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Sabato e domenica, a Milano, gruppi di ragazzini con il volto coperto hanno lanciato oggetti contro la polizia, spaccato vetrine e saccheggiato negozi. In due giorni sono state fermate e arrestate centinaia di persone, in gran parte minorenni e italiane; ci sono stati scontri anche a Bologna e in altre città. Il governo ha mandato l’esercito e approvato misure straordinarie. Poi è iniziato il solito dibattito.
Proviamo a fare qualcosa di diverso dal litigare: partiamo dai fatti, dai dati e dalle ragioni di tutti, anche di chi vediamo come lontano da noi. Cosa abbiamo fatto, come paese, ai più giovani negli ultimi trent’anni, e cosa c’entra con questi giorni. Cosa c’è di normale in una manifestazione di studenti in autunno e cosa no. Chi erano quei ragazzini e se volevano qualcosa. Cosa dovrebbero fare, concretamente, le persone in divisa mandate in strada. Per sottrarci ai riflessi condizionati e cercare di capire cosa è successo, e perché.
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Le aziende che sviluppano l’intelligenza artificiale perdono miliardi ogni anno e si indebitano sempre di più per costruire data center e addestrare nuovi modelli. Una parte di quei debiti è garantita dai chip che li fanno funzionare. Quasi tutti quei chip li vende Nvidia, l’azienda che vale di più al mondo, che a sua volta investe decine di miliardi nelle aziende che li comprano. Una scommessa su una scommessa, nonché uno strumento della politica estera americana. Intanto dalla Cina arrivano modelli che funzionano bene e costano molto meno. Cosa succede se la bolla scoppia davvero?
Federico Fubini è editorialista e inviato del Corriere della Sera e si occupa da anni di economia e finanza internazionale. Nei due speciali Mercanti dell’anima, trasmessi da La7, ha raccontato l’intelligenza artificiale dal lato delle aziende, dei soldi e del potere, dagli Stati Uniti alla Cina. Sostiene che le principali aziende del settore siano già troppo grandi per fallire, come le grandi banche prima della crisi del 2008, e che se le cose andassero male ci andremmo di mezzo tutti.
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Fuggiamo dalle relazioni, e i ragazzi più di tutti. Ci sposiamo sempre meno. Quando ci sposiamo, un matrimonio su due finisce in divorzio. Una famiglia su tre è composta da una persona sola; a Milano e a Bologna, una su due. Tra i giovani si fa meno sesso, si esce meno. Avere il fidanzato o la fidanzata è una cosa da sfigati. Ci si controlla a vicenda con la geolocalizzazione. Dipendere da qualcuno è diventata quasi una malattia.
Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione Minotauro di Milano e docente all’Università Milano-Bicocca, lavora da oltre trent’anni con adolescenti e genitori. Nel libro A volte ti amo (Einaudi) sostiene che la paura dell’altro si impari da piccoli, in famiglie e scuole che chiedono ai figli di reprimere tutto; e che gli adulti, quando si accorgono che qualcosa non va, rispondano togliendo qualcosa ai ragazzi invece di cambiare qualcosa di sé.
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Pochi giorni fa, dopo un processo assurdo, un tribunale italiano ha condannato tre agenti dei servizi di sicurezza egiziani per il sequestro di Giulio Regeni. L’Egitto ha ostacolato le indagini e il processo in ogni modo, gli imputati non si sono mai presentati perché si è rifiutato perfino di comunicarne gli indirizzi. Lo Stato italiano era parte civile, ha ottenuto un risarcimento, ma il governo dopo la sentenza ci ha tenuto a ribadire che l’Egitto con questa storia non c’entra niente.
È stata purtroppo la degna conclusione di dieci anni in cui l’Egitto ha messo i piedi in testa a cinque governi italiani, depistando le indagini, negando l’evidenza, sabotando la ricerca di giustizia, ignorando le richieste. Si dice che l’abbiamo fatto per soldi, ma a guardare bene i soldi all’Egitto li diamo noi. Cosa c’entrano Eni e la Libia? Perché i governi nazionalisti si sono comportati come quelli progressisti, e perché l’Italia ha scelto di non utilizzare la forza e le leve che aveva a disposizione, per ottenere qualcosa?
Abbiamo firmato un accordo sui dazi alle condizioni della Casa Bianca. Sull’Ucraina i negoziati li fanno gli altri. Le auto elettriche cinesi, sussidiate dal regime, sono ovunque. L’energia la paghiamo quasi più di chiunque, e l’Italia più degli altri paesi europei. Abbiamo 27 eserciti che comprano armi ciascuno per conto proprio, spesso americane. Chiediamo all’Europa di rimediare a tutto questo, e intanto le neghiamo i mezzi per farlo: niente tasse comuni, niente debito comune, niente esercito.
Perché quel negoziato sui dazi è andato così, e cosa c’entra l’Ucraina? Cosa abbiamo sbagliato quando Putin si prese la Crimea? Serve un esercito europeo, e con quali soldi, visto che la campagna elettorale ci dirà che quei soldi vanno tolti a scuole e ospedali? È davvero necessario decidere tutto all’unanimità? Ne parliamo con Paolo Gentiloni, che è stato ministro degli Esteri, presidente del Consiglio e commissario europeo all’Economia, e che ha appena pubblicato Diventare una potenza (Rizzoli).
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Un ingegnere si è dimesso da una delle grandi aziende di intelligenza artificiale, denunciando che chi sviluppa questi modelli crede che possano ucciderci tutti entro un decennio. Anche i leader dell’industria ora chiedono di rallentare, forse furbescamente. In ogni caso Trump ha risposto: col cavolo. Nel frattempo intorno a noi tutti sfoderano grandi e apodittiche certezze sull’AI, in un senso o nell’altro.
In questa puntata di Wilson partiamo dalle basi, per farci una nostra idea. Come funziona davvero un modello come ChatGPT o Claude? In cosa consistono gli incidenti di quest’estate? Chi chiede di frenare lo fa per paura, per convenienza o per entrambe? E si può rallentare, se la Cina non rallenta? Ne parliamo con Enrico Mensa, ricercatore al Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino e divulgatore noto online come Enkk.
Per approfondire: il testo in cui Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha chiesto di rallentare; la ricostruzione del Post sul caso Hugging Face; il video in cui Enrico Mensa spiega come funzionano i modelli linguistici; gli articoli del Post sull’intelligenza artificiale.
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Domenica scorsa in Germania, alle elezioni in Sassonia-Anhalt, il partito di estrema destra AfD ha preso il 43,8% dei voti: più del doppio di cinque anni fa. In sette collegi è andato oltre la metà. E l’affluenza è stata la più alta da quando in quella regione si vota liberamente, cioè da trentasei anni. Sono diventati neonazisti dalla sera alla mattina?
In questa puntata proviamo a capire che posto è la Sassonia-Anhalt, cosa ha prodotto lì la democrazia dal 1990 e perché quello che è successo domenica è cominciato molto prima di domenica. Poi allarghiamo lo sguardo, perché questo è l’ennesimo sviluppo di una storia che va avanti da molto tempo e in tanti altri paesi. Chi si preoccupa per la democrazia e per lo stato di diritto ha qualcosa da offrire, oltre alla preoccupazione?
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È stata l’estate più calda mai registrata in Europa occidentale: quattro ondate di calore, più di 430mila ettari di bosco bruciati, decine di migliaia di vittime in eccesso. Eppure il clima resta in basso nella lista delle questioni di cui parliamo. Quando ne discutiamo lo facciamo per slogan, e infatti ci sembra che le cose non si muovano.
Questa puntata di Wilson mette in fila le cose documentate: quanto è grave davvero, perché è così difficile occuparsene, perché non ci sono colpevoli comodi da indicare, cosa ci raccontiamo male, cosa sta funzionando e cosa dovremmo fare adesso. Quanto dovremmo essere preoccupati, in base ai fatti e non alla retorica.
Per approfondire: da questo articolo di Matthew Yglesias viene l’esempio efficace del “se una sola città tira giù il termometro di 2 gradi”; qui l’importante articolo di Brian O’Neill; qui lo studio di attribuzione sull’ondata di calore di giugno; qui scenari e proiezioni di riscaldamento a fine secolo dal rapporto delle Nazioni Unite; infine, i dati sull’elettricità nel 2025. Il liveblog del Post su una giornata di caldo eccezionale e due puntate di Wilson: quella sul perché dovremmo produrre più energia e quella con Giacomo Grassi, scienziato dell’IPCC.
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Sarebbe logico pensare che in politica una leadership stabile e longeva sia il risultato di qualcosa: un grande consenso, una o più vittorie elettorali, una forza indiscussa dentro la propria coalizione. In Italia sta succedendo il contrario. Giorgia Meloni sta per diventare la presidente del Consiglio del governo più longevo della storia repubblicana, mentre Elly Schlein è già la segretaria del Partito Democratico rimasta in carica più di ogni predecessore. Ma oggi si trovano entrambe in una posizione fragile.
In questa puntata di Wilson facciamo una fotografia della politica italiana di tarda estate, mentre è cominciata di fatto la campagna elettorale: dove siamo, e di cosa stiamo parlando. La maggioranza che va sotto in parlamento sulla legge elettorale, la concorrenza di Roberto Vannacci a destra, i soldi pubblici spesi per abbassare le accise, il campo largo che ha fatto passare un altro mese, il dibattito importato sulla cultura woke e anche qualche altra cosa.
Le notizie di grandi svolte e nuove cure contro il cancro arrivano con frequenza regolare, sempre con grande enfasi; poi l’entusiasmo rientra e resta la confusione su cosa stia davvero cambiando. In realtà sono decenni che le cose vanno sempre meglio, soprattutto da quando abbiamo capito che la cura grande e unica non arriverà mai, perché il cancro al singolare non esiste.
In più abbiamo capito tante altre cose. Per esempio cosa vuol dire che il cancro ha un indirizzo, nel nostro organismo; e che curare in modo più preciso e meno aggressivo funziona meglio che colpire più forte. Che ci sono nuovi farmaci che permettono guarigioni prima impensabili. Ne parliamo con un medico italiano al centro di questi progressi: Paolo Tarantino, oncologo e Advanced Fellow al Dana-Farber di Boston, il centro oncologico di Harvard.
Tarantino studia proprio questi farmaci, e alcune delle scoperte di cui parliamo sono sue. Con lui capiamo quanto costano queste cure e chi può accedervi, cosa cambierà l’intelligenza artificiale e poi la svolta più grande di tutte: perché oggi anche un tumore che si è già diffuso non è sempre una condanna.
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