Ero immerso nell’acqua gelida del mare costiero, cercando nella notte quella piccola barca bianca che Argo mi aveva lasciato anni prima. Era nascosta tra le scogliere, e non l’avevo mai utilizzata. Sorprendentemente, era ancora lì: erosa dal sale, la chiglia ricoperta di piccoli molluschi. Le onde erano alte e, per un uomo anziano come me, non fu facile salirci. Iniziai a remare, oltrepassando la boa che segnava l’ingresso alla città degli Zero.
Il solo ricordo di quel luogo mi fa ancora rabbrividire: una rete di vecchie imbarcazioni legate da funi e ponti di corda, piene di discepoli falliti ai quali KS aveva negato per sempre l’accesso all’Eden. L’odore di pesce era nauseante. Vagando tra chiglie e ponti tutti simili, finalmente riconobbi il peschereccio di Argo. Era un’imbarcazione vecchia e arrugginita, abbastanza grande da ospitare un equipaggio di cinque. La sua massiccia struttura aveva sicuramente conosciuto giorni migliori. La vernice, una volta bianca e lucente, era ormai sbiadita e scrostata, mostrando il metallo arrugginito sottostante e testimoniando l’usura del tempo e delle lunghe giornate trascorse in mare aperto. Deboli luci illuminavano la cabina di comando sul ponte. Mi avvicinai e chiamai il suo nome.
Argo apparve con una bottiglia in mano. Era lo stesso uomo di sempre: burbero, dal parlare veloce e dall’ironia insopportabile. Era sporco. Notai che indossava ancora la sua tunica nera sotto il giubbotto di pelle. “Kato!” esclamò, riconoscendomi subito. “Quanto tempo è passato? Saranno almeno vent’anni dall’ultima volta che ci siamo visti! Ma guarda che sorpresa! Sali a bordo!”
“Ciao Argo.” risposi, sorridendo.
In un attimo, tutto tornò come prima, come se non ci fossimo mai separati.
“Vedo che la vita ci punisce tutti allo stesso modo” disse, indicando la mia barba ormai bianca. Poi mi diede una pacca vigorosa sulla schiena, “Sono davvero felice di rivedere il tuo viso. Guarda che belle guance! Vieni, dai. Ti offro qualcosa da bere. Abbiamo molto da raccontarci!”
Ci sedemmo nella cabina del peschereccio e cominciammo a parlare del passato, immersi nell’odore di acciaio, cuoio e alcol. Argo mi raccontò di come la sua vita fosse cambiata. Adesso viveva di pesca e faceva baldoria con gli altri Zero fino a notte fonda. In quel momento mi sembrò un uomo felice.
Mi chiese cosa mi avesse portato da lui, quindi gli raccontai di aver bisogno di un mezzo per viaggiare nel deserto. Argo ne fu sorpreso: “Il Kato che conoscevo aveva paura persino di mettere i piedi in acqua. Invece ora attraversi il mare in una piccola barca per arrivare fin qui. Dimmi… cosa ti spinge a uscire dalle Mura di Baltica?” gli occhi gli brillavano di curiosità.
“La stessa cosa di quando eravamo giovani. L’amore.”
Argo spalancò gli occhi. “Ancora Luna? Dopo tutto questo tempo, ancora non ti sei arreso?” Rimasi stupito dal suo tono: Argo mi aveva amato per tutta la gioventù e dopo tutti questi anni parlare di Luna accendeva ancora in lui una punta di gelosia.
“Perché, vorresti dirmi che tu invece ti sei arreso?” chiesi.
Argo fece una pausa e abbassò gli occhi, a disagio. “Voi e la vostra ossessione di dire sempre la verità. Ma non vi stanca?”
“Tu e la tua mania di mentire a più non posso, quella mi stanca.” gli risposi piccato.
Argo sorrise e mi fissò, avvicinandosi: “No, Kato. Purtroppo, neanche il mare è stato capace di farmi dimenticare di te” così dicendo, fece cenno alla bottiglia che avevamo – o meglio, aveva – svuotato nel corso del nostro breve incontro, “Vedi… sei come l’alcol, Kato: migliori con l’età.”
Gli spiegai che se avessi avuto successo, se fossi riuscito a portare Overton a KS, sarei Trasceso.
“Ah giusto, la tua ossessione di essere perfetto!” disse Argo, scuotendo la testa, “Fidati di me, lo zero è l’unico numero perfetto!”
“Hai qualcosa che possa aiutarmi?” gli chi