Il testo analizza il liberalismo classico attraverso due prospettive fondamentali: la via giuridico-deduttiva, basata sui diritti naturali inalienabili, e la via radicale utilitarista, che fonda i limiti del potere sulla gestione degli interessi. L'autore esplora come l'economia politica si sia costituita come scienza, sostituendo la morale tradizionale con un meccanicismo sociale guidato dal desiderio e dal calcolo individuale. Figure come Adam Smith e Adam Ferguson emergono per le tensioni tra la ricerca dell'interesse personale e la necessità di una simpatia morale o di legami sociali. Viene inoltre approfondito il contrasto tra il naturalismo scozzese, che si affida al libero corso delle cose, e il dispotismo legale dei fisiocratici, i quali vedono nel sovrano l'esecutore di leggi naturali divine ed evidenti. In questo quadro, lo Stato ridefinisce la propria funzione, passando da autorità arbitraria a garante della giustizia e dell'istruzione, operando entro i confini invalicabili dell'utilità e dei processi economici spontanei.