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Il 28 aprile 2021, a Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo, tre rapinatori fanno irruzione nella gioielleria di Mario Roggero. Dopo essersi impossessati della refurtiva, escono dal negozio e tentano la fuga. A quel punto Roggero li insegue impugnando una pistola che custodiva all'interno dell'attività. Mentre i tre stanno per salire in auto, apre il fuoco. Due rapinatori vengono uccisi, il terzo rimane gravemente ferito. L'intera sequenza viene ripresa dalle telecamere di videosorveglianza. Da quel momento, il procedimento penale e il dibattito pubblico si concentrano su un'unica domanda: Mario Roggero ha agito per legittima difesa oppure, una volta cessato il pericolo, è penalmente responsabile di un duplice omicidio volontario e del tentato omicidio del terzo rapinatore?
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Dopo la condanna di Giancarlo Lotti e Mario Vanni, gli inquirenti concentrano le indagini sul possibile movente dei delitti. Le procure di Perugia e Firenze approfondiscono la pista di un presunto circolo altolocato che avrebbe commissionato gli omicidi del Mostro ai cosiddetti Compagni di Merende. Tra gli indagati compaiono anche un giovane medico e un farmacista. Ma queste inchieste si concludono senza condanne: vengono archiviate o si chiudono con assoluzioni.
Negli anni successivi, altri possibili "mostri" finiscono al centro dell'attenzione mediatica, alimentando nuovi sospetti e nuove ipotesi.
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Alla fine degli anni Ottanta gli inquirenti concentrano i loro sospetti su un contadino di Mercatale Val di Pesa: Pietro Pacciani. Diventa lui il nuovo presunto Mostro di Firenze. Processato, viene condannato in primo grado, ma assolto in appello. Nel frattempo, un testimone oculare racconta agli investigatori di aver visto Pacciani e il suo amico Mario Vanni uccidere le ultime due vittime del Mostro. Così, mentre Pacciani muore prima della conclusione definitiva della sua vicenda giudiziaria, si apre il processo ai cosiddetti "compagni di merende".
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Nel giugno del 1981 due giovani fidanzati vengono trovati uccisi a colpi di pistola nelle campagne attorno a Firenze. Sul corpo della ragazza gli investigatori scoprono una vistosa escissione: è il delitto che dà una svolta all'inchiesta sul Mostro di Firenze, il serial killer che tra il 1968 e il 1985 ucciderà otto coppie appartate in auto. L'omicidio viene collegato a un analogo duplice delitto avvenuto sette anni prima, ma mentre gli inquirenti seguono la pista dei cosiddetti "guardoni", il Mostro colpisce ancora, nell'ottobre del 1981 e nel giugno del 1982. Poi un vecchio delitto del 1968 cambia tutto: nasce la "pista sarda" e i sospetti si concentrano sui fratelli Francesco e Salvatore Vinci. Ma il killer è ancora libero. E torna a colpire.
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La morte di Stefano Cucchi segna l'inizio di una lunga battaglia giudiziaria, portata avanti soprattutto dalla sorella Ilaria e dalla sua famiglia, che non smettono di chiedere verità e giustizia. Serviranno ancora diversi anni prima che si riesca ad accertare quanto accaduto nelle ore successive all'arresto. Tra depistaggi, false testimonianze e processi, emergeranno gravi responsabilità all'interno dell'Arma dei Carabinieri. Solo al termine di un lungo percorso giudiziario la giustizia riconoscerà che Stefano Cucchi morì in seguito al violento pestaggio subito mentre si trovava in custodia.
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Il 15 ottobre 2009, a Roma, Stefano Cucchi, geometra di 31 anni, viene arrestato dai Carabinieri della stazione Appia con l'accusa di possesso e spaccio di sostanze stupefacenti. Il giorno successivo l’arresto viene convalidato e Stefano viene trasferito in carcere in attesa del processo. Fin da subito appare in condizioni fisiche precarie: cammina con difficoltà e presenta lividi sul volto e sulla schiena. Morirà il 22 ottobre nel reparto detenuti dell’ospedale Sandro Pertini. Se il primo processo coinvolgerà i medici ritenuti responsabili di gravi carenze nell’assistenza sanitaria e dell’abbandono di Cucchi in uno stato di incuria, una successiva inchiesta farà emergere un’altra verità: Stefano Cucchi era stato picchiato nella caserma dai carabinieri che lo avevano in custodia.
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Mentre il numero delle vittime continua a crescere, gli investigatori inseguono piste senza riuscire a vedere il disegno che le unisce. La svolta arriva con l'omicidio di Tessy Adodo. Per la prima volta, gli inquirenti collegano quel delitto a quello di Stela Truya e agli altri omicidi di prostitute. I RIS stabiliscono che a sparare è sempre la stessa arma. Ma identificare il killer è un'altra storia. Donato Bilancia continua a muoversi indisturbato, invisibile agli occhi di chi lo cerca. A fermarlo non sarà una prova decisiva, ma un dettaglio apparentemente irrilevante. E quando finalmente verrà arrestato, sarà lui stesso a raccontare ciò che nessuno era riuscito a vedere: l'intera storia, dall'inizio.
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Nell'ottobre del 1997, Donato Bilancia, ladruncolo e giocatore d'azzardo, appena compiuti 46 anni, inizia a uccidere. E non si fermerà più. In meno di sette mesi assassinerà diciassette persone. Armato di una Smith & Wesson, esordisce eliminando due biscazzieri che ritiene colpevoli di aver cercato di truffarlo ai tavoli da gioco. Da quel momento la sua scia omicida si allunga senza sosta: gioiellieri, metronotte e cambiavalute diventano i bersagli successivi. Colpendo lungo tutta la costa ligure, Bilancia sembra agire senza un criterio apparente, anche se sulle scene dei delitti lascia numerose tracce. Le procure coinvolte, tuttavia, non riescono a collegare tra loro gli omicidi e continuano a considerarli episodi isolati. Nel frattempo Bilancia continua a uccidere.
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All'alba del nuovo millennio Unabomber torna a colpire. Questa volta i suoi ordigni sono nascosti all'interno di beni di primo consumo, lasciati malignamente sugli scaffali dei centri commerciali. Anche altri ordigni, nascosti in evidenziatori, stelle filanti, cerini, candele votive, continuano ad esplodere nel nord-est. Intanto, grazie a una collaborazione con l'FBI le procure riunite individuano un ingegnere che sembra rispondere al loro profilo. Quando una prova schiacciante contro di lui sembra essere stata individuata si scopre però essere stata artefatta. nel 2026, un ultimo decreto di archiviazione pone la parola "fine" alle indagini sull'ormai sconosciuto dinamitardo del nord-est.
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Nell’agosto del 1994, a Sacile, in provincia di Pordenone, un tubo bomba esplode durante una sagra di paese. Quello che inizialmente viene etichettato come il gesto isolato di un gruppo ambientalista assume presto i contorni dell’azione di un attentatore seriale, al quale verrà attribuito il nome del più famoso terrorista statunitense: Unabomber. Nei mesi successivi, infatti, altri tubi bomba, le cosiddette pipe bomb, esplodono in tutto il Nord-Est italiano. Quando dopo l’ultimo ordigno esploso, sembra che Unabomber si sia fermato, all’alba del nuovo millennio nuovi dispositivi nascosti in oggetti di uso comune segnano l’inizio di una seconda fase di attentati. Questa volta, però, i suoi obiettivi diventano i bambini.
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