Bella, prof!

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Bella, prof! episodes

  • Che cosa può "fermare" Dio? Il mistero della diffidenza (Mc 6, 1-6)
    Si può davvero "fermare" Dio, impedirgli persino di agire? In un certo senso, secondo il Vangelo di Marco, sembra di sì. Gesù non può operare miracoli e guarigioni se si imbatte nella "apistìa", la mancanza di fede o, se vogliamo, la "diffidenza".

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    20 min
  • La chiave del cuore di Dio: l'emorroissa e la bambina (Mc 5, 21-43)
    Qual è la chiave che apre il cuore di Dio? Sembra una domanda superflua, perché il cuore di Dio non può essere "chiuso". Eppure il Vangelo di Marco, come tutta la Rivelazione cristiana, ci dice che tra noi e Dio, così come tra noi e gli altri, esiste una "barriera" che ci impedisce di comunicare e di attingere alla fonte della vita. L'interruzione di questo canale ci vieta di attingere a ciò di cui abbiamo profondamente bisogno, a ciò che può guarirci interamente, a ciò che può sanarci da ogni male. Marco ribadisce in questa pagina che tutto il bene che può trasformarci e salvarci passa solo attraverso l'umanità di Gesù. È lui l'unica possibilità, la chiave da "afferrare".

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    24 min
  • La tempesta di Giona: Mc 4, 35-41
    La barca affonda e Gesù dorme. I discepoli imprecano, quasi bestemmiano: "non ti importa di noi". Quando tutto sembra perduto, lui si sveglia e, come se niente fosse, ordina alla tempesta: "stai zitta!". E torna il sereno.
    È forse una delle più strane pagine del Vangelo di Marco, eppure una delle più dense dal punto di vista simbolico.
    Tutto comincia da un comando di Gesù al quale i discepoli non obiettano: "Passiamo all'altra riva!". Cioè andiamo da chi non ci vuole, da chi non ci aspetta, da chi pensa che siamo non solo inutili, ma persino dannosi. La riva opposta a Cafarnao sul lago di Tiberiade è infatti la riva dei non giudei, dei pagani, quella dove Gesù e i suoi giocano decisamente "fuori casa", con lo sfavore del pubblico.
    Le barche, la tempesta, il sonno, i pagani come destinazione sono un "già visto" per chi la Bibbia l'ha letta, almeno un po'. Sono gli stessi elementi di uno dei racconti più famosi e popolari di sempre: il profeta Giona, quello inghiottito e risputato da un grosso animale marino, forse, paradossalmente, l'elemento meno incredibile della storia.
    Giona è un profeta destinato ai pagani che, timoroso, fugge dalla sua missione impossibile di predicare a Ninive l'imminente distruzione. Sa infatti che fine fanno i profeti che annunciano sventure o, come diremmo oggi, portano sfiga. Come dimenticare il caso emblematico di Geremia, l'annunciatore della distruzione di Gerusalemme? I profeti come lui sono impopolari e destinati al fallimento, votati a una vita miserabile, emarginati e in costante pericolo.
    Giona si imbarca e dorme. Cade nel sonno incosciente di chi non vuole assumersi responsabilità. Poi però è costretto a confessare il suo tentativo di fuga e salva i marinai gettandosi nel mare. È l'unico modo per placare la tempesta. Inghiottito da un pesce enorme, viene portato risputato sulle rive di Ninive, la sua destinazione iniziale. Predica e, incredibilmente, la città più pagana del mondo si converte e si salva.
    Ma Giona non è un buon profeta, non solo perché prima ha cercato di fuggire, ma perché ora, dopo aver predicato, è arrabbiato e non capisce perché Dio non mantenga la sua parola. Vive il paradosso del profeta: salvando la città, la parola che aveva annunciato, la distruzione di Ninive, non si compie. E così viene presto dimenticato. Diventa noioso e lamentoso, al punto che persino gli alberi si stancano di dargli ombra. Si sente trattato da Dio in modo pessimo e viene da Lui giustamente rimproverato: salvare vite e ricondurre gli uomini al bene, per Dio è più importante della reputazione del suo profeta e persino della sua parola stessa. Un solo bambino di Ninive vale più della Bibbia e di tutti i suoi predicatori.
    Ma che centra Gesù con Giona? perché questo accostamento, decisamente voluto dall'evangelista? Perché Gesù è Giona come sarebbe dovuto essere. Il vero Giona. Giona è il segno e Gesù la realtà. Quello che offre la vita per salvare tutti, affinché la tempesta venga placata, ma non perché è costretto a farlo. Quello che va volentieri a Ninive e coinvolge i suoi nella stessa impresa. Quello che dorme, come Giona, ma consapevole come il contadino della parabola che la potenza del Regno di Dio che si sta scatenando è superiore a quella di ogni tempesta. Gesù è il Giona che prega nel profondo delle tenebre e nell'abisso della morte e risorge il Terzo Giorno per ogni uomo, vecchio, donna, bambino di Ninive e del mondo intero.
    Forse i "Giona" refrattari sono invece proprio i discepoli. Sono loro che devono imparare a somigliare al Maestro. Ma lo faranno con sincerità, generosità e persino eroismo solo dopo averlo bestemmiato un po' e dopo averlo temuto, anzichè amato. Così vanno le cose, strane e imprevedibili, del Regno di Dio.

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    19 min
  • Come non fraintendere le parabole: il seme e la terra (Mc 4, 26-34)
    La predicazione che cerca di spiegare il significato delle parabole di Gesù spesso non coglie l'elemento di provocazione che esse, in vario modo, contengono. Le parabole non sono un modo semplice di spiegare cose difficili, né un linguaggio facile per gli sprovveduti. Le parabole sono pensate e costruite come uno strumento della parola per offrirci la possibilità di vedere le cose in modo diverso e provocare una risposta attiva, sia nella mente, sia nella pratica della vita.
    Le tre parabole "contadine" di Mc 4 sono esemplari. Siamo invitati a leggerle come un codice che ci introduce a verità nascoste, eppure evidenti davanti a noi. Ma la chiave giusta è in ogni caso la relazione con il loro narratore: Gesù stesso. La differenza tra chi può capire e chi non può capire è quella tra chi rimane a interrogare il Maestro e ad ascoltarlo e chi pensa invece che ci sia di meglio da fare. Il discepolo ha la possibilità di comprendere perché rimane esposto al ciclo continuo dell'apprendimento. Ed è in questo ripetersi nel tempo dell'imparare e cambiare, nella trasformazione progressiva del nostro modo di essere e di pensare che si trova il vero motore ermeneutico delle parabole. Esattamente come il contadino che semina, aspetta, falcia e poi ricomincia, così il discepolo, nella vita personale e persino la Chiesa stessa, anche attraverso le generazioni. È qui, nella comprensione della dinamica del discepolo, nella logica della pedagogia divina, che si può comprendere anche la corretta relazione tra valore della tradizione e necessario cambiamento.

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    19 min
  • Perché è difficile parlare della Trinità?
    È possibile "descrivere" Dio? La Trinità è un Mistero rivelato che permette a chi abbraccia la fede, per quanto lo consentono i limiti umani, di fissare lo mente dentro la profondità della natura divina. Si parla infatti del Dio di Gesù, comunicato nel Nuovo Testamento. Ma per parlarne correttamente occorre usare parole e concetti presi in prestito dalla disciplina che ci aiuta a maneggiare i concetti più difficili: la filosofia. Così, cercando di rispondere alla domanda su chi è davvero Gesù, i cristiani hanno formulato una dottrina che pur indicando qualcosa che va oltre le capacità dell'intelligenza, tuttavia ne trasmette le nozioni fondamentali. Nello sforzo di esprimere la Rivelazione, parole come "tri-unità" e persino "persona", sono state appositamente formulate, mentre ad altre, come "sostanza" o "relazione" è stato dato un nuovo e più chiaro significato. Eppure, anche se nessuna mente può contenere l'infinito e "comprendere" l'intimità della Trascendenza, possiamo tuttavia analizzare ciò che diciamo. Afferrare il linguaggio, chiarire a noi stessi e agli altri il senso delle parole che usiamo è infatti possibile e, anche se otterremo comunque un'immagine sbiadita dell'UIltima Realtà, sappiamo in quale direzione andare per incontrarla lì dove ci aspetta.

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    14 min
  • Il Risorto secondo Matteo
    Perché l'apparizione dell'angelo? Come mai le donne sono le prime a vedere il Risorto? C'è un motivo per cui Gesù da appuntamento ai suoi discepoli su un monte in Galilea? Sono le domande cui cerco di rispondere all'interno del video commentando la fine del capitolo 27 e tutto il capitolo 28 del Vangelo di Matteo. Gli eventi che vanno dalla morte di Gesù al mandato missionario ai discepoli costituiscono infatti una unità narrativa che converge verso un punto decisivo: la missione dei credenti e la vicinanza del "Dio con loro", profetizzata all'inizio del vangelo, e garantita fino alla consumazione del tempo.

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    26 min
  • Il dono del Paraclito: perché? (Gv 15, 26-27; 16, 12-15)
    Nel suo ultimo grande discorso nel vangelo di Giovanni, Gesù promette un Paraclito e ne descrive il ruolo e la funzione. Che cosa significa questa parola e soprattutto qual è il senso di questo "paraclito" rispetto a lui e ai suoi discepoli, quelli che ci sono e quelli che verranno?
    Cerchiamo di rispondere in questo video, leggendo i versetti proposti dalla liturgia nella Domenica di Pentecoste ricollocandoli nel loro contesto.

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    13 min
  • Che cosa significa "Paraclito"?
    Che cosa significa Paraclito?
    "Paraclito" è una parola così carica di significati per la lingua greca, che si è praticamente rinunciato a tradurla. Ma che cosa vuol dire? Perché non basta dire "consolatore"? E perché, e questa forse può essere la cosa più sorprendente, Gesù di un "altro" Paraclito, che lui dona a tutti coloro che lo amano e che credono in lui, come se non ce ne fosse uno solo? Ce ne sono due?

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    24 min
  • La fine del Vangelo di Marco e il mistero dell'Ascensione (Mc 16,15-20)
    Come in un film che, dopo l'ultima scena, prosegue con una scritta in sovrimpressione che accenna a che cosa è successo dopo, così sembra concludersi il Vangelo di Marco. La cosiddetta "appendice" del Vangelo ne è in realtà una potente sintesi, anche se stilisticamente molto diversa dall'opera che vuole concludere. In queste righe c'è l'esperienza di tutta la Chiesa primitiva, che ha sentito il bisogno di integrare l'opera di Marco con una preziosa didascalia finale nella quale potesse rispecchiare e collocare se stessa.

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    19 min

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