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Tommaso Scandroglio - BastaBugie.it episodes

  • Alois, il principe della vita, che difende i bambini dall'aborto
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8631

    ALOIS, IL PRINCIPE DELLA VITA CHE DIFENDE I BAMBINI DALL'ABORTO
    di Tommaso Scandroglio
     

    Siamo in Liechtenstein. A giugno il partito di opposizione Freie Liste (Lista Libera, di centrosinistra) e gruppi femministi come Women in Good Health e Women's Network avevano lanciato l'iniziativa Fristenlösung für Liechtenstein tesa a proporre un referendum sulla legalizzazione dell'aborto: possibilità di abortire entro la dodicesima settimana e di fornire informazioni mediche per incentivare l'aborto, nonché copertura assicurativa per i costi della procedura abortiva. Lo scorso 31 luglio i promotori hanno depositato presso la cancelleria del Governo 4.970 firme, più che sufficienti per indire il referendum. Nel Liechtenstein l'aborto è vietato, eccetto nelle seguenti ipotesi: se la vita della madre è a rischio, se vi è il pericolo di un grave danno alla sua salute fisica, in caso di stupro, se la madre è minore di 14 anni. Inoltre è vietata qualsiasi forma di pubblicità all'aborto. Da aggiungere che dal 2015 le donne che si recano all'estero per abortire (una quarantina in media) non vengono più perseguite penalmente.

    DOBBIAMO CONVINCERE SOLO UN UOMO
    Gabriella Alvarez-Hummel, attivista pro-choice, ha scritto sul Guardian che lei e gli altri suoi compagni attivisti sono riusciti a convincere 4.970 persone, ma ora «dobbiamo convincere solo un uomo», perché senza il suo consenso anche un referendum che raccogliesse il 100% dei "sì" non potrebbe mai diventare legge. Quell'uomo che fa la differenza è il principe ereditario Alois, reggente al posto del padre. Infatti il principe, già a giugno, fece sapere che, in caso di approvazione del referendum, lui avrebbe posto il suo veto, impedendo a qualsiasi legge pro-aborto di vedere la luce. Il suo Ufficio della Comunicazione ha chiarito che «il motivo principale va rinvenuto nel fatto che nelle disposizioni relative all'interruzione di gravidanza non viene sufficientemente protetto il bene giuridico fondamentale della tutela della vita».
    Nel 2011 il fronte abortista riuscì a far approvare un referendum sull'aborto. Ma gli andò male: il 52,3% dei votanti si dichiarò contrario alla legalizzazione. Anche in quell'occasione il principe regnante dichiarò che se avessero vinto i "sì" avrebbero comunque trovato sulla loro strada il suo "no". A seguito di questa sconfitta e consci che la dichiarazione di contrarietà del principe aveva orientato il voto dei cittadini, si lanciò nel 2012 un altro referendum. Questa volta non riguardava la legalizzazione dell'aborto, ma il problema principale alla sua legalizzazione: il potere di veto del principe. Fu un disastro per i promotori: il 76,1% si dichiarò contrario all'abolizione del veto. I poteri del re non si toccano. Nel 2016 anche i pro-vita proposero un loro referendum per vietare in tutti i casi l'aborto, ma l'81,3% dei votanti decise di non modificare l'assetto normativo che, come abbiamo visto, permette di abortire in alcune ipotesi.

    NON È IL POPOLO A FARE LA STORIA, MA LE ÉLITE
    Due rapide riflessioni. La prima: Francesco De Gregori cantava La storia siamo noi. Il più delle volte non è vero. Non è la massa a fare la storia, ma le élite, le tecnocrazie, le oligarchie di potere che influenzano la collettività e, spesso, singoli uomini che trascinano le masse. La scriminante, non di rado, la fa un politico, un pensatore, un finanziere, un banchiere, un emiro o pochi di questi soggetti che stringono alleanze tra loro. E sempre non di rado ciò che decidono per le masse non è per il loro bene. Anche il caso del veto del principe Alois conferma che la storia di un Paese può venire disegnata dalla decisione di un solo uomo, però in questa occasione la decisione presa è stata per il bene del popolo. In passato quest'uomo ha già salvato dall'aborto qualche centinaio di bambini, facendo eccome la differenza. Facendo la storia.
    Seconda riflessione: sembra di leggere una favola, ma la più bella mai scritta perché vera. Abbiamo un principe che lotta per i più indifesi e fragili, per i bambini. Che non ha paura di andare controcorrente, che non teme che gli tolgano il potere perché sa che nessuna autorità umana potrà mai sottrargli ciò che gli spetta per diritto divino. Un principe che non cede al compromesso, al lurido pragmatismo, ma che è principe di princìpi, principe della vita. Oggi anche e soprattutto di questo hanno bisogno le persone: di uomini coraggiosi, integerrimi, fedeli a valori che li trascendono, irriducibili, forti e tenaci, pronti a pagare care le proprie scelte. E qualsiasi uomo, la cui corazza interiore risplende di queste virtù, è già principe.
    6 min
  • Denatalità, un problema con radici culturali
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8633

    DENATALITA', UN PROBLEMA CON RADICI CULTURALI
    di Tommaso Scandroglio
     
    Lo scorso 24 marzo il presidente dell'Accademia della Crusca, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell'anno accademico dell'Università di Ferrara, ha avvertito tutti noi che l'italiano si sta estinguendo: «Probabilmente, per citare una famosa poesia di Thomas Stearns Eliot del 1925, The Hollow Men (Gli uomini vuoti), la fine dell'italiano avverrà "non con uno schianto ma con un lamento", [...] ma, ineluttabilmente, anche se dopo di noi, avverrà».
    Ma l'italiano si sta estinguendo non solo come lingua, ma anche come civis italicus. È questo il pronostico, che si consolida di anno in anno, che si può dedurre dall'ultimo rapporto dell'Istat sugli indicatori demografici del 2025. Qualche dato: «Diminuiscono le nascite, stabili i decessi: nel 2025, 355mila i nati, 652mila i decessi». Dunque la differenza tra i decessi e i nati è pari a 297 mila persone. Eppure la popolazione italiana negli ultimi anni è sì diminuita (un milione di abitanti in 10 anni), ma non in modo così pronunciato come ci si aspetterebbe da questo saldo negativo, presente anche nell'ultima decade, tra nati e morti. Per quale motivo? «Popolazione stabile grazie alle migrazioni». In breve: sempre meno italiani vengono alla luce; i nati non riescono a sostituire gli italiani che muoiono; la compensazione deriva dagli immigrati. Una compensazione quasi millimetrica. Leggete qui: «Al 1° gennaio 2026 la popolazione residente di cittadinanza straniera è pari a 5 milioni e 560mila unità [quasi il 10% della popolazione, ndr], in aumento di 188mila individui, quella di cittadinanza italiana ammonta a 53 milioni 383mila unità, in calo di 189mila individui». Risultato: l'Italia sta scomparendo - intesa ovviamente come portato culturale, tradizioni, sensibilità, orientamenti valoriali (se ancora esistono) - e al suo posto troveremo un agglomerato culturale in cui una quota significativa, ma non maggioritaria, è rappresentata dalla tradizione islamica (albanesi, marocchini e rumeni sono sul podio). Si chiama sostituzione etnica e dunque culturale e religiosa. Anche la religione cattolica ovviamente sta morendo senza far troppo rumore, parafrasando Eliot, sia perché diminuendo gli italiani diminuiscono anche i cattolici sia perché gli italiani rimasti credono sempre meno.
    IN ITALIA SI NASCE SEMPRE MENO
    Torniamo al rapporto dell'Istat che ci informa che in Italia si nasce sempre meno: il tasso di fecondità «scende a 1,14 figli per donna [era 1,18 nel 2024, ndr]. [...] Nel 2025 le nascite sono 355mila, con una diminuzione del 3,9% sul 2024». Se gli stranieri sono il 10% della popolazione, tra i nati la percentuale sale: «un nato su otto ha cittadinanza straniera», dato comunque in calo del 5% rispetto al 2024.
    I matrimoni «sono 165mila, 8mila in meno sul 2024», diminuzione addebitabile sia alla contrazione demografica sia a motivi culturali. «Diminuiscono soprattutto quelli celebrati con rito religioso (-11,7%)», quelli con rito civile, che sono circa il 60% del totale, sono sostanzialmente stabili. Insomma ci si sposa di meno soprattutto in chiesa. Potremmo dire che, nel calo del numero delle nozze, il matrimonio inteso come istituto regge di più del matrimonio inteso come sacramento. Altro dato inquietante: «Oggi oltre un terzo delle famiglie è formato da una sola persona (il 37,1%)». Questo è dovuto soprattutto all'aumento della popolazione anziana. Altresì, si rileva «una costante diminuzione della dimensione media familiare che passa dai 2,6 componenti di 20 anni fa agli attuali 2,2 (media 2024-2025)».
    Per spiegare questo naufragio della natalità, dell'italianità e dei matrimoni e per spiegare la conquista del nostro Paese senza sparare un colpo da parte degli immigrati, in genere si fa riferimento - e con ottime ragioni - all'individualismo, all'edonismo, alla paura del futuro, alle sfavorevoli congiunture economiche (e quando mai non ci sono state?) e, in certe stanze della casa cattolica, alla mancanza di fede. Tra tutte queste e molte altre cause importanti che i sociologi indicano, ne vogliamo aggiungere una, di certo non la principale ma altrettanto certamente suggestiva, prendendo a prestito una felice espressione di Marcello Veneziani e declinandola nell'ambito che qui stiamo indagando. Veneziani parla di egocentrismo del presente. L'hic et nunc diventa l'unico tempo esistente.
    L'ASSOLUTIZZAZIONE DEL PRESENTE
    Viviamo cioè nell'assolutizzazione del presente. Si tratta di una conseguenza dell'individualismo narcisista. Non importa il passato - le tradizioni, la storia patria e familiare - non importa il futuro. Il baricentro esistenziale è nell'oggi perché la fame smodata di gratificazioni si disinteressa del passato, essendo cimelio museale inutile, e non può aspettare il domani, perché segnato inevitabilmente da fatica e insuccessi. È il "voglio tutto e subito" dei bambini: un infantilismo che rimane intatto anche dopo 40 o 50 anni dalla nascita. Concentrata così l'esistenza nel momento presente - dimensione biologica propria degli animali - ridotta ad un punto temporale che non si proietta né indietro né, per il tema che stiamo affrontando, avanti, la progettualità non può trovare spazio. Il figlio, infatti, prima di tutto vive nel futuro. E così il matrimonio. Non si vuole un figlio non solo perché quest'ultimo ha perso sempre più importanza e di contro ha acquistato sempre più alcuni tratti di lesività: il bambino è quel piccolo essere che toglie soldi, energie, opportunità, tempo, relazioni, libertà. Ma non si vuole il figlio anche perché non c'entra con noi stessi, quel "noi stessi" che vive chiuso in un presente che, senza futuro, non può che ripetersi uguale a se stesso all'infinito, incastrato in un oggi che è privo di proiezioni temporali (quante vite che girano a vuoto perdendosi in un labirinto esistenziale costruito minuziosamente negli anni dalle persone stesse).
    Il disinteresse del futuro è poi disinteresse del destino della propria patria. L'immigrazione diventa un problema solo se è un problema per il singolo. Che poi un giorno l'Italia diventerà solo un nome presente nei libri di storia non ha rilievo. Questo perché Dante, Rossini, Michelangelo, Colombo, Marconi, san Francesco sono avi di cui abbiamo rifiutato l'eredità. Non innervano più la nostra cultura, la nostra sensibilità. Non ci appartengono. Nessuno più li capisce, nessuno più si sente toccato nell'intimo dalle loro opere, dal loro insegnamento, dalla loro vita, proprio perché alieni in terra straniera. Sono nomi ormai rimpiccioliti a stereotipi di facile consumo, brand di carattere turistico, che al massimo possono indicare esami di letteratura e storia da superare o già superati (e che spesso non si sono superati). L'egocentrismo del presente ha cancellato lo spirito italico e così ci siamo imbastarditi e imbarbariti tutti. E quindi chi se ne importa se l'Italia morirà per mancanza di italiani? A nessuno importa lasciare il testimone nelle mani delle generazioni future perché quel testimone non ha alcun valore. È l'esito naturale di una morte che è già avvenuta, quella della cultura italiana, ridotta oggi solo al cibo, alla moda, allo sport e alla Ferrari. La sterilità culturale non può che portare alla sterilità degli uteri.

    9 min
  • Fingersi gay per ottenere asilo politico
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8598

    FINGERSI GAY PER OTTENERE ASILO POLITICO
    di Tommaso Scandroglio
     
    Una inchiesta della BBC ha scoperto che alcuni studi legali chiedono ingenti somme (tra le 2.500 e le 7.000 sterline per iniziare) agli immigrati per escogitare una truffa ai danni dello Stato e di tutti i cittadini inglesi: fingersi gay per chiedere asilo nel Regno Unito. Questo perché in alcuni Paesi come il Pakistan o il Bangladesh l'omosessualità è sanzionata penalmente. Ritornare in patria potrebbe dunque essere rischioso.
    Ridotta all'osso, la procedura truffaldina è la seguente: i migranti, sia quelli appena sbarcati nel Regno Unito sia quelli il cui visto è in scadenza, vengono istruiti dai legali su come fingersi gay tramite la presentazione di lettere di supporto in cui si conferma che Tizio ha avuto rapporti sessuali con Caio, fotografie in cui vengono ritratti come abituali frequentatori di locali gay e referti medici in cui si attesta ad esempio che la persona è sieropositiva.
    Pur essendo minima la quota di persone omosessuali nella popolazione, nel 2025 ben il 35% delle richieste di asilo prodotte nel Regno Unito provenivano da migranti che si erano dichiarati omosessuali. In quell'anno hanno superato le 100.000 richieste. Già questo dato fa pensare che non tutte le richieste provengano da persone realmente omosessuali. Il Ministero dell'Interno ha reso noto che i cittadini del Pakistan sono in testa nella richiesta di asilo per motivi legati all'omosessualità. Nel 2023 il 43% delle richieste per questi motivi veniva da cittadini pakistani, pur essendo solo il 6% tra tutti i richiedenti asilo. Nel 2023 quasi i due terzi di richieste basate sull'orientamento sessuale sono stati accolti nella fase iniziale della procedura.

    L'INCHIESTA DELLA BBC
    Ma veniamo all'inchiesta della BBC. Un giornalista sotto copertura contattò l'avvocato Tanisa Khan, consulente per la Worcester LGBT, un'organizzazione che, come si poteva leggere sul suo sito, «ha ottenuto il riconoscimento ufficiale del Ministero dell'Interno [...] a testimonianza del nostro continuo contributo al sostegno dei richiedenti asilo LGBT+ in tutto il Regno Unito». Abbiamo usato l'imperfetto perché il 16 aprile scorso, dopo la pubblicazione dello scoop della BBC, l'organizzazione ha chiuso i battenti.
    L'avvocato Khan confidò al giornalista della BBC sotto copertura: «Ascoltami. Non esiste nessuno che sia per davvero gay. C'è solo un modo per sopravvivere qui, ed è proprio quello che tutti stanno adottando». L'avvocato aggiunse che fingersi gay sarebbe stato l'unico modo per rimanere nel Regno Unito: «Si tratta di un visto per asilo... riguarda i diritti umani e viene definito caso gay o per persone dello stesso sesso. Non c'è speranza di ottenere un altro tipo di visto». Poi consigliò al giornalista sotto copertura di inventarsi una storia di sana pianta da ripetere per il colloquio con il Ministero dell'Interno. «Non esiste alcun controllo per scoprire se una persona è gay. La cosa principale è ciò che dici. Devi solo dire loro: "Sono gay e questo è tutto"», chiarì l'avvocato dopo aver aggiunto che era da 17 anni che fabbricava prove false.
    Poi il giornalista rilanciò: avrebbe voluto essere raggiunto da sua moglie che era in Pakistan. L'avvocato non mostrò esitazioni: «Se la fate venire qui, richiederemo anche il suo asilo. Una volta che sarà qui, potremo farla diventare lesbica».

    LA MAGGIOR PARTE DELLE PERSONE QUI NON SONO GAY
    Il legale aveva infine chiesto al giornalista di far parte dell'associazione: in tal modo la richiesta sarebbe stata accettata più facilmente. «Vi rilasceremo una lettera in cui affermeremo che [...] siete un nostro membro, un membro autentico, affiliato a noi e una persona che conosciamo personalmente. Questo tipo di prova è molto convincente», tenne a precisare la Khan. Il giornalista frequentò anche le riunioni dell'associazione e ciò fu molto istruttivo. Una persona che incontrò lì, un certo Fahar, gli disse: «La maggior parte delle persone qui non sono gay». Un altro, di nome Zeeshan, fu ancora più netto: «Qui non c'è nessuno gay. Nemmeno l'1% è gay. Nemmeno lo 0,01% è gay». Insomma, pare proprio che questa organizzazione riunisse immigrati che si fingevano gay per ottenere asilo nel Regno Unito. Un altro avvocato, di nome Aqeel Abbasi, chiese al medesimo giornalista sotto copertura di farsi delle foto in locali gay e di trovare un uomo che avrebbe dovuto fingere di essere il suo compagno. Insomma il copione era analogo.
    Le falle nel sistema della gestione dell'immigrazione erano già note al governo, seppur ignaro di questo particolare scandalo. Infatti, a marzo, il ministro dell'Interno Shabana Mahmood aveva annunciato modifiche alle norme che regolano l'immigrazione: ai richiedenti asilo verrà offerta solo protezione temporanea. Infatti, i loro casi verranno riesaminati ogni trenta giorni. Insomma, un asilo a tempo determinato.
    La frode scoperta dalla BBC è sicuramente la punta dell'iceberg di un fenomeno molto più esteso, tenendo conto, come accennato sopra, di quante sono le persone che chiedono asilo per motivi legati all'omosessualità. Un numero sproporzionato per essere reale. La frode funziona perché è facile provare di essere una persona omosessuale ed è facile perché è agevole produrre prove false. In caso di tortura, invece, le prove sono molto più oggettive (ad esempio segni sul corpo) e molto più difficilmente falsificabili. A ciò si deve aggiungere il fatto che dichiararsi gay offre già probabilmente una sorta di immunità sociale. Vogliamo dire che sicuramente c'è una certa ritrosia a verificare che una persona che si dichiara omosessuale lo sia veramente, dal momento che c'è il timore di venire tacciati di omofobia.
    7 min
  • L'intelligenza artificiale, una conoscenza amputata e di parte
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8634

    L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE, UNA CONOSCENZA AMPUTATA E DI PARTE
    di Tommaso Scandroglio
     
    Torniamo ad analizzare la nota del 4 marzo scorso della Commissione teologica internazionale dal titolo Quo vadis, humanitas? Pensare l'antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell'umano. La nota, almeno in due passaggi, mette sotto la lente d'ingrandimento il rapporto tra conoscenza e intelligenza artificiale (IA).
    Al numero 41 possiamo leggere: «Un tipo di sapere e di calcolo che faccia a meno di un'intelligenza vissuta in un corpo e situata, come pure di un tipo di conoscenza relazionale e trasmessa di generazione in generazione attraverso processi educativi che si giocano sull'identità e sul senso da dare al proprio destino e al proprio ruolo nel mondo, costituisce una minaccia rispetto al vero bene dell'umanità». Il documento parla di un «tipo di conoscenza senza corpo, né limiti, né legami, né senso morale». La nota paventa un pericolo: se la conoscenza venisse appaltata unicamente all'IA, questo tipo di conoscenza non solo non sarebbe completa, ma falsa. Non completa perché priva di quella conoscenza che si attiva tramite i racconti da nonno a nipote, le favole della buona notte, la lezione frontale docente-discente, le confidenze da amico ad amico.
    In modo ancor più preciso potremmo dire che sarebbe una conoscenza incompleta perché amputata della conoscenza che nasce dai rapporti interpersonali, dagli sguardi, dagli abbracci, dalla gioia e dalla sofferenza, dall'esperienza. Per richiamare alcune espressioni usate nella nota, quella proposta dall'IA è dunque una conoscenza senza corpo e senza legami. Sarebbe allora un conoscere irrealistico, astratto e, perciò, per sua natura senza limiti né di tempo, né di spazio, né di risorse. Una conoscenza assoluta perché sganciata dal reale.
    Tale conoscenza risulta poi falsa perché inumana, appunto artificiale, artefatta, avulsa dalla persona che è carne, cuore e anima e, quindi, non è essere a due dimensioni come lo schermo di uno smartphone, ma a tre dimensioni perché incarnato in una realtà solida e non impalpabile come gli algoritmi che governano i processi dell'IA. Quest'ultima quindi disconosce la parte più profonda dell'uomo e perciò non sa rispondere ai suoi quesiti più intimi, non sa orientare le scelte in vista del proprio destino. E di certo non vorremmo che un giorno riuscisse a valicare questi confini. Però moltissimi, soprattutto tra i giovani, invece si ingannano e interrogano l'IA sui drammi e le aspirazioni della propria vita come se questa fosse un oracolo o uno psicologo o il migliore amico o addirittura Dio. Chiedono all'IA ciò che essa non potrà mai dare loro.
    In un altro punto della nota si analizza il rapporto tra conoscenza e IA: «Il pericolo maggiore è quello di ridurre l'orizzonte della conoscenza umana, delimitandola a quelle forme di sapere che corrispondono a ciò che l'IA può elaborare, con una forte ricaduta sull'ambiente educativo (nelle scuole e nelle università). Possono essere escluse, come non pertinenti, domande di senso e questioni etiche, ma anche questioni filosofiche (ontologiche) e teologiche. Così l'IA potrebbe decidere di fatto ciò che è consentito di sapere, relegando le altre questioni all'ambito soggettivo o a questioni di gusto» (46). È il problema delle fonti attraverso cui l'IA è stata addestrata al fine di rispondere alle nostre domande. I chatbot, software che simulano conversazioni umane, attingono perlopiù ad Internet. Altre tipologie di IA vengono anche addestrate tramite dati scientifici e tecnici. Ma l'IA ha un accesso molto parziale alla fonte di sapere principale dell'umanità: i testi cartacei. Per millenni il sapere è stato trasmesso soprattutto attraverso la scrittura e anche oggi la maggior parte del sapere è conservato nei libri, nelle riviste, nei giornali, etc. L'IA non ha praticamente accesso a questo patrimonio direttamente. Indirettamente sì, attraverso sintesi o commenti critici. Ma sono appunto sintesi e pareri. Il pericolo è quindi che se, per motivi di studio, lavoro, interesse personale, noi consultassimo solo l'IA, questa ci formerebbe e informerebbe in modo parziale, scartando l'immenso patrimonio del sapere umano stampato su carta. L'unico mondo esistente sarebbe quello descritto dall'IA.
    Non solo, ma l'IA non è uno strumento eticamente neutro. Questo almeno per due motivi. Il primo: i contenuti forniti dall'IA vengono selezionati all'origine. Ossia gli sviluppatori e, più precisamente, i proprietari delle Big Tech hanno un loro preciso orientamento morale che è un orientamento liberal. Questa impronta etica viene impressa nelle risposte fornite dall'IA. In secondo luogo gli assistenti virtuali basati sull'intelligenza artificiale generativa, come ChatGPT, pescano dalla rete le proprie risposte. E le informazioni, i giudizi, i commenti presenti nella rete hanno anche loro un orientamento prevalente che è, anche in questo caso, liberale, progressista, utilitarista e soggettivista. Provate a testare ChatGPT su argomenti sensibili come l'aborto e l'omosessualità e ne avrete la prova.
    Insomma, il pericolo paventato dalla nota, tra i molti, è quello di affidarci mani, piedi e soprattutto testa all'IA credendo che sia onnisciente - e non lo è - e super partes - e non lo è. Sarebbe un gesto di fiducia fatale per l'intera umanità.
    6 min
  • A vincere i mondiali è un mondo libero che è stanco del woke
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8610

    A VINCERE I MONDIALI E' UN MONDO LIBERO CHE E' STANCO DEL WOKE
    di Tommaso Scandroglio
     
    I Mondiali di calcio sono terminati. Ha vinto la Spagna, a detta di molti la migliore sul campo. Guardando le partite di questa edizione, con il maggior numero di squadre in campo da sempre, si poteva venir colti da una impressione positiva: vuoi vedere che il calcio è oggi uno di quei pochi "luoghi" pressoché immuni dal politicamente corretto? Non ci riferiamo ovviamente a tutto ciò che ruota intorno al calcio: lacci arcobaleno agli scarpini dei giocatori e fasce arcobaleno per i capitani in occasione dei Pride; sostituzione del termine "guardalinee" con "assistente arbitrale" per sottolinearne lo spirito collaborativo; divieto di blackface, ossia pitturarsi la faccia di nero per tifare giocatori di colore; patch sulle maniche come "No to Racism" e "Equal Game"; sanzioni per cori cosiddetti omofobi, etc.
    Ci vogliamo invece riferire al gioco del calcio di per sé. In primis osserviamo che puoi giocare in Nazionale o in club di professionisti solo se sei bravo. Si guarda al merito. Pare una banalità dirlo, ma oggi le banalità spesso sono verità sequestrate dalla stupidità di massa. Vi ricordate la polemica di qualche anno fa contro il ministro Valditara sul merito scolastico? Si voleva assegnare lo stesso voto al capace e all'incapace per evitare discriminazioni. La scuola doveva essere di tutti e inclusiva. Provate a chiedere a Luis de la Fuente, allenatore delle Furie rosse, di far giocare anche gli scarponi e vedrete cosa vi risponde. Le retorica finisce esattamente dove inizia la realtà. Niente sconti quindi: giocano i migliori (almeno si spera) e agli altri non si concede un aiuto per arrivare al livello dei migliori. In molti atenei italiani, ad esempio, è obbligatorio assegnare più tempo nelle prove di calcolo ai discalculici. Ma chi ha difficoltà di calcolo - acquisita o innata - non è adatto a materie come la matematica. È come se Tizio che non sa nuotare voglia partecipare alle Olimpiadi di nuoto grazie a dei braccioli. In breve: il discalculico non dovrebbe nemmeno sostenere una prova di calcolo, non è quello il suo posto. Ecco, questi ossimori rimangono fuori dal rettangolo di gioco nel calcio. Ad esempio sarebbe delirante concedere alle squadre più deboli di avere una porta più piccola al fine di livellare le disparità di capacità con le squadre più forti.

    LA RAPPRESENTANZA DELLE MINORANZE E LE QUOTE ROSA
    Il merito cancella un altro falso problema: quello della rappresentanza delle minoranze. Moltissimi calciatori di colore erano presenti in questo Mondiale anche in squadre non africane perché si sono dimostrati più talentuosi di altri di etnia caucasica. Sarebbero impensabili, ad esempio, le quote rosa, ossia sarebbe impensabile una squadra mista. Il rustico buon senso dei tifosi di tutto il mondo fiuterebbe lontano un miglio l'odore di idiozia di una simile proposta e metterebbe a ferro e fuoco le città. Le minoranze possono vincere non perché, essendo tali, meritano un aiuto, ma perché a loro non è escluso vincere per merito. Il merito riguarda anche chi è "piccolo". E infatti Capo Verde - 530mila abitanti e circa 700mila cittadini in giro per il mondo - è stata l'unica squadra del Mondiale che è riuscita a pareggiare con i Campioni del Mondo spagnoli. Tutti gli altri hanno perso.
    Continuiamo a cercare indizi utili per affermare che il calcio è pressoché immune dal virus woke. Il gioco del calcio, come tutti gli sport, è praticabile perché ci sono delle regole da rispettare. Oggi tutti sono allergici alle norme, alle regole perché limiterebbero la libertà personale, tarperebbero le ali della propria identità, costringerebbe in una gabbia formale ciò che chiede invece di dispiegarsi senza confini. Pensate anche in casa cattolica alla guerra ancora in corso contro i dogmi. Il calcio è pieno di dogmi: vietato per i giocatori di movimento passarsi la palla con le mani, vietato falciare l'avversario, vietato ricevere il pallone in fuori gioco e via dicendo. Non ci sono "se" e "ma", eccezioni, casi particolari, casi di coscienza, discernimenti da operare in certi frangenti, etc. Queste regole sono assolute: valgono sempre e per chiunque. Non vuoi giocare con queste regole? Non entrare in campo. Non solo, ma questo approccio tetragono al gioco del calcio viene accentuato se pensiamo che, quando un giocatore viola una norma in modo grave, viene scomunicato, ossia esce dal campo. Tra l'altro le regole sono rispettate da tutti - e questo non pregiudica alcune marginali modifiche delle stesse nel tempo - e non c'è nessun malato di originalità che, ad esempio, organizza manifestazioni in piazza per l'abrogazione del calcio di rigore, retaggio di una mentalità da Santa Inquisizione. Infine le regole sono funzionali al gioco stesso: senza regole, ossia senza comandi, divieti e facoltà, non esisterebbe proprio il calcio. L'essenza di ogni gioco è data dalle sue regole. Le regole sono l'identità del gioco. Ed il bello è che queste regole sono appassionanti. Solo i vincoli, dettati dalla ragione, ti permettono di esprimerti, di essere veramente libero, anche quando giochi.

    IL GIUDICE
    Dici regola e di conserva non puoi che dire giudice. Se c'è una norma, ci deve essere anche una figura che giudica se è stata violata una norma e, in caso positivo, commina la relativa sanzione. Nel calcio questo giudice si chiama arbitro e assicura la giustizia in campo. La tecnologia - leggi VAR - ha giustamente aiutato a svolgere al meglio questo compito, ma ciò che ci preme qui mettere in evidenza è il seguente aspetto: la figura dell'arbitro in campo non è messa in discussione. Semmai si mettono in discussione - e quasi sempre - le sue decisioni, ma il ruolo no. Eppure oggi c'è il linciaggio ad ogni forma di autorità: dai genitori, passando agli insegnanti e alle forze dell'ordine, ai sacerdoti su su fino a Dio. Ci fermiamo un momento sul tema dell'autorità dell'arbitro. Il politicamente corretto, per questi Mondiali, ha preteso la presenza sul campo di gioco di due arbitri donne e di quattro colleghe fuori dal campo. Non stiamo a sindacare sulla bravura di queste donne, ma è certo che c'era un dato di fatto che si doveva tenere in considerazione: queste due donne avrebbero fatto più fatica ad imporsi ai 22 maschietti in campo rispetto ai loro colleghi maschi, così come puntualmente è avvenuto. Lo ripetiamo: è stato un dato di fatto che si sarebbe dovuto tenere in considerazione su cui sbatte il muso dell'egualitarista intransigente. Invece il tema "Il calcio è uno sport essenzialmente maschile" ce lo teniamo caldo per un'altra volta.

    L'AMOR PATRIO
    Proseguiamo. I Mondiali sono sempre stati una manifestazione potente dell'amor patrio, seppur declinato nella sua forma minimale dell'amor di squadra. Anche in questo caso la mentalità corrente corre, per l'appunto, in altra direzione bollando come nazionalismo pernicioso e pericoloso qualsiasi manifestazione di attaccamento alla bandiera, come populismo qualsiasi difesa della cultura patria, come atteggiamento non inclusivo qualsiasi protezione dei valori nazionali. Nei Mondiali invece questo giudizio non ha mai avuto diritto di cittadinanza ed è sempre valsa, anzi, la regola opposta: guai a tifare per una nazione diversa dalla propria. Saresti un traditore. Il Ct vincente diventa così più importante del Presidente dello Stato, i giocatori sono i salvatori della patria e tutta la narrazione delle vittorie e delle sconfitte assurge a prosa epica che cristallizza virtù e vizi di un intero popolo. La retorica di un mondo senza nazioni, senza confini, senza muri, di un unico popolo affratellato dall'amore universale può ritagliarsi uno spazio solo negli spot televisivi pre e post partita e nelle cerimonie di aperture e chiusura dei Mondiali, ma evapora all'istante appena si fischia il calcio d'inizio. In quel momento i tuoi fratelli sono solo quelli che indossano tutti la tua stessa casacca e tutti gli altri sono avversari da vincere, da sconfiggere. Appena la partita inizia, poi, si può finalmente usare senza timori un arsenale lessicale d'impronta militare: attacco, difesa, assedio alla porta, vittoria, sconfitta, capitano, etc.
    E allora forse il calcio, come del resto tutti gli altri sport, piace anche perché inconsapevolmente rimanda a questo mondo sano, fatto di regole, di autorità, di meriti, di appartenenze. Un mondo al naturale.
    11 min
  • Fenomenologia delle veglie contro l'omofobia
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8595

    FENOMENOLOGIA DELLE VEGLIE CONTRO L'OMOFOBIA
    di Tommaso Scandroglio
     
    Fenomenologia delle "Veglie di preghiere per il superamento dell'omotransbifobia". Qualche giorno fa Ermes Dovico ci ricordava da queste stesse colonne che sono almeno 23 le diocesi italiane coinvolte a vario titolo nella promozione di veglie di preghiere contro l'omofobia e di incontri formativi filo-Lgbt, veglie e incontri che sono iniziati a maggio e che continueranno per tutto giugno.
    Quali le caratteristiche di queste iniziative? Vediamone qualcuna. Innanzitutto, con il pretesto di accogliere la persona omosessuale e transessuale si accoglie l'omosessualità e la transessualità. Siamo ben oltre il famoso distinguo "accogliere il peccatore ma non il peccato" perché la persona che liberamente vive la condizione omosessuale o transessuale non è più considerata peccatore, bensì portatore sano di un modo di vita che può essere coerente con il Vangelo, dato che Dio ama ciascuno di noi così come siamo, dimentichi che Dio ama il peccatore ma non il peccato. Dio accoglie tutti, ma non tutto.
    L'accoglienza delle persone omosessuali e transessuali viene ritenuta doverosa a motivo delle discriminazioni subite da costoro.
    In primo luogo ricordiamo che non tutte le discriminazioni sono ingiuste, perché discriminare significa distinguere, discernere, cogliere le differenze. Così la Congregazione per la Dottrina della Fede: «Vi sono ambiti nei quali non è ingiusta discriminazione tener conto della tendenza sessuale: per esempio, nella collocazione di bambini per adozione o affido, nell'assunzione di insegnanti o allenatori di atletica, e nel servizio militare» (Alcune considerazioni concernenti la risposta a proposte di legge sulla non discriminazione delle persone omosessuali, 11).
    IL TEMA DELLA DISCRIMINAZIONE È PRETESTUOSO
    In secondo luogo il numero esiguo di ingiuste discriminazioni, tutte ovviamente da condannare, non giustifica una simile pletora di iniziative ecclesiali, pressoché assenti per altre forme di discriminazioni e di persecuzioni ben più gravi e ben più estese, ad esempio a danno dei cristiani (vedasi cosa sta accadendo in questo periodo in Israele). In breve il tema della discriminazione è pretestuoso ed è funzionale per ammantare di liceità morale condotte che la Chiesa istituzionale condanna nei suoi documenti ufficiali. È per questo motivo che non c'è e non deve esserci nessuna pastorale tesa alla conversione di queste persone. Costoro sono solo vittime e in nessun modo peccatori.
    Un'altra caratteristica è la perversione delle finalità della liturgia, in particolare della veglia di preghiera. Si innesta nel sacro ciò che contraddice il sacro. Si chiede a Dio, come è avvenuto con Fiducia supplicans, di benedire e giustificare ciò che non è giusto. Il tentativo di validare dottrinalmente l'omosessualità e la transessualità passa attraverso la pastorale e una pastorale liturgica. La sacralizzazione di queste due condizioni - atto che in realtà è blasfemia - persuade l'opinione pubblica cattolica che omosessualità e transessualità siano condizioni naturali. La critica a queste due condizioni viene valutata alla stregua di un giudizio negativo sulla razza o sul sesso, dimentichi che razza e sesso sono condizioni naturali, omosessualità e transessualità no. Qui sta forse il successo maggiore di simili iniziative: il dissenziente si sente malvagio, rigido, ingiusto, non moderno, identico ad un razzista o ad un misogino e dunque non solo non apre bocca, ma lavora su di sé per cambiare idea reputandosi nell'errore. Chi si reca a queste veglie prima di tutto prega per sé perché si riconosce non aperto, non inclusivo, legato a visioni retrive contrarie alla carità cristiana. Prega per la propria conversione. Peccatore, allora, non è più la persona omosessuale perché ha rapporti con persone dello stesso sesso, bensì chi critica la sua condotta.
    L'ASSIMILAZIONE PRONA ALL'IDEOLOGIA LGBT
    Ulteriore aspetto identitario di queste veglie è l'assimilazione prona di metodi e contenuti dell'ideologia Lgbt, così come ha recentemente appuntato monsignor Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia-San Remo: «Perché sposare, nel calendario, nella terminologia, nei simboli e nelle prospettive, l'impostazione ideologica e militante proveniente da visioni non soltanto contrarie alla fede, ma pure incompatibili con l'antropologia cristiana quando la dottrina cattolica mette a disposizione dei fedeli e dei pastori la ricchezza di una sapienza liberante e pacifica, che viene dalla divina rivelazione e dal magistero della Chiesa?». In effetti la retorica è la medesima dell'universo arcobaleno perché gira attorno a topos argomentativi propri delle lobby Lgbt. Ecco allora i temi dell'inclusività, dell'emarginazione, della tolleranza, della discriminazione, dell'amore, della famiglia. La narrativa proposta in queste veglie e negli incontri di formazione è anch'essa la medesima di quella che troviamo in ambito Lgbt: una minoranza deve essere tutelata, ha il diritto di esistere ed essere riconosciuta, garantita nei suoi diritti specifici. La narrativa diventa poi mito: un popolo reietto è sotto attacco e sta battagliando per conquistare la libertà. Il suo nemico numero uno è il cattolico. Una narrazione che ha fatto il copia e incolla con la storia dell'emancipazione delle persone di colore e delle donne.
    Ulteriore elemento caratterizzante delle veglie e soprattutto degli incontri formativi arcobaleno è l'assenza di contraddittorio. In spazi cattolici non viene dato spazio alla dottrina cattolica. L'indottrinamento è a senso unico e quindi i microfoni sono accesi solo per coppie gay o volontari parrocchiali anch'essi gay. Il dibattito viene bandito per paura che si possa instillare anche un solo dubbio nell'uditorio. Dibattito che in realtà non ci dovrebbe nemmeno essere perché in casa cattolica si deve insegnare solo la verità, mentre l'errore deve essere citato solo per confutarlo.
    In conclusione le veglie di preghiere omoeretiche appaiono essere, forse, lo strumento più pericoloso e letale per scardinare dall'interno la dottrina cattolica sull'omosessualità e sulla transessualità.
    7 min
  • Eutanasia ai minori, in Olanda la morte è scambiata per la cura
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8604

    EUTANASIA AI MINORI, IN OLANDA LA MORTE E' SCAMBIATA PER LA CURA
    di Tommaso Scandroglio
     
    Cronistoria dell'omicidio di Stato in Olanda. Nel 2002 i Paesi Bassi furono il primo Stato al mondo a legalizzare l'eutanasia. Nel 2014 la legge ampliò il bacino di utenza: da quella data possono accedere all'eutanasia anche i minori dai 12 anni in su, posto che siano capaci di discernimento, e i neonati fino ad un anno. In entrambi i casi serve il consenso dei genitori. Nel 2024 saltò il limite dei 12 anni e candidati all'eutanasia possono anche essere i bambini di qualsiasi età.
    Ma fino ad oggi nessun minore di anni 12 è morto per mano dello Stato. Appunto. Fino ad oggi. Un paio di giorni fa il governo olandese, in occasione dell'annuale report sui casi di eutanasia praticati in Olanda, ha informato che circa sei mesi or sono un bambino che aveva meno di 12 anni è morto per eutanasia, dato che, nel rispetto dei criteri di legge, era affetto da una patologia incurabile, nonché terminale, e da dolori insopportabili. La norma prevede anche che non venga ucciso contro la sua volontà, posto che riesca ad esprimerla a motivo dell'età o della patologia e tacendo poi sul fatto che la sua volontà possa essere facilmente manipolabile. Altre informazioni sul bambino, quali l'età precisa, il sesso e la tipologia di malattia, non sono state rivelate.
    Giustamente inorridiamo per quello che avviene in Olanda e crediamo che da noi in Italia un tale crimine non potrebbe mai avvenire. Opinione fallace dato che la legge 219/17 permette l'eutanasia anche sui minori senza limiti di età. E poi è cosa nota negli ambienti di neonatologia che, anche ben prima della legge, i neonati pretermine fortemente problematici e portatori di patologie assai severe molto spesso non vengono rianimati.

    IL PUNTO DI PARTENZA
    Ma torniamo al caso di eutanasia del bambino olandese. Questo omicidio è la conseguenza di alcune premesse. La prima ha carattere giuridico, sebbene a monte la sua natura sia prettamente culturale. Il punto di partenza è il seguente: il diritto alla cura deve ovviamente essere riconosciuto non solo agli adulti, ma anche ai minori. Si cura un bambino anche in tenerissima età perché quello è il suo bene oggettivo. Nulla rileva che non possa dare il suo consenso perché è incontestabile che la salute sia un bene per tutti, grandi o piccoli. E qui sta il passaggio chiave. L'eutanasia viene intesa dalle legislazioni come un trattamento sanitario che interessa la salute del cittadino. In questa prospettiva e per paradosso l'eutanasia è una cura. Dare la morte è una terapia estrema per mali estremi. L'eutanasia è quindi un bene giuridico. Ed essendo un bene giuridico, tutti ne devono beneficiare. Come si cura un bambino per una malformazione al cuore, così si cura con l'eutanasia un bambino affetto da una patologia gravissima e che non potrà mai guarire. Ripetiamo: se l'eutanasia è un diritto perché è una cura, allora deve essere accessibile a tutti, al pari di una appendicectomia o di una artroscopia.
    Seconda premessa che ha portato all'uccisione di questo bambino olandese. Se puoi uccidere tuo figlio prima che nasca non si vede il motivo di non poterlo uccidere anche dopo nato. Era la famigerata tesi dei due ricercatori Giubilini e Minerva che nel 2012 pubblicarono un articolo sulla rivista scientifica Journal of Medical Ethics in cui sostenevano la bontà di una pratica da loro definita come aborto post-nascita. Se per alcune patologie posso uccidere un bambino prima che nasca appare ragionevole applicare i medesimi criteri anche per i bambini già nati. Date le premesse errate, se uno è coerente arriva a conclusioni altrettanto errate.

    GIUSTIFICARE PER LEGGE L'UCCISIONE DEI BAMBINI
    Terza premessa per capire come mai siamo arrivati a giustificare per legge l'uccisione dei bambini: la sensibilità collettiva si è coagulata ormai da tempo intorno a principi di carattere utilitaristi ed edonisti. Il bene è stato scalzato dal benessere, l'eudaimonia (la felicità) è stata scacciata dal welfare, le virtù dal guadagno, dal successo, dall'affermazione personale, dalla sicurezza economica, dal salutismo, dal narcisismo. In questo stato d'animo sociale assai pervasivo il limite, la patologia, il dolore non hanno senso e non possono averne. Sono bachi di sistema, esseri patogeni da eliminare e mai accettare, incongruenze e contraddizioni della vita, errori che si possono correggere con l'eugenetica. Via gli imperfetti e i disabili perché sporcano l'idea apollinea che noi abbiamo dell'esistenza. Sono casi quindi che disturbano e che non possono avere diritto di cittadinanza in una società votata all'efficienza, all'estetica fine a se stessa e alla performance. Una società aristocratica ma non nell'accezione primigenia, bensì in quella più scadente e decadente contemporanea: accesso libero all'esistenza in vita solo ai migliori, anche fisicamente. Naturalmente si cela tutto questo dietro il paravento ipocrita del miglior interesse per il paziente, bambini inclusi.
    Quarta premessa. Il nord del mondo è essenzialmente ateo. Va da sé che quindi manca il timor Dei che una volta aveva un suo efficacissimo effetto di deterrenza. Oggi non si crede più e, quando si crede, si crede ad un dio non giudice ma condonatore, anzi plaudente di ogni nostra scelta. Se dunque siamo intimamente convinti che non ci aspetta un castigo dopo la morte per le nostre malefatte e un castigo da parte di un Dio che ti può dire quanti capelli hai in testa - «anche i capelli del vostro capo sono tutti contati» (Lc 12,7) - e a cui quindi nulla sfugge, allora il male dilaga. Se sapessimo con certezza che mai prenderemo una multa per divieto di sosta parcheggeremmo dovunque, ammettiamolo. Insomma la convinzione dell'impunità di certo non frena il male, ma lo accelera e lo spinge alle sue massime espressioni. Un giorno Gesù disse che chi scandalizza un bambino gli toccherà in sorte nell'aldilà una punizione più severa di venire gettato in mare con una macina al collo. E qui siamo ben oltre lo scandalo dei bambini. Siamo all'assassinio dei bambini.
    Ecco queste sono, tra le altre, quattro cause che hanno portato quello sventurato bambino a porgere il collo alla scure del boia di Stato e che probabilmente porteranno tutti noi a finire prima del tempo nella fossa, anzi: nell'inceneritore, dato che va così tanto di moda. Purtroppo certi processi sono così noiosamente e insieme drammaticamente prevedibili.
    8 min
  • E il verbo si fece algoritmo: così Gesù parla con l'Intelligenza Artificiale
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8596

    E IL VERBO SI FECE ALGORITMO: COSÌ GESÙ PARLA CON L'INTELLIGENZA ARTIFICIALE
    di Tommaso Scandroglio
     

    Ora puoi parlare con Gesù. Voi direte: lo abbiamo sempre fatto con la preghiera. Risposta: la preghiera è roba vecchia. Ora per entrare in comunione con Cristo non servono più la preghiera e i sacramenti. La tecnologia digitale ha scavalcato queste pratiche analogiche. Oggi Gesù ti parla in modo nuovo e più efficace. Dal Gesù di Nazareth siamo passati al Gesù dell'Intelligenza artificiale. Il Verbo si fece algoritmo. La piattaforma Just Like Me ha infatti lanciato un chatbot Gesù che risponde, come se fosse un ChatGPT spirituale, a tutti i tuoi dubbi esistenziali. Gesù ti compare a video e tu, in videochiamata, puoi chiedergli un consiglio, un parere, una parola di conforto e lui ti indica la soluzione. Per i miracoli quelli di Just Like Me hanno fatto sapere che si stanno attrezzando.
    Il Gesù IA è in buona compagnia sulla piattaforma. Infatti puoi parlare con imprenditori, psicologi, preparatori atletici e c'è pure Babbo Natale. Questi mental coach che vanno da Babbo Natale a Gesù sono i nuovi maghi a cui far leggere la mano per scrutare il nostro futuro. Infatti puoi chiedere assistenza per problemi di salute, per il tuo benessere, per riuscire negli affari, per conoscersi meglio, per trovare l'anima gemella o per rimettere insieme i cocci di una relazione in frantumi. Se vuoi sentirti un po' Gesù anche tu senza passare per l'evangelica porta stretta, Just Like Me ti offre l'opportunità di reincarnarti in un chatbot. Infatti basta iscriversi, addestrare l'IA con il proprio vissuto, scritti, consigli, competenze, etc. e così creare un alter ego digitale, un gemello potenziato grazie all'IA e cliccabile sul portale di Just Like Me. Poi magari qualcuno ti sceglierà sperando in un poco di felicità e nella certezza di spendere un po' di quattrini. Altro che influencer e video tutorial, ora tutti noi possiamo diventare guru in qualche cosa.
    Ma torniamo al nostro Gesù che finalmente ci parla non solo tramite i Vangeli, ma grazie all'IA: un Gesù customizzato, ritagliato secondo le esigenze dell'utente. Innanzitutto questo Gesù va a confermare una verità teologica-esperienziale: seguirlo costa, costa caro. Per la precisione 1,99 dollari al minuto. Sì, l'obiezione che viene in mente è tanto intuibile quanto irritante: costa in media di più di una seduta dallo psicologo. Ma ci scordiamo che lui è il Figlio di Dio, non uno strizzacervelli qualsiasi. E comunque lo sapevamo: c'è sempre un prezzo da pagare per entrare in Paradiso, ma alla fine forse questo Gesù è meno esigente di quello vero che chiedeva di lasciare casa, figli e campi per Lui. Certo, la sua immagine viene resa un po' opaca da questa simonia digitale, ma i tempi sono cambiati. La grazia non è più gratis.
    Ciò detto, c'è da aggiungere che ciascuno di noi può fare una prova con lui per vedere se questo Gesù ne vale la spesa, cioè se è all'altezza delle nostre aspettative e se ci troviamo bene con lui. A video vi comparirà un bel giovanotto bruno dal sorriso sempre splendente anche se gli state raccontando di aver ucciso la suocera. I consigli che vi darà sono simili a quelli del Calendario filosofico in vendita su Amazon a 20,80 euro (ma dura un anno): ogni giorno una massima. Meglio Frate indovino. Un esempio delle perle di saggezza elargite dal Gesù agente dell'IA: ogni giorno, al mattino, prenditi un minuto per essere grato per tre cose. L'alba, il sorriso di una persona grata e la possibilità di ricominciare da capo. Che si aggiornino quelli che ancora vogliono essere grati a Cristo di aver dato loro un'opportunità di non finire all'Inferno. Insomma i consigli di questo Gesù sono un mix tra Confucio, le massime del mondo e Siddharta.
    Chris Breed, CEO di Just Like Me™, che ha invitato chiese e sacerdoti ad adottare la sua app in parrocchia o nelle congregazioni, in un comunicato stampa ha spiegato chi è questo suo Gesù: «La nostra missione è sempre stata quella di rendere il mondo un posto migliore, una conversazione alla volta. Miliardi di persone lottano contro la solitudine, lo stress e l'incertezza. Jesus AI è stato creato per offrire una presenza compassionevole che incoraggi l'amore, la guarigione e la comprensione. È un modo moderno per fornire una guida, un tutoraggio e una compagnia senza tempo, disponibili ogni volta che qualcuno ne ha bisogno». Insomma da Salvatore a tutore, da Redentore a mentore. 
    E' dunque un Gesù senza spigoli, che pensa positivo e che deve piacere a tutti. Un Gesù a misura della statura minima morale dell'uomo contemporaneo che vuole stare bene senza la fatica di fare il bene, che vuole tutto ma non pretende nulla da se stesso, che non cerca maestri ma solo consolatori, mammine che lo rassicurino che tutto andrà bene, che lo compatiscano, che gli dicano che è un incompreso e una vittima e che lo confermino in ogni suo capriccio. Specchio perfetto di ciò che i nostri contemporanei vorrebbero che fosse la Chiesa cattolica. In breve questo giovanotto bruno e dal sorriso smagliante fa al caso non di chi vuole salvarsi, ma di chi vuole salvare solo il proprio benessere.
    6 min
  • La legge sul femminicidio smonta il mito femminista
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8603

    LA LEGGE SUL FEMMINICIDIO SMONTA IL MITO FEMMINISTA
    di Tommaso Scandroglio
     

    Tre. Sono state tre le vittime di femminicidio nel primo trimestre del 2026. A dircelo è il Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell'Interno con il report Omicidi volontari e femminicidi pubblicato a maggio. Anche una solo vittima è troppo, ma tre è un numero sideralmente lontano da quello che tutti, ma davvero tutti, sventolano sui media e social: ogni tre giorni muore una donna per femminicidio. Questo è quello che sentiamo continuamente ripetere. Dunque all'anno circa 120 donne sarebbero vittime di femminicidio. Ma i dati del Dipartimento della Pubblica Sicurezza prevedono un altro trend, se rimanesse costante (e non si vede il motivo per ipotizzare l'opposto): avremmo circa 12 donne all'anno vittime di femminicidio. E 12 non è 120. Perché 120 è dieci volte 12.
    Le femministe & co. dove hanno ricavato il numero di 120 e quindi lo slogan "Ogni tre giorni una vittima di femminicidio"? Il report ci è di aiuto nella risposta. Se andiamo a prendere il numero di donne vittime di omicidio per gli anni 2023 e 2024 scopriamo che sono 119 per ciascun anno. Ma in quel numero non ci sono solo donne vittime di femminicidio, ossia uccise in quanto donne ci dice la legge, ma anche donne assassinate per tutta una serie di motivi che con l'appartenenza al sesso femminile della vittima non c'entrano nulla: per lucrare l'eredità, per vendette malavitose, per rapina finita male, etc. Per paradosso chi ha sgretolato la propaganda femminista sui numeri di femminicidi è stato proprio il nuovissimo reato di femminicidio, entrato in vigore il 17 dicembre 2025. Prima di quella data la categoria "femminicidio" era una categoria sociologica (se non ideologica) e non giuridica. Ora che abbiamo il reato di femminicidio possiamo contare quante sono effettivamente le condotte che si possono imputare a quel reato. Ed infatti il report sopra indicato è il primo pubblicato dal Ministero dell'Interno. Prima del varo dell'art. 577 bis cp, detto anche reato di femminicidio, bastava che una donna fosse uccisa e l'episodio veniva subito qualificato come femminicidio. Ora con questo nuovo reato non è più possibile barare con i numeri.

    NON SONO FEMMINICIDI
    Naturalmente le femministe non si arrendono e criticano questi numeri: i criteri di legge per identificare il femminicidio sarebbero troppo restrittivi e così pubblicano proprie statistiche sul fenomeno. Inoltre hanno iniziato a spostare l'attenzione su condotte criminali che possono interessare le donne ma non sono femminicidi, come ad esempio la violenza domestica. Infine un'ulteriore tattica è analizzare tutti i dati del report ma non fare cenno a quelle 3 vittime, come fanno due giornaliste del Sole24Ore, offrendo così una lettura partigiana del report, tanto da arrivare ad indentificare nuovamente come femminicidi tutti gli omicidi in cui la vittima è donna.
    Leggiamo invece con attenzione questo report. Primo dato: due terzi di tutti gli omicidi commessi tra il 2023 e il 2025 vedeva come vittima un uomo e non una donna. Secondo dato: se restringiamo l'ambito in cui sono avvenuti gli omicidi a quello familiare/affettivo la maggior parte delle vittime era invece una donna. Terzo dato: il report va a selezionare il numero di omicidi perpetrati in ambito familiare/affettivo commessi da partner o ex partner. La quasi totalità delle vittime è costituita da donne. Tra il 2023 e il 2025 i numeri oscillano tra 62 e 64. Ma queste sessantine di donne non sono tutte vittime di femminicidio: il partner poteva averla uccisa per soldi, perché malata gravemente e non voleva vederla soffrire, etc.
    Ed infatti, ora che possiamo avere i dati disaggregati in relazione alle motivazioni che hanno spinto ad uccidere le donne, scopriamo che nel primo trimestre del 2026 sono 12 le vittime donne per omicidio e 3 quelle per femminicidio (e nel periodo tra il 17 dicembre - giorno in cui è entrata in vigore la legge - e il 31 dicembre 2025 i femminicidi sono stati zero). I dati numerici finalmente sono distinti e possiamo concludere che l'emergenza femminicidio non esiste.
    Un particolare importante. Il report avverte: «Fermo restando che il presente lavoro di monitoraggio riporta dati "operativi", ovvero soggetti a possibili variazioni sulla base degli sviluppi delle indagini e dei relativi procedimenti penali"». Dunque si tratta di incriminazioni e non di sentenze definitive. Quindi queste tre incriminazioni potrebbero anche portare, in qualche caso o in tutti e tre i casi, ad un nulla di fatto o ad un cambio del reato addebitato. Ed ovviamente è possibile che anche altre incriminazioni per diverse specie di reati vengano poi ricondotte al reato di femminicidio. Detto ciò è comunque difficile ipotizzare che da 3 incriminazioni si arrivi a 30, assestandosi dunque al livello numerico indicato dalle femministe. Sarebbe irrealistico e il Ministero dell'Interno si sarebbe ben guardato dal pubblicare un dato così incerto soprattutto su una materia tanto delicata.

    IL NUOVO REATO È DISCRIMINATORIO
    A questo punto una sottolineatura che ci pare rilevante. Per introdurla prima leggiamo il primo comma del nuovo reato di femminicidio: «Chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali è punito con la pena dell'ergastolo. Fuori dei casi di cui al primo periodo si applica l'articolo 575 [omicidio]».
    Questo nuovo reato - di suo assolutamente discriminatorio perché non ricomprende il caso in cui la vittima sia un uomo - da una parte potrebbe avere uno spettro amplissimo di applicazione: l'odio, la discriminazione, la prevaricazione, il controllo, il possesso, il dominio che hanno mosso all'omicidio devono trovare la loro ultima giustificazione nel sesso femminile di appartenenza della vittima. E dunque, a ben vedere, qualsiasi omicidio di donna potrebbe diventare femminicidio: basterebbe provare che l'imputato ha ucciso la donna perché l'odiava e il requisito dell'appartenenza al sesso femminile come motivo per far scattare il reato di femminicidio seguirebbe implicitamente a ruota. Difficile distinguere e quindi provare l'odio verso la persona sic et simpliciter dall'odio verso la persona in quanto donna. Pericolose sottigliezze psicologiche. Su altro fronte il giudice onesto dovrebbe esigere la prova che Tizio ha ucciso la moglie perché donna. Insomma il sesso di appartenenza dovrebbe essere scriminante da provare con rigore.
    Un'obiezione a quanto sin qui scritto potrebbe essere la seguente. Il reato di femminicidio è reato nuovo. I giudici non sono ancora abituati a prenderlo in considerazione ecco perché il numero di femminicidi è basso. Obiezione fragilissima. Il reato di femminicidio esisteva nella mente di molti se non di tutti ben prima del dicembre scorso. I giudici non vedevano l'ora di applicarlo soprattutto tenendo conto del condizionamento culturale enorme su questo tema. Inoltre buonissima parte della magistratura è figlia di quell'orientamento culturale che ha partorito l'art. 577 bis. Ma, nonostante tutto questo, gli inquirenti evidentemente non hanno visto femminicidi dove non c'erano.
    Infine poniamo noi un'obiezione a quanti criticheranno il report e la nostra lettura di esso: cari tutti e tutte, non siete contenti che in realtà le vittime di femminicidio siano così poche rispetto a quanto tutti si aspettavano? Perché dispiacersi? La riposta, non potendo venire da voi, ve la diamo noi: siete furenti perché ancora una volta la realtà sconfessa l'ideologia.
    9 min
  • Cappellani e armi, ripassino per mons. Savino
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8597

    CAPPELLANI E ARMI, RIPASSINO PER MONS. SAVINO
    di Tommaso Scandroglio
     

    La Chiesa pacifista è scesa in guerra in occasione della Festa della Repubblica celebrata il 2 giugno. Uno degli ufficiali più alto in grado di queste milizie ireniche è Mons. Francesco Savino, vicepresidente della Cei. Il casus belli è stato il seguente: i cappellani militari non dovevano sfilare nella parata militare sotto gli occhi del presidente della Repubblica.
    Mons. Savino ha rilasciato queste dichiarazioni all'Ansa e a Repubblica: «L'articolo 11, che ripudia la guerra, resta una delle espressioni più alte della nostra storia democratica [...]. In questa prospettiva, ritengo che la presenza dei cappellani militari non vada valorizzata nella cornice delle parate, quasi fosse parte dell'apparato celebrativo delle armi. La loro missione, nel suo senso più profondo, è altra: accompagnare umanamente e spiritualmente le persone in uniforme, custodire la coscienza, ricordare il valore inviolabile di ogni vita, portare una parola di pace [...]. Conosco tanti cappellani militari, [...] non poche volte raccolgo le loro confidenze e con esse la loro amarezza per trovarsi spesso fra due fuochi: quello di chi li vede custodi sacri del 'Signore degli eserciti' e chi invece li vede traditori del messaggio del vangelo della pace. La loro missione, quando è vissuta evangelicamente, non è benedire le armi, ma custodire le coscienze. Il punto non è metterli in discussione, ma sottrarli a ogni equivoco celebrativo». In sintesi il pensiero di Mons. Savino è il seguente: da lodare il ruolo del cappellano nelle forze armate, ma guai ad associare questo ruolo alla guerra, perché ogni guerra è da ripudiare.
    Un pensiero che non è cattolico. Infatti esiste la guerra di difesa che come tale è giusta. A dircelo è lo stesso Magistero. Catechismo della Chiesa Cattolica: «I pubblici poteri, in questo caso [laddove siano presenti tutte le condizioni previste per una guerra di difesa], hanno il diritto e il dovere di imporre [sic] ai cittadini gli obblighi necessari alla difesa nazionale [corsivo nel testo]» (2310). Gaudium et spes: «Fintantoché esisterà il pericolo della guerra [...] una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa. I capi di Stato e coloro che condividono la responsabilità della cosa pubblica hanno dunque il dovere di tutelare la salvezza dei popoli che sono stati loro affidati [...]. Coloro poi che al servizio della patria esercitano la loro professione nelle file dell'esercito, si considerino anch'essi come servitori della sicurezza e della libertà dei loro popoli; se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono anch'essi veramente alla stabilità della pace» (79). Brano che è stato ripreso da Giovanni Paolo II nel documento Spirituali Militum Curae in cui disciplina in modo nuovo il ruolo dei cappellani militari.

    IL RICORSO ALLA LOTTA ARMATA
    Populorum progressio in merito alla guerra civile: «Sappiamo che l'insurrezione rivoluzionaria - salvo nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del paese - è fonte di nuove ingiustizie» (31). Libertatis conscientia, documento della Congregazione per la Dottrina della Fede che riguarda sempre la guerra civile: «La lotta contro le ingiustizie non ha senso, se non è condotta con l'intento di instaurare un nuovo ordine sociale e politico in conformità con le esigenze della giustizia. [...] Questi princìpi devono essere rispettati in modo speciale nel caso estremo del ricorso alla lotta armata, che il magistero ha indicato quale ultimo rimedio per porre fine a una 'tirannia evidente e prolungata, che attentasse gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuocesse in modo pericoloso al bene comune di un Paese'» (78-79). Compendio della Dottrina sociale della Chiesa: «Le esigenze della legittima difesa giustificano l'esistenza, negli Stati, delle forze armate, la cui azione deve essere posta al servizio della pace» (502).
    Messaggio di Natale del 1948 di Pio XII: «Un popolo minacciato o già vittima di una ingiusta aggressione, se vuole pensare ad agire cristianamente non può rimanere in una indifferenza passiva; tanto più la solidarietà della famiglia dei popoli interdice agli altri di comportarsi come semplici spettatori in un atteggiamento d'impassibile neutralità. Chi potrà mai valutare i danni già cagionati in passato da una tale indifferenza, ben aliena dal sentire cristiano, verso la guerra di aggressione?» (28).
    A testimoniare la liceità morale della guerra di difesa c'è anche uno stuolo di Santi militari, persone che la Chiesa ha canonizzato non "sebbene abbiano imbracciato le armi", ma "anche perché le hanno imbracciate": da San Giorgio a San Sebastiano, da San Ferdinando III di Castiglia a San Luigi IX di Francia per arrivare a Santa Giovanna d'Arco. Citiamo poi due santi che nell'immaginario collettivo sono l'incarnazione dello spirito pacifista cattolico, ma la cui biografia dice altro. Riportiamo parte del colloquio, tratto dalla Legenda major, tra San Francesco d'Assisi e il sultano Al-Kamil. Quest'ultimo così provoca il poverello: «Il vostro Dio ha insegnato nei suoi Vangeli che non si deve rendere male per male. [...] Quanto più dunque i cristiani non devono invadere la nostra terra?». Risposta di Francesco: «Non sembra che abbiate letto per intero il Vangelo di Cristo nostro Signore. Altrove dice infatti: "Se un tuo occhio ti scandalizza, cavalo e gettalo lontano da te". [...] Per questo i cristiani giustamente attaccano voi e la terra che avete occupato, perché bestemmiate il nome di Cristo e allontanate dal suo culto quelli che potete». 

    PADRE PIO E GESÙ
    Poi abbiamo Padre Pio: «Noi siamo tutti chiamati a compiere il penoso dovere, rappresentato dalla guerra. Dobbiamo fare tutto il nostro dovere a seconda delle nostre forze, dobbiamo cooperare al bene comune, e renderci propizia la misericordia del Signore. L'ora solenne che la Nazione nostra attraversa non è un abbandono del cielo. La più grande misericordia di Dio è il non lasciare in pace con se stesse quelle Nazioni che non sono in pace con Dio» (Padre Pio da Pietrelcina, Epistolario I [1910-1922] a cura di M. da Poblatura e A. da Ripabottoni, Edizioni Padre Pio da Pietrelcina, San Giovanni Rotondo, 2004).
    Per chiudere citiamo il Fondatore della Chiesa cattolica: «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada» (Mt, 10, 34); «chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una» (Lc, 22,36). Sempre nel Vangelo di Matteo scopriamo poi che, con atteggiamenti poco pacifisti, un Re, i cui servi furono uccisi proprio dagli invitati alle nozze del figlio, «mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città» (Mt. 22, 7).
    Mons. Savino forse, per sensibilità personale, non si lascia molto persuadere da fonti cattoliche, Vangelo incluso. Allora ne prendiamo una laica, laicissima, la stessa che lui ha citato, l'art. 11 della Costituzione: «L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Dunque l'Italia ripudia la guerra solo quando è usata come strumento di offesa e non di difesa.
    E, quindi, è lodevole che i cappellani militari, che sono loro stessi militari, abbiano sfilato insieme ai loro colleghi? Sì. Così come è lodevole che benedicano le armi, se armi poste al servizio della pace.
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Il professore Tommaso Scandroglio, autore di diversi libri sulla legge naturale, sulla morale e sulla bioetica, sviluppa riflessioni interessanti sui temi più caldi del dibattito contemporaneo