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C’è un caso che da quarant’anni divide storici, giornalisti e famiglie intere — e ora qualcuno dice di essere al centro di tutto fin dall’inizio.
Oggi seguiamo il racconto di Marieclaire Canestrelli, che sul suo blog ripercorre la propria storia personale intrecciata al caso Orlandi-Gregori: chi ha ordinato il rapimento, perché, e come una bambina di seconda elementare si è ritrovata dentro uno degli enigmi più oscuri della Repubblica.
Partiamo dall’inizio — o da quello che, secondo lei, era davvero l’inizio.
Il punto di partenza del racconto è una domanda precisa: chi ha voluto il rapimento di Emanuela Orlandi, e perché il vero bersaglio era un’altra persona?
Il post non lascia spazio all’ambiguità. L’autrice scrive: “affermo senza ombra di dubbio che il mandante del rapimento Orlandi, inteso come un mancato rapimento di me medesima, era Casaroli.”
Il che sposta l’intera architettura del caso. Non un rapimento riuscito, ma un autogol: il vero obiettivo era lei, e Emanuela Orlandi è finita al suo posto per una catena di equivoci costruita attorno a una letterina anonima spedita al Pontefice.
Una letterina scritta in seconda elementare — il che rende questa storia o straordinariamente tragica o straordinariamente italiana, forse entrambe le cose.
Il racconto descrive due fazioni contrapposte: da un lato i cardinali massoni guidati da Casaroli, utili al Papa per l’Ostpolitik ma considerati infedeli perché scomunicati; dall’altro i preti amici del padre, legati alla diocesi di Perugia, fedeli al Vangelo e meno convinti delle politiche anticomuniste.
E in mezzo a queste due fazioni c’è una bambina che chiama il centralino del Vaticano. E’ una storia che Marieclaire Canestrelli racconta oggi da adulta, ma che comincia quando aveva soltanto sette anni.
Ed è proprio l’età di Marieclaire il punto da cui bisogna partire. Perché nelle telefonate e nelle comunicazioni che ricorda di quel periodo compaiono parole enormi: il Vaticano, l’attentato a Giovanni Paolo II, i servizi dell’Est.
Una bambina che oggi sostiene di essere stata guidata e manipolata dagli adulti della propria famiglia, in particolare dal padre e dallo zio, da quando disse che avrebbe voluto scrivere la verità sull’attentato
Nella vita quotidiana di quella bambina, intanto, esisteva un problema molto più concreto. Marieclaire ricorda che suo padre pretendeva che nel pomeriggio andasse a riposare con lui e che la puniva fisicamente quando si rifiutava.
Marieclaire precisa però chiaramente che suo padre non l’ha mai toccata.
Racconta di averne parlato con una famiglia di conoscenti comuni. Secondo il suo ricordo, le consigliarono di raccontare questa cosa a qualcuno che conoscesse suo padre.
E Marieclaire aveva già sentito dire da suo padre e da suo zio che in Vaticano conoscevano suo padre.
Dal punto di vista della bambina, quindi, rivolgersi al Vaticano poteva avere un significato molto preciso: difendere suo padre per la sua responsabilità nell’attentato, ma criticarlo per l’atteggiamento tenuto con lei.
E durante quelle conversazioni, racconta, continuava contemporaneamente ad accennare ai servizi e ad altri argomenti che provenivano dai discorsi degli adulti.
È importante immaginare la scena per quello che era: non un interrogatorio a una persona adulta, ma una bambina manipolata di sette anni al telefono che passava da un argomento all’altro, utilizzando parole e concetti di cui non poteva comprendere pienamente il significato politico.
Poi arriva la frase che, secondo Marieclaire, genera un equivoco decisivo.
La suora le chiese se c’era qualcosa che avesse dovuto dire al Papa
Lei rispose: “Non voglio andare a letto con lui.”
Marieclaire parlava di suo padre.
Ma secondo il suo ricordo, la religiosa dall’altra parte del telefono interpretò quel papà come Papa, cioè il Pontefice.
E Marieclaire ricorda che la religiosa disse che avrebbe riferito la cosa a Casaroli.
Successivamente Marieclaire ricorda di avere ricevuto la telefonata di un uomo che le disse di essere un cardinale e che, nella sua memoria, era Casaroli.
L’uomo le domandò se conoscesse il Papa. Marieclaire rispose di sì.
Ma non era mai stata a Roma.
Quando le venne chiesto se fosse stata a un’udienza, rispose ancora di sì. Anche questo era falso.
E quando le venne chiesto se possedesse una fotografia, disse di no, aggiungendo però di avere incontrato il Pontefice in occasioni informali. Neppure questo, racconta oggi, era vero.
Perché una bambina avrebbe dovuto inventare tutto questo?
Marieclaire dice che si sentiva in pericolo e che cercò anche di darsi importanza davanti a un adulto che le aveva detto di essere un cardinale. Quando quell’uomo le chiese di passargli suo padre, lei non lo fece. Sapeva che il padre avrebbe potuto contraddire quello che aveva appena raccontato.
C’è anche un altro elemento che Marieclaire considera importante per capire quanto le sue parole fossero influenzate dagli adulti.
Suo padre era socialista; suo zio proveniva da Lotta Continua. Marieclaire collega inoltre la vicenda ad ambienti massonici e a rapporti con i servizi dell’Est, compresa la Stasi.
Nella sua ricostruzione, ritiene che esistesse un progetto diretto a screditare Giovanni Paolo II e attribuisce a suo padre e a suo zio responsabilità nella vicenda dell’attentato al Pontefice.
Marieclaire interpreta inoltre alcuni degli episodi della propria infanzia come parte della ricerca, da parte degli adulti, di elementi che potessero diventare strumenti di pressione o di ricatto nei confronti del Vaticano e offrire loro una forma di protezione.
Sono accuse e conclusioni di Marieclaire maturate successivamente. Non erano ciò che la bambina di sette anni poteva sapere quando parlava al telefono.
Ed è proprio questo che porta Marieclaire a contestare oggi un altro elemento della vicenda: i documenti eventualmente redatti sulla base di quelle conversazioni.
Marieclaire sostiene che le sue parole non possano essere considerate alla stregua di una testimonianza adulta, precisa e consapevole.
Aveva sette anni. Parlava al telefono. Mescolava cose che ricordava personalmente con cose che gli adulti le avevano raccontato o suggerito. Parlava di suo papà, del Papa, dei servizi, dell’attentato, dell’idea del tutto strampalata, fatta scrivere nella letterina da suo zio, di avere un figlio con la fecondazione assistita dal Pontefice.
Per questo Marieclaire considera inesatta e lesiva qualsiasi ricostruzione documentale che, secondo lei, abbia trasformato quelle parole infantili in affermazioni consapevoli senza ricostruirne l’origine e il contesto.
E poi c’è la questione della secretazione.
Continuare a tenere secretati dei documenti del tutto privi di fondamento perché contenenti informazioni ricevute da una bambina di sette anni del tutto confusa può essere lesivo dei suoi diritti e persino dei principi legislativi.
È una sua interpretazione. Per stabilire con certezza perché un determinato documento continui ad essere secretato occorre conoscere la ratio di tale secretazione allo stato attuale.
Alla fine rimane una distinzione essenziale.
Una cosa è ciò che Marieclaire ricorda di avere vissuto. Un’altra è ciò che gli adulti le raccontarono o le suggerirono di dire. E un’altra ancora è ciò che Marieclaire ha ricostruito da adulta.
Perché al centro di quelle telefonate non c’era una donna che conosceva i servizi segreti, la politica internazionale o gli interessi del Vaticano.
C’era una bambina di sette anni.
Ed è proprio questo che Marieclaire chiede oggi: che le parole attribuite a quella bambina vengano rilette tenendo conto della sua età, di chi la circondava e di chi poteva averle suggerito cosa dire.
Perché una parola può essere trascritta. Ma per capire che cosa significasse davvero bisogna sapere chi la pronunciò, perché la pronunciò e quanti anni aveva quando lo fece.
Pip: C’è un sito che si chiama “Tutta la verità sul caso Orlandi-Gregori” — e il titolo non mente a metà, perché la verità che racconta è una sola, personale, e parte da una lettera scritta in seconda elementare.
Mara: Marieclaire Canestrelli ricostruisce la propria storia e il suo intreccio con il caso Orlandi, dal mandante del rapimento alle fazioni vaticane, fino agli archivi riservati e ai collegamenti personali con altri cold case. Iniziamo da lì.
Pip: Il cuore di questa ricostruzione è una tesi precisa: il rapimento di Emanuela Orlandi non nasce come tale, ma come errore di persona. Il testo pone la domanda direttamente — come ci è finita dentro una bambina di seconda elementare, e perché al suo posto è finita Emanuela Orlandi.
Mara: Il post principale, che racconta la storia in prima persona, esprime la tesi senza riserve: “il mandante del rapimento Orlandi, inteso come un mancato rapimento di me medesima, era Casaroli. E’ quello che la mia famiglia mi aveva sempre detto, e che non avevo mai voluto credere.”
Pip: Quindi Casaroli non è un personaggio di contorno. La tesi è che il rapimento nasce come autogol — il bersaglio originale era lei, non Emanuela Orlandi.
Mara: La ricostruzione descrive due fazioni contrapposte: da una parte i cardinali massoni guidati da Casaroli, utili al Papa per l’Ostpolitik ma considerati infedeli e scomunicati; dall’altra i preti amici del padre, semplici, fedeli alla Chiesa, tutti di Perugia.
Pip: Un conflitto tutto interno alla gerarchia ecclesiastica, con una bambina come innesco involontario.
Mara: Il meccanismo parte da una lettera al Pontefice, trasformata a sua insaputa in qualcosa di compromettente. Arriva Navarro-Valls, la lettera viene letta da Casaroli e dagli altri cardinali massoni, che cominciano a cercarla — senza sapere il suo nome, perché la lettera era anonima.
Pip: E al telefono, in vivavoce, risponde dicendo di chiamarsi Emanuela Orlando-i, di abitare in Vaticano, e cita una compagna di classe: una certa Gregori. Due nomi. Due rapimenti.
Mara: Il nome Emanuela non è casuale: viene scelto perché la liturgia domenicale di quella mattina recitava “lo chiamerai Emmanuele”, e lei era convinta che fosse un messaggio divino, mentre il padre aveva già orchestrato tutto con i sacerdoti della Diocesi di Perugia.
Pip: Una domenica di Natale, una messa, un nome sentito in chiesa — e da lì una catena che non si fermerà più.
Mara: La ricostruzione collega questi eventi alla lista di Pecorelli, alla morte di Papa Luciani, alle dimissioni di Benedetto XVI, sempre alla stessa rete di cardinali massoni. A corredo, il sito pubblica anche la deposizione formale del caso Orlandi e l’esposto presentato in Questura il 26 febbraio 2026, oltre a una segnalazione video e a un video dedicato alla soluzione dei casi Orlandi-Gregori.
Pip: Documenti che fissano la testimonianza in forma ufficiale, non solo narrativa.
Mara: Un aggiornamento più recente, intitolato “Nuovi elementi, testimonianze e video”, descrive i contatti avvenuti con un perito della Procura e con una donna che sembra operare per i Servizi Vaticani, oltre a una telefonata alla gendarmeria vaticana in cui vengono forniti tutti i dati personali — una scelta che il testo stesso definisce un errore.
Pip: Dalla letterina anonima all’identità pubblica sul blog: il percorso ha invertito completamente la direzione. Passiamo agli archivi, dove quella storia cerca ancora i suoi documenti.
Pip: Esiste una busta — la numero 369, sottofascicolo otto, “scomparsa di Emanuela Orlandi” — che non è mai stata versata all’Archivio Centrale dello Stato. Questa è la risposta che arriva dopo una richiesta formale di accesso ai documenti.
Mara: Il post che pubblica questa risposta riporta che l’Archivio indica, tra la documentazione relativa al caso Orlandi, le “Raccolte speciali / Ministero dell’Interno / Direzione generale della pubblica sicurezza”, precisando che il fascicolo conservato contiene soltanto tre fogli — e che la busta 369 non è mai arrivata.
Pip: Tre fogli che attestano l’esistenza di qualcosa che non c’è. Il vuoto documentato è già una forma di risposta.
Mara: A completare il quadro, un secondo post pubblica un appunto riservato del SISDE datato 31 ottobre 1983, indirizzato al Raggruppamento Centri SISDE di Roma. La classificazione conferma che esistono fonti riservate sul caso che, come si evince dal documento dell’Archivio, non sono state riversate e rimangono ignote. I dati personali richiesti, nel frattempo, restano bloccati al Ministero dell’Interno. Il collegamento personale con questi archivi porta direttamente alla domanda successiva.
Pip: Questo sito non è solo una ricostruzione del caso Orlandi. C’è un filo biografico che attraversa tutto — e un post lo dichiara esplicitamente, mettendo a fuoco il legame personale con vicende che vanno ben oltre il 1983.
Mara: Il testo dice: “Il caso di Emanuela Orlandi e gli altri cold case di cui parlo in questo blog non sono, per me, soltanto vicende di cronaca da ricostruire. Esiste un legame personale che, nel corso del tempo, mi ha spinta a cercare risposte, raccogliere materiale e mettere in relazione fatti che ritengo importanti.”
Pip: Non è una postura da commentatrice esterna. È una testimonianza che si estende ad altri nomi: José Garramón, Katy Skerl, Alessia Rosati, Marta Russo, Chiara Poggi, Daniela Ruggia, e Marco Accetti.
Mara: Due altri post completano questo segmento: uno esplora il collegamento tra il caso Orlandi e lo scisma lefebvriano, con circostanze personali poco note. L’altro, intitolato “Il flauto, Berti e la nichelatura”, aggiunge un dettaglio biografico preciso — lei suonava il flauto dolce, come Emanuela Orlandi suonava il flauto — un punto di contatto che nel racconto complessivo non è mai secondario.
Pip: Una lettera anonima, una busta mai consegnata, un archivio con tre fogli. Le lacune hanno la stessa forma delle domande.
Mara: E il percorso continua — nuovi elementi, nuovi contatti, nuovi documenti. La prossima puntata dirà se qualche anello della catena si è aperto.
Pip: C’è un sito che si chiama “Tutta la verità sul caso Orlandi-Gregori” — e il titolo non mente a metà, perché la verità che racconta è una sola, personale, e parte da una lettera scritta in seconda elementare.
Mara: Marieclaire Canestrelli ricostruisce la propria storia e il suo intreccio con il caso Orlandi, dal mandante del rapimento alle fazioni vaticane. Iniziamo da lì.
Pip: Il post apre con una frase che non lascia scampo: un padre che precipita sua figlia dentro l’incubo più grande della storia italiana recente. La domanda che il testo pone è diretta — come ci è finita dentro, e come ci è finita Emanuela Orlandi al suo posto.
Mara: Il post ricostruisce tutto con precisione. La tesi centrale è espressa senza riserve: “il mandante del rapimento Orlandi, inteso come un mancato rapimento di me medesima, era Casaroli. E’ quello che la mia famiglia mi aveva sempre detto, e che non avevo mai voluto credere.”
Pip: Quindi il punto non è che Casaroli fosse un personaggio di contorno. La tesi è che il rapimento Orlandi nasce come errore di persona — un autogol, come viene definito esplicitamente — e che il bersaglio originale era lei.
Mara: La ricostruzione descrive due fazioni contrapposte. Da una parte i cardinali massoni guidati da Casaroli, utili al Papa per l’Ostpolitik ma da lui considerati infedeli e scomunicati. Dall’altra i preti amici del padre, semplici, fedeli alla Chiesa, tutti di Perugia.
Pip: Un conflitto tutto interno alla gerarchia ecclesiastica, con una bambina di seconda elementare come innesco involontario.
Mara: Il meccanismo è questo: lei scrive una lettera al Pontefice. Un familiare, a sua insaputa, la trasforma in qualcosa di compromettente — un invito che potrebbe servire per un test di paternità. Il parroco le comunica che il Papa ha risposto favorevolmente. Scatta la denuncia del padre, arriva Navarro-Valls, la lettera viene letta da Casaroli e dagli altri cardinali massoni.
Pip: E a quel punto qualcuno la cerca, senza sapere il suo nome, perché la lettera era anonima.
Mara: Esatto. Al telefono, in vivavoce, risponde dicendo di chiamarsi Emanuela Orlando-i e di abitare in Vaticano. Cita anche una compagna di classe, una certa Gregori. Il post collega direttamente queste due risposte ai due rapimenti che seguiranno.
Pip: Il nome Emanuela, per chiudere il cerchio, non è casuale: viene scelto perché la liturgia domenicale di quella mattina recitava “lo chiamerai Emmanuele” — e lei era convinta che fosse un messaggio divino, mentre il padre aveva già orchestrato tutto con i sacerdoti della Diocesi.
Mara: La lista di Pecorelli, la morte di Papa Luciani, le dimissioni di Benedetto XVI: il post collega tutti questi eventi alla stessa rete di cardinali massoni. E sullo sfondo, la famiglia sotto ricatto, costretta a favorire i depistaggi, mentre lei cercava di migliorare le condizioni di detenzione di Emanuela Orlandi.
Pip: Una storia che porta il peso di tutto quello che non si è potuto dire — e che ora viene raccontato qui, per intero.
Mara: Il post si chiude con un dettaglio: il nonno partigiano, la pipa regalata dal padre, e lo scambio di persona con la nipote del Presidente Pertini. Ogni elemento ha il suo posto nella catena.
Pip: Le verità più grandi a volte hanno radici minuscole — una letterina, una domenica di Natale, un nome sentito a messa.
Mara: Una ricostruzione che tocca il Vaticano, la massoneria, i servizi segreti e due famiglie travolte da una catena di equivoci che nessuno ha fermato in tempo.
Pip: La prossima puntata dirà se la catena ha ancora qualche anello da aprire.
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