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stai leggendo Turisti di domani, una newsletter che parla di turismo, società e crisi climatica, per continuare a viaggiare in un mondo che cambia.
Oggi torniamo in montagna. Sulle Alpi ci sono centinaia di bivacchi fissi, ovvero piccoli e spartani ricoveri d’emergenza aperti gratuitamente per gli alpinisti che ne hanno bisogno. Da qualche anno, però, queste strutture stanno diventando la destinazione di un pubblico più ampio e diversificato, non sempre esperto. Cosa comporta questo cambiamento?
Buona lettura!
Nel 2025 il bivacco alpino ha compiuto un secolo di vita. È nel 1925 infatti che sulle Alpi viene costruito il primo bivacco fisso così come lo intendiamo oggi: è l’Hess, una struttura di lamiera grigia dal tetto curvo che si trova ancora oggi in Valle d’Aosta.
Ora, pensate a qualunque altra attrezzatura del mondo outdoor: in cent’anni i cambiamenti sono stati evidenti, talvolta radicali. Un paio di scarponi, una piccozza, una tenda o uno zaino sono da tempo diversi rispetto a cent’anni fa per materiali, performance tecniche, estetica e anche attenzione alla sostenibilità.
Il bivacco non ha vissuto la stessa traiettoria. Per la maggior parte dell’ultimo secolo, anzi, è rimasto sostanzialmente uguale a sé stesso, senza grandi evoluzioni o rivoluzioni.
Le cose sono cambiate soprattutto a partire dal 2011: alle Grandes Jorasses del Monte Bianco, in sostituzione della precedente struttura del 1948, viene installato il nuovo bivacco Gervasutti, un progetto di LeapFactory che si fa notare anche al di fuori dell’ambiente alpinistico.
Rifugio o bivacco? Nel caso non aveste familiarità con il termine: i bivacchi fissi sono strutture sempre aperte e attrezzate in modo essenziale, tipicamente raggiungibili solo a piedi. Si differenziano dai rifugi perché non sono gestiti, non offrono servizi di ristorazione e non hanno bagni né riscaldamento. Generalmente il pernottamento non richiede prenotazione ed è gratuito, anche se è buona norma lasciare un contributo alla sezione CAI locale o all’ente che si occupa della manutenzione.
Perché con il Gervasutti cambia tutto?
Il Gervasutti segna un prima e un dopo nel mondo dei bivacchi: sia per chi li progetta, sia per chi li frequenta.
Questo bivacco è realizzato con un’esplicita attenzione al design e all’ecosostenibilità, oltre che alla modularità. La struttura è una sorta di “cannocchiale” con un’intera parete vetrata: molto diverso dal classico bivacco che, più simile a una cuccia, non ha alcun affaccio panoramico sull’esterno.
Ecco, oggi sulle Alpi è molto più frequente assistere all’installazione di nuovi bivacchi progettati con soluzioni estetiche, ingegneristiche e architettoniche più originali e contemporanee.
D’altra parte, dopo il Gervasutti, il bivacco sta vivendo una fase di popolarità prima impensabile: come si sente dire spesso, è diventato di moda. Oggi, infatti, a frequentare queste strutture non ci sono più solo gli alpinisti che li utilizzano in caso di necessità, ma anche escursionisti e appassionati di outdoor che li raggiungono semplicemente per passarci una notte.
In poche parole: per molti sono diventati la destinazione finale, non più un punto di appoggio né un ricovero di emergenza.
Le conseguenze del turismo dei bivacchi
La maggiore e trasversale popolarità dei bivacchi ha delle conseguenze. La prima è che la progettazione e la gestione dei bivacchi stanno in alcuni casi cambiando per adattarsi alla nuova categoria di fruitori.
Alcune strutture oggi vengono commissionate da privati o già in origine concepite come mezzo di promozione territoriale e turistica. Il bivacco Beltrando di Punta Rama, ad esempio, è stato inaugurato nel luglio 2022 e si trova su una cima, a poco meno di 2500 metri di quota, che non dà la possibilità di proseguire con ulteriori percorsi: il bivacco è evidentemente la destinazione ultima.
Invece, il Comune di Gressoney-La-Trinité vuole sperimentare un sistema di accesso controllato al nuovo Bivacco Passera, che verrà inaugurato a luglio 2026: l’idea è di consentire l’accesso solo su prenotazione e pagando una tariffa fissa di 10 euro a persona per notte. Questa scelta sarebbe inconciliabile con lo scopo originario del bivacco, cioè essere una struttura sempre aperta per chiunque ne abbia bisogno. Il suo scopo è invece quello di provare a disincentivare gli usi impropri.
Ed è qui che passiamo alle conseguenze negative della “moda del bivacco”, se così vogliamo chiamarla: il sovraffollamento, ad esempio, ma anche la condivisione del (poco) spazio a disposizione tra persone con esigenze diverse. Se il bivacco è già pieno di turisti ed escursionisti, come fa chi ne ha reale bisogno? Se gli altri occupanti vogliono chiacchierare e fare festa fino a tardi, come fa l’alpinista che ha la sveglia alle quattro del mattino?
Inoltre, i bivacchi negli ultimi anni sono stati spesso vandalizzati e trattati con scarsa cura, oppure sono finiti nelle pagine di cronaca perché chi ha provato a raggiungerli ha avuto bisogno di chiamare il soccorso alpino. L’intervento sui sentieri in genere si rende necessario, ha spiegato a Il Giorno il vicepresidente del Soccorso alpino lombardo Gianluca Crotta, «per perdita di orientamento, impreparazione fisica e tecnica, attrezzatura inadeguata e mancata pianificazione dell’itinerario».
Da ultimo, apparentemente c’è anche chi usa i bivacchi per farsi una vacanza gratis o vi lascia la propria spazzatura senza riportarla a valle: altri esempi di utilizzi problematici e poco rispettosi.
Perché l’esperienza del bivacco oggi richiama così tante persone?
Il turismo outdoor è già da alcuni anni una tendenza in crescita, e oggi possiamo confermare che non si è trattato solo un effetto rebound dopo la pandemia.
Nell’estate 2024, un italiano in vacanza su cinque ha scelto una destinazione a contatto con la natura, e la montagna è stata la seconda scelta più popolare. Nello stesso anno a Chamonix, celebre località francese ai piedi del Monte Bianco, le presenze estive hanno per la prima volta superato quelle invernali.
Performance ricreativa. Sono interessanti anche i dati che arrivano dalle piattaforme dedicate alla pianificazione o alla scoperta di percorsi nella natura. Secondo l’app AllTrails, le attività estive sui sentieri di montagna sono cresciute del 26% dal 2023 al 2024. A giugno 2024 Komoot, piattaforma europea dedicata alle attività outdoor, ha annunciato di aver superato i 40 milioni di utenti registrati.
Insomma, avete capito il punto: il numero assoluto di persone che frequenta la montagna è aumentato e, di conseguenza, probabilmente anche il numero di persone interessate a passare una notte in bivacco.
Non lo trovo sorprendente per almeno due ragioni, che sono interconnesse. La prima è il costante desiderio di autenticità, originalità e avventura che spesso guida la pianificazione delle vacanze o delle uscite. C’è anche un grande interesse verso le esperienze percepite come esclusive: nei contenuti che parlano di una destinazione, ricorrono molto spesso espressioni che suggeriscono lontananza dalla folla o dai famigerati “circuiti turistici più battuti”.
L’immagine (magari idealizzata) di una notte in bivacco è perfetta: l’esperienza promette isolamento estremo, un certa quota di autosufficienza e avventura, silenzio rigenerante e reale contatto con la natura.
La seconda ragione è la massiva diffusione dei social media e il modo in cui influenzano il nostro immaginario. In modo simile a quanto accade per le ispirazioni di viaggio, e ne scrivevo proprio nell’ultima newsletter, le piattaforme digitali sono il mezzo attraverso cui centinaia di migliaia di persone scoprono lo stesso sentiero super panoramico, lo stesso spot instagrammabile ad alta quota o, appunto, lo stesso bivacco dal design accattivante.
I contenuti sono spesso ritoccati o spettacolarizzati, ma non importa: in chi si trova dall’altra parte dello schermo possono alimentare il desiderio di vivere la medesima esperienza esclusiva e autentica.
È tutta colpa dei social, allora?
Di recente il presidente del CAI Veneto Francesco Abbruscato ha proposto provocatoriamente di rimuovere materassi, reti e coperte per limitare il comfort del bivacco e scoraggiare gli usi impropri, che per il presidente sono di fatto tutte le esperienze non strettamente necessarie, cioè di stampo turistico e ricreativo.
«Non sono più accettabili i messaggi che compaiono nei social che pubblicizzano o invitano alla frequentazione dei bivacchi fine a sé stessa», aveva dichiarato nel 2025.
Credo che puntare il dito esclusivamente contro i social sia piuttosto miope. Come ha detto recentemente Jo Sirigu, fotografo e content creator che condivide spesso online le sue esperienze in montagna, «il problema è l’educazione, non la condivisione».
«Se vedi un bel posto sui social e ci vai senza informarti e senza considerare le tue capacità, la colpa non è solo del post su Instagram: è tua», ha scritto. «Esistono personaggi social che condividono video e foto di bivacchi in maniera troppo leggera e sbagliata? Assolutamente sì. Dovrebbero avvisare chi guarda delle eventuali difficoltà? Sì. Possiamo addossargli una responsabilità così grande? No».
Di quali soluzioni abbiamo bisogno
Sicuramente la scarsa educazione e consapevolezza di alcune persone che frequentano la montagna è un problema, ma non solo nel caso dei bivacchi. Eppure, vale la pena ricordare che la responsabilità di riconoscere questa lacuna, e di colmarla, è degli utenti: non possiamo delegarla ai social media, che non sono pensati per essere strumenti educativi, e non possiamo aggirarla con i divieti, che tendono a non funzionare.
Voglio dire: non credo avrebbe alcun effetto proibire alle persone di frequentare i bivacchi se non per lo scopo per cui sono stati immaginati un secolo fa. Tante cose sono cambiate in cento anni: la montagna, il nostro modo di frequentarla e, che lo si voglia o meno, evidentemente anche la funzione di alcuni bivacchi. Questo può causare dei problemi, ma ci sono diverse cose che potremmo fare.
La prima, l’abbiamo capito, è educare e sensibilizzare i nuovi frequentatori della montagna: un compito di cui devono farsi carico soprattutto le sezioni CAI e le realtà che si occupano di promozione territoriale. Chi vuole pernottare in un bivacco deve sapere che è sua responsabilità conoscere regole e buone pratiche, e deve essere pronto a cedere comfort e posto a chi ne ha reale bisogno.
Sarebbe utile mappare in modo esaustivo i bivacchi alpini esistenti, per individuare quelli obsoleti e capire cosa va smantellato o sostituito. Alcune strutture si trovano in posizioni che un tempo le rendevano una base utile e sicura per le uscite alpinistiche, ma oggi, anche per via dei cambiamenti prodotti dalla crisi climatica, non è più così.
Sarebbe auspicabile anche definire delle linee guida condivise per la progettazione e l’installazione. Attualmente i bivacchi hanno proprietari e committenti diversi, e possono essere realizzati senza vincoli particolari: un punto che rende difficile evitare la potenziale proliferazione incontrollata di queste strutture, che è l’ultima cosa di cui la montagna ha bisogno.
Un ultimo spunto interessante l’ho trovato nella serata “Bivacchi: dall’essenziale al superfluo” organizzata recentemente al Montura Store di Torino: il fotografo Federico Ravassard, che moderava il talk, si è chiesto se non arriveremo un giorno ad avere due termini diversi per distinguere i bivacchi d’emergenza dai bivacchi più turistici.
Mi sembra una buona prospettiva. Non demonizzare un fenomeno che esiste, e probabilmente continuerà a esistere, ma provare a comprenderlo e guidarlo. Non decidere a priori chi può usare un bivacco e chi no, ma rendere anche i nuovi frequentatori consapevoli del rispetto degli spazi e dell’impatto che possono avere su sé stessi, sugli altri e sull’ambiente montano.
Come in altri ambiti del turismo contemporaneo, anche qui la domanda più sensata non mi sembra “chi ha più diritto ad andarci?” ma “con quale consapevolezza ci andiamo?”. La risposta, con tutte le sue conseguenze, dipende sempre da noi.
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In breve
Per approfondire
* Il turismo dei bivacchi va condannato a tutti i costi? Da una piccola sezione CAI alcuni spunti per educare alla montagna e alla frequentazione consapevole dei bivacchi, su L’Altramontagna.
Segnalazioni, spunti, cose interessanti
* Cos’è la Carta nazionale della sostenibilità dei siti Unesco, presentata pochi giorni fa: su Il Sole 24 ore.
* Il futuro dei viaggi passa dal turismo rigenerativo? Su The Wandering Environmentalist (in inglese)
* È stato tolto il sistema di prenotazione che regolava l’accesso dei visitatori al Parco Nazionale di Yosemite. Non la migliore delle idee, come suggeriscono il sovraffollamento, il traffico e la sosta selvaggia nel weekend del Memorial Day: su Abc (video in inglese).
Nella puntata precedente
È tutto per oggi! Grazie di aver letto fin qui.
Chiara
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