Enoagricola - Audio blog su vino e agricoltura

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By Fabio Ciarla - EnoagricolaSociety & CultureArtsFood
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Enoagricola - Audio blog su vino e agricoltura episodes

  • ENYO e KORA Cincinnato allarga gli orizzonti del Bellone e del Nero Buono

    Max Gazzé cantava “chi si innamora non deve dirlo a nessuno” ma io questa volta faccio un’eccezione e vi racconto di come mi sono innamorato del Tai Rosso dei Colli Berici. L’occasione è un tour su e giù nell’area collinare compresa tra Monti Lessini, Gambellara e Colli Euganei; una zona di leggeri declivi con un microclima unico per il Veneto, dove trovano naturale benevola accoglienza le uve rosse, grazie a un misto di suoli sedimentari e vulcanici e temperature non proprio nordiche. Scendendo verso sud da Vicenza, non prima di aver ammirato la Basilica Palladiana, entriamo in un territorio che vanta ben due primati: la prima Doc Cabernet Franc e la prima Doc Pinot Grigio d’Italia. In realtà si tratta di due Denominazioni distinte, Colli Berici la prima e Vicenza la seconda, dal 2011 però sono entrambe coordinate e gestite da un Consorzio unico, che ha preso il nome di “Vini Colli Berici Vicenza”.

    Concentrandoci sui Colli Berici, anche i dati confermano la supremazia dei vini rossi, che sono circa i due terzi del totale, con più di 1,7 milioni di bottiglie messe in commercio nel 2016 (525 mila invece quelle della Doc Vicenza). Le uve più diffuse sono il Merlot, seguito dal Cabernet Sauvignon e appunto dal Tai Rosso, vitigno autoctono (crasi del nome storico, non più utilizzabile, “Tocai”) ma geneticamente simile al Cannonau sardo così come alla Grenache francese e alla Garnacha spagnola. Tanto che le aziende dell’area partecipano attivamente al concorso “Grenaches du Monde” conquistando spesso e volentieri premi importanti.

    Perché mi sono innamorato del Tai Rosso? Perché è un vitigno dal quale si possono ottenere vini diversi ma sempre molto espressivi. La versione tradizionale prevede una raccolta quasi anticipata sulla reale maturazione fenolica, così da dare vini giocati sull’acidità e sulla freschezza piuttosto che sulla concentrazione. Anche il colore ne risente, tanto che non è raro trovare Tai Rosso d’annata quasi color ciliegia, non proprio rosati ma quasi. Si tratta delle versioni forse più tradizionali, quelle – per capirci – che in zona accompagnano da sempre la Sopressa Vicentina DOP e il baccalà alla vicentina. Ma il Tai è capace, appunto, di fare anche qualcosa di più. Lavorato adeguatamente fin dalla vigna, scegliendo magari i suoli calcarei e meglio esposti, si può concentrare e far maturare, ottenendo alla fine un grande rosso da affinamento. In questo caso l’abbinamento diventa più classico, con le carni a lunga cottura, che sposano bene il frutto maturo che rimane una cifra stilistica di questi vini.

    Insomma il Tai Rosso come il Verdicchio per i bianchi o la Barbera per i rossi, uve in grado di fornire vini freschi da bere giovani ma anche bottiglie da riporre in cantina. In entrambi i casi senza dimenticare l’origine, ma esaltando le differenze che, evidentemente, queste uve si portano dentro fin dalla nascita.

    Ovviamente i Colli Berici non sono solo Tai Rosso, anzi, ci sono Cabernet e Carmenere che meriterebbero uguale spazio, così come alcuni bianchi. Difficile sintetizzare tutto in un solo racconto, per evitare di annoiarvi mi limito a segnalare le aziende e i Tai Rosso che più mi hanno colpito nel bellissimo tour molto ben curato dal Consorzio e da Studio Cru, vissuto in ottima compagnia (che non fa mai male).

    7 min
  • GRANDI CHEF E IMPERDIBILI DEGUSTAZIONI: A VINÒFORUM – LO SPAZIO DEL GUSTO 2019 IN SCENA IL MEGLIO DELL’ENOGASTRONOMIA

    Max Gazzé cantava “chi si innamora non deve dirlo a nessuno” ma io questa volta faccio un’eccezione e vi racconto di come mi sono innamorato del Tai Rosso dei Colli Berici. L’occasione è un tour su e giù nell’area collinare compresa tra Monti Lessini, Gambellara e Colli Euganei; una zona di leggeri declivi con un microclima unico per il Veneto, dove trovano naturale benevola accoglienza le uve rosse, grazie a un misto di suoli sedimentari e vulcanici e temperature non proprio nordiche. Scendendo verso sud da Vicenza, non prima di aver ammirato la Basilica Palladiana, entriamo in un territorio che vanta ben due primati: la prima Doc Cabernet Franc e la prima Doc Pinot Grigio d’Italia. In realtà si tratta di due Denominazioni distinte, Colli Berici la prima e Vicenza la seconda, dal 2011 però sono entrambe coordinate e gestite da un Consorzio unico, che ha preso il nome di “Vini Colli Berici Vicenza”.

    Concentrandoci sui Colli Berici, anche i dati confermano la supremazia dei vini rossi, che sono circa i due terzi del totale, con più di 1,7 milioni di bottiglie messe in commercio nel 2016 (525 mila invece quelle della Doc Vicenza). Le uve più diffuse sono il Merlot, seguito dal Cabernet Sauvignon e appunto dal Tai Rosso, vitigno autoctono (crasi del nome storico, non più utilizzabile, “Tocai”) ma geneticamente simile al Cannonau sardo così come alla Grenache francese e alla Garnacha spagnola. Tanto che le aziende dell’area partecipano attivamente al concorso “Grenaches du Monde” conquistando spesso e volentieri premi importanti.

    Perché mi sono innamorato del Tai Rosso? Perché è un vitigno dal quale si possono ottenere vini diversi ma sempre molto espressivi. La versione tradizionale prevede una raccolta quasi anticipata sulla reale maturazione fenolica, così da dare vini giocati sull’acidità e sulla freschezza piuttosto che sulla concentrazione. Anche il colore ne risente, tanto che non è raro trovare Tai Rosso d’annata quasi color ciliegia, non proprio rosati ma quasi. Si tratta delle versioni forse più tradizionali, quelle – per capirci – che in zona accompagnano da sempre la Sopressa Vicentina DOP e il baccalà alla vicentina. Ma il Tai è capace, appunto, di fare anche qualcosa di più. Lavorato adeguatamente fin dalla vigna, scegliendo magari i suoli calcarei e meglio esposti, si può concentrare e far maturare, ottenendo alla fine un grande rosso da affinamento. In questo caso l’abbinamento diventa più classico, con le carni a lunga cottura, che sposano bene il frutto maturo che rimane una cifra stilistica di questi vini.

    Insomma il Tai Rosso come il Verdicchio per i bianchi o la Barbera per i rossi, uve in grado di fornire vini freschi da bere giovani ma anche bottiglie da riporre in cantina. In entrambi i casi senza dimenticare l’origine, ma esaltando le differenze che, evidentemente, queste uve si portano dentro fin dalla nascita.

    Ovviamente i Colli Berici non sono solo Tai Rosso, anzi, ci sono Cabernet e Carmenere che meriterebbero uguale spazio, così come alcuni bianchi. Difficile sintetizzare tutto in un solo racconto, per evitare di annoiarvi mi limito a segnalare le aziende e i Tai Rosso che più mi hanno colpito nel bellissimo tour molto ben curato dal Consorzio e da Studio Cru, vissuto in ottima compagnia (che non fa mai male).

    7 min
  • VITIGNOITALIA 2019: CON PIU’ DI 18MILA VISITATORI E’ BOOM DI PUBBLICO PER IL SALONE DEI VINI E DEI TERRITORI VITIVINICOLI ITALIANI

    Max Gazzé cantava “chi si innamora non deve dirlo a nessuno” ma io questa volta faccio un’eccezione e vi racconto di come mi sono innamorato del Tai Rosso dei Colli Berici. L’occasione è un tour su e giù nell’area collinare compresa tra Monti Lessini, Gambellara e Colli Euganei; una zona di leggeri declivi con un microclima unico per il Veneto, dove trovano naturale benevola accoglienza le uve rosse, grazie a un misto di suoli sedimentari e vulcanici e temperature non proprio nordiche. Scendendo verso sud da Vicenza, non prima di aver ammirato la Basilica Palladiana, entriamo in un territorio che vanta ben due primati: la prima Doc Cabernet Franc e la prima Doc Pinot Grigio d’Italia. In realtà si tratta di due Denominazioni distinte, Colli Berici la prima e Vicenza la seconda, dal 2011 però sono entrambe coordinate e gestite da un Consorzio unico, che ha preso il nome di “Vini Colli Berici Vicenza”.

    Concentrandoci sui Colli Berici, anche i dati confermano la supremazia dei vini rossi, che sono circa i due terzi del totale, con più di 1,7 milioni di bottiglie messe in commercio nel 2016 (525 mila invece quelle della Doc Vicenza). Le uve più diffuse sono il Merlot, seguito dal Cabernet Sauvignon e appunto dal Tai Rosso, vitigno autoctono (crasi del nome storico, non più utilizzabile, “Tocai”) ma geneticamente simile al Cannonau sardo così come alla Grenache francese e alla Garnacha spagnola. Tanto che le aziende dell’area partecipano attivamente al concorso “Grenaches du Monde” conquistando spesso e volentieri premi importanti.

    Perché mi sono innamorato del Tai Rosso? Perché è un vitigno dal quale si possono ottenere vini diversi ma sempre molto espressivi. La versione tradizionale prevede una raccolta quasi anticipata sulla reale maturazione fenolica, così da dare vini giocati sull’acidità e sulla freschezza piuttosto che sulla concentrazione. Anche il colore ne risente, tanto che non è raro trovare Tai Rosso d’annata quasi color ciliegia, non proprio rosati ma quasi. Si tratta delle versioni forse più tradizionali, quelle – per capirci – che in zona accompagnano da sempre la Sopressa Vicentina DOP e il baccalà alla vicentina. Ma il Tai è capace, appunto, di fare anche qualcosa di più. Lavorato adeguatamente fin dalla vigna, scegliendo magari i suoli calcarei e meglio esposti, si può concentrare e far maturare, ottenendo alla fine un grande rosso da affinamento. In questo caso l’abbinamento diventa più classico, con le carni a lunga cottura, che sposano bene il frutto maturo che rimane una cifra stilistica di questi vini.

    Insomma il Tai Rosso come il Verdicchio per i bianchi o la Barbera per i rossi, uve in grado di fornire vini freschi da bere giovani ma anche bottiglie da riporre in cantina. In entrambi i casi senza dimenticare l’origine, ma esaltando le differenze che, evidentemente, queste uve si portano dentro fin dalla nascita.

    Ovviamente i Colli Berici non sono solo Tai Rosso, anzi, ci sono Cabernet e Carmenere che meriterebbero uguale spazio, così come alcuni bianchi. Difficile sintetizzare tutto in un solo racconto, per evitare di annoiarvi mi limito a segnalare le aziende e i Tai Rosso che più mi hanno colpito nel bellissimo tour molto ben curato dal Consorzio e da Studio Cru, vissuto in ottima compagnia (che non fa mai male).

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  • Ungulati, i Consorzi del vino toscano: “Il Tar condanna a morte l’agricoltura”

    Max Gazzé cantava “chi si innamora non deve dirlo a nessuno” ma io questa volta faccio un’eccezione e vi racconto di come mi sono innamorato del Tai Rosso dei Colli Berici. L’occasione è un tour su e giù nell’area collinare compresa tra Monti Lessini, Gambellara e Colli Euganei; una zona di leggeri declivi con un microclima unico per il Veneto, dove trovano naturale benevola accoglienza le uve rosse, grazie a un misto di suoli sedimentari e vulcanici e temperature non proprio nordiche. Scendendo verso sud da Vicenza, non prima di aver ammirato la Basilica Palladiana, entriamo in un territorio che vanta ben due primati: la prima Doc Cabernet Franc e la prima Doc Pinot Grigio d’Italia. In realtà si tratta di due Denominazioni distinte, Colli Berici la prima e Vicenza la seconda, dal 2011 però sono entrambe coordinate e gestite da un Consorzio unico, che ha preso il nome di “Vini Colli Berici Vicenza”.

    Concentrandoci sui Colli Berici, anche i dati confermano la supremazia dei vini rossi, che sono circa i due terzi del totale, con più di 1,7 milioni di bottiglie messe in commercio nel 2016 (525 mila invece quelle della Doc Vicenza). Le uve più diffuse sono il Merlot, seguito dal Cabernet Sauvignon e appunto dal Tai Rosso, vitigno autoctono (crasi del nome storico, non più utilizzabile, “Tocai”) ma geneticamente simile al Cannonau sardo così come alla Grenache francese e alla Garnacha spagnola. Tanto che le aziende dell’area partecipano attivamente al concorso “Grenaches du Monde” conquistando spesso e volentieri premi importanti.

    Perché mi sono innamorato del Tai Rosso? Perché è un vitigno dal quale si possono ottenere vini diversi ma sempre molto espressivi. La versione tradizionale prevede una raccolta quasi anticipata sulla reale maturazione fenolica, così da dare vini giocati sull’acidità e sulla freschezza piuttosto che sulla concentrazione. Anche il colore ne risente, tanto che non è raro trovare Tai Rosso d’annata quasi color ciliegia, non proprio rosati ma quasi. Si tratta delle versioni forse più tradizionali, quelle – per capirci – che in zona accompagnano da sempre la Sopressa Vicentina DOP e il baccalà alla vicentina. Ma il Tai è capace, appunto, di fare anche qualcosa di più. Lavorato adeguatamente fin dalla vigna, scegliendo magari i suoli calcarei e meglio esposti, si può concentrare e far maturare, ottenendo alla fine un grande rosso da affinamento. In questo caso l’abbinamento diventa più classico, con le carni a lunga cottura, che sposano bene il frutto maturo che rimane una cifra stilistica di questi vini.

    Insomma il Tai Rosso come il Verdicchio per i bianchi o la Barbera per i rossi, uve in grado di fornire vini freschi da bere giovani ma anche bottiglie da riporre in cantina. In entrambi i casi senza dimenticare l’origine, ma esaltando le differenze che, evidentemente, queste uve si portano dentro fin dalla nascita.

    Ovviamente i Colli Berici non sono solo Tai Rosso, anzi, ci sono Cabernet e Carmenere che meriterebbero uguale spazio, così come alcuni bianchi. Difficile sintetizzare tutto in un solo racconto, per evitare di annoiarvi mi limito a segnalare le aziende e i Tai Rosso che più mi hanno colpito nel bellissimo tour molto ben curato dal Consorzio e da Studio Cru, vissuto in ottima compagnia (che non fa mai male).

    7 min
  • Nel weekend a Latina torna “Mangiare con Gusto”, un viaggio tra le eccellenze enogastronomiche italiane

    Max Gazzé cantava “chi si innamora non deve dirlo a nessuno” ma io questa volta faccio un’eccezione e vi racconto di come mi sono innamorato del Tai Rosso dei Colli Berici. L’occasione è un tour su e giù nell’area collinare compresa tra Monti Lessini, Gambellara e Colli Euganei; una zona di leggeri declivi con un microclima unico per il Veneto, dove trovano naturale benevola accoglienza le uve rosse, grazie a un misto di suoli sedimentari e vulcanici e temperature non proprio nordiche. Scendendo verso sud da Vicenza, non prima di aver ammirato la Basilica Palladiana, entriamo in un territorio che vanta ben due primati: la prima Doc Cabernet Franc e la prima Doc Pinot Grigio d’Italia. In realtà si tratta di due Denominazioni distinte, Colli Berici la prima e Vicenza la seconda, dal 2011 però sono entrambe coordinate e gestite da un Consorzio unico, che ha preso il nome di “Vini Colli Berici Vicenza”.

    Concentrandoci sui Colli Berici, anche i dati confermano la supremazia dei vini rossi, che sono circa i due terzi del totale, con più di 1,7 milioni di bottiglie messe in commercio nel 2016 (525 mila invece quelle della Doc Vicenza). Le uve più diffuse sono il Merlot, seguito dal Cabernet Sauvignon e appunto dal Tai Rosso, vitigno autoctono (crasi del nome storico, non più utilizzabile, “Tocai”) ma geneticamente simile al Cannonau sardo così come alla Grenache francese e alla Garnacha spagnola. Tanto che le aziende dell’area partecipano attivamente al concorso “Grenaches du Monde” conquistando spesso e volentieri premi importanti.

    Perché mi sono innamorato del Tai Rosso? Perché è un vitigno dal quale si possono ottenere vini diversi ma sempre molto espressivi. La versione tradizionale prevede una raccolta quasi anticipata sulla reale maturazione fenolica, così da dare vini giocati sull’acidità e sulla freschezza piuttosto che sulla concentrazione. Anche il colore ne risente, tanto che non è raro trovare Tai Rosso d’annata quasi color ciliegia, non proprio rosati ma quasi. Si tratta delle versioni forse più tradizionali, quelle – per capirci – che in zona accompagnano da sempre la Sopressa Vicentina DOP e il baccalà alla vicentina. Ma il Tai è capace, appunto, di fare anche qualcosa di più. Lavorato adeguatamente fin dalla vigna, scegliendo magari i suoli calcarei e meglio esposti, si può concentrare e far maturare, ottenendo alla fine un grande rosso da affinamento. In questo caso l’abbinamento diventa più classico, con le carni a lunga cottura, che sposano bene il frutto maturo che rimane una cifra stilistica di questi vini.

    Insomma il Tai Rosso come il Verdicchio per i bianchi o la Barbera per i rossi, uve in grado di fornire vini freschi da bere giovani ma anche bottiglie da riporre in cantina. In entrambi i casi senza dimenticare l’origine, ma esaltando le differenze che, evidentemente, queste uve si portano dentro fin dalla nascita.

    Ovviamente i Colli Berici non sono solo Tai Rosso, anzi, ci sono Cabernet e Carmenere che meriterebbero uguale spazio, così come alcuni bianchi. Difficile sintetizzare tutto in un solo racconto, per evitare di annoiarvi mi limito a segnalare le aziende e i Tai Rosso che più mi hanno colpito nel bellissimo tour molto ben curato dal Consorzio e da Studio Cru, vissuto in ottima compagnia (che non fa mai male).

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  • VINÒFORUM:IL PARCO DI TOR DI QUINTO SARÀ LO SPAZIO DEL GUSTO 2019

    Max Gazzé cantava “chi si innamora non deve dirlo a nessuno” ma io questa volta faccio un’eccezione e vi racconto di come mi sono innamorato del Tai Rosso dei Colli Berici. L’occasione è un tour su e giù nell’area collinare compresa tra Monti Lessini, Gambellara e Colli Euganei; una zona di leggeri declivi con un microclima unico per il Veneto, dove trovano naturale benevola accoglienza le uve rosse, grazie a un misto di suoli sedimentari e vulcanici e temperature non proprio nordiche. Scendendo verso sud da Vicenza, non prima di aver ammirato la Basilica Palladiana, entriamo in un territorio che vanta ben due primati: la prima Doc Cabernet Franc e la prima Doc Pinot Grigio d’Italia. In realtà si tratta di due Denominazioni distinte, Colli Berici la prima e Vicenza la seconda, dal 2011 però sono entrambe coordinate e gestite da un Consorzio unico, che ha preso il nome di “Vini Colli Berici Vicenza”.

    Concentrandoci sui Colli Berici, anche i dati confermano la supremazia dei vini rossi, che sono circa i due terzi del totale, con più di 1,7 milioni di bottiglie messe in commercio nel 2016 (525 mila invece quelle della Doc Vicenza). Le uve più diffuse sono il Merlot, seguito dal Cabernet Sauvignon e appunto dal Tai Rosso, vitigno autoctono (crasi del nome storico, non più utilizzabile, “Tocai”) ma geneticamente simile al Cannonau sardo così come alla Grenache francese e alla Garnacha spagnola. Tanto che le aziende dell’area partecipano attivamente al concorso “Grenaches du Monde” conquistando spesso e volentieri premi importanti.

    Perché mi sono innamorato del Tai Rosso? Perché è un vitigno dal quale si possono ottenere vini diversi ma sempre molto espressivi. La versione tradizionale prevede una raccolta quasi anticipata sulla reale maturazione fenolica, così da dare vini giocati sull’acidità e sulla freschezza piuttosto che sulla concentrazione. Anche il colore ne risente, tanto che non è raro trovare Tai Rosso d’annata quasi color ciliegia, non proprio rosati ma quasi. Si tratta delle versioni forse più tradizionali, quelle – per capirci – che in zona accompagnano da sempre la Sopressa Vicentina DOP e il baccalà alla vicentina. Ma il Tai è capace, appunto, di fare anche qualcosa di più. Lavorato adeguatamente fin dalla vigna, scegliendo magari i suoli calcarei e meglio esposti, si può concentrare e far maturare, ottenendo alla fine un grande rosso da affinamento. In questo caso l’abbinamento diventa più classico, con le carni a lunga cottura, che sposano bene il frutto maturo che rimane una cifra stilistica di questi vini.

    Insomma il Tai Rosso come il Verdicchio per i bianchi o la Barbera per i rossi, uve in grado di fornire vini freschi da bere giovani ma anche bottiglie da riporre in cantina. In entrambi i casi senza dimenticare l’origine, ma esaltando le differenze che, evidentemente, queste uve si portano dentro fin dalla nascita.

    Ovviamente i Colli Berici non sono solo Tai Rosso, anzi, ci sono Cabernet e Carmenere che meriterebbero uguale spazio, così come alcuni bianchi. Difficile sintetizzare tutto in un solo racconto, per evitare di annoiarvi mi limito a segnalare le aziende e i Tai Rosso che più mi hanno colpito nel bellissimo tour molto ben curato dal Consorzio e da Studio Cru, vissuto in ottima compagnia (che non fa mai male).

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  • BOLOGNA CAPITALE MONDIALE DELLA SFOGLIA: BATTUTO A FICO EATALY WORLD IL RECORD CON UNA “SFOGLIA DA GUINNESS” DA 120 METRI

    Max Gazzé cantava “chi si innamora non deve dirlo a nessuno” ma io questa volta faccio un’eccezione e vi racconto di come mi sono innamorato del Tai Rosso dei Colli Berici. L’occasione è un tour su e giù nell’area collinare compresa tra Monti Lessini, Gambellara e Colli Euganei; una zona di leggeri declivi con un microclima unico per il Veneto, dove trovano naturale benevola accoglienza le uve rosse, grazie a un misto di suoli sedimentari e vulcanici e temperature non proprio nordiche. Scendendo verso sud da Vicenza, non prima di aver ammirato la Basilica Palladiana, entriamo in un territorio che vanta ben due primati: la prima Doc Cabernet Franc e la prima Doc Pinot Grigio d’Italia. In realtà si tratta di due Denominazioni distinte, Colli Berici la prima e Vicenza la seconda, dal 2011 però sono entrambe coordinate e gestite da un Consorzio unico, che ha preso il nome di “Vini Colli Berici Vicenza”.

    Concentrandoci sui Colli Berici, anche i dati confermano la supremazia dei vini rossi, che sono circa i due terzi del totale, con più di 1,7 milioni di bottiglie messe in commercio nel 2016 (525 mila invece quelle della Doc Vicenza). Le uve più diffuse sono il Merlot, seguito dal Cabernet Sauvignon e appunto dal Tai Rosso, vitigno autoctono (crasi del nome storico, non più utilizzabile, “Tocai”) ma geneticamente simile al Cannonau sardo così come alla Grenache francese e alla Garnacha spagnola. Tanto che le aziende dell’area partecipano attivamente al concorso “Grenaches du Monde” conquistando spesso e volentieri premi importanti.

    Perché mi sono innamorato del Tai Rosso? Perché è un vitigno dal quale si possono ottenere vini diversi ma sempre molto espressivi. La versione tradizionale prevede una raccolta quasi anticipata sulla reale maturazione fenolica, così da dare vini giocati sull’acidità e sulla freschezza piuttosto che sulla concentrazione. Anche il colore ne risente, tanto che non è raro trovare Tai Rosso d’annata quasi color ciliegia, non proprio rosati ma quasi. Si tratta delle versioni forse più tradizionali, quelle – per capirci – che in zona accompagnano da sempre la Sopressa Vicentina DOP e il baccalà alla vicentina. Ma il Tai è capace, appunto, di fare anche qualcosa di più. Lavorato adeguatamente fin dalla vigna, scegliendo magari i suoli calcarei e meglio esposti, si può concentrare e far maturare, ottenendo alla fine un grande rosso da affinamento. In questo caso l’abbinamento diventa più classico, con le carni a lunga cottura, che sposano bene il frutto maturo che rimane una cifra stilistica di questi vini.

    Insomma il Tai Rosso come il Verdicchio per i bianchi o la Barbera per i rossi, uve in grado di fornire vini freschi da bere giovani ma anche bottiglie da riporre in cantina. In entrambi i casi senza dimenticare l’origine, ma esaltando le differenze che, evidentemente, queste uve si portano dentro fin dalla nascita.

    Ovviamente i Colli Berici non sono solo Tai Rosso, anzi, ci sono Cabernet e Carmenere che meriterebbero uguale spazio, così come alcuni bianchi. Difficile sintetizzare tutto in un solo racconto, per evitare di annoiarvi mi limito a segnalare le aziende e i Tai Rosso che più mi hanno colpito nel bellissimo tour molto ben curato dal Consorzio e da Studio Cru, vissuto in ottima compagnia (che non fa mai male).

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  • Stile Italiano, l’anima del Pinot Grigio delle Venezie presentata a Vinitaly

    “Stile Italiano” non è solo un claim pubblicitario per la Doc delle Venezie, significa ben altro. D’altronde per un Consorzio che rappresenta la Denominazione più estesa in Italia (sparsa tra Veneto, Trentino e Friuli  Venezia Giulia) e il vino bianco fermo più esportato al mondo, non poteva essere diversamente. Il perché di un concetto apparentemente così ampio, gli obiettivi e le modalità con le quali questi si stanno perseguendo, sono stati al centro dell’incontro con Albino Armani, Presidente del Consorzio DOC delle Venezie, e Alessandro Torcoli, Direttore di Civiltà del Bere, tenutosi lo scorso 7 aprile nello spazio International Buyer’s Club di Vinitaly. Un incontro preceduto da una fotografia del territorio, e dei suoi vini, di grande impatto. Il Consorzio, nato solo nel 2016, vede l’export del proprio prodotto superare i 95%, gestendo una regione – quella comunemente conosciuta come “Triveneto” – che rappresenta circa l’85% del Pinot Grigio prodotto in Italia (su 25 mila ettari vitati) e di conseguenza circa il 40% a livello mondiale.

    Proprio dalla giovane età della Doc è iniziata la serie di domande di Alessandro Torcoli, sul punto il Presidente del Consorzio è stato chiaro: “L’IGT non aveva senso, avendo maglie troppo larghe. Noi amiamo così tanto il Pinot Grigio – ha detto Albino Armani – che dovevamo in qualche modo proteggerlo, per farlo abbiamo creato un Consorzio con una struttura forte, molto organizzata”.

    “Ma come opera il Consorzio, quali sono i suoi strumenti visto quanto è grande l’area da controllare?” ha chiesto ancora Torcoli.

    “Con uno strumento nuovo, abbiamo creato infatti Triveneta Certificazioni, – ha specificato Armani – un nuovo ente che segue solo un prodotto e ha messo in campo ben 56 commissioni di degustazione. Se avessimo frammentato non saremmo arrivati a nulla, in questo modo invece tutto il Pinot Grigio è controllato, gestito, certificato. Abbiamo impostato una griglia stretta, se non c’è la giusta qualità si declassa”.

    Questo per quanto riguarda il controllo, poi – stimolato ancora da Torcoli – il presidente del Consorzio ha specificato come si sta lavorando in vigna e con quali obiettivi: “Stiamo facendo un grande lavoro nei vigneti, con l’IGT si poteva arrivare fino a 19 tonnellate ad ettaro e una resa del 75%. Oggi abbiamo diminuito drasticamente tali limiti, la produzione non può superare le 18 tonnellate ad ettaro e la resa non deve superare il 70%. Ma i produttori sono coesi e saliremo ancora nella ricerca della qualità”.

    A questo punto arriva la domanda più difficile per il Presidente di un Consorzio, a maggior ragione se così grande e variegato, ovvero quella sul prezzo.

    “Domanda insidiosa – ha esordito Armani –, ovviamente non possiamo controllare i prezzi ma possiamo fare altre cose per aumentare il valore e come viene percepito dal consumatore, che è disposto a pagare di più se trova più qualità nel bicchiere. Poi abbiamo anche strumenti legati alle quantità di prodotto immesse sul mercato. Siamo un consorzio giovane e abbiamo uno statuto moderno, possiamo agire infatti sia sullo stoccaggio che sulle riserve e, infine, sui nuovi impianti. Se non c’è limite, non c’è valore”.

    Arrivando al momento della degustazione finale, che ha concluso l’incontro, Torcoli ha punzecchiato Armani proprio sulla percezione del Pinot Grigio delle Venezie. Ed è qui che è uscita la parte concreta di quello “Stile Italiano” con il quale abbiamo iniziato. Perché è vero che per qualcuno si t

    5 min
  • Allo Sheraton Roma Hotel il 5 maggio 2019 torna Piacere Tuscia

    Max Gazzé cantava “chi si innamora non deve dirlo a nessuno” ma io questa volta faccio un’eccezione e vi racconto di come mi sono innamorato del Tai Rosso dei Colli Berici. L’occasione è un tour su e giù nell’area collinare compresa tra Monti Lessini, Gambellara e Colli Euganei; una zona di leggeri declivi con un microclima unico per il Veneto, dove trovano naturale benevola accoglienza le uve rosse, grazie a un misto di suoli sedimentari e vulcanici e temperature non proprio nordiche. Scendendo verso sud da Vicenza, non prima di aver ammirato la Basilica Palladiana, entriamo in un territorio che vanta ben due primati: la prima Doc Cabernet Franc e la prima Doc Pinot Grigio d’Italia. In realtà si tratta di due Denominazioni distinte, Colli Berici la prima e Vicenza la seconda, dal 2011 però sono entrambe coordinate e gestite da un Consorzio unico, che ha preso il nome di “Vini Colli Berici Vicenza”.

    Concentrandoci sui Colli Berici, anche i dati confermano la supremazia dei vini rossi, che sono circa i due terzi del totale, con più di 1,7 milioni di bottiglie messe in commercio nel 2016 (525 mila invece quelle della Doc Vicenza). Le uve più diffuse sono il Merlot, seguito dal Cabernet Sauvignon e appunto dal Tai Rosso, vitigno autoctono (crasi del nome storico, non più utilizzabile, “Tocai”) ma geneticamente simile al Cannonau sardo così come alla Grenache francese e alla Garnacha spagnola. Tanto che le aziende dell’area partecipano attivamente al concorso “Grenaches du Monde” conquistando spesso e volentieri premi importanti.

    Perché mi sono innamorato del Tai Rosso? Perché è un vitigno dal quale si possono ottenere vini diversi ma sempre molto espressivi. La versione tradizionale prevede una raccolta quasi anticipata sulla reale maturazione fenolica, così da dare vini giocati sull’acidità e sulla freschezza piuttosto che sulla concentrazione. Anche il colore ne risente, tanto che non è raro trovare Tai Rosso d’annata quasi color ciliegia, non proprio rosati ma quasi. Si tratta delle versioni forse più tradizionali, quelle – per capirci – che in zona accompagnano da sempre la Sopressa Vicentina DOP e il baccalà alla vicentina. Ma il Tai è capace, appunto, di fare anche qualcosa di più. Lavorato adeguatamente fin dalla vigna, scegliendo magari i suoli calcarei e meglio esposti, si può concentrare e far maturare, ottenendo alla fine un grande rosso da affinamento. In questo caso l’abbinamento diventa più classico, con le carni a lunga cottura, che sposano bene il frutto maturo che rimane una cifra stilistica di questi vini.

    Insomma il Tai Rosso come il Verdicchio per i bianchi o la Barbera per i rossi, uve in grado di fornire vini freschi da bere giovani ma anche bottiglie da riporre in cantina. In entrambi i casi senza dimenticare l’origine, ma esaltando le differenze che, evidentemente, queste uve si portano dentro fin dalla nascita.

    Ovviamente i Colli Berici non sono solo Tai Rosso, anzi, ci sono Cabernet e Carmenere che meriterebbero uguale spazio, così come alcuni bianchi. Difficile sintetizzare tutto in un solo racconto, per evitare di annoiarvi mi limito a segnalare le aziende e i Tai Rosso che più mi hanno colpito nel bellissimo tour molto ben curato dal Consorzio e da Studio Cru, vissuto in ottima compagnia (che non fa mai male).

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  • A maggio fioriscono gli ulivi: arrivano gli Ulivo Days della Fioritura

    Max Gazzé cantava “chi si innamora non deve dirlo a nessuno” ma io questa volta faccio un’eccezione e vi racconto di come mi sono innamorato del Tai Rosso dei Colli Berici. L’occasione è un tour su e giù nell’area collinare compresa tra Monti Lessini, Gambellara e Colli Euganei; una zona di leggeri declivi con un microclima unico per il Veneto, dove trovano naturale benevola accoglienza le uve rosse, grazie a un misto di suoli sedimentari e vulcanici e temperature non proprio nordiche. Scendendo verso sud da Vicenza, non prima di aver ammirato la Basilica Palladiana, entriamo in un territorio che vanta ben due primati: la prima Doc Cabernet Franc e la prima Doc Pinot Grigio d’Italia. In realtà si tratta di due Denominazioni distinte, Colli Berici la prima e Vicenza la seconda, dal 2011 però sono entrambe coordinate e gestite da un Consorzio unico, che ha preso il nome di “Vini Colli Berici Vicenza”.

    Concentrandoci sui Colli Berici, anche i dati confermano la supremazia dei vini rossi, che sono circa i due terzi del totale, con più di 1,7 milioni di bottiglie messe in commercio nel 2016 (525 mila invece quelle della Doc Vicenza). Le uve più diffuse sono il Merlot, seguito dal Cabernet Sauvignon e appunto dal Tai Rosso, vitigno autoctono (crasi del nome storico, non più utilizzabile, “Tocai”) ma geneticamente simile al Cannonau sardo così come alla Grenache francese e alla Garnacha spagnola. Tanto che le aziende dell’area partecipano attivamente al concorso “Grenaches du Monde” conquistando spesso e volentieri premi importanti.

    Perché mi sono innamorato del Tai Rosso? Perché è un vitigno dal quale si possono ottenere vini diversi ma sempre molto espressivi. La versione tradizionale prevede una raccolta quasi anticipata sulla reale maturazione fenolica, così da dare vini giocati sull’acidità e sulla freschezza piuttosto che sulla concentrazione. Anche il colore ne risente, tanto che non è raro trovare Tai Rosso d’annata quasi color ciliegia, non proprio rosati ma quasi. Si tratta delle versioni forse più tradizionali, quelle – per capirci – che in zona accompagnano da sempre la Sopressa Vicentina DOP e il baccalà alla vicentina. Ma il Tai è capace, appunto, di fare anche qualcosa di più. Lavorato adeguatamente fin dalla vigna, scegliendo magari i suoli calcarei e meglio esposti, si può concentrare e far maturare, ottenendo alla fine un grande rosso da affinamento. In questo caso l’abbinamento diventa più classico, con le carni a lunga cottura, che sposano bene il frutto maturo che rimane una cifra stilistica di questi vini.

    Insomma il Tai Rosso come il Verdicchio per i bianchi o la Barbera per i rossi, uve in grado di fornire vini freschi da bere giovani ma anche bottiglie da riporre in cantina. In entrambi i casi senza dimenticare l’origine, ma esaltando le differenze che, evidentemente, queste uve si portano dentro fin dalla nascita.

    Ovviamente i Colli Berici non sono solo Tai Rosso, anzi, ci sono Cabernet e Carmenere che meriterebbero uguale spazio, così come alcuni bianchi. Difficile sintetizzare tutto in un solo racconto, per evitare di annoiarvi mi limito a segnalare le aziende e i Tai Rosso che più mi hanno colpito nel bellissimo tour molto ben curato dal Consorzio e da Studio Cru, vissuto in ottima compagnia (che non fa mai male).

    7 min

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