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Tommaso Scandroglio - BastaBugie.it episodes

  • I pride mezzi blasfemi della rivoluzione
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8181

    I PRIDE, MEZZI BLASFEMI DELLA RIVOLUZIONE di Tommaso Scandroglio
     
    Chi ha voluto, il 17 maggio scorso, ha celebrato la famigerata Giornata internazionale contro l'omo-bi-transfobia. Inoltre, nel nuovo calendario pagano che ha sfrattato Maria e Gesù, maggio e giugno sono i mesi dedicati usualmente ai gay pride.
    Quali sono le caratteristiche di queste sfilate nelle vie e piazze di mezzo mondo? Vediamone qualcuna. La prima è la rivendicazione di alcuni "diritti": quello di "sposarsi", di avere dei figli, di non essere discriminati, eccetera. Alcune di queste pretese sono ingiustificabili perché la condizione omosessuale le esclude: vedi il matrimonio e vedi la genitorialità. Altre sono di per sé giuste - vedi la richiesta di non essere discriminati ingiustamente - ma nella prospettiva LGBT ciò significa l'accettazione di omosessualità e transessualità da parte di tutti. L'accettazione della persona diventa dunque accettazione della condizione e della condotta.
    La seconda caratteristica dei pride è un implicito di tutta la narrazione LGBT soggiacente ai pride: le persone omosessuali e transessuali sono ghettizzate, vivono in una condizione di disparità sociale rispetto agli altri, sono escluse dal consesso civile. Questa affermazione è falsa, data l'ampia accettazione sociale di queste due condizioni - basta contare quanti film e serie Tv hanno personaggi LGBT o trame color arcobaleno - e tenuto conto, tra gli altri, dei dati forniti dall'Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani (ODIHR) che è la principale istituzione dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE).
    MA QUALI CRIMINI D'ODIO?
    Questo organismo ci informa che in Italia sono stati segnalati solo 70 casi di "crimini d'odio anti-LGBT" nel 2023. Ogni atto di ingiusta discriminazione è riprovevole, ma i numeri sono irrisori e 70 casi, numero che si è stabilizzato negli ultimi anni nonostante le campagne LGBT siano diffusissime e capillari, non costituiscono né un fenomeno sociale di intolleranza né tantomeno una emergenza come invece continuano a berciare gli organizzatori dei pride. Inoltre dobbiamo tenere conto che questi 70 casi sono solo segnalazioni: non è detto che ad ogni segnalazione corrisponda un vero e proprio crimine. Occorre un processo per verificarlo. In questo senso il percepito soggettivo può fare la differenza. Infatti, se andiamo a vedere quali sono i reati motivati da discriminazione anti-LGBT e maggiormente segnalati, si spartiscono il podio le aggressioni fisiche (21) e l'incitamento alla violenza (21). Se la prima voce può avere una sua oggettività, seppur relativa (uno spintone può benissimo venir considerato "aggressione fisica" dalla vittima), la seconda voce - l'incitamento alla violenza - si espone ad un giudizio sicuramente più arbitrario. Questo stesso articolo potrebbe essere segnalato all'ODIHR come incitamento alla violenza. La Valle d'Aosta può sembrare i tropici ad un eschimese.
    Dunque fa buon gioco alle realtà arcobaleno far credere, nonostante i fatti dicano altro, di essere discriminate, emarginate, e in tal modo, presentandosi come gruppo sociale fragile ed esposto a vessazioni di ogni tipo, possono continuamente chiedere tutele che diventeranno in realtà privilegi.
    L'EROTIZZAZIONE
    Altro elemento peculiare è l'erotizzazione dei pride. Moltissimi partecipanti, nel loro abbigliamento, vogliono imitare Adamo ed Eva qualche minuto dopo il peccato originale; inoltre i riferimenti simbolici al sesso si sprecano, gli ammiccamenti e le gestualità oscene, parimenti. Da una parte l'erotizzazione del pride serve volutamente per scandalizzare e questa è una delle cifre identitarie di qualsiasi movimento rivoluzionario: occorre contrapporsi all'ordine costituito, scardinare l'assetto vigente, scuotere le coscienze, sovvertire la struttura borghese, sconcertare i benpensanti. In realtà è un mero pretesto per coprire la vacuità del contenuto dei messaggi. Su altro versante l'ipersessualizzazione dei pride riflette quella che ordinariamente costituisce l'ossatura delle relazioni omosessuali, spesso improntate al solo erotismo.
    Infine è importante avere un nemico da attaccare e da dipingere come persecutore: oltre ai governi di destra, i pride prendono sempre di mira i simboli della religione cristiana (mai quella islamica o ebrea). Ecco allora irridere, insultare, deridere, offendere Gesù, Maria, la Chiesa, il Santissimo Sacramento, etc. Irrisione doverosa anche nel caso di orientamento progressista e liberal delle figure apicali alla guida della Chiesa. Nulla accade a questi blasfemi perché per loro vale la libertà di parola, diritto insindacabile che sfocia nell'immunità totale. Qualora invece si criticassero questi eccessi o le condotte o le condizioni omosessuali e transessuali ecco scattare subito la critica di omo-transfobia. Due pesi e due misure come egualitarismo comanda.
    Nota di BastaBugie: l'articolo seguente dal titolo "Con Trump il Pride è nel panico" spiega perché, dopo i molti ordini esecutivi anti-woke di Trump, gli organizzatori del Pride di Washington sono nel panico.
    Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 16 aprile 2025:
    A maggio si svolgerà a Washington il consueto Pride chiamato World Pride DC 2025 Ma di inconsueto quest'anno ci sono gli ordini esecutivi che riguardano il mondo LGBT: niente più privilegi nell'amministrazione pubblica a persone omosessuali e transessuali, riconoscimento dell'esistenza di soli due sessi, niente documenti di identità con una X per indicare un sesso neutro, niente più atleti uomini che partecipano a gare femminili e niente più arruolamenti di persone trans, limiti severi al "cambio" di sesso per i minori.
    Gli organizzatori del Pride, a quanto pare, sono nel panico e lo stesso Pride, a seguito di queste direttive, si vede amputato della partecipazione di molti sponsor, ma altri rimangono: Amazon, Starbucks, Verizon, McDonald's, Hilton e Hyatt Hotels, Airbus, Delta e United Airlines.
     Il deputato repubblicano Andy Harris del Maryland, secondo quanto riportato da Notus, ha ammonito l'amministrazione comunale di Washington DC: «Se vogliono finanziamenti dal governo federale, e ovviamente il DC dipende dai finanziamenti del governo federale, probabilmente dovrebbero adeguarsi ai suoi ordini esecutivi».
    8 min
  • Il cortocircuito dello Stato che lucra sulla prostituzione
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8186

    IL CORTOCIRCUITO DELLO STATO CHE LUCRA SULLA PROSTITUZIONE di Tommaso Scandroglio
     
    96.99.92. È un codice ATECO. I codici ATECO sono una classificazione delle attività commerciali al fine di individuarle esattamente. In parole povere, per il fisco, ogni attività commerciale ha un suo codice. Dall'1 aprile 2025 sono in vigore i nuovi codici così aggiornati dall'Istat. Il codice 96.99.92 concerne i cosiddetti "Servizi di incontro ed eventi simili". Nella nota esplicativa si spiega che questi servizi includono, tra le altre, le attività di accompagnatori e di accompagnatrici (escort), la fornitura e organizzazione di servizi sessuali, l'organizzazione di eventi di prostituzione o la gestione di locali di prostituzione. Tutti coloro che svolgono queste attività potranno aprire la partita IVA e iscriversi alla Camera di Commercio.
    Dunque, l'Istat riconosce dignità fiscale alla prostituzione. Ciò significa legittimarla sul piano giuridico? No, ma è un primo passo. La prostituzione in sé non è reato. È reato lo sfruttamento, anche su persona consenziente, l'organizzazione, l'induzione e il favoreggiamento della prostituzione. In questo quadro la prostituzione è una condotta tollerata dall'ordinamento giuridico, una condotta quindi da non disciplinare in alcun modo, né in senso repressivo né in senso legittimante, perché non riconosciuta dalla legge, una mera facoltà di fatto che, però, ha alcuni importanti riflessi antigiuridici, tanto è vero che, ad esempio, la sua organizzazione è appunto vietata.
    LE TASSE SUI PROVENTI DI UNA RAPINA IN BANCA
    Torniamo al codice 96.99.92. Il riconoscimento di uno status fiscale ad attività che esplicitamente configurano reato, quali la fornitura o l'organizzazione di servizi sessuali, l'organizzazione di eventi di prostituzione o la gestione di locali di prostituzione, è un illecito giuridico perché nessuna condotta penale può essere riconosciuta come attività commerciale a causa della quale occorre pagare le tasse. Solo le attività legittime sono degne di subire le imposte dello Stato. Sarebbe una contraddizione in termini pensare il contrario. Lo Stato potrebbe mai chiedere di pagare le tasse sui proventi di una rapina in banca? La compravendita di droga potrebbe mai essere gravata dall'IVA? Il falsario potrebbe mai aprire una posizione previdenziale presso l'Inps?
    Quindi, è un vero e proprio cortocircuito quello creato dall'Istat: da una parte lo Stato vieta ad esempio l'organizzazione della prostituzione e su altro versante lo stesso Stato ci guadagna. Non può guadagnarci perché vietando una certa condotta esprime un giudizio etico su quella condotta, ritenendola contraria al bene comune, contraria a giustizia, quindi illegittima. Il riconoscimento di uno status fiscale, invece, implica a monte un riconoscimento giuridico di legittimità. E dunque risulta che ad esempio l'organizzazione della prostituzione sia da una parte legittima, perché ci devi pagare le tasse, e su altro fronte illegittima, perché considerata reato.
    PERCHÉ LO STATO TOLLERA LA PROSTITUZIONE, MA NON CHI LA SFRUTTA
    Si potrebbe obiettare che perlomeno la libera prostituzione della singola persona, non costituendo reato, potrebbe essere considerata ai fini fiscali e della previdenza sociale una vera e propria professione con tanto di partita IVA, insomma un onesto lavoro come tanti altri. Richiamiamo quanto scritto poco prima: il fatto che la prostituzione in sé non sia reato non significa che lo Stato la giudichi con favore. Se infatti l'ordinamento giuridico la considerasse una condotta confacente e addirittura arricchente il bene comune, non si comprenderebbe il motivo per cui ad esempio lo sfruttamento e l'organizzazione della prostituzione - in cui, in entrambi i casi, le prostitute fornissero i loro servizi con pieno consenso - siano qualificati come reati. Dunque, la ragione per cui la prostituzione in sé non viene sanzionata, ma l'organizzazione sì, sta nel fatto che, nella maggior parte dei casi, mettere dietro le sbarre la singola prostituta costituirebbe un'ingiustizia perché priverebbe della libertà una persona che è già schiava del racket della prostituzione, ma che non è nella possibilità di denunciare i propri aguzzini. Non servirebbe a nulla quindi sanzionare la singola prostituta, invece è assai necessario mettere in carcere chi sfrutta queste povere donne, chi ci guadagna, chi organizza le tratte. Ecco perché l'ordinamento giuridico tollera la prostituzione in sé, ma non la sua organizzazione.
    Ciò detto, negli ultimi anni anche la fisionomia della prostituzione è cambiata. Sempre più donne mercificano il proprio corpo liberamente, senza essere sfruttate da nessuno. Una condotta altamente lesiva del bene comune e come tale meritoria di sanzione. Ci rendiamo conto che questo giudizio di carattere penale appare irrealistico oggi, in questa società sempre più orientata al libertinaggio dei costumi sessuali. La tendenza, infatti, non è quella di una stretta sulla prostituzione libera, bensì di una sua legittimazione, come hanno tentato più volte diversi partiti sinistrorsi in Parlamento e come indica, forse anche inconsapevolmente, l'Istat nel suo aggiornamento dei codici ATECO.
    6 min
  • Omogenitorialità, il sì della Consulta discrimina i bambini
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8185

    OMOGENITORIALITA', IL SI DELLA CONSULTA DISCRIMINA I BAMBINI di Tommaso Scandroglio
     
    Ieri la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 68/2025, ha detto "sì" all'omogenitorialità. Fino a ieri qual era il quadro giuridico sull'omogenitorialità? Da una parte c'era e c'è la legge che la vieta, dato che per l'ordinamento giuridico un bambino può essere figlio solo di un uomo e di una donna (cfr. art. 5 legge 40/2004, 231 Cc, 243 bis Cc, 246 Cc, 247 Cc, 250 Cc, 262 Cc, 269 Cc, 408 Cc, 566 Cc, 568 Cc, 599 Cc, 643 Cc). Su altro fronte abbiamo avuto sindaci e soprattutto giudici, anche quelli della Cassazione (ricordiamo la sentenza del 2018), che hanno permesso l'omogenitorialità riconoscendo gli atti di nascita formatisi all'estero di figlio di coppie gay e aprendo a queste ultime le porte alla stepchild adoption.
    Ieri però la svolta, perché la Consulta ha giuridicamente legittimato l'omogenitorialità, seppur in un solo caso specifico che vedremo. Un placet che ha dunque valore pienamente normativo dato che cassa un articolo di legge, l'art. 8 della legge 40 che disciplina la fecondazione extracorporea, decisione che si pone in dissonanza con una sua precedente sentenza (n. 32 del 2021) che giudicò un caso molto simile. Dal divieto di omogenitorialità siamo dunque passati alla sua legittimazione. Per giungere alla sua piena legittimazione, la Corte ha chiesto l'intervento del Parlamento.
    IL FIGLIO NATO IN PROVETTA
    Illustriamo allora, in modo sintetico, i passaggi argomentativi della Corte. Partiamo dai fatti. Due donne lesbiche vanno all'estero e una di essa si sottopone alla pratica della fecondazione artificiale eterologa. Il bambino nasce in Italia e viene registrato dall'ufficiale di stato civile come figlio della madre biologica e della compagna, la cosiddetta madre intenzionale. La Procura della Repubblica impugna l'atto presso il Tribunale di Lucca in merito al riconoscimento della genitorialità in capo alla donna non madre biologica e quest'ultimo solleva questioni di legittimità costituzionale degli artt. 8 e 9 della legge 40/2004.
    Tralasciando l'art. 9, non giudicato incostituzionale dalla stessa Consulta, analizziamo l'art. 8. Secondo questo articolo, il figlio nato in provetta può essere riconosciuto dalla coppia sposata o dalla coppia convivente ma eterosessuale. Infatti la legge 40 permette l'accesso alla fecondazione artificiale solo a coppie eterosessuali. Se una coppia omosessuale accede alla fecondazione artificiale all'estero non subisce sanzioni, ma, tornando in patria, la donna che non ha partorito il bambino non può essere riconosciuta come genitore. Il Tribunale di Lucca contesta proprio questo punto: è incostituzionale che l'art. 8 non contempli anche il caso di riconoscimento del figlio da parte di coppie omosessuali.
    Da notare che né il Tribunale né la Consulta contestano l'art. 5 della legge 40 che vieta l'accesso alla Fivet delle coppie omosessuali, ma "solo" l'art. 8 che riguarda il riconoscimento. Questo per due motivi: in primis perché l'art. 8 è più pertinente al caso sottoposto al Tribunale di Lucca; in secondo luogo perché i giudici di Lucca e quelli romani sapevano che era più alla loro portata questa vittoria - permettere il riconoscimento del figlio alle coppie gay - piuttosto che tentare sin da subito la legittimazione dell'accesso alla fecondazione artificiale per le coppie omosessuali. Ben sapendo poi che, avendo ottenuto questo primo risultato, il bottino più ricco arriverà di conseguenza.
    CONTRA LEGEM? TUTTO OK!
    La Consulta dà ragione al Tribunale di Lucca disegnando questo percorso argomentativo. La compagna, non madre biologica, è già genitore perché concordando con l'altra donna il ricorso alla provetta si è automaticamente assunta anche la responsabilità di essere genitore. Perciò si diventa genitore nel momento stesso in cui si decide di avere un figlio, sia per vie naturali che artificiali. Questa argomentazione di carattere psicologico-sociale trova, secondo i giudici, anche dei puntelli normativi. Innanzitutto proprio l'art. 8 afferma che la genitorialità delle coppie di fatto nasce dall'aver concordato insieme la volontà di avere un figlio in provetta. In secondo luogo l'art. 6 ci dice che una volta che si è deciso di intraprendere la strada della fecondazione artificiale non si può più tornare indietro e quindi, inevitabilmente (eccetto nel caso di aborto), si diventa madri e padri. Quindi la volontà di accedere alla provetta fa immediatamente diventare i membri della coppia genitori. Inoltre abbiamo l'art. 9. Questo articolo vietava l'azione di disconoscimento del bambino, sia da parte del genitore biologico che di quello "intenzionale", una volta fatto ricorso alla fecondazione eterologa, al tempo vietata. I giudici interpretano così l'articolo: una volta che c'è il bambino, sei genitore e lo sei anche nell'ipotesi in cui, come nel caso presente, hai avuto il bambino seppur in violazione della legge italiana. Proprio come ai tempi della legge 40, quando il compagno della donna che aveva avuto un figlio con l'eterologa, allora vietata, era comunque considerato il genitore di quel figlio, seppur non suo biologicamente e seppur avuto contra legem.
    Per tutte queste ragioni, secondo la Consulta, anche la compagna non madre biologica è genitore legale a tutti gli effetti. Da ciò discende che la mancata previsione nell'art. 8 della possibilità di riconoscimento del figlio avuto all'estero tramite eterologa da coppia lesbica lede il diritto del figlio ad essere educato dai propri genitori ex artt. 2 e 30 Cost., lede la sua identità personale ex art 31 Cost. perché gli si toglie uno dei genitori e lede il diritto del figlio a non essere discriminato ex art. 3 Cost., dato che solo i figli di coppie omosessuali non possono essere riconosciuti. A questo proposito la Corte richiama una propria sentenza, la n. 494 del 2002, che legittimava la filiazione incestuosa perché altrimenti questi bambini sarebbero stati figli di serie B (scordandosi di aver legittimato in tal modo la famiglia incestuosa che è contro natura). E dunque, in modo analogo, i giudici hanno pensato di legittimare l'omogenitorialità per il miglior interesse dei bambini anche se la legge la vieta. Essendo le due donne ritenute genitori legali del minore, l'art. 8 poi violerebbe l'art. 30 della Cost. perché non permetterebbe a costoro di esercitare i diritti e soddisfare i doveri inerenti il loro stato.
    LA STEPCHILD ADOPTION
    L'Avvocatura dello Stato è intervenuta in giudizio e ha ricordato che in casi come questi la coppia omosessuale può ricorrere alla stepchild adoption. Risposta dei giudici: innanzitutto la Consulta non ha il compito di trovare soluzioni normative, bensì è chiamata a risolvere questioni di legittimità costituzionale. Quindi l'indicazione dell'Avvocatura non è pertinente con l'ambito d'azione della Consulta. In secondo luogo lo status di figlio nella stepchild adoption è subordinato alla decisione del partner del genitore biologico: non viene ad esistenza immediatamente come nella nascita ed è eventuale. Poi, può passare molto tempo, i costi sono elevati e il giudice può anche rifiutare la richiesta di adozione.
    Tutte queste argomentazioni della Consulta crollano di fronte ad un dato evidente: un bambino ha il diritto naturale di essere figlio di un uomo e di una donna. La Consulta gli ha tolto questo diritto per soddisfare le pretese delle coppie omosessuali e quindi ha leso il suo diritto, ex art. 2 Cost, di essere educato dai propri genitori biologici, ha leso la sua identità personale perché lo ha strappato ad uno o ad entrambi i genitori naturali, legittimando così lo stato di orfananza, e infine lo ha discriminato, violando l'art. 3 Cost., perché lo ha condannato non a crescere in una famiglia con un padre e una madre come gli altri bambini, bensì in una relazione dannosa per il suo sviluppo psico-fisico e sociale, vincolandolo così in una condizione di inferiorità. La Corte, su questo punto, è di avviso diverso e arriva a dire, citando una sua sentenza: «"Non esistono neppure certezze scientifiche o dati di esperienza in ordine al fatto che l'inserimento del figlio in una famiglia formata da una coppia omosessuale abbia ripercussioni negative sul piano educativo e dello sviluppo della personalità del minore" (sentenze n. 32 del 2021 e n. 221 del 2019; nello stesso senso, sentenze n. 79 del 2022 e n. 230 del 2020)». Falso. È estesissima la letteratura scientifica sui danni che i minori subiscono quando sono inseriti in relazioni omosessuali o quando manca una figura genitoriale.
    La Corte ha quindi legittimato l'omogenitorialità di coppia lesbica che ha avuto un figlio tramite eterologa avvenuta all'estero. Le conseguenze sono ovvie: in futuro verrà dichiarato incostituzionale l'art. 5 della legge 40 che vieta la Fivet alle coppie omosessuali e quindi anche le coppie gay potranno diventare genitori a tutti gli effetti di legge. Riconosciuto il diritto all'omogenitorialità in un caso non si potrà che riconoscerlo in tutti i casi. Da qui la modifica di tutta l'attuale normativa che esige la diversità di sesso dei due genitori. Una vera rivoluzione.
    Nota di BastaBugie: Stefano Fontana nell'articolo seguente dal titolo "Avvenire in campo per le due mamme si arrampica sugli specchi". Avvenire difende la sentenza della Consulta sulle due mamme. E cita Kant dimostrando di non ammettere la conoscibilità di nessun fine, né riconosce che si possa parlare di natura.
    Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 24 maggio 2025:
    Era scontato c
    16 min
  • Finisce l'era Paglia, la morale resta sotto le macerie
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8182

    FINISCE L'ERA PAGLIA, LA MORALE RESTA SOTTO LE MACERIE
    L'amico di Pannella lascia l'Istituto Giovanni Paolo II e la Pontificia Accademia per la Vita in una situazione disastrosa per essere andato a braccetto col mondo
    di Tommaso Scandroglio
     
    Il motivo indicato dal Vaticano è formale: raggiunti limiti di età. E così l'80enne mons. Vincenzo Paglia ha lasciato la guida del Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia e al suo posto, in qualità di Gran Cancelliere, è stato nominato il cardinale Baldassare Reina. Paglia lascia anche la presidenza della Pontificia Accademia per la Vita (Pav) a favore di monsignor Renzo Pegoraro.
    Quale l'eredità che ci ha lasciato mons. Paglia? Disastrosa. Ricordiamo per sommi capi l'opera di distruzione che Paglia ha compiuto a danno della dottrina morale cattolica sotto il pontificato di Francesco. Siamo nel 2017 e la Pav organizza un convegno con la World Medical Association. Nel convegno sono intervenuti relatori schiettamente a favore dell'aborto come Yvonne Gilli, rappresentante della sezione svizzera del colosso abortista Planned Parenthood, e dell'eutanasia, quali René Héman, allora presidente dell'Associazione dei medici tedeschi, Volker Lipp, professore di diritto civile all'università Georg-August di Gottingen, Heidi Stensmyren, già presidente dell'Associazione dei medici svedesi, Anne de la Tour, già presidente della Società francese di cure palliative, e Ralf Jox, docente dell'università di Monaco.
    Mons. Paglia licenzia alla Pav e all'Istituto Giovanni Paolo II la vecchia guardia, troppo legata agli assoluti morali, e assume personalità più inclini ad una morale votata al situazionismo, alla fenomenologia etica e al proporzionalismo. E così nel 2017 Paglia nomina come membri della Pav Nigel Biggar - professore di Teologia Morale e Pastorale presso l'Università di Oxford - abortista e pro-eutanasia, la professoressa Katarina Le Blanc, docente al Karolinska Institut, che nel suo lavoro usava cellule staminali embrionali, e don Maurizio Chiodi, docente di bioetica presso la Facoltà teologica dell'Italia settentrionale e favorevole alla fecondazione artificiale, alla contraccezione e all'omosessualità. Nel 2022 entra come membro della Pav anche l'economista Mariana Mazzucato, atea, pro-aborto e legata al Forum Economico di Davos.
    DIMENTICARE LA DONUM VITAE
    Altri accadimenti segnano la vita della Pav in quegli anni. Nel 2017 un seminario internazionale per i trenta anni della Donum Vitae viene annullato: quel documento dell'allora Congregazione per la Dottrina della Fede era palesemente in contrasto con il nuovo corso. Nel febbraio dello stesso anno mons. Paglia elogia il leader radicale Marco Pannella da poco scomparso: «la sua è una grande perdita per questo nostro paese», «una storia per la difesa della dignità di tutti», «un tesoro prezioso da conservare», «ispiratore di una vita più bella per il mondo che ha bisogno di uomini che sappiano parlare come lui».
    Passiamo al 2018: Paglia interviene sul caso del piccolo Alfie Evans, vivo grazie al supporto di macchinari particolari e poi condannato a morte dalla giustizia inglese, e considera tenere in vita questo bambino come accanimento terapeutico, sposando così la tesi eutanasica dei giudici dell'Alta Corte di Londra.
    Siamo nell'agosto del 2020: il Governo ha emanato alcune linee guida per potenziare l'accesso all'aborto chimico in piena emergenza Covid. La Pav pubblica una Nota che critica queste linee guida, ma nella stessa manca una esplicita critica alla legge 194 e al fatto che il tempo di assunzione di queste pillole fosse stato ampliato, ampliando così anche l'efficacia abortiva delle stesse.
    Nell'ottobre del 2021 mons. Paglia è ospite di Rebus, talk show di Rai 3. In quell'occasione, tra le altre "sbavature", l'allora presidente della Pav esprime il suo favore, seppur obtorto collo, ad una legge sul suicidio assistito. Nel novembre di quello stesso anno interviene al convegno Tecnologie e fine vita: il primato dell'accompagnamento, dove incorre in vari inciampi su tematiche come il consenso, le Dat e l'indisponibilità della vita. Nell'aprile del 2023, in occasione di un festival del giornalismo, torna sul tema "legittimazione del suicidio assistito" e questa volta è chiaro il suo appoggio ad una norma legittimante, nonostante una rettifica che tale non è perché conferma il giudizio iniziale.
    LA DIFESA DELLA LEGGE SULL'ABORTO
    Arriviamo al giugno del 2022. Il Corsera intervista Paglia sul tema aborto e sulla 194: il già presidente della Pav non approfitta della ghiotta occasione per affermare che la Chiesa auspica la sua abrogazione, anzi pare proprio che Paglia non voglia metterla in discussione. I dubbi spariscono dopo due mesi, quando su Rai 3 Paglia dichiara che la legge 194 è «un pilastro della società», aggiungendo che non «è assolutamente in discussione». Nel novembre dello stesso anno rilascia un'intervista a The Tablet in cui, in merito alla liceità della contraccezione, il monsignore così si esprime: «Credo che verrà il giorno in cui papa Francesco o il prossimo papa, lo farà. Ma cosa posso dire? Di sicuro, lo dobbiamo prendere in considerazione».
    Sempre nel 2022 viene pubblicato il volume della Pav Etica teologica della vita. Scrittura, tradizione che sostiene la bontà della contraccezione, per superare i limiti imposti da Humanae vitae, della fecondazione extracorporea e dell'eutanasia. Poi nel 2024 si dà alle stampe il Piccolo lessico del fine-vita in cui si evince che la Pav sia a favore dell'eutanasia, mascherandola da rifiuto di accanimento terapeutico, e del suicidio assistito. Il libretto suscita una certa riprovazione e allora Paglia tenta di metterci una toppa rilasciando alcune interviste, ma la toppa si rivela peggiore del buco.
    In merito all'Istituto Giovanni Paolo II, un motu proprio di papa Francesco del 2017 ne stravolge l'identità, così come era stata pensata da Giovanni Paolo II, perché il documento di riferimento diventa Amoris laetitia: la pastorale soppianta la dottrina, i riferimenti morali sono dati dai casi particolari, dal discernimento personale, dalla prassi, dall'intenzione soggettiva, dalle circostanze, etc. Paglia, naturalmente, sposa appieno questo cambio di paradigma. Una prova tra le tante: nello stesso anno rilascia un'intervista in cui approva la comunione ai divorziati risposati. Nel 2019 Paglia pubblica gli statuti dell'Istituto: cancellata Teologia morale, che è come cancellare l'esame di diritto privato a giurisprudenza, e silurati due docenti simboli del GPII e dalla specchiata ortodossia dottrinale: monsignor Livio Melina e padre José Noriega. A seguire arriveranno altre purghe, mentre verranno chiamati ad insegnare docenti che sposano un orientamento contrario agli insegnamenti di Giovanni Paolo II, come il già ricordato don Maurizio Chiodi, don Pier Davide Guenzi, favorevole alle condotte omosessuali, e monsignor Pierangelo Sequeri, preside dell'Istituto. Forse la sintesi migliore della nuova natura che innerva il GPII la possiamo rinvenire in un post, pubblicato nel gennaio del 2021 sulla pagina Facebook dell'Istituto, che così recitava: «difendere il diritto all'aborto non significa difendere l'aborto».
    Veniamo, è proprio il caso di dire, alla morale della favola, che più una favola appare essere un dramma. La Pav e il GPII a guida Paglia sono transitati da una teologia morale fondata sulla Rivelazione e sulla metafisica dell'essere e della persona, ad una teologia storicista e soggettivista. I mala in se sono diventati i mali secondo me, l'intenzione soggettiva ha cancellato il significato morale oggettivo degli atti, le circostanze si sono trasformate in cause legittimanti il male, i fenomeni sociali sono assurti a paradigmi etici di riferimento, la natura umana è stata soppiantata dai costumi, dai condizionamenti, dagli usi, dai tratti psicologici individuali. In definitiva, Dio e le sue esigenze sono stati sfrattati da qualsiasi mero desiderio e bisogno dell'uomo.
    Nota di BastaBugie: Riccardo Cascioli nell'articolo seguente dal titolo "Soddisfazione ma non entusiasmo, il dopo-Paglia è un'incognita" parla dell'uscita di scena di monsignor Paglia che è certo motivo di soddisfazione, ma gli uomini chiamati a sostituirlo non garantiscono che ci sia la volontà di riportare la Pontificia Accademia per la Vita e l'Istituto Giovanni Paolo II alle origini.
    Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 28 maggio 2025:
    Con la sostituzione anche alla presidenza della Pontificia Accademia per la Vita (PAV), annunciata ieri, cala definitivamente il sipario su monsignor Vincenzo Paglia, il "sicario" scelto da papa Francesco per stravolgere il magistero di san Giovanni Paolo II su vita e famiglia. Un'opera a cui Paglia si è dedicato con grande efficacia in questi nove anni in cui ha ricoperto, oltre al ruolo nella PAV, quello di Gran Cancelliere dell'Istituto Giovanni Paolo II su matrimonio e famiglia, dopo essere stato per quattro anni presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia.
    Come documenta l'articolo di Tommaso Scandroglio, oggi PAV e Istituto Giovanni Paolo II sono lontani parenti delle istituzioni che erano all'origine, create da Giovanni Paolo II nella convinzione che su vita e famiglia si giocasse la sfida più grande che il mondo lanciava alla Chiesa. Quindi che monsignor Paglia finalmente se ne vada non può che essere motivo di soddisfazione.
    Ma non si deve cedere a facili entusiasmi, perché la sua uscita di scena non indica di per sé una rivoluzione al contrario, un ritorno alle origini, una svolta chiara. Anzitutto perché era dovuta e attesa: monsignor Paglia ha compiuto 80 anni lo scorso 21 aprile, giorno della morte di Francesco, e quind
    16 min
  • I sessi sono due: la Corte Suprema britannica riconosce l'ovvio
    VIDEO: Un uomo non è donna ➜ https://m.youtube.com/watch?v=4HTKUcyVjgA

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8147

    I SESSI SONO DUE, LA CORTE SUPREMA BRITANNICA RICONOSCE L'OVVIO di Tommaso Scandroglio
     
    In principio ci fu Donald Trump: «La politica degli Stati Uniti è quella di riconoscere due sessi, maschile e femminile». Questo sentenziò in un ordine esecutivo del gennaio scorso. Poi ieri è arrivata anche una sentenza della Corte Suprema del Regno Unito: «Il concetto di sesso è binario: una persona è o donna o uomo».
    La questione riguardava la corretta interpretazione di una legge, l'Equality Act del 2010, norma che tutela, da condotte discriminatorie, diverse categorie di persone socialmente fragili. Tra queste categorie anche le donne e i transessuali. Nel giudizio incardinatosi davanti ai giudici, da una parte c'era l'associazione femminista For Women Scotland e dall'altra il governo scozzese. Le femministe, in buona sostanza, sostenevano che un transessuale non può fregiarsi del titolo di "donna". Su fronte opposto il governo, che considerava i transessuali donne a tutti gli effetti. La Corte Suprema ha dato ragione alle femministe.
    «Secondo la decisione unanime di questa corte - ha letto il giudice relatore e vicepresidente, lord Patrick Hodge - i termini donna e sesso dell'Equality Act del 2010 si riferiscono alla donna biologica e al sesso biologico». Insomma il termine "donna" in ambito legale coincide con il concetto di "donna" in ambito biologico. E dunque per definire una donna sotto la prospettiva giuridica occorre far riferimento al solo sesso biologico e non alla cosiddetta identità di genere. La realtà vince sulla percezione, il fatto sulla volontà, la materialità sul sogno o sull'incubo. La verità sull'ideologia.
    LA CORTE NON VA A FONDO E CADE IN CONTRADDIZIONE
    Sotto il profilo pratico ciò significa che gli spazi riservati alle donne come bagni, spogliatoi, carceri femminili saranno interdetti ai transessuali. Parimenti alcuni servizi sociali, ad esempio i gruppi di sostegno per donne abusate, o medici. In modo analogo alcune attività, vedi ad esempio la partecipazione a competizioni sportive riservate alle donne. Già con l'Equality Act le donne potevano godere di propri spazi «per ragioni di privacy, decenza, per prevenire traumi o per garantire salute e sicurezza». Ora il divieto di intromissione nella sfera femminile da parte dei trans diviene più stringente, ma non totale. Le persone e gli enti, infatti, dovranno dimostrare che escludere le persone trans da servizi, luoghi, opportunità, attività, eccetera, è una misura proporzionata a tutelare le donne.
    Però, come sempre accade quando non si va alla radice del problema - e la radice del problema è dichiarare che la transessualità è condizione disordinata - i cortocircuiti sono inevitabili. La Corte infatti si è premurata di riaffermare che le persone transessuali non devono comunque essere discriminate, perché sempre categoria tutelata dall'Equality Act. E qui sta la contraddizione in termini, proprio perché da una parte i giudici stanno dicendo ad un uomo che si sente donna che non è donna e su altro fronte vietano che venga discriminato. Ma la persona transessuale che si sente donna giudica discriminatorio soprattutto il fatto di non essere considerata donna. Se al transessuale non gli riconosci di appartenere al sesso femminile, per lui crolla tutto. Le critiche al transessualismo riguardano in primis proprio il transessualismo, ossia l'irragionevolezza di considerarsi donna quando si è invece un uomo. Dunque non si comprende quale sia ora, dopo la sentenza della Corte, lo spazio rimasto in cui il transessuale possa far valere il suo diritto di non essere discriminato, dato che gli è stata riconosciuta ufficialmente la cittadinanza nel regno di Utopia, lo status di rifugiato ideologico nell'illusione.
    ALMENO SI INIZIA A TORNARE AL REALE
    Ma noi oggi vogliamo tralasciare questi controsensi giuridici e vogliamo celebrare il principio dichiarato dalla Corte: una donna è una donna e un uomo è un uomo. La Corte Suprema britannica ha scarcerato l'uomo e la donna perché il fatto di essere uomini e donne non costituisce reato. Il principio di non contraddizione è stato riconosciuto innocente, non è lui il colpevole di quel senso di discriminazione, di non adeguatezza, di esclusione che sperimentano coloro che cercano invano nel mondo femminile la propria identità maschile: i colpevoli sono i prestigiatori della realtà, gli sfruttatori dell'altrui sofferenza, gli approfittatori seriali di menti e cuori fragili perché provati dalla vita.
    Sono tempi questi in cui l'evidenza deve essere sancita per sentenza, l'ovvietà per legge come è accaduto in Ungheria recentemente, dove la stessa Costituzione è stata obbligata a dirci che i sessi sono due. I giudici britannici hanno solennemente non deciso, ma riconosciuto che un cerchio è tondo, che il sopra sta più in alto del sotto, che gli opposti non possono essere identici, che il domani non è l'oggi, che la parte non può essere superiore al totale. Onore a loro per averci risvegliato da un incantesimo malefico che guastava con allucinazioni le nostre facoltà intellettive facendoci scambiare gli uomini per donne e viceversa, che ci spingeva a credere di vivere in un mondo in cui si poteva cambiare sesso come si cambia il colore dei capelli. I giudici hanno condannato i militanti Lgbt per appropriazione indebita, perché hanno usato del sesso biologico in modo improprio, come se fosse un accessorio, un ornamento di poco conto, occultabile a proprio piacere e gusto.
    Trump, l'Ungheria e ora la Corte Suprema del Regno Unito. Forse si sta tornando al reale, all'ordine, alla natura delle cose. Forse.
    7 min
  • Una societa di padri senza Dio, ecco la serie Adolescence
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8134

    UNA SOCIETA' DI PADRI SENZA DIO, ECCO LA SERIE ADOLESCENCE di Tommaso Scandroglio
     
    È un dramma e non è un giallo. 66,3 milioni di visualizzazioni in 11 giorni. Si tratta di Adolescence, serie tv britannica in onda sulla piattaforma Netflix. Il tredicenne Jamie Miller viene accusato di aver ucciso la coetanea Katie Leonard. Dieci minuti prima che si chiuda la prima puntata scopriamo che è vero: sì, è stato lui. Tutto qui. Oltre alla banalità del male a volte esiste anche la brevità del male che però è capace di riverberare i suoi effetti in profondità e a lungo.
    Gli sceneggiatori Jack Thorne e Stephen Graham, che è anche il convincente interprete del padre di Jamie, hanno usato una vicenda iperbolica - un ragazzino che uccide una ragazzina - come lente d'ingrandimento per scrutare il mondo dell'adolescenza e il rapporto con la figura paterna.
    Il cuore di questa serie è comprendere perché i ragazzi siano chiusi, violenti, incomprensibili, assenti, distanti e ribelli, insomma perché siano adolescenti. Thorne spiega al quotidiano The Guardian che Jamie «è il prodotto di genitori che non hanno visto, una scuola a cui non è importato nulla e un cervello che non l'ha fermato», oltre ai condizionamenti sociali, in specie Internet.
    Partiamo dai genitori. L'idea dei creatori di Adolescence non è quella di gettare la croce addosso a questi. Il padre e la madre di Jamie sono persone equilibrate, prive di vizi, amorevoli con i figli, presenti, solide nel loro carattere. Così anche la sorella maggiore di Jamie. Quest'ultimo non ha subito abusi o traumi. Una famiglia, come si dice, normale. Ma, come ha accennato Thorne, non si sono accorti che in Jamie stava crescendo la mala pianta dell'odio, una disattenzione però non interamente a loro addebitabile: questi adolescenti sono indecifrabili come i codici che usano i ragazzi sui social per comunicare. È un'altra lingua, rivelatrice di un'altra cultura, di un altro mondo.
    UNA SERIE SUGLI ADOLESCENTI E SUI PADRI
    Adolescence è una serie sugli adolescenti e sui padri. Non sulle madri. Perché? Perché Jamie è maschio, anzi è un piccolo uomo mancato. Nelle quattro puntate - tutte girate in un vorticoso e vertiginoso unico piano sequenza - vi sono due figure paterne, entrambe positive, entrambi sui 50 anni: Eddie, il padre di Jamie, e Luke Bascombe, il detective incaricato del caso nonché padre di Adam che frequenta la stessa scuola di Jamie. Eddie e Luke sono virili, muscolosi, forti nell'aspetto e nelle scelte, decisi e risoluti. Come sono invece Jamie e Adam? Gracili (Jamie pare che abbia 10 anni), deboli (quando Jamie viene arrestato si urina nei pantaloni), esclusi dai compagni, bullizzati. Jamie, parlando con la psicologa, rivela che il padre si girava dall'altra parte quando, giocando a calcio, dava prova della propria inadeguatezza con il pallone. E inadeguatezza è la parola chiave. Jamie sa di essere la brutta copia di suo padre. Attenzione al particolare: Eddie ha conosciuto la madre di Jamie quando aveva 13 anni, la stessa età di Jamie quando ha ucciso la compagna. Jamie cerca l'approvazione del padre, il suo affetto, la sua stima e questi non delude, eppure nel confronto accesissimo e vibrante con la psicologa Jamie affranto ammette: «Sono brutto, il più brutto», pur non essendolo. Qui è la chiave di interpretazione più profonda di questa pellicola: in quel "brutto" c'è la distanza che lo separa dal modello paterno e dunque quel "brutto" certifica la mancanza di accettazione di sé, il rifiuto di sé, non tanto della propria identità, ma della percezione della stessa. Da qui l'odio, profondo, radicale, assoluto, accecante e devastante per sé e per gli altri, i compagni "riusciti" e le ragazze.
    LA NON ACCETTAZIONE DI SÉ STESSO
    L'ammissione di non accettazione di sé stesso ci conduce all'analisi di un altro fattore che ha armato di un coltello la giovanissima mano di Jamie: il contesto sociale. Soprattutto Internet. Adam spiega al padre detective il movente dell'omicidio. Jamie è considerato dai suoi compagni un "incel", termine che sta per "involontariamente celibe": maschi che non hanno relazioni né romantiche né sessuali e non sono capaci di averle. Gli incel si ritrovano online e sono fautori di un'ideologia chiamata "Red Pill". Il riferimento è alla famosa pillola rossa del film Matrix, che simboleggia il risveglio, il prendere coscienza della realtà e della propria condizione. La Red Pill degli incel insegna che vi sarebbero fattori genetici, evolutivi e ambientali che fanno sì che - come spiega sempre Adam al padre - l'80% delle donne siano attratte dal 20% degli uomini Chad, ossia uomini avvenenti, brillanti, sicuri di sé, virili, che ce l'hanno fatta (principio che si rifà in qualche modo a quello di Pareto in cui l'80% degli effetti proviene dal 20% delle cause).
    Questa rappresentazione distorta della realtà porta alla misoginia e alla misandria: gli incel odiano le donne e gli uomini Chad. La mancanza di autostima di Jamie ha intercettato sul web questa comunità di incel, chiamata manosphere: siti, blog, forum, chat in cui gli incel più si commiserano più s'incattiviscono inneggiando alla violenza. Una reazione irragionevole alla cultura woke che vede il maschio come essere tossico e alla cultura femminista che ha ridotto il maschio ad un ruolo comprimario, perché debole e sentimentale.  Il cerino cade sulla benzina quando Kate prende in giro pubblicamente, su Instagram, Jamie dicendogli che è un incel. Subito dopo il ragazzo la pedina e l'accoltella per ben sette volte.
    Lo sceneggiatore Thorne così commenta: «lui viene da un ambiente buono, come me; è un ragazzo intelligente, come lo ero io. La differenza fondamentale tra noi? Lui aveva Internet». L'altro sceneggiatore, Stephen Graham, si spinge a dire che la serie «parla di un problema universale più grande, che è l'alienazione». Jamie vive in un mondo virtuale, dissociato dalla realtà, alienato dalla verità delle cose, delle relazioni, degli affetti. Il mondo artefatto di Internet ha sostituito quello reale e così il ragazzo crede veramente alle teorie della Red Pill e crede veramente di essere un fallito. Un fallito che però troverà redenzione quando, nell'ultima puntata, si dichiarerà colpevole: è finalmente l'accettazione della realtà, della sua responsabilità e dunque di sé stesso. L'ammissione di colpevolezza segna il passaggio dall'età adolescenziale a quella adulta.
    SENZA DIO NON SI È PADRI
    Thorne correttamente indica nella libertà uno dei motivi per cui Jamie ha ucciso. È un'affermazione contromano perché, così si predica, se un adolescente uccide la colpa in genere è della società o dei genitori. La serie invece non cerca alibi: Jamie ha voluto cercare alcuni contenuti sul web, ha voluto non opporsi a certe suggestioni, ha voluto frequentare certe amicizie (un suo amico gli fornirà il coltello), non ha voluto parlare con i genitori dei suoi problemi e infine ha pianificato e voluto la morte di Kate. Potete essere i migliori genitori sulla faccia della Terra ma esisterà sempre la variabile "libertà" che potrà compromettere ogni vostro sforzo. Adamo ed Eva avevano un Padre perfetto eppure...
    Non sono tutte rose però per questa serie. La spina più acuminata è la mancanza di una soluzione a questo dramma, di una risoluzione al problema. Perfetta la diagnosi, manca la terapia. Uno studio del 2013 del Pew Research Center ci informa che i padri di una dozzina di anni fa dedicavano ai figli il triplo del tempo rispetto ai padri di sessanta anni fa. Ma qual è la qualità di questo tempo? Ossia: cosa trasmettono ai figli in tutto questo tempo? Eddie, lo abbiamo detto e lo ha confermato Jamie alla psicologa, è un padre attento e presente. Ma questa presenza da quali contenuti è caratterizzata? Probabilmente Eddie è uno dei migliori tra i peggiori. Vogliamo dire che ha dato ciò che ha potuto dare, ciò che ha ricevuto in quest'epoca di deserto e miseria culturale. Quest'uomo di 50 anni gli ha trasmesso la cultura della postmodernità, che è assolutista, ossia sganciata dalla storia (nessuna radice nel passato), sganciata dalla natura umana (nessuna legge morale), sganciata dalla trascendenza (nessun Dio). Non aveva altro da dargli e infatti la serie termina con queste ultime e amare parole del padre rivolte al peluche di Jamie: «Mi dispiace ragazzo. Avrei potuto fare meglio». Ma non sa nemmeno lui - e insieme a lui gli autori - cosa sia quel meglio, perché a lui sconosciuto. E se non lo sai, potrai essere anche il padre più amorevole e presente del mondo ma servirà a poco.
    Allora la terapia, per nulla facile, è tornare a riconnettersi con la tradizione personale, familiare e culturale, con la realtà delle cose che rimanda ad una morale oggettiva e soprattutto con Dio. Perché senza Padre non si è padri.
    10 min
  • Fecondazione artificiale, dal figlio trans di Musk una verità
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8135

    FECONDAZIONE ARTIFICIALE, DAL FIGLIO TRANS DI MUSK UNA VERITA' di Tommaso Scandroglio
     
    Xavier Alexander Musk è figlio di Elon Musk. Nel 2022 decise di cambiare nome in Vivian Jenna Wilson perché si sentiva una ragazza. In un post su Threads critica la scelta del padre di farlo venire al mondo tramite la fecondazione artificiale sia perché si sente un prodotto acquistato sia perché il padre lo avrebbe selezionato tra gli altri embrioni a motivo del suo sesso maschile, sesso che lui avrebbe poi rifiutato. Ecco le parole di Xavier: «Il sesso che mi è stato assegnato alla nascita era una merce che è stata comprata e pagata. Quindi, quando ero femminile da bambino e poi sono diventato transgender, mi sono opposto al prodotto che veniva venduto. Quell'aspettativa di mascolinità contro cui ho dovuto ribellarmi per tutta la vita era una transazione monetaria. Una transazione monetaria. UNA TRANSAZIONE MONETARIA. Come c... può essere legale?».
    Il giovane Xavier conferma che, come spesso accade, solo quando le condotte immorali ci toccano da vicino ne comprendiamo le storture. In secondo luogo, il figlio di Elon Musk giustamente si sente un prodotto, dato che è stato oggetto di una compravendita ed è stato selezionato in base al sesso. Come acquistare un'auto a seconda della marca o della cilindrata.
    In terzo luogo, è interessante e insieme triste notare che il rifiuto del proprio sesso biologico potrebbe derivare anche e soprattutto dalla stessa tecnica di fecondazione extracorporea. Il rifiuto di sé - e il sesso biologico è aspetto identitario della persona - nasce dal rifiuto di come Xavier è venuto al mondo. La ferita inferta alla dignità di questo ragazzo non è stata superata e lui ha scelto un modo per sanare quella ferita che peggiorerà solo la sua condizione. Snodo cruciale è la sua frase: «Quell'aspettativa di mascolinità contro cui ho dovuto ribellarmi per tutta la vita era una transazione monetaria». Quanti ragazzi si ribellano alle aspettative dei genitori, le quali però nulla c'entrano con la loro identità, con la loro vocazione? Xavier si è sentito progettato, costruito a tavolino ben prima del concepimento e addirittura mercificato. Voluto non per sé, ma in quanto oggetto della soddisfazione dei genitori. Da qui il rifiuto radicale di quello Xavier programmato dal padre, per costruirne uno nuovo, tanto essenzialmente diverso dal precedente che avrebbe dovuto essere femmina. Da qui, poi, l'ovvia rottura con il padre.
    E ora parliamo di lui, del Musk più famoso. Elon Musk non è un pro-vita, ma un pronatalista. Iniziate ad abituarvi a questo termine perché probabilmente diventerà sempre più diffuso a motivo del famigerato inverno demografico dell'Occidente. I pronatalisti sono a favore delle nascite e ad ogni costo. Insomma, per loro, il fine giustifica i mezzi. Questo particolare fa la differenza con i pro-life, i quali sono anche loro per l'incremento della natalità, ma non con qualsiasi mezzo.
    Musk, da pronatalista, è a favore della fecondazione artificiale. Il padre di Tesla ha avuto 14 figli da 4 donne e almeno 5 di essi tramite fecondazione extracorporea. Musk però è un pronatalista impuro, non radicale; infatti è a favore dell'aborto, pratica che impedisce le nascite. Quando il Texas varò la famosa legge che impediva di abortire un bambino il cui cuore battesse, Musk, sicuramente ispirandosi a Stuart Mill, così commentò la notizia: «Credo nella massimizzazione della libertà individuale, a patto che non danneggi gli altri. Le posizioni estreme da entrambe le parti di questo dibattito sono perdenti». Peccato che l'aborto danneggi la libertà del nascituro, dato che lo uccide.
    5 min
  • Femminicidio, tre criticità e un sospetto: il politically correct
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8150

    FEMMINICIDIO, TRE CRITICITA' E UN SOSPETTO: IL POLITICALLY CORRECT di Tommaso Scandroglio
     
    Un disegno di legge sul femminicidio è stato approvato dal Consiglio dei ministri il 7 marzo scorso, alla vigilia della Giornata internazionale della donna. La bozza che il Governo ha fatto circolare così recita: «Chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di discriminazione o di odio verso la persona offesa in quanto donna o per reprimere l'esercizio dei suoi diritti o delle sue libertà o, comunque, l'espressione della sua personalità, è punito con l'ergastolo. Fuori dei casi di cui al primo periodo, si applica l'articolo 575» del Codice penale, che prevede una pena non inferiore a 21 anni. Dunque, siamo di fronte ad un reato speciale: se l'omicidio viene commesso perseguendo alcune finalità la pena è certamente l'ergastolo. Qualora mancassero tali finalità la condotta regredisce a semplice omicidio, punibile solo eventualmente con l'ergastolo.
    Questo reato autonomo presenta diverse criticità.
    La prima riguarda il lato probatorio: i moti del foro interno per essere sanzionati devono appalesarsi in modo chiaro nel foro esterno. Tradotto, le malevoli intenzioni che muoverebbero l'omicida devono poi concretarsi in atti da cui è poi possibile risalire in modo inequivocabile alle medesime intenzioni. Ad esempio, secondo il Ddl, Tizio può scontare il carcere a vita per aver ucciso Caia perché la odiava in quanto donna. Occorrerebbero testi scritti, video, testimonianze che provassero non un generico odio di Tizio verso le donne, ma verso Caia in quanto donna. Molto difficile. Con il Ddl sul femminicidio si potrebbe rischiare allora di imbastire una processo alle intenzioni più supposte che provate.
    Secondo inciampo: mancanza di tassatività della norma o indeterminatezza della fattispecie. Manca cioè la descrizione precisa delle condotte che potrebbero condurre il reo a scontare l'ergastolo. In altre parole, il cittadino deve conoscere in anticipo e con precisione quali atti confluiranno nel nuovo reato. Altrimenti la determinazione della fattispecie sarà in mano al libero giudizio dei giudici che è molto imprevedibile. Il problema, perciò, è la genericità di alcuni termini ed espressioni indicanti quelle motivazioni peculiari capaci di qualificare l'omicidio come femminicidio. Proviamo ad esemplificare per ogni finalità incriminatrice. La discriminazione verso la vittima in quanto donna. Tizio uccide Caia, sua collega di lavoro, per invidia: Caia ha avuto una promozione che Tizio pensava spettasse a lui. Facile far assorbire la motivazione riguardante l'invidia dalla motivazione "discriminazione in quanto donna", perché si potrebbe argomentare che chi invidia una donna per motivi professionali la discrimina. Ma lo stesso potrebbe avvenire per un uomo, ribattiamo noi.
    L'ODIO HA I CONFINI SFUMATI
    Passiamo all'odio verso la vittima in quanto donna. Cosa si intende per odio secondo il Ddl? Non è dato di saperlo. L'odio, al pari di tutti i sentimenti, ha i confini sfumati. Ma su quei confini il reo può giocarsi la "fine pena mai". Si correrebbe dunque il rischio che un giudice possa giudicare un certo atteggiamento anche solo antipatico dell'omicida verso la vittima come odio e un altro giudice invece avrebbe potuto giudicarlo penalmente irrilevante proprio perché ognuno interpreta il concetto di "odio" in modo soggettivo, non esistendo una definizione giuridica oggettiva e dunque vincolante per tutti.
    Altra finalità dell'omicidio che potrebbe far qualificare quest'ultimo come femminicidio: la repressione dell'esercizio dei diritti e delle libertà della donna. In primo luogo, qual è la differenza per questo Ddl tra diritti e libertà? Non è dato saperlo. In secondo luogo: quali diritti e quali libertà configurano il reato di femminicidio? Pare che siano tutti, dato che non sono specificati. Dunque, posto che l'esegesi sia corretta, se, ad esempio, Tizio uccidesse Caia per motivi di eredità scatterebbe il reato di femminicidio.
    Infine l'ultima finalità legata ad un omicidio di una donna che merita l'ergastolo sarebbe quella della repressione dell'espressione della sua personalità. Anche in questo caso la locuzione è così generica che può e forse deve confluire in essa qualsiasi manifestazione caratteriale. Dunque, qualsiasi omicidio di donna motivato dalla personalità della vittima diventerebbe femminicidio. Uccisa perché troppo socievole, troppo introversa, troppo spigliata, troppo brava nel lavoro, etc. Qualsiasi "troppo" meriterebbe l'ergastolo.
    Se mettiamo insieme tutte queste motivazioni legittimanti l'ergastolo scopriamo che qualsiasi omicidio di donna potenzialmente sarebbe un femminicidio proprio perché le motivazioni che configurano il femminicidio sono così ad ampio spettro che sarebbe ben difficile sfuggire al suo raggio di applicazione.
    DISCRIMINATORIO VERSO GLI UOMINI
    Ma veniamo alla critica forse più rilevante a questo Ddl. Per articolarla ricorriamo ad un esempio: Tizio uccide Caia perché lo ha lasciato. Certamente ergastolo. A ruoli invertiti l'ergastolo è solo una eventualità. Dunque, questo Ddl è discriminatorio verso gli uomini e quindi viola l'art. 3 della Costituzione, il quale così recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso» etc. Il Ddl privilegia il sesso femminile in modo ingiustificato. Perché non esiste un'uguale norma che sanziona con l'ergastolo l'omicidio per le medesime motivazioni contenute nel Ddl? Dunque, la nostra critica non riguarda la pena dell'ergastolo per chi uccide una donna - ben venga - bensì la disparità di trattamento immotivata tra donne e uomini, quasi che le prime abbiano maggiore dignità rispetto ai secondi.
    C'è ad aggiungere che il trattamento di favore verso le donne non riguarda solo il reato di omicidio. Infatti, il Ddl prevede delle aggravanti qualora le motivazioni presenti nel reato di femminicidio siano le medesime che portano a commettere quell'insieme di delitti compresi sotto la dizione "Codice rosso" a danno delle donne: maltrattamenti di familiari, minacce, revenge porn, stalking, violenza sessuale e lesioni permanenti al viso.
    Il sospetto quindi che questo Ddl sia espressione del politicamente corretto in chiave femminista e doveroso ossequio alla direttiva UE n.1385/2024 sulla violenza sulle donne è dunque elevato.
    Si obietterà che questo nuovo reato è motivato dalla situazione di vulnerabilità delle donne. E allora seguendo la stessa logica dovremmo avere altri reati speciali per altrettante categorie sociali fragili e vulnerabili: l'omicidio di anziani, disabili, disoccupati, extracomunitari, persone di colore, credenti, etc. compiuti per le stesse motivazioni presenti nel Ddl. In realtà il nostro ordinamento giuridico già tutela i reati a danno di queste categorie prevedendo le cosiddette aggravanti comuni, in specie per aver agito per motivi abietti e futili o per aver approfittato della condizione della persona in modo tale da aver ostacolato la difesa privata. Circostanze aggravanti che potrebbero essere applicate benissimo anche nel caso di omicidio di una donna in quanto donna.
    IL NUMERO DEI FEMMINICIDI NON CALA
    Un'altra obiezione potrebbe essere la seguente: le proporzioni del fenomeno in cui assistiamo all'uccisione di una donna ogni tre giorni richiedono una norma penale speciale. La risposta si articola secondo due direttrici. In primo luogo, se applicassimo le motivazioni del Ddl agli omicidi di uomini, i maschicidi supererebbero i femminicidi per numero. Infatti, già oggi la maggior parte delle vittime di omicidi sono uomini. Ciò per dire che usando i criteri punitivi del Ddl in relazione agli uomini, la vera emergenza sarebbero i maschicidi. Quanti omicidi di uomini commessi per reprimere i loro diritti, le loro libertà o motivati dal carattere della persona.
    In secondo luogo, non è creando una norma ad hoc che si debellerà il fenomeno dei femminicidi, bensì investendo sulla educazione delle coscienze. La legge n. 69 del 2019, denominata "Codice Rosso" e voluta proprio per tutelare maggiormente le donne, ha introdotto nuove fattispecie di reato ed ha inasprito le pene di altri reati già esistenti. Eppure il numero annuo di femminicidi non è calato, così come ammesso qualche giorno fa dallo stesso Ministro della famiglia Eugenia Roccella, una delle promotrici del Ddl sul femminicidio: «Nonostante gli strumenti innovativi già adottati il numero dei femminicidi non cala».
    Una terza obiezione potrebbe venire proprio dal Ministro Roccella che sul Ddl femminicidio ha sottolineato che «introdurre il reato di femminicidio è soprattutto un tentativo di produrre un mutamento culturale». Insomma, sanzioniamo con il massimo della pena chi uccide una donna per educare le masse. Ciò è errato perché configurerebbe un ingiusto uso dello strumento penale a scopo pedagogico. La prima preoccupazione del legislatore penale deve essere quella di irrogare una giusta pena commisurata al valore del bene leso e alla volontarietà dell'azione, non commisurata al progresso dell'educazione collettiva. Che poi la giusta pena serva anche da monito alle persone è sì uno scopo buono della norma, ma subordinato alla volontà di calibrare la pena secondo la natura della condotta e la responsabilità soggettiva.
    9 min
  • Cineforum trans in diocesi di Padova: bibbia e magistero calpestati
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8148

    CINEFORUM TRANS IN DIOCESI DI PADOVA: BIBBIA E MAGISTERO CALPESTATI
    di Tommaso Scandroglio
     
    Leggiamo su La difesa del popolo, settimanale della diocesi di Padova: «Sono le storie e i percorsi dell'identità di genere il focus del nuovo cineforum "Le correnti del possibile" [dal 26 marzo al 14 maggio] proposto dall'associazione Con-TeStare Sportello Attivo Transgender (Centro Onig) di Padova in collaborazione con il cinema Esperia di via Chiesanuova a Padova [cinema della Parrocchia di Santa Maria Assunta in Chiesanuova]».
    Il settimanale della diocesi riporta poi le parole di Chiara Cappelletti, vicepresidente di Con-TeStare: «Con questa iniziativa desideriamo approfondire l'argomento delle molteplicità dell'identità di genere nei vari aspetti della vita delle persone. I film scelti approfondiscono la bellezza e la pluralità di quello che può essere l'esperienza di una persona transgender e gender diverse». Nelle tre serate, aggiunge La difesa del popolo, interverranno «i genitori di figli e figlie in percorso di affermazione di genere (Con-TeSiamo) e le persone Tgd (transgender e di genere diverso) in percorso di affermazione di genere (Con-TeAma)». Umberto Bodon, incaricato per la gestione della sala del cinema Esperia, afferma: «Pensiamo che una sala comunitaria in un ambiente ecclesiale, come il nostro, debba essere uno spazio aperto a tutti».
    Non ci siamo. Come sempre. La transessualità non è da promuovere e ce lo dice la morale, la Sacra Scrittura, il Magistero e la scienza. Sul piano morale il sesso biologico è aspetto identitario della persona. Non il sesso in generale, bensì il sesso maschile è elemento identitario per gli uomini e il sesso femminile è elemento identitario per le donne (clicca qui per un approfondimento). Il sesso biologico non potrà mai essere un dato errato della persona, una malattia da debellare. Non è il sesso che deve mutare per adeguarsi alla mente, bensì è la mente che deve adeguarsi al dato reale della sessualità, deve riconoscere il proprio sesso biologico perché è anche lì che risiede la nostra identità personale. Voler "cambiar" sesso è un atto intrinsecamente malvagio.
    LA PAROLA DI DIO
    Passiamo alla Sacra Scrittura. In Genesi 1,27 possiamo leggere che Dio «li creò maschio e femmina». È un dato costitutivo e fondativo della persona - si usa il verbo "creare" - che viene da Dio e quindi non può essere errato. Passiamo a san Paolo: «Non illudetevi: né immorali, né idolàtri, né adùlteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti, né rapaci erediteranno il regno di Dio» (1 Cor. 6, 9-10). Gli effeminati sono le persone transessuali. Non possono essere le persone omosessuali perché queste vengono indicate subito dopo con il termine "sodomiti". Sarebbe irragionevole pensare ad una ripetizione di categoria. Dunque la Sacra Scrittura è chiarissima nell'indicare come materia grave il tentativo di "cambiare" sesso, di apparire e comportarsi come persone del sesso opposto. La condanna della transessualità è quindi esplicitamente di diritto positivo divino.
    Sul fronte del Magistero, oltre a rimandare alle moltissime catechesi di Giovanni Paolo II sul corpo, ricordiamo innanzitutto il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Spetta a ciascuno, uomo o donna, riconoscere ed accettare la propria identità sessuale» (2333). Poi citiamo Benedetto XVI: «Il sesso [...] non è più un dato originario della natura che l'uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente» (Discorso alla Curia romana, 21 dicembre 2012). Infine Il Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari: «Non si può violare l'integrità fisica di una persona per la cura di un male d'origine psichica o spirituale. Qui non si danno organi malati o malfunzionanti. Così che la loro manipolazione medico-chirurgica è un'alterazione arbitraria dell'integrità fisica della persona» (Carta degli operatori sanitari, n°66, nota 148).
    Infine abbiamo il versante scientifico. Non si contano più gli studi che mettono in evidenza i danni di carattere psicofisico e sociale provocati dal "cambio" di sesso. Vogliamo qui citarne solo alcuni che riguardano forse il danno peggiore: il suicidio o il tentativo di suicidio. Li citiamo non solo perché il tentativo di suicidarsi dopo la "transizione" è sintomo che il "cambio" di sesso non è la soluzione bensì il problema, ma anche perché molti attivisti sostengono l'opposto: se non "cambi" sesso rischi il suicidio.
    LA SCIENZA
    Il primo studio, del 2024, rappresenta ad oggi la più estesa ricerca su questo specifico rischio, dato che ha interessato 90 milioni di pazienti nell'arco di 20 anni (2003-2023). Il titolo dello studio è Rischio di suicidio e autolesionismo dopo un intervento chirurgico di affermazione di genere. La conclusione è la seguente: «Gli individui sottoposti a intervento chirurgico di affermazione di genere avevano un rischio di tentativo di suicidio 12,12 volte superiore rispetto a quelli che non lo avevano fatto». Ben 12 volte superiore.
    Un altro studio (del 2014) - Tentativi di suicidio tra adulti transgender e non conformi al genere - ci informa che, se il tasso di tentativi di suicidio negli USA si assesta intorno al 4,5% della popolazione, di contro il 42% degli uomini in cura ormonale per "diventare" donne e il 46% delle donne in cura ormonale per "diventare" uomini hanno tentato il suicidio almeno una volta nella vita.
    Un ulteriore studio scientifico (pubblicato il 25 febbraio 2025), è il seguente: Esame dei rischi per la salute mentale legati al genere dopo un intervento chirurgico di riaffermazione di genere: uno studio di database nazionale. Lo studio, i cui dati si riferiscono alla decade 2014-2024, così conclude: «Su 107.583 pazienti, le coorti abbinate hanno dimostrato che coloro che si sono sottoposti a intervento chirurgico presentavano un rischio significativamente più elevato di depressione, ansia, ideazione suicidaria e disturbi da uso di sostanze rispetto a coloro che non si sono sottoposti a intervento chirurgico».
    Se guardiamo invece alla fascia di età 12-20 anni, lo studio Stima del rischio di tentato suicidio tra i giovani appartenenti alle minoranze sessuali: una revisione sistematica e una meta-analisi (meta analisi di 35 studi) ci informa che gli adolescenti transgender sono i più esposti al rischio suicidio: 5,77 volte superiore rispetto ai loro coetanei che non hanno intrapreso nessun percorso di "transizione".
    Una possibile obiezione è la seguente: il disagio psicologico nasce dalla transfobia, dalla mancata accettazione sociale. Non è così. La prova viene da due studi scientifici sui disagi psicologici dell'omosessualità e transessualità. Nel primo, Sessualità omosessuale e disturbi psichiatrici nel secondo studio olandese sulla salute mentale e sull'incidenza , si analizzano i disturbi legati all'omosessualità nell'arco di 18 anni, dal 1996 al 2014 nei Paesi Bassi. Risultato: l'incidenza dei disturbi non è mutata nel tempo; eppure nel tempo, e soprattutto nei Paesi Bassi, l'accettazione dell'omosessualità è cresciuta in modo esponenziale. Dunque, il disagio nasce dalla condizione omosessuale, non da una presunta omofobia. Parimenti si potrebbe dire della transessualità per analogia di situazioni sociali. E infatti nel secondo studio, Stress, sofferenza e tentativi di suicidio delle minoranze in tre coorti di adulti appartenenti a minoranze sessuali: un campione probabilistico statunitense che riguarda sia l'omosessualità che la transessualità, i ricercatori, omosessuali dichiarati, hanno concluso che i disagi psicologici per gay e trans non derivano da presunte discriminazioni.
    E dunque, gentile parroco di Santa Maria Assunta e gentile vescovo di Padova, interrompete subito questo ciclo di film dedicati alla transessualità se avete a cuore il bene delle persone.
    10 min
  • Papa Francesco: da Amoris Laetitia a Fiducia Supplicans, la morale ribaltata
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8149

    PAPA FRANCESCO: DA AMORIS LAETITIA A FIDUCIA SUPPLICANS, LA MORALE RIBALTATA
    di Tommaso Scandroglio
     
    In merito alle tematiche di morale naturale il pontificato di Francesco ha segnato un momento di radicale rottura con la dottrina cattolica. Ricordiamo qui di seguito le tappe principali del percorso intrapreso da Francesco che ha toccato alcuni temi eticamente sensibili.
    In principio fu Amoris laetitia a far comprendere a tutti che l'approccio sulle questioni morali era cambiato radicalmente. Eravamo nel 2016. Il paragrafo 305 insieme alla famigerata nota 351 di questa Esortazione tentava di conciliare l'inconciliabile: l'adultero, nei casi in cui è incolpevole o non pienamente colpevole, può accostarsi all'Eucarestia rimanendo adultero. Nello stesso anno viene pubblicata una lettera dei vescovi della regione di Buenos Aires, dal titolo Accompagnare, discernere e integrare le fragilità, che ammettono alla comunione i divorziati risposati. Francesco dichiara che «il testo è molto buono e spiega in modo eccellente il capitolo VIII di Amoris laetitia. Non c'è altra interpretazione». La lettera e il commento del Papa confluiscono nel 2017 negli Acta Apostolicae Sedis, diventando così Magistero autentico.
    Per continuità di materia rammentiamo due lettere motu proprio datae dal titolo Mitis Iudex Dominus Iesus e Mitis et misericors Iesus, entrambe pubblicate nel 2015 e che riguardano la riforma del processo canonico di dichiarazione di nullità matrimoniale. All'art. 14 § 1 del primo motu proprio si indicano una serie di circostanze che di per sé non sono cause di nullità, ma che per Francesco possono consentire la trattazione della causa. L'operazione sottesa è quella di far apparire un matrimonio umanamente fallito come matrimonio canonicamente nullo. Tra Amoris laetitia e quest'ultima lettera, l'indissolubilità matrimoniale esce malconcia. Il nuovo corso dottrinale in merito al matrimonio ha inevitabilmente portato poi a ridisegnare in modo radicale la natura dell'Istituto Giovanni Paolo II su Matrimonio e Famiglia.
    ABORTO, EUTANASIA, PENA DI MORTE
    Sull'aborto, celebre è l'immagine, usata da Francesco in più occasioni, dei medici che diventano sicari. Però, poi s'intratteneva con colei che si era battuta per legalizzare la professione di sicario, Emma Bonino, e non certo per tentare di convertirla, anche perché per lui sarebbe stato una forma inaccettabile di proselitismo, bensì per incensarla: «Un esempio di libertà e resistenza», le aveva detto nell'ultimo incontro. Sì, libertà da e resistenza contro la legge morale.
    In materia di eutanasia, segnaliamo la lettera del 2020 dell'allora Congregazione per la Dottrina della Fede dal titolo Samaritanus bonus che segna invece una continuità con il Magistero di sempre sul tema dell'eutanasia. Continuità invece contestata in più punti nel Piccolo lessico del fine-vita edito dalla Pontificia Accademia per la Vita nel 2024. Ambiguo poi, in alcuni suoi passaggi, il messaggio del Papa del 2017 al convegno della World Medical Association sul tema dell'eutanasia.
    In tema di morale naturale, non possiamo non ricordare l'eliminazione nel 2018 della pena di morte dal Catechismo della Chiesa Cattolica: da azione moralmente buona nel rispetto di alcuni criteri a malum in se. La decisione è stata rilevante anche perché si è trattato del primo e unico intervento di modifica del Catechismo da parte di Francesco.
    Chiudendo questa rapida carrellata di interventi del Magistero sulle tematiche morali, il primo posto per eterodossia conclamata spetta di certo al documento del Dicastero per la Dottrina della Fede Fiducia supplicans che ha aperto alla benedizione di coppie omosessuali e coppie irregolari. Sicuramente, insieme alla Dichiarazione di Abu Dhabi, il peggior documento firmato da un Pontefice nella storia della Chiesa perché benedicendo relazioni intrinsecamente disordinate le qualifica in senso positivo dal punto di vista morale.
    MORALE SCIVOLATA IN SOGGETTIVISMO E RELATIVISMO
    Da cosa sono state determinate simili derive eterodosse? [...] La cifra caratteristica del pontificato appena concluso è l'elaborazione di una morale senza metafisica. Secondo la tradizione classica e quella cattolica, il fondamento prossimo della morale naturale risiede nella dignità della persona, nella sua intrinseca preziosità data dal corpo e dall'anima razionale che informa questo corpo (il fondamento remoto è Dio). Da questo dato gnoseologico scaturiscono i principi di legge naturale che sono oggettivi, immutabili, universali e assoluti. In merito a quest'ultimo aspetto ricordiamo gli assoluti morali, ossia il fatto che esistono azioni sempre e comunque gravemente lesive della dignità personale e quindi da evitarsi sempre.
    L'approccio di Francesco alla morale ha messo in secondo piano, se non eliminato, il dato spirituale dell'antropologia, ossia ha misconosciuto la rilevanza paradigmatica dell'anima razionale. Eliminato il riferimento metafisico, la morale è scivolata nell'empirismo, nella fenomenologia etica, nello storicismo, nell'immanentismo e dunque ha scolorato i principi dottrinali in soggettivismo, relativismo, situazionsimo e utilitarismo. Le prove di questa deriva sono state evidenti. L'attenzione dei dicasteri e del Papa è stata catturata quasi esclusivamente da tematiche legate alla povertà materiale, al lavoro, al disagio e all'emarginazione sociale, all'immigrazione, alla sofferenza psicologica come la solitudine, all'esclusione sociale, all'ambiente. In breve, la morale naturale è stata scalzata dalla giustizia sociale. Se la visione antropologica dimentica l'anima razionale, le esigenze dell'uomo saranno solo materiali, perché l'uomo sarà solo il suo corpo. Ecco l'immanentismo.
    LO STORICISMO COME METRO DI GIUDIZIO
    Se poi il paradigma è la realtà empirica, questa muta nel tempo. Lo storicismo diventa così metro di giudizio anche etico e metro da usarsi anche con il Vangelo che deve essere contestualizzato, accomodato secondo le esigenze della contemporaneità e non calato dall'alto in modo astratto. Il transeunte diviene chiave interpretativa dei principi di fede e morale, che di loro sono atemporali. E così anche i principi morali possono e devono mutare e le azioni intrinsecamente malvagie una volta erano tali ma oggi possono non esserlo più. Avremo così una morale che si modella secondo il reale, non nel senso che occorre trovare le modalità più efficaci per declinare gli immutabili principi etici nel contingente, ma nel senso di rendere contingenti questi principi. Da qui il situazionismo, la priorità del particolare sull'universale che trova sua espressione peculiare nel famigerato discernimento, espediente per mettere all'angolo i mala in se e in cui la coscienza non è più luogo della declinazione della verità nella circostanza particolare, bensì luogo della creazione di verità personali, individuate per soddisfare piaceri e utilità ugualmente personali.
    All'universalità della natura umana con le sue altrettante universali esigenze morali di base si sostituisce così la particolarità delle singole esistenze con le loro altrettante singole esigenze morali. Questa dinamica prende il nome di relativismo soggettivista. Ecco allora dichiarare guerra ai dogmi, alle leggi, ai principi, gabbie formali che soffocano la multiforme realtà. Non è più quest'ultima che si deve conformare al principio, ma viceversa. L'etica è investita da un moto non più trascendente, bensì discendente.
    L'eredità che Francesco ha lasciato al suo successore è piena di debiti verso la verità e il bene. Quest'ultimo avrà di fronte a sé alla fine solo tre soluzioni, di cui l'ultima è l'unica corretta: conservare questo orientamento senza continuare nell'opera di distruzione; avanzare nella stessa direzione; invertire la rotta.
    10 min

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Il professore Tommaso Scandroglio, autore di diversi libri sulla legge naturale, sulla morale e sulla bioetica, sviluppa riflessioni interessanti sui temi più caldi del dibattito contemporaneo