
Sign up to save your podcasts
Or


Ora arriviamo alla questione chiave: Emanuela è stata riconsegnata? Al Vaticano?
Qui la testimonianza di Marieclaire è molto chiara e non lascia spazi, anche se nel tempo le dichiarazioni delle parti coinvolte sono cambiate.
Marieclaire ricorda che lei e la sua famiglia, con il suo parroco che rappresentava il Vaticano e i servizi italiani fecero di tutto affinché fosse liberata, e riconsegnata. In particolare i Servizi italiani, Marieclaire e la sua famiglia, puntavano ad un’irruzione nel covo di Accetti e ad una liberazione ufficiale. Il parroco e il Vaticano invece avevano postulato l’idea di un convento prima che la ragazza partorisse, perché i rapitori avevano detto che era incinta.
In quel periodo ci furono conversazioni telefoniche tra Marieclaire e i rapitori. I rapitori avevano il numero di Marieclaire perché cercavano lei, era stata lei a dire di chiamarsi Emanuela, pertanto chiamarono subito a casa sua per il riscatto. I rapporti fra i rapitori e Marieclaire sono continuati per 40 anni; fomentati dai servizi vaticani che non hanno mai smesso di cercare di fare del male a Marieclaire o eliminarla.
Ma cosa ricorda Marieclaire di quei giorni? Senza dubbio era di comune accordo che le trattative per la detenzione di Emanuela e il suo eventuale rilascio passassero per la famiglia di Marieclaire e Marieclaire stessa, anche perché il Vaticano aveva creduto che lei fosse amica di Emanuela e come si sa c’era stato uno scambio di persona. Marieclaire ricorda che la famiglia, il parroco le suggerivano cosa dire al telefono. I servizi erano in contatto con suo zio, era stata lei a dare il suo contatto.Una cosa traumatica per Marieclaire è stata parlare in prima persona di Emanuela: un espediente voluto dai rapitori per esporla e poter arrivare a lei attraverso quello che diceva e chi la ascoltava. Le parole suggerite a Marieclaire dalla famiglia furono, parlando in prima persona di Emanuela, “Mio padre farà di tutto perché io torni a casa”.
Al telefono la voce, che parlava meridionale, disse: “Tu a tuo padre non lo rivedi”. Marieclaire ricorda come in quel periodo teneva rapporti con il parroco, che le suggerì: “Emanuela potrebbe andare in qualche convento in attesa di partorire”. Ma la voce le disse: “No, perché poi dal convento ritornerebbe a casa, invece a casa non deve ritornare”.Poi Marieclaire, su suggerimento del padre, disse “Mi piacerebbe andare all’estero”. La voce rispose “Ma anche a Roma c’è il quartiere africano”.
Marieclaire ricorda che un messaggio in codice era “Il flauto l’ho dato a Marco”. La voce rispose “Conosci Marco?” Marieclaire effettivamente aveva un amichetto che si chiamava così, un compagno di scuola. La voce continuò: “Marco ha due cognomi”. Marieclaire disse, su suggerimento della famiglia: “Mi piacerebbe andare all’estero”. La voce rispose: “No, per andare all’estero servono i documenti, e comunque anche a Roma c’è il quartiere africano. Marco ha un garage, uno studio, al quartiere africano. La porteremo lì”. E chiaro. Emanuela è stata consegnata ad Accetti. Lui il flauto l’ha avuto direttamente da lei. C’è una testimonianza su questo. E’ innegabile. Come è innegabile che Accetti l’abbia violentata, e che abbia fatto partecipare alle violenze i suoi amici. Lo riferì lo zio di Marieclaire, che trattò con lui e che si recò nel suo garage per preparare la liberazione della ragazza, cosa che non andò in porto.
Probabilmente era chiaro fin da subito che avrebbero voluto farla ritrovare nel garage di Accetti, una volta accortisi dello scambio di persona.Ma Accetti rifiutò e fece compromettere lo zio di Marieclaire. E la trattativa naufragò.
Una cosa è certa quindi: Emanuela non è stata mai riconsegnata. Per volontà non del Vaticano, ma degli esecutori. Tutti coloro che affermarono il contrario depistarono, a partire dal cardinale Oddi, di Perugia, amico del parroco di Marieclaire, che la aiutò per depistare, e affermò di averla vista tornare in Vaticano. Per non parlare dei vari attori, tra cui la Minardi, che difendeva De Pedis chiaramente, e disse che l’aveva riconsegnata. La stessa cosa dissero tante altre persone, compreso lo zio di Marieclaire, che iniziò a depistare anche lui perché si era compromesso.
Per quanto riguarda l’Inghilterra, tutto parte da un messaggio su un viaggio a Londra di un compito di scuola di Emanuela che lo zio di Marieclaire scrisse da subito come depistaggio in un Komunicato. Poi la cosa venne ripresa di recente dal Vaticano perché sembrò ammorbidire il ruolo e la responsabilità del Vaticano stesso, includendo lo Stato italiano. Fu una trattativa con lo zio di Marieclaire.
Lo stesso vale per i 5 fogli.Soprattutto il fatto che la ragazza fosse morta di morte naturale e tenuta in vita a lungo era molto più presentabile come versione nei confronti della famiglia e dell’opinione pubblica.C’è di più: Marieclaire durante il pontificato di Benedetto chiamò l’avvocato di Pietro Orlandi e Pietro stesso, su volontà del vaticano, per un’esigenza di verità. E tra le altre cose raccontò a Pietro di aver conosciuto una ragazza con i parenti che lavoravano in Vaticano durante un viaggio a Londra (in realtà era a Dublino, in un college).
Marieclaire scoprì poi che la sua amica in realtà era figlia di un militare. Insomma, per depistare basta un aggancio, un’idea…Ma era ovvio che in quel caso la pista della pedofilia era palese.
Insomma, questa storia ha avuto una cattiva gestione da subito, fino ai nostri giorni, da qualunque punto di vista. Chissà se c’è ancora qualche cosa da raccontare in questa scomparsa?
Ma, veniamo al dunque…I rapimenti di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori sono collegati alla pedofilia?
Da parte di chi? E quest’ultima domanda è quella alla quale tutti cercano di dare risposte da 40 anni.
Dunque, le cose secondo la testimonianza personale di Marieclaire stanno in questo modo: se avete seguito le precedenti puntate avrete capito che si è trattato di scambi di persona e dei Servizi vaticani capeggiati da Casaroli come mandanti.
Ma, a questo punto, la risposta è chiara: se Emanuela e Mirella non erano i bersagli iniziali ma i bersagli erano Marieclaire (definita dai rapitori stessi “l’altra Emanuela” perché lei aveva detto di chiamarsi così) e la sua amica che faceva di cognome Gregori, allora è chiara anzitutto una cosa:
Emanuela e Mirella non erano state oggetto di pedofilia da parte di prelati prima del rapimento.
Questo per il semplice fatto che non erano loro i target.
Le famiglie possono confermare che se le ragazze avessero subito violenza prima del rapimento, l’avrebbero raccontato anzitutto in famiglia. E non lo fecero. La testimonianza di un’amica di Emanuela delle scuole elementari con l’apprezzamento del monsignore non può avere voce in capitolo per una storia di portata così enorme. Tanto più se ripensiamo al fatto che Marieclaire ha detto di chiamarsi Emanuela Orlandi. Era chiaro che cercavano Marieclaire.
Nemmeno la storia di GPII o della suora regge, è semplice cameratismo. Anzi, potrebbe essere stato provocato appositamente da qualcuno che sapeva delle telefonate intercorse tra il Vaticano e Marieclaire.
Sia Emanuela che Mirella andarono in udienza, e questo potrebbe essere stato un motivo per attenzionare soprattutto Mirella, la meno conosciuta. La madre riconobbe il gendarme.
Marieclaire ricorda che in quegli anni era solita andare al mare sulla riviera romagnola con la famiglia e noleggiare un “tandem” con suo padre. (“vado sul tandem”)
Ma facciamo un passo indietro, o meglio, torniamo al cuore della questione, in che modo la pedofilia c’entra con questo caso?
Per rispondere bisogna partire dagli equivoci delle telefonate intercorse tra Marieclaire e il Vaticano, (centralino, poi Casaroli) equivoci instillati ad arte dalla famiglia (padre e zio) che aderivano al Progetto Kapella dei servizi dell’est ma che prima di tutto pensavano a salvarsi la pelle instillando nel Vaticano il dubbio di un movente di questo tipo nell’attentato a Giovanni Paolo. Movente che semmai, riguardava solo ed esclusivamente l’infanzia del padre di Marieclaire e che lui preferiva addossare sulle spalle di sua figlia, in un’ottica decisamente poco responsabile.
Era così che Marieclaire era stata portata a dire che non voleva andare a letto con il suo papà, scambiato poi per il Santo Padre.
E’ ovvio che Marieclaire afferma con certezza che nessuno l’ha mai violentata, anzi, solo un nonno, una volta, la palpeggiò affinché Marieclaire lo dicesse al telefono.
Doveva parlare infatti “in codice” di Emanuela con i rapitori in prima persona e dire chi l’aveva violentata: la famiglia di Marieclaire non lo permise e le fece dire “mio nonno” perché era una metafora per alludere ad una persona anziana. Poi ci fu l’altro equivoco: suo nonno venne scambiato per il Presidente Pertini, perché le alte cariche dello stato non si spiegavano come faceva questa bambina ad essere in contatto con loro: la proteggeva il padre con i suoi “amici”.
Ma in tutto questo c’era un’attività ad opera della massoneria: subito dopo che Marieclaire scrisse la letterina o quando le giunse dal parroco la risposta verbale, la massoneria cominciò a contattare la Banda della Magliana, la criminalità, per portare ragazzini di bassa estrazione sociale da alcuni cardinali. Era un fatto risaputo in Vaticano.
Viganò si oppose a questo scandalo, che Woytila fece passare sotto silenzio, anche se i giornali ne parlarono. Pare proprio Casaroli ne fosse coinvolto.
Marieclaire a questo riguardo ricorda di avere detto di avere la roulotte, perché in realtà loro andavano in campeggio con la tenda, e lei voleva apparire più ricca.
Marieclaire ricorda anche che all’asilo nido le suore le avevano insegnato una canzoncina sulla zingarella, che a lei piaceva. E che si era impersonata in una sua amichetta che si era vestita a carnevale da zingarella. L’aveva scritto nella lettera. Perché sapeva che la foto la ritraeva vestita da Biancaneve.
Inoltre Marieclaire viveva in una famiglia della borghesia colta di sinistra: il padre, insegnante di lettere stimato, non avrebbe mai permesso che nessuno toccasse la sua bambina, tantomeno preti.
Si guardava bene dall’andare a Roma e anche quando visitavano chiese si soffermava sempre sul lato esterno. Architettonicamente parlando. A suo padre interessava soprattutto tenere la figlia al sicuro, e semmai interessava che la figlia lo dicesse o lo facesse intendere al telefono.
Invece torniamo a Emanuela e Mirella. Sono state vittime di pedofilia? Senza dubbio, dopo il rapimento. Sono state violentate. Soprattutto dagli esecutori del rapimento: Accetti, Banda, mafia.
Per quanto riguarda Emanuela, Marieclaire ricorda che dissero che Marcinkus si fosse interessato alla trattativa, una volta accortisi dello scambio di persona. Anche il parroco di Chiara, lo zio le dissero che si era recato nel covo di Accetti. (il parroco non era del tutto sicuro). Infatti una delle voci al telefono potrebbe essere la sua, quando dice “abbiamo pochi momenti”.
Non è dato sapere se abbia approfittato di Emanuela. I rapitori dissero di sì, ma non possono essere attendibili. Certo è che ci sono nell’audio dei rumori di scariche elettriche. Potrebbero essere stati i servizi vaticani riguardo agli equivoci intercorsi al telefono con Marieclaire.
Quindi, un dato è incontrovertibile: la pedofilia è stata un equivoco costruito a tavolino prima del rapimento e non c’è stata pedofilia ecclesiastica come movente per il rapimento delle due ragazze.
Quello che è successo dopo il rapimento, si può facilmente immaginare. Cosi come si può immaginare che una volta accortisi dell’autogol il Vaticano abbia cercato da parte del Pontefice di far liberare la ragazza, all’insaputa dei Servizi Vaticani che si sono trovati spiazzati anche loro.
E con questa puntata abbiamo messo tanti puntini sugli “i”.
Vedremo se è rimasto ancora qualcosa da raccontare…
Perché proprio Emanuela Orlandi?
Se avete sentito le precedenti puntate avrete scoperto che si è trattato di uno scambio di persona, un autogol.
Ma perché Marieclaire pronunciò proprio quel nome: Mi chiamo Emanuela Orlando-i?
Dunque, lei ricorda che il nome fu una sua scelta personale. Ma solo per quanto riguarda il nominativo, Emanuela. Le ricordava infatti Emanuela Setti Carraro, moglie del generale Dalla Chiesa, nel cui attentato suo zio era coinvolto, e di cui, secondo Marieclaire, era il vero mandante.
Dalla Chiesa stava intercettando suo zio, di Lotta Continua, e lui era piuttosto infastidito.
Ma facciamo un passo indietro: perché Dalla Chiesa stava intercettando suo zio? Marie Claire aveva fatto una chiamata al 112 per segnalare che gli amici di suo zio, brigatisti, avevano affittato una villetta vicino alla casa dell’imprenditore Ferrero, quello della Nutella per intenderci.
Marieclaire volle fare qualcosa per difendere Ferrero e chiamò il 112. Ferrero si salvò la vita grazie a Marieclaire.
Da lì una serie di eventi portarono prima Dalla Chiesa a intercettare suo zio, poi, dopo le minacce e i ricatti dello zio al padre, il padre di Marieclaire riuscì tramite il partito socialista a farlo spostare in Sicilia, adducendo la motivazione che combattere la mafia era più importante che combattere certe ideologie per quanto fuorilegge.
Non contento, lo zio, costrinse il padre di Marieclaire a sentire i suoi contatti di Palermo per colpire Dalla Chiesa.
Così, quando il padre di Marieclaire le chiese se avesse scelto il nome, lei rispose che aveva un’idea, Emanuela, moglie di Dalla Chiesa, ma voleva una conferma “divina”.
Suo padre si diede da fare: prima sentì dalla figlia se il nominativo Emanuela era citato in qualche testo sacro a messa, e lei glielo confermò. Poi chiamò qualcuno dei sacerdoti per sapere se esistesse una ragazza che potesse essere scambiata con lei, possibilmente dell’entourage del Pontefice.
Con il violoncello non ce n’erano, gli dissero. Ma del resto era meglio non azzardare uno strumento così raro, e identificabile: Marieclaire suonava anche il flauto dolce, che era più facile da confondere perché lo suonano tutti i bambini.
In più quella ragazza aveva un nome e un cognome che potevano essere scambiati facilmente con un indirizzo: “Via Emanuele Orlando”. Si informò anche a Palermo e gli dissero che lì c’era la Procura.
Non rimaneva dunque altro che parlare con il viceparroco della figlia per mettere in scena la consegna “divina” del nome….
Infatti Chiara fu mandata a confessarsi quel giorno. Il viceparroco le disse che Dio la conosceva con un altro nome. Che Dio le avrebbe dato un altro nome. Le disse di sceglierlo. E lei sentì la lettura giusta.
Le coincidenze hanno il sapore di chi ci vuole proteggere.
Certo, si poteva dare il nominativo di una persona inesistente. Ma probabilmente avrebbero trovato chiunque, qualunque nome fosse stato dato.
L’errore è stato a monte. Coinvolgere una bambina: nel segreto di Fatima, nell’attentato, nella verità sull’attentato, nei ricatti, nella lettera al Papa, nelle telefonate in Vaticano.
La prossima puntata ci racconterà qualcosa ancora da svelare?
C’è un caso che da quarant’anni divide storici, giornalisti e famiglie intere — e ora qualcuno dice di essere al centro di tutto fin dall’inizio.
Oggi seguiamo il racconto di Marieclaire Canestrelli, che sul suo blog ripercorre la propria storia personale intrecciata al caso Orlandi-Gregori: chi ha ordinato il rapimento, perché, e come una bambina di seconda elementare si è ritrovata dentro uno degli enigmi più oscuri della Repubblica.
Partiamo dall’inizio — o da quello che, secondo lei, era davvero l’inizio.
Il punto di partenza del racconto è una domanda precisa: chi ha voluto il rapimento di Emanuela Orlandi, e perché il vero bersaglio era un’altra persona?
Il post non lascia spazio all’ambiguità. L’autrice scrive: “affermo senza ombra di dubbio che il mandante del rapimento Orlandi, inteso come un mancato rapimento di me medesima, era Casaroli.”
Il che sposta l’intera architettura del caso. Non un rapimento riuscito, ma un autogol: il vero obiettivo era lei, e Emanuela Orlandi è finita al suo posto per una catena di equivoci costruita attorno a una letterina anonima spedita al Pontefice.
Una letterina scritta in seconda elementare — il che rende questa storia o straordinariamente tragica o straordinariamente italiana, forse entrambe le cose.
Il racconto descrive due fazioni contrapposte: da un lato i cardinali massoni guidati da Casaroli, utili al Papa per l’Ostpolitik ma considerati infedeli perché scomunicati; dall’altro i preti amici del padre, legati alla diocesi di Perugia, fedeli al Vangelo e meno convinti delle politiche anticomuniste.
E in mezzo a queste due fazioni c’è una bambina che chiama il centralino del Vaticano. E’ una storia che Marieclaire Canestrelli racconta oggi da adulta, ma che comincia quando aveva soltanto sette anni.
Ed è proprio l’età di Marieclaire il punto da cui bisogna partire. Perché nelle telefonate e nelle comunicazioni che ricorda di quel periodo compaiono parole enormi: il Vaticano, l’attentato a Giovanni Paolo II, i servizi dell’Est.
Una bambina che oggi sostiene di essere stata guidata e manipolata dagli adulti della propria famiglia, in particolare dal padre e dallo zio, da quando disse che avrebbe voluto scrivere la verità sull’attentato
Nella vita quotidiana di quella bambina, intanto, esisteva un problema molto più concreto. Marieclaire ricorda che suo padre pretendeva che nel pomeriggio andasse a riposare con lui e che la puniva fisicamente quando si rifiutava.
Marieclaire precisa però chiaramente che suo padre non l’ha mai toccata.
Racconta di averne parlato con una famiglia di conoscenti comuni. Secondo il suo ricordo, le consigliarono di raccontare questa cosa a qualcuno che conoscesse suo padre.
E Marieclaire aveva già sentito dire da suo padre e da suo zio che in Vaticano conoscevano suo padre.
Dal punto di vista della bambina, quindi, rivolgersi al Vaticano poteva avere un significato molto preciso: difendere suo padre per la sua responsabilità nell’attentato, ma criticarlo per l’atteggiamento tenuto con lei.
E durante quelle conversazioni, racconta, continuava contemporaneamente ad accennare ai servizi e ad altri argomenti che provenivano dai discorsi degli adulti.
È importante immaginare la scena per quello che era: non un interrogatorio a una persona adulta, ma una bambina manipolata di sette anni al telefono che passava da un argomento all’altro, utilizzando parole e concetti di cui non poteva comprendere pienamente il significato politico.
Poi arriva la frase che, secondo Marieclaire, genera un equivoco decisivo.
La suora le chiese se c’era qualcosa che avesse dovuto dire al Papa
Lei rispose: “Non voglio andare a letto con lui.”
Marieclaire parlava di suo padre.
Ma secondo il suo ricordo, la religiosa dall’altra parte del telefono interpretò quel papà come Papa, cioè il Pontefice.
E Marieclaire ricorda che la religiosa disse che avrebbe riferito la cosa a Casaroli.
Successivamente Marieclaire ricorda di avere ricevuto la telefonata di un uomo che le disse di essere un cardinale e che, nella sua memoria, era Casaroli.
L’uomo le domandò se conoscesse il Papa. Marieclaire rispose di sì.
Ma non era mai stata a Roma.
Quando le venne chiesto se fosse stata a un’udienza, rispose ancora di sì. Anche questo era falso.
E quando le venne chiesto se possedesse una fotografia, disse di no, aggiungendo però di avere incontrato il Pontefice in occasioni informali. Neppure questo, racconta oggi, era vero.
Perché una bambina avrebbe dovuto inventare tutto questo?
Marieclaire dice che si sentiva in pericolo e che cercò anche di darsi importanza davanti a un adulto che le aveva detto di essere un cardinale. Quando quell’uomo le chiese di passargli suo padre, lei non lo fece. Sapeva che il padre avrebbe potuto contraddire quello che aveva appena raccontato.
C’è anche un altro elemento che Marieclaire considera importante per capire quanto le sue parole fossero influenzate dagli adulti.
Suo padre era socialista; suo zio proveniva da Lotta Continua. Marieclaire collega inoltre la vicenda ad ambienti massonici e a rapporti con i servizi dell’Est, compresa la Stasi.
Nella sua ricostruzione, ritiene che esistesse un progetto diretto a screditare Giovanni Paolo II e attribuisce a suo padre e a suo zio responsabilità nella vicenda dell’attentato al Pontefice.
Marieclaire interpreta inoltre alcuni degli episodi della propria infanzia come parte della ricerca, da parte degli adulti, di elementi che potessero diventare strumenti di pressione o di ricatto nei confronti del Vaticano e offrire loro una forma di protezione.
Sono accuse e conclusioni di Marieclaire maturate successivamente. Non erano ciò che la bambina di sette anni poteva sapere quando parlava al telefono.
Ed è proprio questo che porta Marieclaire a contestare oggi un altro elemento della vicenda: i documenti eventualmente redatti sulla base di quelle conversazioni.
Marieclaire sostiene che le sue parole non possano essere considerate alla stregua di una testimonianza adulta, precisa e consapevole.
Aveva sette anni. Parlava al telefono. Mescolava cose che ricordava personalmente con cose che gli adulti le avevano raccontato o suggerito. Parlava di suo papà, del Papa, dei servizi, dell’attentato, dell’idea del tutto strampalata, fatta scrivere nella letterina da suo zio, di avere un figlio con la fecondazione assistita dal Pontefice.
Per questo Marieclaire considera inesatta e lesiva qualsiasi ricostruzione documentale che, secondo lei, abbia trasformato quelle parole infantili in affermazioni consapevoli senza ricostruirne l’origine e il contesto.
E poi c’è la questione della secretazione.
Continuare a tenere secretati dei documenti del tutto privi di fondamento perché contenenti informazioni ricevute da una bambina di sette anni del tutto confusa può essere lesivo dei suoi diritti e persino dei principi legislativi.
È una sua interpretazione. Per stabilire con certezza perché un determinato documento continui ad essere secretato occorre conoscere la ratio di tale secretazione allo stato attuale.
Alla fine rimane una distinzione essenziale.
Una cosa è ciò che Marieclaire ricorda di avere vissuto. Un’altra è ciò che gli adulti le raccontarono o le suggerirono di dire. E un’altra ancora è ciò che Marieclaire ha ricostruito da adulta.
Perché al centro di quelle telefonate non c’era una donna che conosceva i servizi segreti, la politica internazionale o gli interessi del Vaticano.
C’era una bambina di sette anni.
Ed è proprio questo che Marieclaire chiede oggi: che le parole attribuite a quella bambina vengano rilette tenendo conto della sua età, di chi la circondava e di chi poteva averle suggerito cosa dire.
Perché una parola può essere trascritta. Ma per capire che cosa significasse davvero bisogna sapere chi la pronunciò, perché la pronunciò e quanti anni aveva quando lo fece.
C’è un sito che si chiama “Tutta la verità sul caso Orlandi-Gregori” — e il titolo non mente a metà, perché la verità che racconta è una sola, personale, e parte da una lettera scritta in seconda elementare.
Marieclaire Canestrelli ricostruisce la propria storia e il suo intreccio con il caso Orlandi, dal mandante del rapimento alle fazioni vaticane, fino agli archivi riservati e ai collegamenti personali con altri cold case. Iniziamo da lì.
Il cuore di questa ricostruzione è una tesi precisa: il rapimento di Emanuela Orlandi non nasce come tale, ma come errore di persona. Il testo pone la domanda direttamente — come ci è finita dentro una bambina di seconda elementare, e perché al suo posto è finita Emanuela Orlandi.
Il post principale, che racconta la storia in prima persona, esprime la tesi senza riserve: “il mandante del rapimento Orlandi, inteso come un mancato rapimento di me medesima, era Casaroli. E’ quello che la mia famiglia mi aveva sempre detto, e che non avevo mai voluto credere.”
Quindi Casaroli non è un personaggio di contorno. La tesi è che il rapimento nasce come autogol — il bersaglio originale era lei, non Emanuela Orlandi.
La ricostruzione descrive due fazioni contrapposte: da una parte i cardinali massoni guidati da Casaroli, utili al Papa per l’Ostpolitik ma considerati infedeli e scomunicati; dall’altra i preti amici del padre, semplici, fedeli alla Chiesa, tutti di Perugia.
Un conflitto tutto interno alla gerarchia ecclesiastica, con una bambina come innesco involontario.
Il meccanismo parte da una lettera al Pontefice, pensata dalla bambina per rivelare al Santo Padre la verità sull’attentato ma usata dai familiari per un progetto di screditamento del Pontefice da parte dei Servizi dell’est.
E al telefono, in vivavoce, risponde dicendo di chiamarsi Emanuela Orlando-i, di abitare in Vaticano, e cita una compagna di classe: una certa Gregori. Due nomi. Due rapimenti.
Il nome Emanuela non è casuale: lei aveva scelto quel nome per solidarietà con la moglie del generale Dalla Chiesa, della cui morte suo zio era probabilmente il mandante. Chiara aveva detto al padre che avrebbe chiesto conferma del nome in preghiera e il padre la mandò in chiesa quel giorno, quando le fu detto di ascoltare la liturgia e scegliere il nome. In realtà il padre aveva già orchestrato lo scambio di persona con i sacerdoti della Diocesi. Erano più che altro loro a voler dare una lezione al Vaticano.
La ricostruzione collega questi eventi alla lista di Pecorelli, alla morte di Papa Luciani, alle dimissioni di Benedetto XVI, sempre alla stessa rete di cardinali massoni. A corredo, il sito pubblica anche la deposizione formale del caso Orlandi e l’esposto presentato in Questura il 26 febbraio 2026, oltre a una segnalazione video e a un video dedicato alla soluzione dei casi Orlandi-Gregori.
Documenti che fissano la testimonianza in forma ufficiale, non solo narrativa.
Un aggiornamento più recente, intitolato “Nuovi elementi, testimonianze e video”, descrive i contatti avvenuti con un perito della Procura e con una donna che sembra operare per i Servizi Vaticani, oltre a una telefonata alla gendarmeria vaticana in cui vengono forniti tutti i dati personali — una scelta che il testo stesso definisce un errore.
Dalla letterina anonima all’identità pubblica sul blog: il percorso ha invertito completamente la direzione. Passiamo agli archivi, dove quella storia cerca ancora i suoi documenti.
Esiste una busta — la numero 369, sottofascicolo otto, “scomparsa di Emanuela Orlandi” — che non è mai stata versata all’Archivio Centrale dello Stato. Questa è la risposta che arriva dopo una richiesta formale di accesso ai documenti.
Il post che pubblica questa risposta riporta che l’Archivio indica, tra la documentazione relativa al caso Orlandi, le “Raccolte speciali / Ministero dell’Interno / Direzione generale della pubblica sicurezza”, precisando che il fascicolo conservato contiene soltanto tre fogli — e che la busta 369 non è mai arrivata.
Tre fogli che attestano l’esistenza di qualcosa che non c’è. Il vuoto documentato è già una forma di risposta.
A completare il quadro, un secondo post pubblica un appunto riservato del SISDE datato 31 ottobre 1983, indirizzato al Raggruppamento Centri SISDE di Roma. La classificazione conferma che esistono fonti riservate sul caso che, come si evince dal documento dell’Archivio, non sono state riversate e rimangono ignote. I dati personali richiesti, nel frattempo, restano bloccati al Ministero dell’Interno. Il collegamento personale con questi archivi porta direttamente alla domanda successiva.
Questo sito non è solo una ricostruzione del caso Orlandi. C’è un filo biografico che attraversa tutto — e un post lo dichiara esplicitamente, mettendo a fuoco il legame personale con vicende che vanno ben oltre il 1983.
Il testo dice: “Il caso di Emanuela Orlandi e gli altri cold case di cui parlo in questo blog non sono, per me, soltanto vicende di cronaca da ricostruire. Esiste un legame personale che, nel corso del tempo, mi ha spinta a cercare risposte, raccogliere materiale e mettere in relazione fatti che ritengo importanti.”
Non è una postura da commentatrice esterna. È una testimonianza che si estende ad altri nomi: José Garramón, Katy Skerl, Alessia Rosati, Marta Russo, Chiara Poggi, Daniela Ruggia, e Marco Accetti.
Due altri post completano questo segmento: uno esplora il collegamento tra il caso Orlandi e lo scisma lefebvriano, con circostanze personali poco note. L’altro, intitolato “Il flauto, Berti e la nichelatura”, aggiunge un dettaglio biografico preciso — lei suonava il flauto dolce, come Emanuela Orlandi suonava il flauto — un punto di contatto che nel racconto complessivo non è mai secondario.
Una lettera anonima, una busta mai consegnata, un archivio con tre fogli. Le lacune hanno la stessa forma delle domande.
E il percorso continua — nuovi elementi, nuovi contatti, nuovi documenti. La prossima puntata dirà se qualche anello della catena si è aperto.
Pip: C’è un sito che si chiama “Tutta la verità sul caso Orlandi-Gregori” — e il titolo non mente a metà, perché la verità che racconta è una sola, personale, e parte da una lettera scritta in seconda elementare.
Mara: Marieclaire Canestrelli ricostruisce la propria storia e il suo intreccio con il caso Orlandi, dal mandante del rapimento alle fazioni vaticane. Iniziamo da lì.
Pip: Il post apre con una frase che non lascia scampo: un padre che precipita sua figlia dentro l’incubo più grande della storia italiana recente. La domanda che il testo pone è diretta — come ci è finita dentro, e come ci è finita Emanuela Orlandi al suo posto.
Mara: Il post ricostruisce tutto con precisione. La tesi centrale è espressa senza riserve: “il mandante del rapimento Orlandi, inteso come un mancato rapimento di me medesima, era Casaroli. E’ quello che la mia famiglia mi aveva sempre detto, e che non avevo mai voluto credere.”
Pip: Quindi il punto non è che Casaroli fosse un personaggio di contorno. La tesi è che il rapimento Orlandi nasce come errore di persona — un autogol, come viene definito esplicitamente — e che il bersaglio originale era lei.
Mara: La ricostruzione descrive due fazioni contrapposte. Da una parte i cardinali massoni guidati da Casaroli, utili al Papa per l’Ostpolitik ma da lui considerati infedeli e scomunicati. Dall’altra i preti amici del padre, semplici, fedeli alla Chiesa, tutti di Perugia.
Pip: Un conflitto tutto interno alla gerarchia ecclesiastica, con una bambina di seconda elementare come innesco involontario.
Mara: Il meccanismo è questo: lei scrive una lettera al Pontefice. Un familiare, a sua insaputa, la trasforma in qualcosa di compromettente — un invito che potrebbe servire per un test di paternità. Il parroco le comunica che il Papa ha risposto favorevolmente. Scatta la denuncia del padre, arriva Navarro-Valls, la lettera viene letta da Casaroli e dagli altri cardinali massoni.
Pip: E a quel punto qualcuno la cerca, senza sapere il suo nome, perché la lettera era anonima.
Mara: Esatto. Al telefono, in vivavoce, risponde dicendo di chiamarsi Emanuela Orlando-i e di abitare in Vaticano. Cita anche una compagna di classe, una certa Gregori. Il post collega direttamente queste due risposte ai due rapimenti che seguiranno.
Pip: Il nome Emanuela, per chiudere il cerchio, non è casuale: viene scelto perché la liturgia domenicale di quella mattina recitava “lo chiamerai Emmanuele” — e lei era convinta che fosse un messaggio divino, mentre il padre aveva già orchestrato tutto con i sacerdoti della Diocesi.
Mara: La lista di Pecorelli, la morte di Papa Luciani, le dimissioni di Benedetto XVI: il post collega tutti questi eventi alla stessa rete di cardinali massoni. E sullo sfondo, la famiglia sotto ricatto, costretta a favorire i depistaggi, mentre lei cercava di migliorare le condizioni di detenzione di Emanuela Orlandi.
Pip: Una storia che porta il peso di tutto quello che non si è potuto dire — e che ora viene raccontato qui, per intero.
Mara: Il post si chiude con un dettaglio: il nonno partigiano, la pipa regalata dal padre, e lo scambio di persona con la nipote del Presidente Pertini. Ogni elemento ha il suo posto nella catena.
Pip: Le verità più grandi a volte hanno radici minuscole — una letterina, una domenica di Natale, un nome sentito a messa.
Mara: Una ricostruzione che tocca il Vaticano, la massoneria, i servizi segreti e due famiglie travolte da una catena di equivoci che nessuno ha fermato in tempo.
Pip: La prossima puntata dirà se la catena ha ancora qualche anello da aprire.
From the publisher's feed