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stai leggendo Turisti di domani, una newsletter che parla di turismo, società e crisi climatica, per continuare a viaggiare in un mondo che cambia.
Oggi parliamo di turismo etnico, intendendo con questa etichetta tutte le esperienze turistiche che riguardano le culture dei popoli indigeni. È un turismo problematico perché deriva in una certa misura dal passato coloniale dell’Europa e, per questo, ci richiede oggi uno sguardo particolarmente consapevole e attento.
Buona lettura!
L’invenzione degli zoo umani
Carl Hagenbeck nasce il 10 giugno 1844 ad Amburgo, in Germania, figlio di un pescivendolo che si diletta anche con il commercio di animali esotici. Per il suo quattordicesimo compleanno il padre gli regala qualche foca e un orso polare, e da quel momento Carl subentra sempre di più nel business paterno. Oggi è ricordato come un pioniere degli zoo moderni, ovvero quelli con gli animali non chiusi in gabbia, ma in recinti che richiamano maggiormente il loro habitat naturale.
C’è però anche un’altra invenzione che viene attribuita a Carl Hagenbeck: gli zoo umani. Sebbene la pratica di esibire gruppi umani extraeuropei esistesse già dall’Esposizione universale di Londra del 1851, la nascita ufficiale si fa risalire al 1875, quando Hagenbeck mette in mostra a Berlino e Lipsia alcuni indigeni delle isole Samoa e alcuni sami.
L’idea degli zoo umani affonda le sue radici in una mentalità europea che si sviluppa e persiste nel corso dei secoli: a partire dal Rinascimento, quando i primi conquistatori europei raggiungono il continente americano e si rendono conto che il mondo non solo è più grande di quello che pensavano, ma è anche abitato da gruppi umani con sembianze, lingue, tradizioni e conoscenze diverse.
La scoperta genera un dibattito filosofico: i “selvaggi del Nuovo Mondo” hanno un’anima? Ovvero, devono essere considerati animali, esseri umani o una via di mezzo? Mentre si discute, avviene come sappiamo il genocidio delle popolazioni native, che vengono uccise, sfruttate e deportate.
L’esotico messo in mostra
Alcuni indigeni sono venduti come schiavi e portati nelle corti europee, dove vengono presentati ai sovrani come attrazioni esotiche e curiose. Nelle corti nobiliari esisteva già nel Medioevo la pratica di intrattenere e stupire gli ospiti esibendo persone considerate buffe o prodigiose, in genere per via di anomalie fisiche o patologie. Gli indigeni svolgono una funzione simile: vengono messi in mostra a corte per curiosità e interesse intellettuale, ma anche come trofei viventi delle conquiste coloniali.
Due esempi. Nel 1528 Hernán Cortés porta a Carlo V una squadra di giocatori di palla aztechi dal Messico. Nel 1550, il francese Nicolas Durand de Villegagnon consegna a re Enrico II cinquanta indigeni Tupinambà dal Brasile che simulano uno scontro tra guerrieri.
Verso la fine dell’Ottocento la pratica di esibire gruppi umani extraeuropei esce dalle corti nobiliari e si avvicina più esplicitamente alla formula dello zoo. In alcune città gli europei possono, in genere pagando un biglietto, vedere da vicino individui che fanno parte di popolazioni lontane e poco conosciute, come eschimesi, mongoli, singalesi, sioux, masai e via dicendo.
Lo scopo di queste esibizioni è da una parte dimostrare che il colonialismo ha un senso, perché gli indigeni sono inferiori agli esseri umani e devono essere civilizzati, e dall’altra mettere in scena per il piacere del pubblico europeo una rappresentazione del selvaggio primitivo e aggressivo.
Nascono i cosiddetti “villaggi negri”: nelle città si ricreano dei villaggi tipici, talvolta anche degli ambienti naturali come la giungla, in cui alcuni gruppi indigeni sono costretti a vivere e a esibirsi in danze, rituali e combattimenti. I villaggi sono spesso recintati e talvolta compaiono cartelli che invitano a non dare da mangiare alle persone, perché sono già nutrite: esattamente come negli zoo.
Agli inizi del Novecento c’è un lieve cambiamento di narrazione. A questo punto è infatti interesse delle potenze coloniali europee far sapere ai cittadini che il colonialismo sta funzionando, ma continua a essere necessario. Da una parte bisogna quindi comunicare che l’opera di civilizzazione dei “selvaggi” può andare a buon fine e che gli europei stanno davvero elevando e salvando le popolazioni native. Dall’altra, non bisogna esagerare: un eccesso di civilizzazione potrebbe suggerire che il dominato e il dominatore non sono poi così diversi. Insomma, ai gruppi indigeni extraeuropei esposti viene chiesto di proporre spettacoli etnici che mantengano il giusto livello di esotismo, in cui mostrare però non più brutalità e aggressività, ma qualità artistiche e artigianali.
Per farla brave, ci basti sapere qui che il fenomeno degli zoo umani si va esaurendo progressivamente entro gli anni Cinquanta del secolo scorso, ma la mentalità che ne ha reso possibile l’esistenza non ha smesso di esistere.
In effetti ci sono ancora almeno un paio di esempi notevoli e sorprendentemente recenti. Nel 2002 ha suscitato polemiche un’iniziativa nel sud del Belgio, a Yvoir, dove sono stati ospitati in un parco faunistico una decina di pigmei dell’etnia baka arrivati direttamente dal Camerun per costruire capanne, esibirsi in canti e balli e mostrare dal vivo la loro quotidianità. Nel 2005 ad Augusta, in Germania, è stato invece inaugurato tra molte contestazioni un african village all’interno di uno zoo.
La radice comune di zoo umani e turismo etnico
Un punto interessante da sottolineare è che già nell’Ottocento gli indigeni portati in Europa per le esibizioni etniche potevano venire pagati o contrattualizzati, rendendo la loro esperienza, almeno sulla carta, simile a un lavoro o comunque a una fonte di reddito.
Questo però non ci deve far pensare a un rapporto equilibrato o ugualmente vantaggioso per entrambe le parti. Siamo comunque in un contesto razzista e coloniale, e, a fronte di una retribuzione irrisoria e di contratti con tutele e diritti inesistenti, queste persone vengono allontanate dalle loro terre e portate in giro in veri e propri tour, durante i quali non di rado muoiono per malattie per cui non sono immunizzati.
Un secondo aspetto da sottolineare è che nella pratica degli zoo umani c’è da sempre un elemento di finzione che si decide di non vedere. Soprattutto agli inizi del Novecento, la complicità tra interpreti e pubblico è cruciale. Gli interpreti indigeni hanno interesse nel mantenere il giusto livello di esotismo nell’esibizione, mentre il pubblico europeo sta al gioco e si gode l’illusione di aver vissuto un viaggio in una terra lontana, magari acquistando all’uscita una cartolina, cacao, caffè o altri prodotti esotici.
Se la pratica manifesta degli zoo umani in Europa è finita nel XX secolo, la logica che vi stava dietro ha solo cambiato forma e, come documenta anche la ricerca accademica, ha continuato a esistere in un certo tipo di turismo etnico. Secondo uno studio pubblicato su Tourism Geographies nel 2023, gli stati post-coloniali concepiscono, rappresentano e governano il proprio territorio e i propri cittadini come attrazioni per turisti stranieri, prevalentemente occidentali, replicando la stessa logica di esposizione e controllo che caratterizzava gli zoo umani coloniali. Solo che questa volta il segno è invertito: non sono più gli indigeni a essere portati in Europa, ma i turisti europei ad andare da loro.
Lo spiega anche il saggio Uomini nelle gabbie, in cui il giornalista Viviano Domenici a un certo punto scrive: «I bianchi hanno da sempre l’abitudine di guardare gli Altri ma, poiché non sarebbe più politicamente corretto portarli nei recinti dello zoo cittadino come facevamo un tempo, oggi andiamo a vederli nel loro esotico ambiente naturale. Laggiù, intraprendenti tour operator provvedono a esporli come si deve garantendo quel giusto livello di aura selvaggia e primitiva che il turista esploratore si aspetta, da contratto».
Per il resto, il meccanismo di fondo non è cambiato molto: «Entrambe le parti – indigeni e turisti – recitano il copione come da contratto, complici consapevoli del reciproco inganno, ma col solito rapporto squilibrato tra chi guarda e chi è esibito».
Donne-giraffa e indigeni a contratto
Gli “zoo umani” turistici di oggi sono, ad esempio, i villaggi-prigione in Thailandia settentrionale in cui ci si fotografa con le “donne giraffa”, le rifugiate di etnia kayan i cui colli appaiono allungati perché stretti in tanti cerchi metallici. Oppure la riserva degli Jarawa lungo la Andaman Trunk Road, in India, dove i turisti passano in auto sperando di avvistare e fotografare degli indigeni, come in un safari.
In generale, sono tutte le esperienze turistiche che promettono ai visitatori un incontro ravvicinato con “il selvaggio”, e in cui le popolazioni indigene sono considerate più o meno esplicitamente, citando ancora Domenici, «elementi del paesaggio, comparse per una bella inquadratura fotografica, esotiche presenze da assediare in fondo alla foresta dove sono andati a nascondersi».
Alcuni potrebbero obiettare che il turismo può essere una fonte di guadagno per le popolazioni indigene, e che talvolta sono esse stesse a promuoversi per attirare i visitatori. Questa però non è una causa del turismo etnico, ma una sua conseguenza. Lo racconta anche l’antropologo Marco Aime, che nel saggio L’incontro mancato fa l’esempio di alcune tribù della Thailandia settentrionale. In questa zona sono diventate popolari escursioni turistiche pubblicizzate come “trekking tra gli ultimi selvaggi”, così le guide locali hanno esposto in alcuni villaggi cartelli che dicono “siamo i più selvaggi”.
Insomma, esattamente come un secolo fa, anche oggi da una parte c’è l’interprete a contratto che mette in scena l’esotico, il primitivo e il selvaggio, perché così si aspetta il turista pagante; e dall’altra ci siamo noi, che ci illudiamo sia di avere accesso a un’esperienza autentica, sia che questo gioco delle parti non faccia male a nessuno.
Ripensare il turismo etnico
Il turismo etnico non è necessariamente sempre negativo, nel senso che può essere uno strumento non di sfruttamento, ma di preservazione culturale e di empowerment per le comunità native. Affinché ciò accada, però, servono cambiamenti su più livelli, a partire da chi si occupa della governance e della promozione turistica. Dovrebbero infatti essere le popolazioni indigene a decidere se e come condividere la loro cultura con i visitatori, a guidare lo sviluppo di una eventuale proposta turistica sul territorio e a coglierne i vantaggi, anche economici.
Esistono esperienze di questo genere nel mondo: da parte nostra, possiamo informarci e assicurarci che il tour che abbiamo scelto sia rispettoso della comunità indigena in questione e non replichi una dinamica di sfruttamento. Un problema così complesso e strutturale difficilmente si risolve solo con una lista di buone intenzioni. Eppure, credo sia comunque importante vigilare sul nostro “sguardo turista” e mettere in discussione le nostre aspettative.
Domenici nel suo saggio racconta un episodio calzante. L’autore è stato per un reportage in un accampamento di boscimani e si è reso conto a un certo punto che ciò che voleva far rientrare nell’inquadratura era esattamente lo stereotipo dell’indigeno: gli abiti tradizionali, le armi per cacciare, lo sguardo fiero del guerriero. Ma per farlo doveva tagliare fuori la realtà, ovvero il boscimano con jeans, maglietta, sneaker e orologio da polso che magari oggi indossa le vesti tradizionali solo a favore di camera, come un impiegato indossa gli abita da lavoro.
Il meccanismo descritto da Domenici in questo aneddoto personale corrisponde allo “sguardo turista” che anche noi spesso abbiamo, o abbiamo avuto, prenotando in viaggio un’esperienza con “autentici guerrieri masai” o in un villaggio “fuori dal tempo”, “non toccato dalla modernità”, eccetera.
Il turismo etnico continuerà a essere problematico finché - anche inconsapevolmente, anche animati dalle migliori intenzioni - approcciamo una cultura indigena considerandola primitiva e subordinata alla norma, cioè alla cultura occidentale dominante; o una performance esotica di cui fruire, o uno scenario in cui ritrovare e fotografare lo stereotipo che già abbiamo in mente.
Data la storia coloniale che l’Europa ha alle spalle, il nostro sguardo non è neutro. La prossima volta che ci troviamo di fronte alla possibilità di un’esperienza di turismo etnico, allora, sappiamo che ci sono alcune domande che possiamo farci. Chi ha deciso che questa cultura deve essere mostrata? Chi incassa i soldi che sto pagando? Ma anche: cosa mi aspetto da questa esperienza, e perché?
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In breve
Per approfondire
* Sicuramente un consiglio di lettura per approfondire il tema è il libro che ho ampiamente citato in questa newsletter, ovvero Uomini nelle gabbie - Dagli zoo umani delle Expo al razzismo della vacanza etnica di Viviano Domenici (il Saggiatore).
* La fascinazione per le culture indigene, unita al desiderio di vivere esperienze di viaggio fuori dal comune e “autentiche”, può portare a derive rischiose: provare a incontrare i popoli indigeni incontattati. Ne avevo scritto in questo articolo per Lonely Planet.
Segnalazioni, spunti, cose interessanti
* Le grandi proteste in Albania contro la costruzione di resort di lusso in alcune aree protette: un approfondimento in questa puntata del podcast Il Mondo di Internazionale.
* Dopo essere finita in un servizio BBC, una piccola isola scozzese con 16 residenti ha registrato un interesse turistico senza precedenti e ha deciso di chiudere ai visitatori un giorno a settimana. Su Euronews (in italiano)
* Quest’anno le Hawaii sono diventate il primo stato degli USA a introdurre una tassa turistica destinata alla protezione ambientale. È una misura sufficiente a compensare gli effetti del turismo di massa? Su Adventure.com (in inglese)
Nella puntata precedente
È tutto per oggi! Grazie di aver letto fin qui.
Ciao,
Chiara
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