Misericordiàti, misericordiamo. Vangelo e omelia | 31ª Domenica (anno C). Castello di Urio 30 ottobre 2022
0:00 Titoli di testa
00:11 Vangelo della 31ª Domenica (anno C), di Zaccheo (Lc 19,1-10)
2:04 Omelia
8:28 Titoli di coda
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Letture: Sap 11,22-12,2; Salmo 144 (145); 2 Ts 1,11-2; Lc 19,1-10.
Trascrizione completa e altro sulle stesse Letture 👉 http://bit.ly/Domenica31 👈
Sulla Misericordia, anche 👉 https://youtu.be/OoOZMu2sgj8 👈
La Liturgia della Chiesa ci conduce attraverso un percorso, un percorso che nutre la nostra fede, la nostra speranza, il nostro amore. Possiamo leggere la Parola di Dio di oggi alla luce di quella di una settimana fa. In particolare, il Vangelo di Zaccheo lo possiamo leggere come una concretizzazione reale della parabola che Gesù aveva narrato una settimana fa: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano». Sappiamo come prosegue questa pagina di Luca.
Il pubblicano ottiene la misericordia perché si umilia davanti a Dio, riconosce la propria condizione peccatrice: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». E invece il fariseo, che davanti a Dio esalta i propri meriti e che guarda con occhio torvo il pubblicano che vede pregare nel tempio, dice Gesù che torna a casa sua inascoltato, «ingiustificato».
E anche oggi vediamo il pubblicano Zaccheo che ottiene la salvezza, il perdono: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo», cioè è figlio non solo nella carne di Abramo — perché Zaccheo era ebreo — ma è anche figlio della fede di Abramo, la fede nella misericordia di Dio. Zaccheo ottiene la misericordia; e invece ci sono i soliti mormoratori che criticano Gesù: «È entrato in casa di un peccatore!».
Allora noi dobbiamo prendere posizione; ricchi o poveri, più o meno dotati, in ricchezza, in titoli, in capacità. Tutti dobbiamo crescere nella fede in un Dio che è «onnipotente» — come l’abbiamo invocato — e anche misericordioso. Però la fede deve diventare operativa; noi dobbiamo cioè imparare da un Dio che è così.
Abbiamo ascoltato dal libro della Sapienza, nella Prima Lettura, che il Signore ha «compassione di tutti» perché tutto può. Ci vuole molto potere, per avere «compassione di tutti», misericordia di tutti e di tutto. Chiude «gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento». Dio è paziente nell’amore; sa aspettare, aspettare il pentimento. E noi? Chiediamoci: siamo pazienti? Sappiamo chiudere gli occhi? Sappiamo lasciarci entrare certe parole da un orecchio e fuoriuscire dall’altro senza lasciare tracce, scie dentro i nostri neuroni? Non è facile. Però è impossibile, se non ce lo proponiamo, se non chiediamo il dono della misericordia, dall’unico che è capace di avere misericordia di tutti. Delle volte sentiamo delle parole che non ci piacciono, dirette a noi o contro altri. Quanto è bello, quanto è fecondo lasciar cadere, chiudere gli orecchi come Dio chiude gli occhi sui peccati degli uomini! Aspettare che sia l’altro/l’altra — se mai ci arriva — a chiedere scusa! Incrociare — come fa Gesù con Zaccheo — il cammino degli altri, ed essere testimoni non solo di fede e di speranza, ma anche di misericordia. Non è facile. Però bisogna anzitutto proporselo. Bisogna anzitutto sapere che proporselo non basta, occorre la grazia; e occorre chiedere questa grazia. Occorre pregare per noi e per gli altri, come fa San Paolo con i Tessalonicesi.
Questi primi cristiani tra loro si chiamavano “santi”, cioè “santificati”; e anche Paolo li chiama “santi”. Ma “santo” non vuol dire “impeccabile”, non vuol dire “che ha capito tutto”. Per esempio, i Tessalonicesi erano convinti che fosse prossimo «il giorno del Signore», cioè il giorno del giudizio del Signore, la fine del mondo, la fine della Storia. E San Paolo li corregge. San Paolo, che deve soffrire anche che scrivano lettere fatte passare sotto il suo nome, per confondere questi uomini e queste donne, questi primi fedeli. E San Paolo ha imparato cos’è la misericordia: «Preghiamo continuamente per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata». Siamo tutti indegni — noi e gli altri —, però preghiamo per noi stessi e per gli altri; per imparare da Dio, per imparare dal Figlio di Dio, per imparare dallo Spirito Santo a lasciarci “misericordiare” — mi piace questo neologismo inventato (mi pare) da Papa Francesco — a lasciarci “misericordiare”, a lasciarci investire, penetrare, impregnare dalla misericordia di Dio, per poi — a nostra volta — “misericordiare” gli altri, elargire misericordia.
Guardiamo alla Vergine Maria, Madre della Misericordia! A me piace tradurre meglio così “Mater Misericordiae”: non “Madre di Misericordia”, ma “Madre della Misericordia”, della Misericordia incarnata, del Volto della Misericordia, che è Gesù Cristo.
Prega per noi Madonna, perché “misericordiati”, “misericordiamo”.
Così sia! Amen!
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