Decine di vittime tra poliziotti, militari, esponenti del “Cartello Jalisco Nueva Generación’ e anche civili in seguito all’uccisione di Nemesio Oseguera Cervantes.
Tra i fondatori del gruppo criminale nativo dello stato di Jalisco, ‘El Mencho’ è stato intercettato e ucciso dall’esercito e dalla marina del Messico a Tapalpa, attraverso informazioni d’intelligence Usa.
Immediata la reazione dell’organizzazione, con almeno 300 azioni armate condotte in tutto il Messico. Nel mirino simboli delle autorità, della polizia e della magistratura, ma pure supermercati, centri commerciali, pompe di benzina, trasporti pubblici, compreso l’aeroporto di Guadalajara, capitale del Jalisco, una delle 3 città messicane che ospiteranno 13 partite (su 104) dei Mondiali di Calcio 2026.
Proprio l’avvicinarsi del “grande evento” – con tutto il suo portato di estrattivismo, sfruttamento, gentrificazione, devastazione ambientale e sociale – è la lente con cui guardare l’accelerazione dello scontro, in una sorta di regolamento di conti tra pezzi di uno stesso sistema, intra ed extraMessico, a partire dal ruolo sempre più massivo imposto dalla nuova fase dell’imperialismo Usa, targato Trump.
Ancora una volta, la narrazione della “guerra” tra Stato e organizzazioni criminali dimostra di essere distante anni luce dalla realtà del Messico.
L’uccisione di ‘El Mencho” va invece posta dentro “una guerra di forze criminali che sono un tutt’uno con politici, aziende, ramificazioni del Capitale, articolazioni armate dello Stato e non dello Stato, che in due decenni qui in Messico – spiega a Radio Onda d’Urto dal Chiapas Fabio, compagno del Nodo Solidale – ha fatto 500mila vittime ufficiali, senza calcolare quelle non ufficiali” e di cui, ciclicamente, si ha una qualche labile notizia quando viene ritrovata una delle tante fosse comuni di cui è disseminato il Messico.
In questo scenario il progetto ipercapitalista dei Mondiali di Calcio – con le gigantesche trasformazioni che comporta, flussi di denaro e potere multimiliardari tesi a estrarre valore al massimo, saccheggiando i territori e le vite delle classi lavoratrici – va calato in “un territorio, quello del Messico, immerso – continua Fabio di Nodo Solidale a Radio Onda d’Urto – in 20 anni di frammentazione territoriale”, come compagne-i definiscono la cosiddetta “guerra alla droga”.
Ci sono infatti “una molteplicità di gruppi armati – cartelli, gruppi di autodifesa, gruppi paramilitari, guardie armate di ricchi e certi politici, le articolazioni dello Stato – che attuano una balcanizzazione (o sirianizzazione) del Messico, da spezzettare in una serie di violentissimi conflitti armati locali”.
Anche compagne-i sono colpite-i da questa frammentazione, tra strade bloccate, vite fortemente condizionate e zone controllate da un gruppo o da un altro. “La frammentazione fisica diventa anche emotiva e politica, con un movimento che non riesce ancora a coalizzarsi per rispondere alla complessità dell’attacco in corso. Il lavoro dal basso va però in questa direzione, perchè il Messico è comunque un territorio in perenne resistenza”.
Su Radio Onda d’Urto la corrispondenza dal Messico con Fabio, compagno del Nodo Solidale, che dal 2007 unisce “militanti per la vita con un sogno rivoluzionario, piantato su due sponde dell’oceano, una in Messico e l’altra in Italia”, per “tessere reti fra le realtà ribelli di entrambe le geografie”. Ascolta o scarica
L’analisi, su Radio Onda d’Urto, anche di Andrea Cegna, nostro collaboratore e curatore della newsletter Il Finestrino, dedicata al LatinoAmerica, con cui parliamo anche delle lotte popolari contro i Mondiali. Ascolta o scarica
Al Messico è dedicata anche la puntata di lunedì 24 febbraio di “LatinoAmerica”, la trasmissione quindicinale di Radio Onda d’Urto sul continente americano. Ascolta o scarica.
(in foto: uno murale comparso a Città del Messico, nella zona dello stadio Azteca, contro “El Mondial del despojo”, i Mondiali dell’espropriazione”)