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  • Aborto bocciato nel senato americano: la Corte Suprema può andare avanti
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=7025

    ABORTO BOCCIATO NEL SENATO AMERICANO: LA CORTE SUPREMA PUO' ANDARE AVANTI di Tommaso Scandroglio
    Seconda bocciatura al Senato degli Stati Uniti per la legge (Women's Health Protection Act) voluta dai Democratici per legalizzare l'aborto in tutta la Nazione: 49 voti a favore, 51 contrari. La famigerata sentenza Roe vs Wade, che forse grazie alla Corte Suprema andrà in soffitta, ha permesso a molti Stati di varare leggi abortiste più o meno liberali. Con questa legge i Democratici vorrebbero tradurre il contenuto della Roe in un testo legislativo che imporrebbe vincoli pro-aborto a molti Stati.
    La bocciatura servirà sicuramente a livello psicologico ai giudici conservatori della Corte Suprema per confermare anche in futuro la decisione di cancellare la sentenza Roe, in un momento in cui su di loro si sta esercitando una pressione mass-mediatica e politica elevatissima e in cui sono oggetto di violenti attacchi verbali e non solo, come la Bussola ha già evidenziato.
    Come ricordava Luca Volontè da queste colonne un paio di mesi fa, questo disegno di legge prevedeva: "L'eliminazione di tutte le leggi statali e federali sul consenso dei genitori in relazione all'aborto delle minorenni; il divieto di tutte le leggi che prevedono non solo un consenso della madre che intende abortire ma anche pause di riflessione e presa visione delle immagini digitali del proprio figlio; il divieto per gli Stati di approvare leggi per proteggere i bambini sino alle 20 settimane (come avviene per la Corea del Nord, la Cina, il Vietnam, Singapore, il Canada e i Paesi Bassi); il licenziamento per i medici e le infermiere che si oppongono all'aborto e il taglio di tutti i fondi pubblici per gli ospedali di ispirazione religiosa che non eseguono aborti nelle proprie strutture; l'eliminazione di ogni limite al finanziamento federale diretto, con i soldi dei contribuenti, alle strutture che compiono gli aborti nel Paese". Inoltre la bozza legittimava l'aborto fino alla nascita anche per motivi meramente psicologici.

    BIDEN STIZZITO
    Il presidente Biden ha reagito in modo stizzito, come possiamo leggere da una sua dichiarazione pubblicata sul sito della Casa Bianca: "Ancora una volta - quando i diritti fondamentali sono a rischio presso la Corte Suprema - i repubblicani del Senato hanno bloccato l'approvazione del Women's Health Protection Act, un disegno di legge che protegge in modo positivo l'accesso all'assistenza sanitaria riproduttiva. Questa incapacità di legiferare arriva in un momento in cui i diritti costituzionali delle donne sono sotto attacco senza precedenti e va contro la volontà della maggior parte del popolo americano". Per l'ennesima volta il sedicente cattolico Biden non fa mistero di essere a favore dell'aborto e sposa la tesi che abortire sia un diritto e addirittura un diritto fondamentale, tesi ribadita anche in questo passaggio: "I repubblicani al Congresso - nessuno dei quali ha votato a favore di questo disegno di legge - hanno scelto di ostacolare il diritto degli americani di prendere le decisioni più personali sul proprio corpo, sulla propria famiglia e sulla propria vita".
    L'affermazione poi che la maggior parte del popolo americano la pensa come lui andrebbe di certo provata, dato che sempre più Stati stanno modificando la propria disciplina normativa in senso pro-vita. L'ultimo caso è l'Ohio, dove è stato proposto un disegno di legge per vietare l'aborto quasi in ogni caso.

    DICHIARAZIONE DI GUERRA ALLA CORTE SUPREMA
    Biden, però, non si arrende e prevede di riproporre la legge in futuro. A tal fine indica la strategia per vederla approvata: vincere le prossime elezioni a novembre. "Per tutelare il diritto di scelta, gli elettori devono eleggere più senatori pro-choice questo novembre e restituire alla Camera una maggioranza pro-choice. Se lo faranno, il Congresso potrà approvare questo disegno di legge a gennaio e farlo avere sulla mia scrivania, così potrò firmarlo". Il calo di consensi di Biden però fa ben sperare che potrebbe accadere l'opposto.
    Infine una non troppa velata dichiarazione di guerra alla Corte Suprema che vuole cancellare la sentenza Roe vs Wade: "La mia amministrazione non smetterà di lottare per proteggere l'accesso alle cure riproduttive delle donne. Continueremo a difendere i diritti costituzionali delle donne a compiere scelte riproduttive, come riconosciuto in Roe vs Wade quasi mezzo secolo fa, e la mia amministrazione continuerà a ricercare le misure e gli strumenti a nostra disposizione per ottenere proprio questo".
    La bozza della Corte Suprema trafugata illegalmente e quest'ultima bocciatura in Senato della legge abortista voluta dai Democratici hanno reso ancor più profondo il fossato tra pro-life e pro-choice, non solo a livello sociale, ma anche a livello politico e hanno acuito il clima di scontro tra le due fazioni. Se i difensori della vita vinceranno questo fondamentale match, tale vittoria potrebbe rappresentare la sponda ideale anche in altri Stati per rimettere mano alle varie leggi abortiste nazionali. Italia compresa.

    Nota di BastaBugie: l'autore del precedente articolo, Tommaso Scandroglio, nell'articolo seguente dal titolo "L'aborto e Amazon, l'uso dei soldi contro la verità" rivela che il colosso fondato da Bezos rimborserà le spese di viaggio per recarsi ad abortire. La mossa di Amazon, seguita anche da altri grandi gruppi, è una risposta alla bozza anti-aborto della Corte Suprema statunitense. Alle motivazioni sul piano giuridico si risponde con la leva del denaro, per influire sulla coscienza collettiva e quindi sul piano sociale.
    Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 10 maggio 2022:
    Amazon finanzia l'aborto. Sì, è proprio così. Jeff Bezos, fondatore e presidente esecutivo dell'azienda di logistica più importante e fiorente al mondo, ha deciso di rimborsare alle proprie dipendenti e ai loro mariti/compagni le spese di viaggio per recarsi in una clinica abortista. Un rimborso che può arrivare sino a quattromila dollari. Non pochi soldi, se teniamo conto che i dipendenti di Amazon superano il milione in tutto il mondo.
    Perché proprio le spese di viaggio? Perché molti Stati Usa hanno ultimamente reso più difficoltoso abortire e quindi alcune donne sono costrette, per fortuna, a viaggiare fino a un altro Stato più permissivo. Ad esempio, lo scorso anno nel Texas 1.400 donne hanno deciso di abortire in un altro Stato.
    Un'altra domanda, forse ancor più significativa: perché proprio ora questa decisione di Bezos? Si tratta di una risposta alla bozza della Corte Suprema che intende rovesciare la sentenza Roe vs Wade del 1973 che ha legalizzato l'aborto procurato in tutta la Nazione, bozza che è stata pubblicata qualche giorno fa dal quotidiano Politico. La scelta di Bezos sta facendo scuola: anche i gruppi Yelp e Citigroup hanno annunciato che prenderanno decisioni simili.
    Dopo la pubblicazione truffaldina della bozza della Corte Suprema le piazze, i media, molti politici e vip hanno protestato e inveito. Ma, come abbiamo visto, si mobilitano anche i grandi colossi dell'imprenditoria per impedire che la guerra al nascituro in corso da quasi 50 anni negli Usa non veda la fine.
    Interessante notare la natura degli avversari nel caso specifico: da una parte un tribunale e dall'altra una multinazionale. Un soggetto giuridico ed uno economico. Il primo sferra l'attacco alla sentenza abortista del 1973 naturalmente sul piano giuridico. Il secondo, al fine di difendere tale sentenza, usa uno strumento economico - il bonus aborto - per creare dibattito mediatico e quindi influenzare la coscienza collettiva, producendo infine effetti significativi sul piano sociale. I pro-choice hanno capito che se il percepito collettivo rifiuterà il contenuto della bozza della Corte, questa difficilmente potrà diventare definitiva. Infatti nel diritto gioca un ruolo fondamentale il principio di effettività. Una legge può essere anche valida, ossia può essere efficace e quindi produrre effetti giuridici previsti dalla legge stessa, ma se poi non è effettiva - ossia se non è seguita dalla maggioranza dei cittadini - diventa una legge inutile, perché se tutti disobbediscono a questa legge non è realistico riuscire a sanzionare tutti. Se un governo avesse tutta la piazza contro, la società sarebbe ingovernabile e le sue leggi carta straccia.
    Bezos & Co. lo sanno bene. La sua iniziativa infatti si inserisce in quella strategia politica volta a contrapporre la gente alle istituzioni - tra l'altro, nel nostro caso, ad una parte delle istituzioni, perché ad esempio l'amministrazione Biden è fortemente filoabortista - isolando queste ultime e quindi costringendole a cambiare rotta per evitare di pronunciare una sentenza che, se va bene, rimarrebbe lettera morta, ma, se va male, innescherebbe una guerra civile culturale, sociale e giuridica pressoché perenne (ad esempio sarebbero infinite le cause in materia di aborto intentate nei tribunali di tutto il Paese). Questo secondo scenario sarebbe quello più probabile e dunque è assolutamente indispensabile che le realtà pro-vita dimostrino, come stanno già facendo, tutto il loro sostegno ai giudici della Corte Suprema che hanno firmato la bozza, perché la battaglia dell'aborto si vincerà solo se si vinceranno alcune singole battaglie che si svolgono in ambiti diversi, come quello giuridico, sociale, culturale, economico, religioso, politico, etc. Non si può quindi pensare che basti una sentenza per cambiare le cose. Occorre anche creare un ambiente sociale e culturale adatto perché questa sentenza cresca, fiorisca e porti i suoi frutti.
    Un'ultima nota. Le reazioni scomposte e rabbiose, che il parere dei giudici della Corte Suprema sta scatenando in tutto il mondo, erano prevedibili. È sempre così quando di mezzo c'è la verità. Si ripete in buona sostanza quello che è accaduto duemila anni fa a Stefano, protomartire.
    14 min
  • I tre errori del non dare il cognome del padre
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6994

    I TRE ERRORI DEL NON DARE IL COGNOME PATERNO di Tommaso Scandroglio
    Parliamo del cognome da dare al figlio. Se il figlio è nato da genitori sposati, come è noto, assume il cognome del padre, oppure, se i genitori sono d'accordo e grazie alla sentenza n. 218/16 della Corte Costituzionale, assume il doppio cognome. Se il figlio è nato da genitori non sposati "assume il cognome del genitore che per primo lo ha riconosciuto. Se il riconoscimento è stato effettuato contemporaneamente da entrambi i genitori il figlio assume il cognome del padre" (art. 262 cc), oppure quello di entrambi (sempre grazie alla sentenza n. 218/16). Dunque se il figlio è nato in costanza di matrimonio assume in automatico il cognome paterno o, se così hanno deciso i coniugi, quello di entrambi, ma non quello solo della madre; se è figlio naturale può assumere solo quello materno oppure, in automatico, solo quello paterno, oppure il cognome di entrambi.
    Nel 2019 il tribunale di Bolzano solleva presso la Consulta un dubbio di costituzionalità relativo a quelle norme che vietano di attribuire al figlio il solo cognome della madre. Il 14 gennaio del 2021 la Corte costituzionale, nell'ordinanza n. 81, fa presente che prima di sciogliere questo dubbio occorre domandarsi se sia costituzionalmente legittimo l'attribuzione in automatico del cognome del padre. E dunque solleva, disponendone la trattazione innanzi a sé, tale questione di legittimità costituzionale. Ciò che dunque faceva problema era la preferenza del cognome del padre qualora i genitori non decidano per l'attribuzione al figlio di entrambi i cognomi. Perché dunque privilegiare il patronimico al matronimico? Ai giudici appariva discriminatorio.
    Come abbiamo visto, la sentenza 218/16 aveva già spostato il baricentro della questione più a beneficio della madre, permettendo l'aggiunta anche del cognome materno. Ma rimanevano in piedi la previsione dell'attribuzione in automatico del cognome paterno (trattasi di una indicazione implicita che si desume dall'intera disciplina sulla materia) e l'impossibilità per le coppie coniugate di assegnare solo il cognome materno.

    CADUTI GLI ULTIMI PALETTI
    Il 27 aprile scorso la Consulta ha superato questi due inciampi: "La Corte si è pronunciata sulla norma che non consente ai genitori, di comune accordo, di attribuire al figlio il solo cognome della madre e su quella che, in mancanza di accordo, impone il solo cognome del padre, anziché quello di entrambi i genitori", si legge nel comunicato stampa della Consulta.
    D'ora in poi questa sarà la disciplina normativa riguardante il cognome da assegnare ai figli: "La regola diventa che il figlio assume il cognome di entrambi i genitori nell'ordine dai medesimi concordato, salvo che essi decidano, di comune accordo, di attribuire soltanto il cognome di uno dei due. [...] È compito del legislatore regolare tutti gli aspetti connessi alla presente decisione". Perciò, se i genitori non decidono diversamente, il figlio avrà il doppio cognome, altrimenti potrà avere solo il cognome del padre o solo il cognome della madre. Dunque niente più automatismi a favore del padre e possibilità ora che il figlio porti il cognome della sola madre. Tutto questo varrà sia per i figli di coppie sposate che non.
    Tale decisione si fonda almeno su due ordini di motivi. L'attuale disciplina normativa, così hanno spiegato i giudici, contrasta con l'art. 3: i genitori come i coniugi hanno pari dignità. Così la Corte costituzionale con la sentenza 61/2006: "L'attuale sistema di attribuzione del cognome è retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, la quale affonda le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico, e di una tramontata potestà maritale, non più coerente con i principi dell'ordinamento e con il valore costituzionale dell'uguaglianza tra uomo e donna". In secondo luogo queste norme cozzano con l'art. 2 riguardante i diritti inviolabili. Uno di questi diritti attiene all'identità personale che sarebbe violata se il figlio fosse privato del cognome di uno dei due genitori. Sulla stessa linea anche diversi pronunciamenti della Corte europea dei diritti dell'uomo e del Consiglio d'Europa.
    La Consulta, anche sulla scorta dei precedenti giurisprudenziali sulla materia, non poteva che arrivare a queste conclusioni dato che l'orientamento della coscienza collettiva, di cui si fa portavoce, aborre l'idea che vi sia un capofamiglia, perché ciò viene inteso come un retaggio culturale del passato di carattere fortemente discriminatorio, una imposizione sociale della supremazia patriarcale a danno delle donne. Il cognome maschile è tossico e va combattuto.

    GLI INGANNI DELLA SENTENZA
    Ma le cose non stanno così. In primis abbiamo una motivazione di carattere giuridico che s'impernia sull'esigenza di certezza in materia anagrafica. L'assegnazione del cognome del padre risponde all'esigenza del riconoscimento formale della paternità, perché se mater sempre certa est, pater numquam, ossia la madre è sempre certa (almeno fino all'avvento della maternità surrogata), il padre mai. Se il parto lega il figlio alla madre in modo certo, il cognome paterno tenta di fare lo stesso.
    Ma le motivazioni più autentiche per cui la tradizione giuridica privilegia il cognome del padre a quello della madre nell'assegnazione del cognome al figlio si trovano in ambito culturale-antropologico. La famiglia non è una società democratica, di eguali, non è neppure una diarchia. È di diritto naturale che la famiglia sia guidata dal pater familias e, perciò, indicare con il cognome del solo marito l'intera compagine familiare rispecchia questa struttura gerarchica che vede a capo della famiglia il maschio. A cascata ciò comporta che assegnare solo il cognome maschile ai figli significa che quei figli appartengono a quella famiglia che trova la sua impronta specifica in chi la guida, cioè nel padre. Il cognome paterno diventa quindi non limite all'identità personale, ma espressione piena di questa identità perché indica appartenenza.
    A beneficio delle femministe in servizio permanente: riconoscere che il marito/padre sia a capo della famiglia non significa che questi sia persona migliore della moglie/madre, che la sua dignità sia più preziosa di quella della sua sposa. Entrambi hanno pari dignità naturale, ma hanno ruoli e dunque responsabilità differenti. E la responsabilità del padre è per diritto naturale maggiore, così come le responsabilità che gravano sul Santo Padre sono infinitamente maggiori rispetto a quelle che possono gravare sul semplice fedele. È un dato di fatto per nulla umiliante.
    Ciò ovviamente non significa che la madre non decida, non organizzi, non consigli, non sia di aiuto fondamentale. Chiaramente simili riflessioni sono, per le orecchie dei nostri contemporanei, come la kryptonite per Superman. Questo è dovuto ad un processo culturale di sedimentazione durato secoli in cui l'emancipazione della donna, l'egualitarismo, la guerra contro la legge naturale e l'identità della famiglia, l'eliminazione di ogni differenza specifica tra persone e società naturali per livellare tutto sullo stesso piano, l'odio verso ogni forma di gerarchia e, soprattutto, verso il concetto di autorità e di padre (la prima autorità di carattere naturale), hanno cancellato portati culturali che rispettavano l'ordine naturale delle cose, un ordine che spesso vede qualcuno più in alto di qualcun altro, pur avendo entrambi pari dignità naturale.

    IL RUOLO DEL MARITO È DIVERSO DA QUELLO DELLA MOGLIE
    Questo lo sfondo, potremmo così dire, antropologico su cui si è articolata la decisione dei giudici della Consulta che, in sintesi, si incardina sulle istanze di un vetero femminismo d'assalto e sull'egualitarismo. L'uguaglianza, tra l'altro, non c'entra nulla, perché questo principio impone di trattare i casi uguali in modo uguale e i casi diversi in modo diverso. E il ruolo del marito è diverso da quello della moglie. Detto ciò però nutriamo anche delle riserve di ordine logico e sociale in merito alla decisione della Corte costituzionale.
    La prima: i giudici sprecano inchiostro ad iosa per affermare che il cognome solo paterno potrebbe ledere l'identità del figlio. Ma quanti figli si sono lamentati di ciò? Il fenomeno è così socialmente rilevante da imporre una modifica del codice? Se i giudici sono così attenti alla sensibilità sociale, tanto da diventare interpreti della coscienza collettiva che è oggettivamente mutata in relazione alle tematiche sul ruolo della donna, perché non registrano, su questo punto, la pressoché totale assenza di un'esigenza sociale dei figli di mutare la disciplina sull'assegnazione del cognome, astenendosi da ogni modifica normativa?
    In secondo luogo abbiamo visto che i giudici permetteranno ai figli nati in costanza di matrimonio di assumere il cognome della sola madre. Ma, volendo usare la logica applicata dagli stessi giudici, non potrebbe essere questa una decisione che lede l'identità del figlio, quella stessa identità che si voleva tutelare con questa sentenza? Il figlio infatti si potrebbe sentire depauperato del suo lato paterno, amputato della sua parte maschile perché per sempre marchiato nel suo cognome come figlio della sola madre. Lo stesso dicasi con l'apposizione del doppio cognome: il figlio, ormai grandicello, potrebbe rifiutare il cognome di uno dei due per mille motivi.
    Infine un paradosso: abbiamo visto che la Consulta vuole privilegiare il cognome della madre. Ma la madre porta il cognome del padre. E quello del padre è, a sua volta, il cognome di suo padre. E così via. Dunque, come in corto circuito, privilegiando il cognome della madre si finisce per privilegiare i cognomi maschili di una lunga teoria di ascendenti.
    13 min
  • Will Smith vince l'Oscar e tira un sonoro schiaffo a chi prende in giro la moglie
    VIDEO: Lo schiaffo di Will Smith ➜ https://www.youtube.com/watch?v=M3OYC73txp8

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6959

    WILL SMITH VINCE L'OSCAR E TIRA UN SONORO SCHIAFFO A CHI PRENDE IN GIRO LA MOGLIE
    Se riscoprissimo che l'uomo è uomo e che la donna è donna, la smetteremmo di recitare la parte dell'uomo sensibile e della donna forte che non ha bisogno di chi la difenda (VIDEO: lo schiaffo di Will Smith)
    di Tommaso Scandroglio
    Tutti ne parlano e allora ne parliamo anche noi. Notte degli Oscar a Los Angeles. Il comico Chris Rock dal palco fa una battuta su Jada Pinkett, moglie dell'attore Will Smith, entrambi seduti in platea. La Pinkett soffre di una grave forma di alopecia e si è presentata agli Oscar con la testa completamente rasata. Dato che anche lei è un'attrice, Rock le ha chiesto se il suo prossimo film sarebbe stato un sequel di Soldato Jane, in cui Demi Moore aveva appunto la testa rasata. La Pinkett leva gli occhi al cielo in segno di disappunto e il marito invece sale sul palco e molla uno schiaffone al comico. Seguono una serie di improperi di Smith gridati all'indirizzo di Rock: "Togliti dalla fottuta bocca il nome di mia moglie!". Smith poi riceverà la statuetta come miglior attore, si scuserà con i colleghi e l'Academy, la quale si dissocerà dalla reazione dell'attore, ma non si scuserà con Rock. [...]
    Torniamo allo scontro Smith vs Rock. Dal punto di vista morale ci troviamo di fronte a due azioni riprovevoli perché sproporzionate, esagerate. Tommaso d'Aquino insegna che una buona intenzione (nel nostro caso: far ridere e difendere l'onore della moglie) necessita di modi consoni all'intenzione stessa, altrimenti un'azione in astratto moralmente lecita può diventare nel concreto illecita. Da una parte abbiamo il comico Rock: voleva far ridere, ma la battuta sulla moglie di Smith è apparsa a tutti irriverente, appunto eccessiva. Dunque la sua intenzione comica si è trasformata nei fatti in un atto offensivo. Poi abbiamo Smith che, di fronte a questo atto offensivo, si è sentito in dovere di difendere la moglie, ma la difesa doveva essere proporzionata all'offesa. Se Rock avesse aggredito fisicamente la moglie di Smith sarebbe stato congruo difenderla a ceffoni.
    In questa situazione specifica, quindi, la difesa proporzionata, cioè giusta (e la giustizia si può anche esprimere come medietà tra due eccessi opposti: in questo caso da una parte la pavidità o la remissività o il falso rispetto umano e, su altro fronte, la tracotanza o l'arroganza), esigeva una risposta verbale. Bene ad esempio avrebbe fatto l'attore ad alzarsi in piedi e a riprendere il comico dicendogli: "Chi si prende gioco delle sofferenze altrui non fa ridere ma fa piangere. Forse, caro Rock, dovresti prendere in considerazione di interpretare ruoli drammatici d'ora in poi. Inizia con il chiedere scusa a mia moglie". In definitiva, abbiamo assistito ad un doppio eccesso: quello del comico e quello dell'attore.

    GLI ASPETTI POSITIVI DEL GESTO
    Quando si parla di eccesso, di sproporzione, di reazione non consona significa dunque che gli effetti negativi sopravanzano quelli positivi. Ciò vuol dire che esistono degli effetti positivi, seppur schiacciati da quelli di segno negativo. Vogliamo qui intessere una lode di tali aspetti positivi scaturiti dal gesto di Smith, pur consapevoli che lo stesso, come più volte abbiamo ripetuto, ha trasceso, si è fatto prendere la mano, è proprio il caso di dire. Smith ha ricevuto la statuetta per il film King Richard - Una famiglia vincente. Richard Williams è il padre e allenatore delle tenniste Venus e Serena Williams. Smith, che nella pellicola interpreta Richard, ha dichiarato al momento della premiazione che quest'ultimo "è stato un feroce difensore della sua famiglia". Tra le lacrime ha aggiunto: "In questo momento della mia vita sono sopraffatto da quello che Dio mi chiede di fare su questa terra. Sono stato chiamato nella mia vita ad amare le persone, a proteggere le persone ed essere un fiume per la mia gente. Ho dovuto proteggere Jade [la moglie]. Io voglio essere un ambasciatore di questo tipo di amore, cura, attenzione".
    Smith, con quel ceffone e con quelle espressioni assai colorite, ha scaldato il cuore di molte fanciulle perché in lui hanno visto l'uomo che è finalmente maschio. Forse un poco rude, poco razionale e molto emotivo, ma molto virile e molto coraggioso. Il coraggio è anche questo: sapere che in un duello puoi anche perdere, ma non perderai l'onore ("Hai perso, ma ti sei battuto con onore" si legge in molti romanzi di cappa e spada). Infatti poteva giocarsi la statuetta e non è detto che ciò non accada. Smith ha punito chi voleva svendere la dignità e la sofferenza della moglie per una mezza risata strappata al pubblico, mettendo a rischio la propria candidatura: agli occhi di molti, ma soprattutto di molte, è apparso come un principe azzurro che va in guerra per difendere la sua amata. In quella manciata di minuti Smith non ha interpretato, ma è stato un vero e proprio cavaliere. Roberto Marchesini ha scritto che "il più forte, cioè il cavaliere, mette la sua forza a disposizione del più debole, cioè la donna. La forza deve essere usata per servire, non per prevaricare".

    VALE PIÙ LA MOGLIE CHE UN OSCAR
    Il coraggio non riguardava solo l'Oscar come miglior attore che avrebbe potuto sfuggirgli di mano all'ultimo, ma anche la pioggia di critiche che gli sarebbero piovute addosso di machismo, di supremazia maschilista, di uomo violento, di maschio tossico, di pessimo esempio per i giovani. Insomma, fango sulla sua carriera. Avrebbe avuto contro, com'è accaduto puntualmente, tutto il buonismo e il femminismo più appiccicoso che esista, quello che bercia che con la violenza non si risolve mai niente, che il dialogo appiana ogni asperità, che le donne non hanno bisogno degli uomini per difendersi e via stereotipando.
    Smith con quel ceffone ha spazzato via in un momento tutte le fluidità di genere di chi è maschio e si sente femmina, di chi non si sente né l'uno né l'altra, tutte le effemminatezze e fragilità di quella infinita schiera di uomini debosciati, piagnucolosi, svenevoli, insicuri e mammoni che non hanno piglio e non vogliono avere carattere, che hanno barattato la fermezza con il compromesso, la responsabilità con la pavidità, il coraggio con la mediocrità, la radicalità con l'accomodamento, la fierezza con il vittimismo, il non voler arretrare di un millimetro, costi quel che costi, con la fuga. Tutti uomini che non vogliono la pace, bensì la resa, che non sanno più cosa sia l'onore, la nobiltà d'animo, la dignità, la rispettabilità, la lealtà, preferendo l'infamia alle ferite inferte sul campo di battaglia. Smith, invece, ha scelto di gridare al mondo che vale più sua moglie che un Oscar.
    Ne siamo consapevoli: tutte parole che puzzano molto di testosterone e che dunque si meriterebbero di essere candeggiate nel politicamente corretto con una buona dose di ammorbidente di marca Peace & Love. Ma a noi piace quell'odore e non ce ne vergogniamo.
    11 min
  • Il cattolico del ma, sani principi ma pronto a violarli in nome della misericordia
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6889

    IL CATTOLICO DEL MA, SANI PRINCIPI MA PRONTO A VIOLARLI IN NOME DELLA MISERICORDIA di Tommaso Scandroglio
    Dopo il cattolico ombra, il cattolico omissivo, il cattolico adulto e il cattolico benaltrista eccoci arrivati a fare un rapido identikit di un altro credente a modo suo, il cattolico del ma. Costui con abilità riesce a conciliare in modo armonico gli opposti, a trovare sempre eccezioni misericordiose alla regola, ad individuare il famigerato spirito evangelico anche nell'errore e nel male. È un ossimoro vivente.
    E così è contrario all'aborto, ma, in caso di stupro, misericordia comanda di scrivere un bel licet sopra questa pratica. È contrario alla contraccezione tra i coniugi, ma se questi per difficoltà economiche o di salute o perché hanno già uno o due figli non vivono le condizioni ideali per accoglierne un altro allora è bene ricorrere alla pillola. È contrario all'eutanasia, ma quando il malato è molto sofferente carità cristiana suggerisce di staccare la spina per staccarlo dal dolore. È contrario alla fecondazione artificiale, ma se la coppia desidera ardentemente un figlio (quindi: tutti i casi di fecondazione extracorporea) ecco che il ricorso alla provetta può essere benedetto. È contrario alla sperimentazione sugli embrioni, ma se serve per salvare vite (altrimenti, per quale motivo si farebbe sperimentazione?) non solo è moralmente lecito, ma addirittura doveroso. È contrario al divorzio, ma se la convivenza è diventata intollerabile (difficile che si chieda il divorzio in caso si viva d'amore e d'accordo) allora per salvare il bene reciproco degli sposi, la serenità dei figli e i vincoli di carità è quanto mai opportuno andare dall'avvocato. È contrario alle unioni civili, ma se c'è autentico affetto tra le due persone dello stesso sesso (anche qui l'eccezione comprende tutti i casi) e la coppia vive animata da spirito cristiano allora occorre incoraggiare questo tipo di unioni. È contrario agli abusi liturgici (difficile, d'altronde, essere a favore di un abuso di qualsiasi tipo), ma se la celebrazione può avvalersi di qualche espediente scenografico e teatrale per tener desta l'attenzione del pubblico, pardon, dei credenti o popolo di Dio allora porte aperte alla fantasia sull'altare.
    In buona sostanza il cattolico del ma perseguendo fini buoni - la misericordia, la carità, il desiderio di avere figli, la lotta contro il dolore, la cura di malattie, la pace tra i coniugi, la custodia della liturgia - compie azioni malvagie: aborto, eutanasia, etc. Inoltre pensa che applicando questi fini a casi eccezionali possa cavarsela dal punto di vista morale, ma anche in casi eccezionali non si può compiere il male. Gli assoluti morali non tollerano eccezioni, non tollerano i "ma", non tollerano dunque il cattolico del ma.
    Va da sé che per alcune tematiche lo stesso cattolico del ma diventa il cattolico del senza se e senza ma.
    L'immigrazione? Non ci sono ma che tengano: tutti dentro senza regole.
    Le persone omosessuali? Sono sempre discriminate.
    Il maschio? È sempre tendenzialmente violento.
    L'ambiente? Una priorità assoluta che non tollera eccezioni di sorta.
    La Costituzione italiana? La più bella del mondo e guai a dire il contrario.
    Insomma, il cattolico del ma è intransigente quando non dovrebbe e non lo è quando dovrebbe.
    5 min
  • Il cattolico benaltrista, quando i problemi sono altri
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6802

    IL CATTOLICO BENALTRISTA, QUANDO I PROBLEMI SONO ALTRI di Tommaso Scandroglio
    Proseguiamo con il nostro identikit di tipi strani in casa cattolica (nelle puntate precedenti: Il cattolico ombra; Il cattolico omissivo; Il cattolico adulto). Questa volta sotto la lente di ingrandimento mettiamo il cattolico benaltrista. Per costui i veri problemi, al pari delle relative soluzioni, nella Chiesa come fuori da essa, sono altri rispetto a quelli indicati dalla Chiesa stessa. Ad esempio il problema non è l'aborto, bensì sono le condizioni sociali in cui si trova a vivere la donna, il machismo, la difficoltà di coniugare vita professionale e impegni familiari, il reddito, etc. Parimenti il problema non è il divorzio, ma l'incompatibilità dei caratteri, nuovi condizionamenti culturali a cui deve soggiacere la famiglia, l'indipendenza lavorativa della donna, etc. E ancora, il problema non è il calo a picco delle vocazioni sacerdotali e delle presenze alla Messa domenicale, ma le nuove esigenze spirituali della gente, l'incapacità della Chiesa di comunicare con il mondo, la pedofilia che ha macchiato il curriculum della Chiesa stessa, etc.

    I VERI PROBLEMI
    In definitiva il cattolico benaltrista confonde le possibili cause con l'effetto, escludendo il secondo (aborto, divorzio, calo di vocazioni) per privilegiare le prime. Facendo così si mette in ombra il vero problema e si sposta l'attenzione su aspetti sì importanti, ma che spesso non sono nemmeno le vere cause del problema. In tal modo si depotenzia la drammaticità di alcuni fenomeni perché li si mette in naftalina: da attori principali finiscono per essere comparse. Ecco allora che il cattolico benaltrista si guarderà bene dal parlare, sia in pubblico che in privato, e dallo scrivere di aborto, fecondazione artificiale, eutanasia, omosessualità, liturgia snaturata, perdita della fede, etc. perché, secondo lui, non sono il vero nocciolo della questione. I veri problemi, a suo dire, che generano poi questi effetti collaterali sono la povertà, la disoccupazione, l'individualismo, i ritmi frenetici della società odierna, i social usati male, la mancanza di dialogo, di accoglienza, di solidarietà, di integrazione tra persone di diversa nazionalità e di attenzione verso il creato (la qual ultima cosa pare essere ormai il peccato originale da cui sono scaturiti tutti gli altri peccati).

    COME UN'ANGUILLA
    Il benaltrismo si presenta come una sostanza oleosa che ricopre questo particolare tipo di cattolico e quindi è difficile agguantarlo perché sguscia via come un'anguilla. Vogliamo dire che quando egli obietta che, ad esempio, l'eutanasia prenderà sempre più piede nel nostro Paese a motivo dell'individualismo sociale dice sì una cosa vera, ma non c'entra il punto. Ecco allora che per contestarlo occorre articolare un ragionamento composto da più passaggi, un ragionamento complesso. Lo stesso accade quando, secondo lui, è l'indipendenza professionale che ha minato alla base il matrimonio rendendolo più fragile; in realtà si tratta di una concausa, ma i fattori determinanti sono altri e ben più importanti: sono, è proprio il caso di dirlo, ben altri rispetto alla sua prospettiva "benaltrista". In breve, questo cattolico dice cose anche giuste, ma non fondamentali, non individua la vera patologia del male o dell'errore.
    Il cattolico benaltrista poi fa sfoggio delle sue qualità non solo sul versante, potremmo così dire, negativo ma anche su quello positivo. Se il male è ben altrove rispetto a quello che indica la dottrina, parimenti il vero bene si trova altrove. Ad esempio alla salvezza delle anime preferisce la salvezza del pianeta; alla difesa dell'identità cattolica il sincretismo religioso; alla fedeltà alla dottrina la cosiddetta libertà dei figli di Dio che in realtà è anarchia dottrinale; alla fede in Dio la fede nella scienza; alla sequela a Cristo l'amicizia tra i popoli; al "Sì, sì, no, no" il "parliamone"; alla verità il dubbio; ai principi le eccezioni; agli assoluti morali una morale dissoluta.
    7 min
  • Il Forum di Davos spinge per l'abolizione della proprietà privata
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6847

    IL FORUM DI DAVOS SPINGE PER L'ABOLIZIONE DELLA PROPRIETA' PRIVATA di Tommaso Scandroglio
    Il World Economic Forum (WEF) di Davos ha prodotto uno spot intitolato "8 pronostici per il mondo per il 2030". Questi pronostici, che nell'intento dei realizzatori dovrebbero essere tutti di segno positivo, sono stati indicati dai membri del World Economic Forum's Global Future Councils. Sulla piattaforma dedicata al WEF gli otto obiettivi per il 2030 sono introdotti da un'affermazione che la dice lunga sull'orientamento fortemente ideologico del WEF: "Come dimostrano la vittoria della Brexit e di Donald Trump, prevedere anche il futuro immediato non è un'impresa facile". Come a dire: i potenti della Terra avevano stabilito che il Regno Unito rimanesse in Europa e che un tizio come Trump non potesse mai sedere alla Casa Bianca, ma le cose, incredibile a dirsi, sono andate diversamente. Che non accada mai più! E dunque ecco che il WEF corre ai ripari e pone degli obiettivi che dovranno essere raggiunti senza se e senza ma.
    Gli obiettivi sono: fissare un prezzo per la CO2 (la famigerata tassa sull'aria che respiriamo da battuta da bar si trasformerà a breve in realtà); il tramonto dell'egemonia Usa a favore di una coalizione di poteri nazionali tra alcune stati; privilegiare le cure domiciliari rispetto a quelle ospedaliere; diminuzione del consumo di carne; riorganizzazione mondiale dei piani di accoglienza degli immigrati; "i valori che hanno costruito l'Occidente saranno messi alla prova fino al punto di rottura" (ossia uccidere le ultime sacche di resistenza culturale fondate sul connubio tra filosofia classica di matrice greca, diritto romano e soprattutto cristianesimo); immigrazione verso Marte (sic). Ogni punto meriterebbe una tesi di dottorato, ma qui, per motivi di spazio, ci soffermiamo su un ottavo obiettivo che, in realtà, è il primo della lista che viene così presentato: "Tutti i prodotti diventeranno servizi. 'Non possiedo niente. Non possiedo un'auto. Non possiedo una casa. Non possiedo elettrodomestici o vestiti', scrive la deputata danese Ida Auken. Lo shopping è un lontano ricordo nella città del 2030, i cui abitanti hanno ottenuto energia pulita e preso in prestito ciò di cui hanno bisogno su richiesta". Il relativo claim nello spot sopra citato suona così: "Non possederai niente e sarai felice". Scritta che compare in sovraimpressione sopra il viso di un giovane dal sorriso beota.

    ELIMINARE LA PROPRIETÀ PRIVATA
    Dunque i potenti della Terra vogliono eliminare la proprietà privata e noi tutti saremo contenti di questo. Qualche breve riflessione. Questo obiettivo ha una matrice chiaramente comunista: l'abolizione della proprietà privata è un must del pensiero dei teorici del comunismo puro. Ogni bene sarà messo in comune, dunque ognuno, come indicato dal WEF prenderà a prestito ciò che gli servirà. Non si paga nulla e dunque nessun bene è di proprietà di nessuno. Ecco perché i prodotti spariranno, intesi come merce acquistabile, e diventeranno servizi: come uso del treno per spostarmi, ma il treno non è mio, parimenti userò un'auto per spostarmi, ma quell'auto non sarà mia. Lo sharing diventerà universale, ossia riguarderà tutti, e generale, cioè interesserà tutti i beni. Si tratta di un attacco frontale al diritto naturale e al diritto divino che prevedono in capo ai singoli il diritto alla proprietà privata. In tal modo lo Stato si impossesserà dei tuoi beni gestendo in modo ancor più pervasivo e asfissiante la tua libertà personale. Non solo, ma i membri del WEF preconizzano che noi non ci ribelleremo a questo esproprio non più proletario ma statale, bensì ne saremo entusiasti. La proprietà, evidentemente per questi signori, è un cappio al collo, un legame che soffoca, un vincolo che porta solo crucci, conflitti interpersonali. Ritorniamo invece al felice stato di natura dove nessuno possiede nulla perché non vi sono leggi, con il piccolo aggiustamento che sarà lo Stato ad occuparsi di te dalla culla, se ci arrivi, alla fossa. Nulla di nuovo: è il pensiero illuminista giacobino che con la forza ha tolto i beni all'aristocrazia e al clero e che trova le sue radici culturali nell'empirismo inglese del '500. Pensiamo al filosofo Thomas Hobbes (1588-1679) che, nel suo De Cive, raffigura l'uomo nello stato di natura come un soggetto che potenzialmente ha diritto su tutto. Un diritto dunque assoluto. Una volontà di potere che non si appalesa solo nel diritto di proprietà, ma è anche e soprattutto nel diritto ad un'esistenza pacifica e serena. Però predicare la possibilità di avere e fare tutto ciò che si desidera porta inevitabilmente ad un conflitto globale: il mio diritto che vuole essere assoluto incontra il limite del tuo diritto, che anche nelle tue intenzioni pretenderebbe di essere assoluto. Questo contrasto può solo essere evitato tramite la potestas, che genera effetti coattivi, dello Stato. Prezzo da pagare per garantirsi simile tutela è quello della cessione in mano al princeps dei propri diritti personali, un principe che diventa così Leviatano, figura che preconizza lo Stato hegeliano come suprema e assoluta entità morale.

    LA DECRESCITA FELICE
    Dunque l'invito, che diventerà una vera e propria imposizione in futuro, sarà quello di cedere il diritto di proprietà agli Stati e vivere così una vita spensierata: sarà l'approdo del fenomeno socio-politico conosciuto come decrescita felice. Una sorta di povertà generalizzata e coatta che ci dovrebbe rendere più sereni. Prova che il favore delle masse verso l'esproprio volontario diventerà realtà è almeno duplice. Da quasi due anni le popolazioni mondiali devono attenersi, chi più chi meno, a forme di restrizioni della libertà personali molto accentuate a motivo della pandemia. In alcuni casi tali misure sono giustificate, in altri appaiono irragionevoli. Eppure anche in quest'ultima ipotesi buona parte della collettività appoggia non solo senza fiatare, ma addirittura in modo entusiasta la privazione della libertà personale assumendo poi il ruolo di delatrice di chi non si allinea. Il nemico del popolo deve essere stanato e processato. Simile dinamica avviene anche per i temi ambientali: si rinuncia a prodotti che costano meno per optare per quelli più costosi e in genere meno performanti, però green. La rinuncia anche in questo caso è entusiasta perché viene rivestita di alto valore etico. Dunque lo scenario futuro prossimo sarà quello di una massa di persone volontariamente povere e felici di esserlo, verso cui non servirà la spada per convincerla a cedere i propri beni, ma solo la persuasione mass mediatica. I cittadini obbediranno scodinzolanti, felici di obbedire. È l'apice del totalitarismo non più duro e sanguinario, bensì soft e mellifluo. Aldous Huxley, autore de ll mondo nuovo, ebbe a scrivere: "La dittatura perfetta avrà sembianza di democrazia, una prigione senza muri nella quale i prigionieri non sogneranno mai di fuggire. Un sistema di schiavitù dove, grazie al consumo e al divertimento, gli schiavi ameranno la loro schiavitù".

    Nota di BastaBugie: leggendo un articolo come questo potrebbe sembrare che siamo sull'orlo del baratro e che ci siamo senza possibilità di fuggire. Un destino ineluttabile sembra essere minaccioso davanti a noi. In realtà se quelli descritti sono i piani veri di chi vorrebbe sovvertire il mondo, e questo è indubitabile, però è altrettanto indubitabile che i piani potrebbero fallire. Spesso nella storia i piani dei cattivi sono falliti. Sembravano vincenti, ma è bastato poco a farli crollare. Insomma non è detta l'ultima parola. I buoni dovranno lottare per quanto possibile ciascuno al proprio posto e se lotteranno hanno buone probabilità di ribaltare i progetti dei cattivi. Inoltre i credenti hanno dalla loro parte il Dio che "ha rovesciato i potenti dai troni". (Giano Colli, direttore di BastaBugie)
    12 min
  • La legge Zan affossata è una bella notizia...ma solo a metà
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6773

    LA LEGGE ZAN AFFOSSATA E' UNA BELLA NOTIZIA... MA SOLO A META' di Tommaso Scandroglio
    Lo ricorderemo come il Ddl Zac per via della cosiddetta tagliola (non esaminare la legge articolo per articolo e procedere a scrutinio segreto) che ha affossato il testo di legge dell'on. Alessandro Zan. Quali i motivi di questo insperato successo?
    Come causa prossima potremmo ovviamente indicare la volontà di Lega e Fratelli d'Italia di impedire il varo di questa legge. Ma la vittoria in Parlamento la dobbiamo soprattutto a quelle decine di militi ignoti, ma non certo ignobili, che nel segreto dell'urna hanno votato con la coscienza libera dai diktat di partito. «Avevamo 149 voti, contati e controllati», dichiara Loredana De Petris di Leu: «Quindi c'è stata una defezione di 18 voti, 16 sono andati al centrodestra, 2 astenuti. Le assenze non sono state rilevanti. Il problema è di chi dice una cosa e poi ne fa un'altra». A parte che a noi non pare un problema dire una cosa sbagliata e poi farne una giusta (sempre meglio dire e fare cose giuste, ma va bene anche così), il voto segreto ha permesso di mettere in evidenza quanto ordinariamente i parlamentari non siano davvero liberi nel loro lavoro, bensì debbano sempre rispondere agli ordini di partito. Più che rappresentanti del popolo, deputati e senatori sono rappresentanti di partito.
    Torniamo però alle cause della morte del Ddl Zan e domandiamoci: quanto ha pesato la reale convinzione che il Ddl Zan fosse una legge intrinsecamente iniqua e quanto invece i calcoli politici? La risposta, crediamo, non può che essere articolata. Dunque, da parte di Fratelli d'Italia l'opposizione era scontata, d'ufficio potremmo dire. Per la Lega, e non solo per lei, vi sono anche finalità strategiche dato che, come è noto, questo governo presenta un arcobaleno - è proprio il caso di dirlo - di anime diverse. Oltre a questo motivo, tra i leghisti e tra coloro che non hanno seguito le direttive di partito vi sono certamente alcuni, se non molti, che hanno trovato il Ddl Zan criticabile su più fronti.

    L'ERRORE DI CHI SI È OPPOSTO ALLA LEGGE ZAN
    Però qui s'inserisce un distinguo importante. Pensiamo che la quasi totalità di coloro che hanno votato contro il Ddl Zan non ritengano che il testo di legge sia inaccettabile, bensì solo modificabile. E infatti molti hanno proposto modifiche al testo e la Lega, lo ricordiamo, propose anche un proprio disegno di legge sulla cosiddetta omofobia. E qui sta l'errore. Il problema di tutte queste proposte riguarda la ratio comune ad esse: la legittimazione dell'omosessualità e della transessualità (la prima è già avvenuta con la Legge Cirinnà sulle unioni civili e la seconda con la disciplina normativa sulla cosiddetta rettificazione sessuale). In buona sostanza, è doveroso tutelare la persona in quanto tale da minacce, insulti, aggressioni, ingiuste discriminazioni, al di là del fatto che sia eterosessuale o omosessuale, credente o non credente, bianco o nero, etc. E questo il nostro ordinamento giuridico già lo fa. Invece tutte le proposte volte a combattere l'"omotransfobia" - da quella di Alessandro Zan a quella di Matteo Salvini - elevano a bene giuridico due condizioni - l'omosessualità e la transessualità - che invece sono condizioni intrinsecamente disordinate. E l'ordinamento giuridico non può considerare un bene giuridico ciò che è disordinato per la natura umana.
    Dunque, questa è una vittoria a metà. Chi ha votato contro lo ha fatto per calcoli politici e/o perché persuaso che il nucleo della proposta fosse anche buono però infettato da derive estremiste liberticide, non perché convinto che la legge fosse essenzialmente ingiusta, ma solo accidentalmente ingiusta. In conclusione, bene che la legge non sia passata, sebbene non per le motivazioni migliori.
    Di certo non avremmo potuto chiedere ai nostri politici di far meglio dato che il consesso sociale è fortemente gay friendly. Il Parlamento, in questa materia, ha rispecchiato quasi fedelmente il sentimento diffuso pro-Lgbt. Abbiamo scritto "quasi" perché per il popolino molto probabilmente il Ddl Zan doveva passare. La differenza di giudizio tra il cittadino e il politico con buona probabilità l'hanno fatta il calcolo strategico-politico e un esame attento sotto il profilo delle libertà costituzionalmente garantite. Sicuramente invece riflessioni di carattere morale non hanno spostato l'ago della bilancia al momento del voto.

    FESTEGGIAMENTI... AMARI
    Ci possiamo anche concedere adesso 24 ore di festeggiamenti, ma da domani si torna in barricata almeno per due motivi. In primo luogo, gli attivisti Lgbt ci possono ancora far del male con le armi del diritto anche senza Ddl Zan: i reati di diffamazione, calunnia, gli artt. 604 bis e ter del Codice penale vengono (ab)usati abitualmente per zittire l'avversario. Le vicende giudiziarie di Silvana De Mari, Simone Pillon e Massimo Gandolfini insegnano in tal senso a non abbassare la guardia. In poche parole, queste norme in mano a giudici particolarmente sensibili alla causa Lgbt si possono trasformare in tanti Ddl Zan.
    In secondo luogo la volontà della maggioranza dei partiti di modificare il testo dell'on. Zan ci fa comprendere che a breve si tornerà in Parlamento con un testo nuovo sull'"omofobia" (c'è chi addirittura vuole riesumare il vecchio Ddl Scalfarotto). Insomma non sarà un testo pessimo come quello dell'on. Zan, ma solo meno peggiore. Questo non ci deve far dormire sonni tranquilli perché, lo ripetiamo, nessuna legge sull'omofobia è accettabile. Inoltre, anche se passasse una legge soft sull'"omofobia", in breve tempo la sua applicazione nelle aule giudiziarie diventerà hard e col tempo la stessa legge potrebbe modificarsi in peius (Legge 40 docet).
    Ciò detto, però, il motivo di maggior speranza intorno a questa vicenda viene non dai parlamentari, ma dai pro-family. È indubbio che l'associazionismo cattolico si sia risvegliato su questo tema e abbia dato battaglia lungamente e con convinzione, marciando sotto il vessillo del rifiuto del disegno di legge senza se e senza ma. Non crediamo che tutte queste ottime energie siano riuscite ad orientare più di tanto il voto di qualche parlamentare, ma di certo hanno illuminato le menti di molti cattolici e le hanno consolidate nel bene, nonostante la Conferenza episcopale italiana volesse una legge frutto solo del compromesso tra visione cattolica e visione laica, proposta ben sintetizzata dalle parole del presidente della stessa Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, che nel maggio scorso dichiarò: "Più che affossata, la legge andrebbe corretta".
    La famosa nota verbale consegnata dalla Santa Sede al Governo italiano sui rischi che il Ddl Zan non rispettasse gli accordi del Concordato, seppur lodevole, si inserisce però in questa strategia minimalista dei vertici della Chiesa italiana. Strategia invece, come ricordavamo, non sposata da una certa fetta di associazionismo cattolico, lo stesso che, si spera, ingaggerà battaglia contro il referendum dei radicali sull'eutanasia.

    Nota di BastaBugie: Stefano Fontana nell'articolo seguente dal titolo "Sulla Zan serviva dialogo... la Chiesa che piange il ko" mette in luce lo scandalo di Avvenire, il quotidiano della Cei, che in nome del dialogo avrebbe preferito vedere approvata la legge Zan, anche se un po' mitigata.
    Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 29 ottobre 2021:
    "Abbiamo vinto!": il sollievo di associazioni e singoli cattolici impegnati a bloccare il disegno di legge Zan sull'omofobia, che avrebbe introdotto ulteriormente - dopo la legge Cirinnà - l'ideologia gender nel sistema giuridico italiano, è comprensibile. Il disegno di legge, però, non è stato affossato perché ritenuto ingiusto secondo le motivazioni di chi ora esulta. Motivazioni, in buona sostanza, di diritto naturale, ma per una serie di convergenze di atteggiamenti politici che hanno fatto girare la ruota in questo senso.
    La vittoria non è stata culturale, mentre alla lunga contano veramente solo le vittorie culturali, quelle ottenute perché alcune idee sono diventate patrimonio comune. Se così fosse stato, potremmo dormire sonni tranquilli per il futuro dopo l'affossamento dello Zan, mentre invece sappiamo che lo scontro è solo rimandato, che c'è stata una battaglia vinta, ma la guerra è tuttora in corso. Da qui a quando essa riprenderà, sarà sempre sulla cultura politica che si dovrà insistere.
    Da questo punto di vista, la lunga battaglia contro il disegno di legge Zan è stata condotta da una piccola avanguardia, decisa e agguerrita ma comunque piccola e comunque avanguardia. La cultura prevalente nell'Italia di oggi, quella dominante più o meno in tutti i partiti, ed anche quella presente nell'apparato ecclesiale hanno ben altre idee, molto lontane dalle concezioni di famiglia e di doveri e diritti di chi ha animato e condotto la lotta allo Zan. I cattolici che hanno lottato lo hanno fatto nella solitudine e perfino nel disprezzo dell'apparato ecclesiale ad ogni livello, ma soprattutto ai livelli superiori.
    Disprezzo che si nota benissimo, per esempio, nell'editoriale di ieri del direttore di Avvenire Marco Tarquinio. I cattolici che hanno lottato contro l'approvazione del disegno di legge Zan, sono chiamati da Tarquinio "odiatori e menatori seriali", "seminatori di slogan a buon mercato", autori di "violenza verbale". L'archiviazione dello Zan "non è un bel giorno per la società italiana": così sostiene Tarquinio secondo cui c'è stata come una scatola spaccata a metà, da una parte gli "ideologi dell'indifferenza", ossia i sostenitori dell'equivalenza delle relazioni sessuate, e dall'altra, appunto, gli "odiatori e menatori seriali".
    17 min
  • Il cattolico adulto, cattolico solo nel nome
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6693

    IL CATTOLICO ADULTO, CATTOLICO SOLO NEL NOME
    Si proclama pubblicamente cattolico, ma altrettanto pubblicamente professa idee in contrasto con la fede e la morale della Chiesa
    di Tommaso Scandroglio
    Oggi parliamo di una classica figura di cattolico dei nostri tempi: il cattolico adulto. Dici "cattolico adulto" e subito il pensiero corre a Romano Prodi che quando, nel 2005, la Chiesa italiana decise giustamente di affossare il referendum sulla legge 40 con l'astensione lui sbottò: "Sono un cattolico adulto e vado a votare". Qualche anno dopo gli fece eco un figlio di quella stessa mentalità che dimentica la Bibbia e il Catechismo in biblioteca, ma sul tavolo di lavoro tiene la Costituzione. Ci riferiamo a Matteo Renzi che, a favore delle unioni civili e sedicente cattolico, non ebbe vergogna ad esplicitare quali fossero le sue priorità: "Io sono cattolico, ma ho giurato sulla Costituzione e non sul Vangelo". Che è come dire, io sono un giudice ma in tribunale mica applico la legge, bensì il regolamento del mio condominio. Di cattolici adulti è pieno il mondo e la stella in ascesa, ma forse ancora per poco, più nota al momento porta il nome di Joe Biden il quale riesce a tenere insieme il comando di non uccidere con il placet all'aborto e sovrascrivere sulla pagina della Bibbia in cui si narra che Dio "li creò maschio e femmina" la teoria del gender, usando pure carattere svolazzanti e gradevoli.

    LE CARATTERISTICHE DEL CATTOLICO ADULTO
    Le caratteristiche del cattolico adulto sono molteplici. In primis è un separatista: costui scinde in modo netto la vita privata, nonché pubblica, dalla dottrina cattolica. Dal punto di vista logico non ci sarebbero problemi se il Nostro si confessasse ateo, agnostico o almeno laicista. Il problema invece sta nel fatto che si presenta come cattolico. Sfidando il principio di non contraddizione il cattolico adulto tenta allora di coniugare il suo appoggio ad aborto, contraccezione, fecondazione artificiale, divorzio, rapporti extramatrimoniali, omosessualità, transessualità, eutanasia con la sua appartenenza alla Chiesa cattolica. Grazie a questa impossibile ibridazione tra ciò che è retto e ciò che è storto, il cattolico adulto ha fatto la sua parte in Parlamento e insieme ad altri compagni di cordata ci ha regalato leggi come quella sul divorzio, aborto, Fivet, Unioni civili ed eutanasia.
    Il Nostro ha in testa quindi una strana idea di cattolicità, adulterata, è proprio il caso di dire, inquinata da un misto di modernismo, progressismo, liberalismo e giustizia sociale. Per lui essere cattolici significa lotta alla povertà, disoccupazione e porti aperti. Il resto sono questioni private in cui solo Dio è giudice e le cui sentenze rimangono occulte a noi poveretti.
    Una seconda caratteristica del cattolico adulto, che discende dalla prima, è la sua voglia di emancipazione dal Magistero. Non tanto dalla struttura gerarchica della Chiesa, la quale, se politico, può venire anche utile - da qui la sua inclinazione al clericalismo - bensì dall'insegnamento della Chiesa. Il cattolico adulto è quello che cammina spedito sulle sue gambe e non ha bisogno di stampelle dottrinali, è un illuminato, uno che non se ne fa nulla di miracoli e, volendo, nemmeno della grazia ordinaria dei sacramenti. In questo autarchia dottrinale del cattolico adulto che basta a se stesso e in questa autosufficienza morale e spirituale si possono forse intravedere delle influenze protestanti. Il Magistero diventa un orpello, la Rivelazione è aperta ad esegesi confezionate su misura. Insomma il cattolico adulto si salva da solo.

    UNO SLOGAN DIFFUSO
    Costui quindi sarà pure un cattolico adulto, ma non è adulto come cattolico, dato che la sua fede è bambina. Benedetto XVI in un'omelia del 2009 disegnò benissimo il profilo di questo nostro amico: "La parola "fede adulta" negli ultimi decenni è diventata uno slogan diffuso. Ma lo s"intende spesso nel senso dell'atteggiamento di chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi Pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere e non credere - una fede "fai da te", quindi. E lo si presenta come "coraggio" di esprimersi contro il Magistero della Chiesa. In realtà, tuttavia, non ci vuole per questo del coraggio, perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso. Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se questa contraddice lo "schema" del mondo contemporaneo. È questo non-conformismo della fede che Paolo chiama una "fede adulta". È la fede che egli vuole. Qualifica invece come infantile il correre dietro ai venti e alle correnti del tempo".
    Il cattolico adulto - e lo siamo in fondo un po' tutti noi, almeno a volte - è però dotato di furbizia. Ha fiuto. Riconosce cioè dove spira il vento, dove è la parte giusta della storia e ci si ficca all'istante. Lo fa per più motivi: perché cerca il plauso del mondo, perché è più comodo o più utile, perché non vuole essere escluso dalla gente che conta e invece intruppato in un manipolo di poveri sfortunati bigotti e baciapile, perché non vuole rimanere indietro mentre un futuro radioso lo sta aspettando a braccia aperte. Insomma lo fa per un sacco di motivi, ma non certo per Dio.
    8 min
  • Il cattolico omissivo, maestro nel non fare nulla con la scusa che non è il momento
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6632

    IL CATTOLICO OMISSIVO, MAESTRO NEL NON FARE NULLA CON LA SCUSA CHE NON E' IL MOMENTO di Tommaso Scandroglio
    Qualche giorno fa ci siamo occupati del cattolico ombra. Oggi mettiamo sotto la lente di ingrandimento un altro inquilino che abita in casa cattolica. Ci riferiamo al cattolico omissivo. Innanzitutto è da rilevare che il cattolico omissivo ha nel suo armentario tre parole magiche capaci di salvarlo in ogni occasione: prudenza, opportunità, momento. Le quali parole in genere vengono così usate: «ci vuole prudenza», «non è opportuno», «al momento giusto». Termini magici che lo fanno sparire dal luogo dove è attesa la sua testimonianza. Ad esempio: il cugino ha divorziato? Non è opportuno ora andargli a parlare. L'amica vuole abortire? Ci vuole prudenza, sono situazioni delicate. La coppia degli amici delle vacanze si è messa in lista per la fecondazione artificiale? Al momento opportuno li chiamiamo, magari con il pretesto delle vacanze da programmare (e intanto saranno già andati in clinica). Il conoscente che gestisce il bar dove andiamo sempre vende cocktail a base di cannabis? Non mettiamolo in difficoltà davanti ai clienti.

    PROMETTE CHE PRIMA O POI SCENDERÀ IN CAMPO, MA NON LO FARÀ MAI
    Che il lettore faccia bene attenzione. Il cattolico omissivo non dice: «Se il cugino ha divorziato o l'amica vuole abortire o gli amici desiderano un figlio in provetta o il conoscente vende derivati della cannabis sono fatti loro. Ognuno è libero di fare le scelte che vuole», anche se questo entra in rotta di collisione con quanto insegnato dalla Chiesa, aggiungiamo noi. No, questo è un altro tipo di cattolico di cui forse ci occuperemo in futuro. Il cattolico omissivo sa che il cugino, l'amica, i compagni di vacanze e il conoscente hanno sbagliato e dunque non rimane invischiato in un contraddittorio pluralismo dottrinale, però - ed è questo il problema - non fa nulla. Decide di non decidere. Promettendo agli altri che prima o poi scenderà in campo, sa bene che non lo farà mai. Fa melina con la propria coscienza, procrastina all'infinito sperando che la situazione diventi così compromessa che de facto andrà in prescrizione. E così il tempo diventerà suo alleato e si troverà ad ammettere: «Ma cosa vuoi che vada a dire a mio cugino dopo anni che ha divorziato? L'aborto ormai c'è stato, non andiamo a riaccendere un dolore antico. Il figlio in provetta ha già tre anni, mi pare fuori luogo ora mettere in stato di accusa i nostri amici. Quel cocktail spinelloso è in carta da tempo immemore, se gli faccio un appunto lui mi potrà rispondere: "Perché non me lo hai detto prima?"».
    Dunque il cattolico omissivo è maestro nell'indietreggiare, nel temporeggiare, nel sottrarsi. L'astensione è il suo credo, il suo apostolato e la sua arma pastorale preferita. Lo spazio vuoto è la sua identità. Preferisce la sottrazione delle occasioni all'addizione e alla moltiplicazione delle stesse, trovandosi in grave difficoltà allorquando deve fornire una esegesi convincente del seguente passo paolino: «Insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna».
    Altro suo grande alleato, oltre al tempo, in questa strategia rinunciataria sono gli effetti collaterali. Il soggetto credente omissivo non entra in azione perché se lo facesse:
    1) metterebbe in imbarazzo le persone, quando invece è lui a sentirsi in imbarazzo a dire una parola giusta in più;
    2) urterebbe la loro sensibilità, quando invece la loro sensibilità ha la peculiarità di essere insensibile al vero;
    3) i rapporti di amicizia si romperebbero, quando invece l'amicizia esigerebbe ogni tanto una parola franca per essere rinsaldata;
    4) si darebbe una immagine falsa di sé e della Chiesa, quando invece la parola adatta aiuterebbe a cancellare l'immagine di un popolo di credenti assai insipidi.
    In breve il cattolico omissivo si vende come fine stratega che aspetta il momento più propizio per ghermire la preda, che sa conciliare fedeltà al Vangelo e carità, chiarezza di idee e misericordia. Non è un grezzo cattotalebano che si espone sempre e a sproposito, ma sa fiutare il vento (dello Spirito). Tace, conscio che il suo silenzio è eloquente.

    LA VIRTÙ DELLA PRUDENZA, QUELLA VERA
    Detto ciò, attenzione a non cadere nel vizio opposto. A volte la virtù della prudenza - che non è invece il vizio della codardia appena descritto - esige di non fare e di non parlare. [...] A volte è bene omettere un'azione astrattamente buona per un bene maggiore che può voler dire: evitare che gli effetti negativi delle nostre azioni superino quelli positivi. Gesù docet quando parlò della zizzania.
    Un esempio tratto da una vicenda accaduta realmente. Un gruppo di docenti cattolici di un ateneo italiano assai importante erano arcistufi di tutta una serie di iniziative arcobaleno che si svolgevano in università con la benedizione dei vertici accademici. C'era chi aveva proposto di scendere in piazza, di protestare, di scrivere al rettore e ai giornali. Prevalse un'altra linea e fecero bene: prevalse la strategia del non fare nulla. Per quale motivo? Perché i docenti cattolici erano quattro gatti. Le lobby Lgbt dell'ateneo e soprattutto quelle fuori di esso, ben più potenti e numerose, avrebbero avuto facilmente la testa di ciascuno servita su un piatto d'argento, li avrebbero seppelliti sotto cumuli di critiche. Sarebbero stati dipinti senza appello come omofobi, intolleranti, non inclusivi, retrivi e tutta la solita litania di insulti made in Gayland. Insomma sarebbe stato da stupidi uscire dalla barricata e gridare a un centinaio di cecchini: «Vi ammazzo tutti!». Quel poco di bene che avevano seminato e, soprattutto, che avrebbero potuto seminare in futuro tra gli studenti sarebbe scomparso. Un docente professionalmente e mediaticamente «morto» non serve più a nessuno. Esempi simili si possono moltiplicare all'infinito.
    Il cattolico omissivo è in genere ben istruito su queste casistiche e le usa per celare le proprie timidezze, le proprie vigliaccherie, le proprie pavidità. Insomma usa il paravento della prudenza per mandare avanti gli altri e dire di aspettare il momento opportuno. Ma - ed è qui che sta il problema - il momento opportuno non arriva mai: perché siamo sotto le feste, perché le feste sono appena finite, perché i figli hanno ripreso la scuola, perché hanno appena finito la scuola, perché Tizio non è dell'umore adatto per parlarci o perché è in lutto, gli è nata la figlia, si è appena sposato, ha perso il lavoro, ne ha trovato uno nuovo, ha fatto trasloco. E alla fine, dopo mille treni che sono passati dalla sua stazione, il cattolico omissivo, con un certo sollievo per aver scampato il pericolo, allargherà triste le braccia e sospirando ammetterà: «È troppo tardi». Insomma, avrebbe voluto, ma le circostanze gli hanno remato contro. Tante buone intenzioni quante occasioni perse.
    Ma se il bene si può omettere, al giudizio finale non si può scampare. A questo proposito giova ricordare che il cattolico omissivo si ciba della tiepidezza e «poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca».
    11 min
  • Noi non ci inginocchiamo davanti al mondo, ma solo davanti a Dio
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6650

    NOI NON CI INGINOCCHIAMO DAVANTI AL MONDO, MA SOLO DAVANTI A DIO
    Davanti al moralismo razziale che ama tutti fuorché i bianchi, davanti a Madre Terra, davanti al male minore, ai diritti civili, al vocabolario gay friendly, all'aborto, ai cambiamenti climatici... noi non ci inginocchiamo
    di Tommaso Scandroglio
    No, noi non ci inginocchiamo davanti a chi si inginocchia al moralismo razziale che diventa razzista perché ama tutti i colori del mondo fuorché il bianco. Noi non ci inginocchiamo davanti a chi, oltre ai ginocchi, ha piegato anche la propria coscienza al potere forte di turno, che comunque è sempre stato forte con i deboli e debole con i forti. Noi non ci inginocchiamo davanti a chi, per non spezzarsi, ha piegato e ha piagato la propria anima con il compromesso qualunquista. Noi non ci inginocchiamo davanti a chi vuole salvare il pianeta e dannare l'uomo, a chi non sente nulla perché non si sente né uomo né donna, a chi affonda le barche dei migranti a colpi di stereotipi ben prima che quelle stesse barche prendano il largo.
    Noi non ci inginocchiamo davanti alla Madre Terra perché nostra madre è Maria e perché la Terra è stata fatta per gli uomini e non gli uomini per la Terra. Noi non ci inginocchiamo davanti ai ghiacciai che si sciolgono perché è lo stesso buon senso ad essersi squagliato da tempo. Noi non ci inginocchiamo davanti alla sostenibilità perché il politicamente corretto è davvero insostenibile e nemmeno davanti al peloso perbenismo spacciato per anticonformismo perché siamo fatti per la vita autentica, vera, genuina e non ideologicamente modificata. Noi non ci inginocchiamo davanti alla parità di genere perché il merito crea sempre disparità tra i capaci e gli incapaci, che siano uomini o donne. Noi non ci inginocchiamo davanti al male minore, perché si merita la nostra genuflessione solo il bene maggiore, davanti al compromesso su ciò che non è comprimibile, davanti alla tratta delle vergini quando queste si chiamano principi non negoziabili, davanti al dubbio perché, più che inginocchiarci, dovremmo strisciare davanti a lui per riconoscergli la nostra sudditanza.
    Noi non ci inginocchiamo davanti ai diritti civili perché sono figli orfani di genitori chiamati doveri. Noi non ci inginocchiamo davanti all'egualitarismo e all'inclusività perché non ci è mai piaciuto vedere l'uguaglianza e la giustizia dietro le sbarre dell'insipienza. Noi non ci inginocchiamo davanti al pensiero unico, non perché unico, ma perché sbagliato. Noi non ci inginocchiamo davanti ai giovani in quanto giovani, alle donne in quanto donne, alle persone di colore in quanto di colore perché solo il merito e la sofferenza sono degne di tanto rispetto al di là dell'età, del sesso e del colore della pelle.
    Noi non ci inginocchiamo davanti alle varie Grete Thunberg e Chiare Ferragni con consorti, perché viviamo nel mondo reale e non abbiamo tempo di tenere in mano cartelli con disegnati sopra un mondo pieno di ciminiere né di postare su Facebook la foto dell'ennesimo paio di scarpe. Noi non ci inginocchiamo davanti ai vari Zan e Boldrini, non perché per carità cristiana non vogliamo loro bene, ma perché per carità cristiana sappiamo dove sta il vero bene. Noi non ci inginocchiamo davanti a chi grida «Ridateci il futuro» perché costoro non avranno alcun futuro dato che hanno cancellato il passato. Noi non ci inginocchiamo davanti al surriscaldamento globale e al climate change perché abbiamo cose più importanti a cui pensare, tra cui la prima è la salvezza della nostra anima che si può ottenere anche se fa un po' più caldo del solito.
    Noi non ci inginocchiamo davanti a quegli uomini di Dio che parlano di altruismo e non di carità, di benessere e non di Paradiso, di fratellanza e non di Dio Padre, di migranti nel Mediterraneo e non di tutti noi pellegrini su questa Terra, di pacifismo e non di guerra al peccato, di attenzione al creato e non di attenzione al Creatore. Noi non ci inginocchiamo davanti a chi bercia che bisogna sempre rispettare l'opinione altrui, che la 194 non si tocca, che per giudicare occorre trovarsi in certe situazioni, che il pluralismo è un valore, che il dialogo è il sale della democrazia perché i luoghi comuni sono affollati e a noi, una volta tanto, piace il distanziamento sociale. Noi non ci inginocchiamo davanti ai dipendenti da mascherina-gel-distanziamento sociale-vaccino, davanti al virus della paura che spinge a non vivere piuttosto di rischiare di vivere, davanti alle varianti perché la vita è sempre stata piena di variabili, davanti ai cronisti di guerra pandemica che lavorano comodi da casa.
    Noi non ci inginocchiamo davanti alle governance, alle policy, alla green finance perché siamo gente semplice, vogliamo rimanere tale e alla fine non ce ne importa nulla di tutta questa roba. Noi non ci inginocchiamo davanti al catalogo delle nuove virtù europee che vanno dal familismo arcobaleno all'abortismo inteso come diritto fondamentale per approdare all'eurafricanismo realizzato per via migratoria e tramite una prolungata era glaciale demografica. Noi non ci inginocchiamo davanti ai politici che chiedono responsabilità verso scelte irresponsabili, davanti ai giudici creativi che s'improvvisano stilisti della giustizia, davanti alle più alte cariche dello Stato perché spesso sono cariche a salve.
    Noi ci inginocchiamo solo davanti a Dio. Sappiamo bene che voi ci odierete per questo e ci farete la guerra, ci porterete in tribunale, ci diffamerete sui media e sui social, ci strapperete i figli dalla famiglia avendoli già strappati dal ventre di molti madri e avendoli già sequestrati nelle vostre scuole di regime, ci staccherete la spina quando saremo in ospedale, ci tasserete sempre di più perché, così direte, la libertà di dissentire costa cara, ci costringerete a marciare con il passo dell'oca a tutti i vostri gay pride e a mandare a memoria ridicole nuove parole che si trovano solo nel vostro vocabolario arcobaleno, ci umilierete facendoci passare per intolleranti, bigotti, retrivi, farisei, duri di cuore e di comprendonio. E sapete una cosa? Vincerete. Sì, l'avrete vinta. Ma noi non ci inginocchieremo mai davanti a voi. Noi moriremo in piedi.
    8 min

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Il professore Tommaso Scandroglio, autore di diversi libri sulla legge naturale, sulla morale e sulla bioetica, sviluppa riflessioni interessanti sui temi più caldi del dibattito contemporaneo