Fabio Pisacane apre il cuore in una lunga intervista al Corriere dello Sport, tornando sui momenti che hanno segnato la sua vita ben prima di diventare l’allenatore del Cagliari.
“Il 28 gennaio compirò 40 anni”, racconta. “Per me, però, sarà come festeggiarne 26: nel 2001, quando la sindrome di Guillain-Barré mi colpì a 14 anni, sono rinato. Ero un ragazzo pieno di sogni, poi all’improvviso la paralisi, il coma, la paura di morire. Quella malattia non è venuta per distruggermi, ma per completarmi: mi ha reso uomo, mi ha tolto le ansie inutili dell’adolescenza e mi ha insegnato cosa conta davvero. Oggi provo a trasmettere quei valori anche ai miei figli, quando si scoraggiano per un gol sbagliato o un brutto voto”.
Cagliari come casa
Il legame con la Sardegna è ormai parte di lui: “Cagliari non è solo calcio: è casa mia da undici anni, è famiglia. I miei quattro figli sono nati qui. Ho comprato casa al Bastione, vivo a un passo dal mare e al centro della vita cittadina. Questa città è un pezzo di me“.
Dalla Primavera alla Serie A
Il salto in prima squadra lo ha affrontato senza paura: “In undici giornate ho già incrociato tre tecnici scudettati: Conte, Sarri e Pioli. Mi mancano Allegri e Spalletti. Ma non è una questione di nomi: affronto il loro valore, consapevole che questo percorso me lo sono meritato. Allenare i giovani, prima, è stato fondamentale: il calcio cambia come cambia il mondo, bisogna studiare le nuove generazioni. Ma i valori restano, e il primo è il rispetto”.
L’avvio di stagione e una squadra giovanissima
Sui primi mesi da allenatore rossoblù Pisacane è chiaro: “Siamo la terza squadra più giovane del campionato per età media dei giocatori scesi in campo. Abbiamo sbagliato solo la gara contro il Sassuolo. Credo nei giovani, ma sempre con il sostegno dei più esperti: Mina, Luperto, Deiola, Pavoletti sono fondamentali. Il nostro potenziale non è ancora esploso del tutto, complici gli infortuni, ma non si costruisce tutto in tre mesi. Crescere, più ancora che vincere, è la nostra missione quotidiana”.
Il “calcio secondo Pisacane”
La sua idea è chiara, identitaria: “Per me contano visione, coraggio, responsabilità, organizzazione e collaborazione. E sacrificio. Alleni tattica, tecnica e carattere, ma al centro resta sempre l’uomo. Osservo calcio di ogni livello e Paese: mi incuriosiscono le difese scozzesi, la costruzione in Premier, le soluzioni della Serie C. Ho studiato anche a Salisburgo: credo nel ritmo e nell’intensità internazionale, ma le mie radici sono italiane. Devi evolverti senza rinnegare i tuoi principi”.
L’obiettivo per i 40 anni: la salvezza
Quando gli chiedono quale regalo desideri per il suo compleanno, Pisacane non ha dubbi: “La salvezza. Prima arriva, meglio è. Cagliari merita di stare dove sta: è la sua dimensione naturale”.
La sfida al Genoa, tra ricordi e identità
Parlando della prossima partita, il tecnico non nasconde l’emozione: “Genoa per me è un tasto sentimentale. È lì che ho mosso i primi passi, è a Marassi che ho giocato la mia centesima in Serie A e sempre a Genova ho guidato per la prima volta la Primavera del Cagliari. In quella città ho conosciuto sogni, sofferenze e forza. Oggi, però, vivo tutto con più equilibrio”.
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