In Francia, per anni, è stato spiato e trattato da straniero. Una mostra a Milano racconta la vita dell’artista. La prima puntata della nuova Video-rubrica d'arte André Malraux, famoso intellettuale francese, disse che Picasso è stato il più grande artista della storia dopo Michelangelo. Di certo, oggi è uno dei più famosi. Chi non ha mai visto uno dei suoi volti deformati? Chi non si è mai chiesto il perché dei suoi corpi scomposti, come se fossero assemblamenti di pezzi diversi? Per capire l'artista, però, bisogna conoscere la sua vita. E Pablo Picasso, nato a Malaga nel 1881 e morto a Mougins, in Francia, nel 1973, ha avuto una lunga e straordinaria vita, simile a un romanzo.
Un'esistenza non facile, che oggi una mostra a Milano racconta con dipinti, sculture e documenti. Picasso lo straniero, a cura di Annie Cohen-Solal e Cécile Debray, sarà a Palazzo Reale fino a febbraio Perché Straniero? Sin dal suo arrivo a Parigi, nel 1900, Picasso venne prima guardato con sospetto e poi seguito, spiato, indagato dalla polizia. La sua colpa? Non parlare francese e frequentare la cerchia dei catalani di Parigi, anche questi ritenuti delle spie anarchiche. Ma era straniero anche perché ritraeva clown, prostitute, senzatetto. Non era allineato, Picasso, non era francese. Fece la fame, dormì in stamberghe nauseanti, ma sapeva che doveva distaccarsi dalla provincia spagnola nella quale era cresciuto, perché nei primi del Novecento le cose importanti nell'arte accadevano a Parigi: i poeti come Apollinaire, i mercanti, i collezionisti. Era tutto lì.
Picasso resiste e poco per volta non solo si adegua alla sua condizione di esule, ma rovescia la situazione, ne fa un'opportunità. Non è né francese, né spagnolo, ma appartiene al mondo. È dunque libero di passare da un cielo pieno di ombre e di malinconia, come quello del periodo blu, all'universo colorato e sognante degli arlecchini. Ma senza cliché: i suoi clown non hanno nulla di grottesco, perché sono colti nei momenti quotidiani, con la maschera ma fuori scena. Ecco perché la condizione di straniero aiutò Picasso a diventare Picasso: perché non appartenendo a nessuna bandiera poté essere libero fino in fondo.
Sperimentando, passando dalla pittura al collage fino alla scultura. Guardando la realtà con occhi nuovi e più moderni, come fece nella pittura cubista. A cominciare dal capolavoro del 1907, Les Demoiselles d’Avignon: per la prima volta l’idea tradizionale di bello veniva messa in discussione nella pittura. Rivoluzione estetica. E fu grazie a questa autarchia che poté permettersi di trasformare una grande indignazione, un enorme dolore collettivo in una straordinaria opera d'arte, il più importante dipinto politico di tutti i tempi, Guernica, nato dopo il bombardamento dei Paesi Baschi da parte dell'aviazione nazista nel 1937, durante la guerra civile spagnola.
Lui, che mai prima di allora aveva fatto un'opera politica, realizza il simbolo mondiale del rifiuto di tutte le guerre. Nonostante questo, quando, dopo tanti anni in Francia, chiese la cittadinanza, questa gli venne negata. E quando poi, più tardi, gli venne offerta dal governo francese perché nel frattempo era diventato celebre, lui rifiutò. Io non evolvo, io sono - disse una volta. Voleva dire che Picasso non deve crescere e cambiare seguendo un percorso dettato dalle mode o dal mercato o dal gusto della gente, ma, semplicemente essere sé stesso ogni volta. Non è forse questo il cuore dell’essere liberi?
Di Roberta Scorranese e Corriere TV
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