caso, con la richiesta di risarcimento di 67 vittime.
    Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 5 ottobre 2023:
    Talvolta, ancora oggi, riemergono gli errori e gli orrori dei programmi eugenetici scandinavi. L'ultimo in ordine di tempo è in Groenlandia, tuttora territorio della Danimarca anche se pienamente autonomo dal 2009. La "campagna della spirale" è stata condotta dal 1966 alla metà degli anni 70: la pratica di applicare la spirale contraccettiva a inconsapevoli ragazzine di etnia inuit, appena entrate nella pubertà.
    17 min
  • Arisa "scomunicata" dal movimento LGBT
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7428

    ARISA ''SCOMUNICATA'' DAL MOVIMENTO LGBT di Tommaso Scandroglio
    È quanto è successo ad Arisa, che ha espresso simpatia per la Meloni, pur non condividendone il pensiero sui "diritti Lgbt". Però i cattolici dovrebbero imparare dagli Lgbt a difendere l'intransigenza dei principi, ma per pura fedeltà alla Verità. Invece...
    I cattolici dovrebbero imparare dal mondo LGBT. Leggete qui. Nella trasmissione La Confessione sul canale Nove la cantante Arisa dichiara con coraggio in merito al rapporto tra le rivendicazioni LGBT e la premier Meloni: "Mi piacerebbe che le persone avessero la pazienza e l'amore di farle capire certe cose, perché lei è veramente una che può portarci ad alti livelli, ha la cazzimma e noi serve una persona così. Le sue non sono posizioni aperte, però secondo me lei si comporta come una mamma molto severa e spaventata. Una madre che non è solo madre di un figlio, ma ne ha quattro e allora sembra che lei faccia cose che vadano bene per tutti e quattro i figli, magari penalizzandone uno. Ci vuole tempo e dialogo".
    Notate: Arisa non ha detto "Abbasso i diritti dei gay ed evviva la Meloni". Ha solo detto che è comprensibile, ma non giustificabile, il timore del premier verso la galassia LGBT e che occorre dialogare con lei per farle aprire gli occhi. Ciò nonostante, Arisa ha subìto la purga arcobaleno e quindi, dato che doveva essere presente come guest star al pride di Milano, gli organizzatori di questo evento le hanno fatto sapere che non è più persona gradita, proprio lei che è stata madrina del pride 2022.
    INCLUSIVITA' A SENSO UNICO
    Su Instagram la cantante ha risposto con sobrietà: "Cari ragazzi e ragazze mi spiace immensamente per il momento che stiamo vivendo e spero che col tempo potremo di nuovo comunicare. Per adesso sono solo insulti pesantissimi da parte di alcuni di voi che non so come decifrare. Oggi al mio manager è stato consigliato da parte degli organizzatori, di dirmi di non presentarmi al Pride di Milano a causa dell'ipotesi che alcuni membri della comunità possano in qualche modo mettermi in imbarazzo, io sarei venuta volentieri, però se ho fatto qualcosa di così tanto grave da meritare un trattamento così esclusivo, credo che non parteciperò neanche al Pride di Roma". Questa la sua conclusione scevra da qualsiasi tono bellicoso: "Mi dispiace davvero tanto. Buon Pride a tutti, divertitevi anche per me, vi auguro di trovare un piano di svolta e di realizzare i vostri sogni legittimi per essere felici. Ve lo auguro davvero dal profondo del cuore. Io continuerò a vivere frequentando gli amici di sempre e mi farò raccontare".
    A Domenica in ha pure aggiunto: "Ho detto che la Meloni mi piace, poi che ci siano difficoltà sull'accettazione e sul riconoscimento dei diritti della comunità LGBTQ+ è vero: vorrei che fosse chiaro che io non sono una voltabandiera, sono quindici anni che sono dalla parte di questa comunità e continuerò a starci fino alla fine della mia vita".
    Contraddittorio, ma non usuale, questo trattamento per Arisa da parte di chi si presenta coma alfiere delle differenze e della tolleranza. Ma è noto che per gli ideologi di ogni genere le uniche differenze da accogliere e da tollerare sono le proprie, non certo quelle degli altri. È una inclusività a senso unico, un dovere di non discriminazione a carattere unilaterale. È dello stesso avviso la cantante che sempre nel suo post su Instagram aggiunge: "Prima di salutarvi un'ultima cosa la voglio scrivere: la diversità è fatta di opinioni, di esperienze e di modi di vedere la vita. La diversità è ricchezza. Me l'avevate insegnato voi. Non condannate la gente perché non la pensa esattamente come voi, magari quella gente lì vi ama lo stesso, ma voi pensate di no".
    Arriva la replica di Wladimiro Guadagno, in arte Vladimir Luxuria: "Ognuno è libero di cambiare idea ma non puoi meravigliarti se non ci sono stati i nostri applausi" e poi prosegue dicendo che con questa destra è impossibile il dialogo perché sono su posizioni inconciliabili con le rivendicazioni del mondo LGBT.
    UNA REALTA' DOGMATICA DA CUI I CATTOLICI DOVREBBERO PRENDERE SPUNTO
    Qualche riflessione su questa vicenda. La realtà LGBT è dogmatica perché predica verità definitive e inconfutabili. Chi mette solo in forse uno di questi dogmi, seppur alla lontana, merita la scomunica. Arisa non ha fatto nulla di tutto questo, ma si è azzardata solo a gettare un ponte dialogante con la Meloni per avvicinarla alle gaie istanze dei manifestanti del pride. Ma dato che nell'immaginario collettivo arcobaleno la Meloni è il nemico - a torto dato che appoggia tutte le loro istanze eccetto l'utero in affitto e la legge sull'omofobia - ecco che, Arisa è diventata a sua volta nemico del popolo, il popolo gay e trans. Questo accade perché esiste l'equazione "chi parla con l'avversario è uguale a lui" e quindi la pensa come lui. Ecco perché Luxuria sostiene che la cantante abbia cambiato idea.
    In apertura di questo articolo abbiamo scritto che i cattolici dovrebbero imparare dal mondo LGBT. Dovrebbero imparare l'intransigenza dei principi, la compattezza del complesso dogmatico, la fedeltà cieca alla verità e la scelta severissima dei front men, cioè di coloro che diventano ambasciatori di un certo pensiero. Non dovrebbero di certo seguirli nella mancanza di empatia verso i dissenzienti (evitiamo di dire "la mancanza di carità" per motivi di sano realismo). Se Arisa è stata ostracizzata non perché abbia disconosciuto le istanze arcobaleno, ma perché ha ipotizzato un dialogo con il nemico, figurarsi cosa potrebbe accadere per chi voglia dissentire anche su un solo punto della agenda gender.
    SPAZIO SOLO AL DISSENSO
    In casa cattolica invece capita l'opposto. Oggi sotto questo tetto c'è solo posto per chi dissente su diversi punti della dottrina cattolica, gli altri sono intransigenti e quindi non cristiani, dunque sono ipso facto fuori dalla Chiesa. Oggi il credente può essere abortista e cattolico, omosessualista e cattolico, pro-eutanasia e cattolico, divorzista e cattolico, amante delle provette in cui si distillano bimbi e cattolico, anticoncezionalista e cattolico, abusatore seriale della liturgia e cattolico, sincretista religioso e cattolico, ambientalista, femminista, liberista, vetero comunista e cattolico. Ma se sei fedele alla dottrina, allora non sei cattolico. Non è possessione diabolica o schizofrenia, ma solo l'attuazione di un processo di sostituzione: il cattolico è sparito ed è stato sostituito da tutti questi loschi figuri che si attribuiscono titoli di cattolicità in modo arbitrario.
    Ecco perché, per fare un esempio recente recente, possiamo avere un cardinal Zuppi, presidente della Cei, che un giorno dichiara "Nessuno ha intenzione di rimettere in discussione la 194" e il giorno dopo invia un messaggio ai partecipanti della marcia per la vita, il nostrano life pride. Se ci fossero stati al posto nostro gay e trans di certo non avrebbero invitato un tipo come Zuppi ad inviare un messaggio per sostenere la marcia, bensì lo avrebbe bandito per sempre per mancanza di coerenza, sommergendolo di post al vetriolo, chiamandolo a pubblica gogna sui media, chiedendo e richiedendo fino allo sfinimento di ritrattare, di scusarsi, di piangere amare lacrime di pentimento, di giurare che la 194 è una legge orribile e va abrogata al più presto, sempre però nella consapevolezza che tutto questo sarebbe stato insufficiente per un qualsiasi perdono, per una qualsiasi remota speranza di riabilitazione, ma più che sufficiente per creare preziose occasioni per ribadire un pensiero fieramente pro-life.
    In casa cattolica questo non avviene proprio perché, come accennato, ormai tutto si tiene, anche gli opposti. Di là, nel mondo gaio, è vietato addirittura dialogare con gli antagonisti, di qui, sotto le cupole di Santa Romana Chiesa, si dialoga non solo con l'errante - e questo è doveroso - ma anche con l'errore. Anzi, è solo l'errore ormai a parlare e noi stiamo zitti, zitti.
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Il professore Tommaso Scandroglio, autore di diversi libri sulla legge naturale, sulla morale e sulla bioetica, sviluppa riflessioni interessanti sui temi più caldi del dibattito contemporaneo