Early Music Stories

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By Giornale della MusicaMusicMusic Interviews
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Early Music Stories episodes

  • Intervista a More Antiquo
    Il canto gregoriano nella Seraphica Civitas

    L’ensemble vocale More Antiquo diretto da Giovanni Conti ha partecipato al festival DeMusicAssisi intonando canti gregoriani sia nella forma di un concerto serale indipendente dalla celebrazione liturgica, che nella mattina seguente durante il rito della messa domenicale, in tutti e due i casi nella Chiesa della Abbazia di San Pietro.  

    Il canto liturgico che è alla base della cultura musicale europea e che rappresenta un importante patrimonio storico è risuonato con particolare intensità nella dimensione medievale della città di Assisi, sia con l’atmosfera di raccoglimento creata durante il concerto intitolato Salve Mater, dedicato a canti mariani, che successivamente tra le diverse parti della messa facendo rivivere la dimensione di profondità spirituale che la tradizione del canto gregoriano riesce a trasmettere amplificando i testi sacri.  

    Nella conversazione collettiva presente in questo podcast il direttore e i cantori di More Antiquo, provenienti da luoghi ed esperienze diverse, riflettono sulla storia e sulla funzione del canto gregoriano e sulle sue caratteristiche evidenziando l’essenza del suo carattere trascendentale.

    Paolo Scarnecchia
    29 min
  • Intervista a Grace Newcombe e Rumorum
    I canti dei predicatori itineranti inglesi del XIII secolo  

    Le prime parole del monito iniziale del concerto dell’ensemble Rumorum, “La gioia mondana non dura a lungo”, risuonano nella volta del Palazzo del Monte Frumentario dove si svolgono i concerti del festival DeMusicAssisi. Provengono da un repertorio di canti poco conosciuti, che sono contenuti nei manoscritti di raccolte miscellanee, e che sono stati raccolti e studiati dalla fondatrice del gruppo musicale, Grace Newcombe.  

    Si tratta di canzoni che nel Medioevo erano intonate dai predicatori itineranti per attirare l’attenzione della gente e ricordare la vanità del mondo e la fugacità della vita umana. I loto testi oscillano fra toni apocalittici e toni di omelia e in alcuni casi sono parafrasi di liriche cortesi piegate a fini morali ed escatologici, come si percepisce anche della stile musicale affine a quello di trovatori e sopratutto trovieri.  

    Uno degli aspetti più interessanti di questo repertorio consiste nella sua varietà linguistica. Una parte di canti infatti è in Middle English, l’inglese medio del periodo che va dall’XI al XV secolo, mentre l’altra è in anglo-normanno, o francese insulare, appannaggio dei ceti nobiliari e dei sovrani e delle loro corti fino al XIV secolo.

    Il programma del concerto è stato diviso in tre parti, la prima dedicata ai canti di natura morale, la seconda a quelli di devozione mariana e la terza a canti secolari, e in questa intervista Newcombe illustra le caratteristiche principali di questo repertorio  anche attraverso alcuni esempi musicali registrati nello storico palazzo del centro di Assisi.                                                                                                                                     Paolo Scarnecchia
    13 min
  • Intervista a Vladimiro Vagnetti e Orientis Partibus
    Venite a laudare, per amore cantare

    La seconda edizione del festival DeMusicAssisi è stata inaugurata il 15 agosto da un concerto dell’Ensemble Orientis Partibus, fondato nella città umbra all’inizio degli anni Novanta, con un programma dedicato alle laude, che quest’anno rappresentano il tema centrale della manifestazione dedicata alla musica medievale.  

    Attraverso l’alternanza di una selezione di canti in volgare contenuti nel Laudario di Cortona e canti in latino presenti nel Laudario di Bobbio, questo concerto ha dato avvio al percorso di riflessione sul genere poetico musicale devozionale che ha avuto una grande importanza nel periodo medievale e anche oltre. Le laude in volgare venivano intonate da confraternite di laici, mentre quelle in latino  erano cantate in chiesa da “clerici” durante le celebrazioni delle più importanti festività del calendario religioso.  

     Nell’intervista Vladimiro Vagnetti descrive i rispettivi ambiti nei quali i due generi di lauda venivano eseguiti, sottolineando come sul piano musicale non esistano differenze sostanziali che riguardano prevalentemente la lingua nella quale il sentimento della devozione ha alimentato la sua espressione poetica.

    Paolo Scarnecchia

    8 min
  • Intervista a Francesco Zimei
    La scoperta di una nuova fonte musicale dell’Ars Nova italiana  

    Chi ha voluto consolidare un registro di riscossione di canoni del XV secolo utilizzando i fogli smembrati e dissezionati di un manoscritto musicale del secolo precedente deve aver pensato che non avesse più valore e fosse oramai obsoleto. D’altronde era una  pratica piuttosto comune in tutta Europa, e in fondo non si coltivava la musica del passato come facciamo noi dal secolo scorso, ma la sua scoperta grazie a una segnalazione di Giacomo Baroffio fatta a Francesco Zimei, ha permesso a quest’ultimo di identificarlo e lo ha spinto a impegnarsi per convincere le autorità responsabili della sua tutela a permettere un restauro che consentisse di ricostruire  quella che è apparsa come una fonte finora sconosciuta di composizioni dell’Ars Nova. Si tratta del manoscritto San Gaudenzo III dell’Archivio di Stato di Rimini che finora era considerato soltanto un documento contabile di canoni (non cantabili perché non  musicali), ma che nascondeva tra le pieghe dei suoi fascicoli ritagli delle pagine del codice musicale scorporate e utilizzate per rinforzarlo.  

    L’annuncio ufficiale del restauro è stato dato il 21 giugno durante una conferenza presso l’Istituto centrale per la patologia degli archivi e del libro, l’istituzione che sta  lavorando al recupero dei supporti musicali che Zimei, docente dell’Università di Trento, ricostituirà virtualmente con la sua equipe al fine di poter pubblicare un facsimile partendo dalle striscioline recuperate. Lo studio del codice potrebbe forse rivelare qualche sorpresa se per caso tra le varie concordanze spuntasse qualche ballata o madrigale trecentesco che non conoscevamo e che potrebbe essere legato agli ambienti della corte malatestiana, come si potrebbe pensare dato il luogo di conservazione del manoscritto.   In questa intervista il musicologo racconta le fasi di questa sua scoperta, spiegando l’importanza del ritrovamento e della presenza, tra i fascicoli del manoscritto, dei rinforzi membranacei provenienti dallo smembramento del codice musicale.  

    Gli esempi musicali presenti nel podcast sono eseguiti dagli ensemble Le Miroir de Musique (versione strumentale) e La Morra (versione vocale) ma non provengono da questa nuova fonte che è ancora in fase di restauro.                                                                        Paolo Scarnecchia
    16 min
  • Intervista a Katarina Livljanić
    Il mistero della vita e della morte nei rituali della antica Bosnia Erzegovina  

    Monumenti e manoscritti bosniaci, croati e serbi sono le fonti di ispirazione di questo suggestivo viaggio sonoro nell’immaginario medievale del mondo balcanico ideato da Katarina Livljanić e realizzato con la collaborazione di Joško Ćaleta e di Jure Miloš. Nel disco concepito come un percorso che evoca il ciclo della vita, dalla nascita alla morte, e la creazione e distruzione del mondo, risaltano i versi di testi religiosi e di quelli trasmessi oralmente, che si susseguono intonati dall’ensemble Dialogos e dalle voci del gruppo croato Kantaduri, che rappresenta la tradizione del  canto polivocale della Dalmazia e di altre aree della ex-Jugoslavia. 

    Uno dei punti di partenza di questo affascinante progetto è rappresentato dalle misteriose epigrafi scolpite nei piccoli monumenti e stele funerarie che sembrano frammenti di eternità che ricordano la caducità della vita, e il titolo del disco  sottolinea la presenza di elementi di paganesimo nelle fonti e nei rituali delle diverse espressioni del cristianesimo della antica Bosnia Erzegovina.

    Da un insieme di preghiere, epitaffi, incantesimi, esorcismi e credenze si levano una serie di canti nei quali si alternano e talvolta si fondono, la creazione di pura immaginazione sonora e la tradizione musicale di trasmissione orale, come racconta Katarina Livljanić in questo podcast.                                                                     Paolo Scarnecchia
    19 min
  • Intervista a Thomas Jarry
    La traduzione pianistica in 3D delle suites per violoncello di Bach

    L’idea di trasferire sulla tastiera di un piano le suites per violoncello di Johannn Sebastian Bach è maturata lentamente nella mente di Thomas Jarry, che le ascoltava affascinato già da bambino eseguite da suo fratello Damien, e che una decina di anni fa ha iniziato a pensare di fare qualcosa in più di una semplice trascrizione, osando profanare la pietra miliare con la quale ogni violoncellista prima o poi nella vita si misurerà.  

    Il suo arrangiamento è legato a uno strumento appartenuto al Conservatorio di Versailles che come le suites bachiane lo aveva affascinato fin da bambino, un  Gaveau concert grand del 1953, che è riuscito a rintracciare da adulto, e a entrarne in possesso dopo varie peripezie. Difficile immaginare qualcosa di più distante a livello organologico, ma la musica di Bach ha una tale pregnanza da resistere a ogni sua possibile traduzione sonora.

    Dopo aver consultato alcune trascrizioni fatte nel passato, insoddisfacenti dal suo punto di vista perché stilisticamente di stampo classicistico, ha cercato di operare una sintesi compatibile con la loro dimensione “barocca” e con il suo tocco personale si è lanciato nell’impresa che è culminata nella registrazione di un doppio disco. 

    In questo podcast il pianista racconta la genesi del suo lavoro di arrangiamento e l’indissolubile legame con il monumentale strumento, pagato un tanto al chilo, con il quale ha immaginato e realizzato la versione da lui definita “tridimensionale” delle celebri suites.                                                                                    Paolo Scarnecchia
    24 min
  • Intervista a Scott Metcalfe, Blue Heron
    Ockeghem, un oltremontano visto da oltreoceano

    L’elegante e raffinato mondo delle chanson di Johannes Ockeghem, visto da una prospettiva d’oltreoceano risuona ancora più prezioso grazie al lavoro di studio e interpretazione fatto da Scott Metcalfe con il suo ensemble Blue Heron, formato a Boston nel 1999.

    Al compositore considerato per il suo virtuosismo contrappuntistico uno degli esponenti più rappresentativi dell’arte polifonica degli oltremontani, così come dalla prospettiva geografica italiana venivano chiamati i compositori franco fiamminghi, il gruppo americano ha dedicato una particolare attenzione. Basta visitare il loro sito dove si trovano diversi documenti, tra cui i programmi di tredici concerti realizzati negli ultimi anni, nei quali sono state eseguite tutte le sue messe, e i ventitré video che rappresentano le diverse tappe del progetto Ockegem@600 pubblicamente iniziato nel  febbraio del 2015 con una introduzione di Sean Gallagher al primo concerto della serie svolto nella First Church di Cambridge, nell’area metropolitana di Boston.

    In occasione della uscita del secondo disco dedicato alle sue chanson, a metà aprile Blue Heron ha organizzato nel centro polivalente Arts at the Armory di Sommerville, nello stato del Massachusetts, l’ Ockeghem Weekend con conferenze, concerti e masterclass e in questo podcast Metcalfe racconta del suo profondo interesse verso il compositore e dello sviluppo del progetto di esecuzione della sua opera completa. 

    Paolo Scarnecchia
    27 min
  • Intervista a Adrian Schvarzstein
    Un Early Musical su e giù per le scale per tutte le stagioni  

    Che la Attems Saga presentata al festival Sryriarte di Graz sia qualcosa che non si era  mai vista prima, come annunciato nel suo testo di presentazione, è quasi certamente vero, nel senso che uno spettacolo che si è svolto in due giorni in tre luoghi diversi con un orchestra, tre cantanti, alcuni attori, un clown, un giocoliere e una danzatrice è qualcosa di piuttosto unico e raro e fa pensare ai divertimenti e agli intrattenimenti delle corti di un tempo, di cui il variegato allestimento si è preso ampiamente e amabilmente gioco.

    Il suo ideatore Thomas Höft, con la complicità del regista Adrian Schvarzstein, ha preso spunto da un semplice fatto storico avvenuto nel 1750, quello di una visita annunciata dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria che alla fine fu solo di passaggio nella città della Styria, sul quale ha costruito un mirabolante avvicendarsi di personaggi in movimento tra i diversi piani di uno dei più importanti palazzi storici del centro di Graz, appartenuto alla famiglia Attems. Gli attori, in costumi e parrucche settecentesche, come tutti i protagonisti di questo viaggio nel tempo, hanno condotto il pubblico su e giù per le scale del palazzo per farlo assistere ai preparativi della attesa visita imperiale, che alla fine non avvenne.  

    Nella prima giornata della Attems Saga, intitolata Treppauf, treppab, erano tutti impegnati nella preparazione del ricevimento, la servitù al piano terra e il conte e la contessa con i loro camerieri nel piano nobile, mentre nelle sale del palazzo risuonavano diverse musiche, da quelle popolari nelle cucine a quelle colte salendo ai piani superiori, in un continuo andirivieni fino al trasferimento in tempo reale in un altro luogo del centro della città, perché l’avventura è proseguita nella sala barocca della vecchia università di Graz. Qui il il pubblico ha potuto assistere alla messa in scena, anche in questo caso in costumi d’epoca, di una audizione organizzata perché il conte potesse scegliere i cantanti per eseguire un’opera per intrattenere Maria Teresa e il suo entourage, creando una promettente  aspettativa per quello che si sarebbe visto e ascoltato il giorno seguente nel vicino Teatro Nazionale di Graz.  

    La definizione di “Early musical” coniata da Thomas Höft non potrebbe essere più adatta per descrivere il teatro nel teatro del pasticcio vivaldiano della seconda giornata, intitolata Die Jahreszeiten-Oper, costruito con arie tratte dalle sue opere e imperniato sui celebri quattro concerti per violino,  archi e continuo dedicati alle stagioni. È qui che si è dispiegata la fantasia dell’autore e del regista, che hanno interpretato rispettivamente il ruolo del poeta ubriacone e dell’impresario truffaldino entrambi al servizio del conte un po’ babbione, giocando  sulla caratterizzazione dei tre cantanti: un soprano primadonna italiana e un mezzosoprano viennese di umili origini, inevitabilmente rivali, e un tenore danese gradasso dal nome impronunciabile.  

    La storia sarebbe troppo lunga da raccontare perché ogni dettaglio del pasticcio allestito immaginando di poter compiacere la sovrana, è stato curato fino al paradosso, così il direttore dell’orchestra in buca era vestito da clochard perché preso dalla strada dall’impresario arraffone, mentre l’esecuzione veniva frequentemente interrotta dal grido “L’imperatrice sta arrivando!”,  con tutti i protagonisti che di corsa si radunavano per intonare un inutile coro di benvenuto. Per non parlare delle gag degli attori che dietro ai cantanti mimavano il clima delle diverse stagioni e le coreografie di una straordinaria stralunata danzatrice, che figurava anche nella composta veste di lacchè.  

    In questo podcast è possibile ascoltare qualche passaggio delle prove fatte nei giorni precedenti al debutto, insieme a due interviste nelle quali Adrian Schvarzstein e Thomas Höft illustrano alcuni aspetti di questo originale progetto che quasi certamente non si fermerà qui, perché la saga probabilmente continuerà con un nuovo episodio il prossimo anno.                                                                                  Paolo Scarnecchia
    18 min
  • Intervista a Thomas Höft
    Un Early Musical su e giù per le scale per tutte le stagioni  

    Che la Attems Saga presentata al festival Sryriarte di Graz sia qualcosa che non si era  mai vista prima, come annunciato nel suo testo di presentazione, è quasi certamente vero, nel senso che uno spettacolo che si è svolto in due giorni in tre luoghi diversi con un orchestra, tre cantanti, alcuni attori, un clown, un giocoliere e una danzatrice è qualcosa di piuttosto unico e raro e fa pensare ai divertimenti e agli intrattenimenti delle corti di un tempo, di cui il variegato allestimento si è preso ampiamente e amabilmente gioco.

     Il suo ideatore Thomas Höft, con la complicità del regista Adrian Schvarzstein, ha preso spunto da un semplice fatto storico avvenuto nel 1750, quello di una visita annunciata dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria che alla fine fu solo di passaggio nella città della Styria, sul quale ha costruito un mirabolante avvicendarsi di personaggi in movimento tra i diversi piani di uno dei più importanti palazzi storici del centro di Graz, appartenuto alla famiglia Attems. Gli attori, in costumi e parrucche settecentesche, come tutti i protagonisti di questo viaggio nel tempo, hanno condotto il pubblico su e giù per le scale del palazzo per farlo assistere ai preparativi della attesa visita imperiale, che alla fine non avvenne.  

    Nella prima giornata della Attems Saga, intitolata Treppauf, treppab, erano tutti impegnati nella preparazione del ricevimento, la servitù al piano terra e il conte e la contessa con i loro camerieri nel piano nobile, mentre nelle sale del palazzo risuonavano diverse musiche, da quelle popolari nelle cucine a quelle colte salendo ai piani superiori, in un continuo andirivieni fino al trasferimento in tempo reale in un altro luogo del centro della città, perché l’avventura è proseguita nella sala barocca della vecchia università di Graz. Qui il il pubblico ha potuto assistere alla messa in scena, anche in questo caso in costumi d’epoca, di una audizione organizzata perché il conte potesse scegliere i cantanti per eseguire un’opera per intrattenere Maria Teresa e il suo entourage, creando una promettente  aspettativa per quello che si sarebbe visto e ascoltato il giorno seguente nel vicino Teatro Nazionale di Graz.   La definizione di “Early musical” coniata da Thomas Höft non potrebbe essere più adatta per descrivere il teatro nel teatro del pasticcio vivaldiano della seconda giornata, intitolata Die Jahreszeiten-Oper, costruito con arie tratte dalle sue opere e imperniato sui celebri quattro concerti per violino,  archi e continuo dedicati alle stagioni. È qui che si è dispiegata la fantasia dell’autore e del regista, che hanno interpretato rispettivamente il ruolo del poeta ubriacone e dell’impresario truffaldino entrambi al servizio del conte un po’ babbione, giocando  sulla caratterizzazione dei tre cantanti: un soprano primadonna italiana e un mezzosoprano viennese di umili origini, inevitabilmente rivali, e un tenore danese gradasso dal nome impronunciabile.  

    La storia sarebbe troppo lunga da raccontare perché ogni dettaglio del pasticcio allestito immaginando di poter compiacere la sovrana, è stato curato fino al paradosso, così il direttore dell’orchestra in buca era vestito da clochard perché preso dalla strada dall’impresario arraffone, mentre l’esecuzione veniva frequentemente interrotta dal grido “L’imperatrice sta arrivando!”,  con tutti i protagonisti che di corsa si radunavano per intonare un inutile coro di benvenuto. Per non parlare delle gag degli attori che dietro ai cantanti mimavano il clima delle diverse stagioni e le coreografie di una straordinaria stralunata danzatrice, che figurava anche nella composta veste di lacchè.

    In questo podcast è possibile ascoltare qualche passaggio delle prove fatte nei giorni precedenti al debutto, insieme a due interviste nelle quali Adrian Schvarzstein e Thomas Höft illustrano alcuni aspetti di questo originale progetto che quasi certamente non si fermerà qui, perché la saga probabilmente continuerà con un nuovo episodio il prossimo anno.                                                                                  Paolo Scarnecchia
    18 min
  • Intervista a Stefan Temmingh e Margret Köll
    Le Sound Stories di Stefan Temmingh e Margret Köll a Styriarte 2024  

    Le storie sonore raccontate con il flauto e l’arpa da Stefan Temmingh e Margret Köll durante il festival Styriarte di Graz sono state presentate raggruppate in tre sezioni. La prima dedicata alla permanenza nel tempo della melodia di un corale, la seconda a una partita di Bach e a un paio di sonate di Scarlatti, intercalate da una composizione contemporanea commissionata dal duo al compositore stiriano Klaus Lang.

    Il dialogo tra passato e presente e tra generi musicali diversi è stato ancor più evidente nella terza parte nella quale sono state eseguite delle danze di Lucas Ruiz de Ribayaz, liutista, chitarrista e arpista castigliano del XVII secolo attivo anche in Perù, e le prime due parti di Nele’s Dances dell’eclettico compositore danese Thomas Koppel scomparo nel 2006.  

    Il concerto si è svolto nella Sala dei Pianeti nel Palazzo di Eggenberg, e il pubblico ha richiamato più volte il duo per continuare ad ascoltarli apprezzando anche la trascrizione di Oblivion di Piazzolla proposta come bis. L'intervista e gli esempi musicali presenti nel podcast come di consueto sono stati registrati nel corso della prova del concerto.

    Paolo Scarnecchia
    14 min

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