FILM GARANTITI - Il meglio del cinema

FILM GARANTITI - Il meglio del cinema

By BastaBugieTV & FilmFilm Reviews
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FILM GARANTITI - Il meglio del cinema episodes

  • Pinocchio**** (2002) - Le sorprese del materialista Maestro Ciliegia
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=101

    LE SORPRESE DEL MATERIALISTA MAESTRO CILIEGIA
    Commento al primo capitolo del libro di Pinocchio
    Maestro Ciliegia è un uomo senza grilli sotto la parrucca. Attende al suo lavoro e non si lascia incantare da divagazioni che tentino di spingere il suo interesse oltre ciò che vede e che tocca.
    Non si domanda neppure da che parte arrivi quel pezzo di legno che, a suo dire, è capitato a tempo: la ritiene probabilmente una questione troppo metafisica.
    Per lui un pezzo di legno è solo un pezzo di legno, in tutto uguale a quelli, che d'inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e riscaldare le stanze.
    Sicché non gli potrà toccare sorte diversa. Che se diventerà invece una gamba da tavolino, questa - agli occhi di un uomo positivo come maestro Ciliegia - è indubbiamente per quel legno una fortuna insperata. Un progetto come questo è il massimo della fantasia e dell'ardimento che è consentito al nostro tranquillo e ragionevole falegname.
    Il quale, uomo di princìpi e di buon senso com'è, può essere considerato, senza offesa per nessuno, raffigurazione di ogni sano e scientifico materialismo.
    I princìpi di tutti i maestri Ciliegia sono chiari e indiscussi. Ne elenchiamo qualcuno.
    Primo: solo ciò che si vede e si tocca è vero; il resto è abbaglio, frode, superstizione, superstruttura.
    Secondo: solo ciò che è sempre capitato può capitare; se è avvenuto qualcosa di diverso da ciò che è sempre avvenuto, è segno che non è avvenuto.
    Terzo: un pezzo di legno è solo un pezzo di legno.
    Con questi bei princìpi - sui quali non accetterà mai di discutere perché gli parrebbe di mettere in dubbio il sole - il nostro maestro Ciliegia finisce col picchiare il sedere sul pavimento:
    "Si trovò seduto per terra. Il suo viso pareva trasfìgurito, e perfino la punta del naso, di paonazza come era quasi sempre, gli era diventata turchina dalla gran paura".
    Per cominciare vorremmo sollevare qualche riserva proprio sul terzo principio, quello che sembra così evidente da coincidere addirittura con lo stesso principio di identità. Ma, se lo si esamina da vicino, non convince: ogni essere, considerato per se stesso, senza che si colga nessun legame con la realtà totale e nessun aspetto che ecceda i suoi apparenti confini, è menzognero o, nel più benevolo dei giudizi, astratto. Nessun essere infatti esiste da solo, ma tutti sono parte di una totalità, la sola cosa che sia veramente e pienamente reale, e questa partecipazione conferisce di necessità ai singoli frammenti qualcosa di più di ciò che essi sono.
    Un pezzo di legno, guardato per se stesso, è meno di un pezzo di legno, perché un simile sguardo non coglie il vincolo con l' «unitutto» - vincolo che è sempre in atto - né arriva a rendersi conto di tutte le virtualità che l'oggetto desume da questo vitale inserimento. D'altra parte un pezzo di legno che sia visto come parte del tutto vitalmente unificato è più che un pezzo di legno e le sue virtualità sono senza possibili previsioni.
    La prevalenza della filosofia di maestro Ciliegia è la fonte delle più numerose e gravi aberrazioni che affliggono il mondo contemporaneo, intrigato com'è dallo scientismo e dal fisicismo. Tanto per capirci, facciamo qualche piccolo esempio: una medicina che curasse il fegato come fosse un paziente perfettamente autonomo rispetto al resto dell' organismo; una società che pretendesse di saper educare un bambino allontanandolo dalla famiglia; una dottrina sociologica convinta che un uomo possa essere ancora un uomo dopo che lo si è reciso dalla comunità e lo si è privato delle sue tradizioni; un pensatore cristiano che esaltasse una verità considerata per se stessa e avulsa dal concerto di tutte le verità raccolte nell'unità vivente dell'ortodossia: sono trovate tutte degne di maestro Ciliegia e dei suoi principi. Per non parlare degli abbagli che si riferiscono alla stessa struttura dell'essere, allorché si ritiene di poter conoscere un ente creato senza che sia coinvolto in questa conoscenza l'ente creatore, al quale invece ogni creatura è sempre ontologicamente correlativa.
    Insomma, ogni essere parziale è veramente se stesso, se è visto nell' «unitotalità» entro la quale è stato progettato e voluto. Ma in quanto è nell'«unitotalità» è più che se stesso.
    A questo punto tutti vedono che anche il secondo principio non si regge più: se nessun essere è una monade autarchica, ma è aperto alla vita dell'«unitutto», nessuno può misurare o presagire le reali virtualità di nessuno e le sorprese sono sempre possibili.
    Il primo principio poi è interiormente contraddittorio, in quanto la forma assoluta, universale, eterna in cui viene formulato ne fanno nell'intenzione una privilegiata verità; verità che per altro non si presenta come alcunché di materiale verificabile dai sensi, sicché è palese la contraddizione dell' assunto.
    Se avessero detto a maestro Ciliegia che quel semplice pezzo da catasta sarebbe diventato dopo molte traversie un ragazzino perbene, non avrebbe retto all'indignazione, lui che soltanto per avere udito uscire dal legno una vocina canzonatoria cadde giù come fulminato.
    Agli albori del mondo, nessun maestro Ciliegia - se avesse potuto godersi lo spettacolo tra la folla degli spiriti celesti - avrebbe saputo anticipare il futuro. E agli inizi del fenomeno umano, avrebbe tutt'al più formulato l'ipotesi dell'avvento di una speciale varietà di scimmia, diversa morfologicamente dai quadrumani, ma con una sorte non dissimile. L'homo sapiens sarebbe stato per lui una bella sorpresa.
    I materialisti non mancano di logica, mancano di immaginazione; più che dal ragionamento, sono sconfitti dalla fantasia: la storia effettiva del mondo è più grande di loro.
    Ci sono molti buoni motivi per prendere sul serio l'ipotesi evoluzionista. Anzi, potrebbe addirittura essere ritenuta una persuasione certissima, se potessimo escludere in assoluto la probabilità che Dio si diverta un po' bonariamente alle nostre spalle. Dovremmo cioè essere sicuri che l'umorismo di Dio non stia allestendo lo spettacolo della vicenda cosmica come una commedia offerta agli angeli nel pomeriggio di un loro giorno di festa. A tal fine potrebbe avere disseminato gli strati terrestri di mandibole, di crani, di tibie e di ogni genere di reliquie appartenenti a esseri che non si sono mai sognati di esistere, per rallegrare i Cherubini con la contemplazione delle ingegnose ricostruzioni che noi coi metodi sottili della scienza ne sappiamo ricavare. È un sospetto che a rigore né la scienza né la filosofia sono in grado di dissipare.
    In ogni caso, per rientrare nel novero delle persone posate diciamo che, se evoluzione c'è stata, lo sbalordimento è tutto di maestro Ciliegia. Per quanto si affatichi a tenere nei ranghi della destinazione comune il terribile pezzo di legno, non vi riesce. Il pezzo di legno rifiuta di assimilarsi alla catasta.
    Nel complicato - ma in definitiva omogeneo procedere del cosmo, l'uomo è obiettivamente un sovversivo. Emerge da un frammento di materia che non si lascia travolgere dall'andamento generale delle cose, e cresce e si evolve secondo una linea inedita, unica, capricciosa. Con la sua comparsa l'«armonia» della natura è rotta per sempre, e ogni equilibrio ecologico a ogni epoca è rimesso in crisi.
    L'uomo nasce da un pugno di materia viva che anarchicamente si è trovata una sua linea di sviluppo. Questo sviluppo prosegue ancora implacabile, mettendo seriamente a repentaglio l'ordine cieco, sordo e noioso della così detta natura. Chi sa che esiste lo Spirito, non se ne meraviglia. Ma un tipo come maestro Ciliegia resta senza fiato e arriva alle ipotesi materialisticamente più eterodosse: Che vi sia nascosto dentro qualcuno? Come a dire: che non sia vero che un pezzo di legno sia solo un pezzo di legno? Il suo buon senso però alla fine si impone e gli detta la regola fondamentale di tutti gli uomini come lui: lo non lo posso credere.
    Ci deve pur essere - egli pensa - una causa accettabile dell'improvvisa anomalia che per un momento ha sconvolto un mondo fino allora ordinato e prevedibile:
    "Guardò sotto il banco, e nessuno; guardò dentro un armadio, e nessuno; guardò nel corbello dei trucioli e della segatura, e nessuno; aprì l’uscio di bottega per dare un 'occhiata anche su la strada, e nessuno. O dunque?.. Ho capito, disse allora ridendo..."
    Né aveva capito né aveva molte ragioni per essere allegro. Eppure la sola strada che egli si ostina a voler seguire è quella di riportare tutto entro le dimensioni di una realtà materialisticamente ammissibile e di negare che ci sia una vera differenza tra le cose: tutto è uguale, tutto entra negli schemi, lo spirito è troppo estroso e va rifiutato. Questo legno eccolo qui: è un pezzo di legno da caminetto come tutti gli altri: e a buttarlo sul fuoco c'è da far bollire una pentola di fagioli. Ma è una strada che non lo porta lontano, anzi lo porta a trovarsi alla fine malinconicamente seduto per terra.
    Giacomo Biffi
    Fonte: "Contro Maestro Ciliegia. Commento teologico a
    Le avventure di Pinocchio", ed. Jaca Book
    14 min
  • Pinocchio**** (2002) - Differenze fra il libro ed il film di pinocchio
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=99

    DIFFERENZE TRA IL LIBRO E IL FILM DI PINOCCHIO
    Il libro del Collodi e il film di Benigni messi a confronto
    1) MAESTRO CILIEGIA ASSENTE
    Manca del tutto il primo capitolo del libro. Leggendo il relativo capitolo che il cardinal Biffi gli ha dedicato "Le sorprese del materialista maestro ciliegia", se ne capisce il motivo: la confutazione dell'ateismo potrebbe irritare qualche spettatore. Per mantenersi politicamente corretto nel film non vi è traccia di Maestro Ciliegia. Geppetto trova il pezzo di legno per strada, mentre nel libro glielo dà Mastro Ciliegia.
    Per leggere il commento del cardinal Biffi al primo capitolo, clicca qui!

    2) PINOCCHIO CHE FA IL CANE VIENE LIBERATO PERCHE' COMPIE IL SUO DOVERE
    Quando Pinocchio finisce per fare il cane, viene poi liberato perché compie il suo dovere di cane: abbaiare al ladro. Il precedente cane era invece d'accordo con il ladro di galline e non abbaiava. Ecco perché il padrone lo aveva sostituito e invece premia Pinocchio: per aver compiuto il suo dovere. L'insegnamento è evidente: compiere il proprio dovere di stato (in questo caso fare il cane) alla fine premia, se non in questa vita, senz'altro nell'altra.
    Nel film invece è Lucignolo, il compagno che lo porterà alla rovina e che vuole rubare le galline, a liberare Pinocchio e così si perde il prezioso insegnamento presente nel libro di Collodi.

    3) INSPIEGABILE USCITA DI SCENA DEL GRILLO PARLANTE
    Alla fine del film il grillo parlante se ne va via. Non c'è posto per lui nella nuova casa di Pinocchio. Sembra suggerire che non c'è più bisogno di una coscienza per l'uomo nuovo.
    Sappiamo invece che la coscienza è il fondamentale argine contro il libero arbitrio che altrimenti ci porta alla rovina. Nel libro infatti il grillo parlante riemerge alla fine della favola. E', come sempre, nella sua identità di brontolone antipatico. Eppure Pinocchio ora gli chiede scusa e lo ringrazia. Vive in una capanna regalatagli dalla Fata Turchina, quasi a dirci che nessuno deve fare a meno della propria coscienza. Anzi, proprio una coscienza vigile ci permette di contrastare i nostri vizi e autoassoluzioni.

    4) ALTRI DETTAGLI
    - Nel film Pinocchio incontra Lucignolo per la prima volta in prigione quando viene arrestato dai carabinieri di Acchiappacitrulli accusando il Gatto e la Volpe per il furto delle monete d'oro, nel libro lo conosce a scuola, quando si trasferisce nel Paese delle Api Industriose
    - Quando Pinocchio viene arrestato dai carabinieri che credono che lui abbia colpito Eugenio, lui, vedendo la Fata Turchina, fugge dai carabinieri per poi finire nel campo del contadino che lo assume come cane da guardia (dove, nel libro, cerca di rubare l'uva, cosa che non fa nel film).
    - Quando Pinocchio reincontra Geppetto nella bocca del pescecane, il burattino porta il padre in salvo facendolo irritare prendendogli la parrucca (come fa all'inizio). Nel libro, fuggono in groppa ad un tonno (che nel film non appare) mentre il pescecane dorme.
    - Come ultima scena l'ombra di Pinocchio se ne va via. Questa trovata simbolica non trova riscontro nel libro.

    5) CONCLUSIONE: UN FILM COMUNQUE DA VEDERE E CONSIGLIARE
    A parte queste differenze con il libro, comunque da tenere presenti, il film è la migliore trasposizione cinematografica del capolavoro del Collodi. Va visto come un invito alla lettura di "Le avventure di Pinocchio". Si consiglia la lettura di un capitolo per volta seguito dal relativo capitolo nel commento del cardinal Biffi "Contro Maestro Ciliegia", ed. Jaca Book.
    5 min
  • L'ultimo Samurai**** (2003) - Il coraggio, l'onore e la fedeltà dei Samurai
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=28

    IL CORAGGIO, L'ONORE E LA FEDELTA' DEI SAMURAI
    Nel 1876 un ex capitano dell'esercito statunitense, Nathan Algren, viene incaricato per conto dell'Impero giapponese di addestrare l'esercito dell'imperatore Meiji allo scopo di eliminare i samurai ribelli presenti nel territorio. Algren, veterano del 7º Reggimento di cavalleria, è alcolizzato e lavora pubblicizzando i fucili della Winchester. La missione affidatagli è per lui solo un modo per far soldi e fuggire da un ricordo terribile e opprimente. Arrivato in Giappone scopre un mondo in piena conflittualità tra la frenetica corsa alla modernità tecnologica e commerciale voluta dal nuovo e giovane imperatore e la cultura millenaria di un popolo dedito alla filosofia e alla guerra ideologica dei samurai.
    I generali giapponesi vogliono affrettare la fine della guerra e inviano subito le truppe per intercettare i samurai, anche se Algren cerca invano di convincerli che le truppe non sono pronte. Questa decisione si rivela troppo affrettata, e l'esercito, composto soprattutto da contadini, viene sconfitto dai ribelli (i quali invece vivono immersi in una filosofia che fa della guerra una vera e propria arte e ragion d'essere). Con la fuga disordinata dei suoi sottoposti, Algren rimane da solo; ferito e circondato, non si arrende neanche ai samurai che, scesi da cavallo per finirlo, rilassano la propria attenzione. Agli occhi del comandante avversario, Katsumoto, la testardaggine del proprio nemico vale a redimerlo dalla "colpa" di aver perso ed è simbolo di personalità e senso dell'onore, il tutto unito alla lancia utilizzata avente lo stendardo della tigre bianca, del quale Katsumoto coglie il messaggio; per questo motivo dà ordine di risparmiarlo e portarlo al proprio villaggio.
    Qui Algren impara a conoscere la cultura giapponese tradizionale (che non aveva avuto modo né voglia di approfondire a Yokohama, dove aveva addestrato il nuovo esercito), scoprendo che, ad esempio, i ribelli combattono per l'Imperatore, senza alcuna velleità secessionista; il suo mentore è lo stesso Katsumoto che, seppur contrario all'occidentalizzazione, non disprezza affatto la cultura esterna, ma ne è, al contrario, molto incuriosito. Il capitano decide di schierarsi al fianco dei ribelli e, col tempo, incomincia a essere trattato da pari dai samurai che aveva in precedenza combattuto. Uno dei primissimi abitanti del villaggio con cui instaura un rapporto personale è Taka, sorella di Katsumoto e vedova di Hirotaro (il quale era stato ucciso dallo stesso Algren in battaglia), di cui finisce per innamorarsi.
    I samurai combattono per le tradizioni e per l'Imperatore a cui sono fedeli fino alla morte e contro gli ideali occidentali del commercio e della tecnologia, voluta da politici e generali opportunisti. Il capo dei ribelli samurai, Katsumoto, incontra l'Imperatore Meiji, ma questi è troppo debole per opporsi al volere del Primo Ministro Omura e dei politici. Katsumoto viene arrestato e come da tradizione gli spetta il suicidio rituale, ma Algren e i samurai lo liberano e lo convincono a morire, non per suicidio, ma riguadagnando l'onore combattendo. Tutti sono consapevoli che le spade dei samurai non possono reggere al confronto con le armi da fuoco dell'esercito, nonostante ciò Katsumoto decide di sfidare l'esercito imperiale con al suo fianco Algren (che riceve l'armatura di Hirotaro).

    FILM ISPIRATO A UNA STORIA VERA
    L'ultimo samurai si basa su una storia vera, quella di Jules Brunet, un capitano ed istruttore d'artiglieria che sottostava agli ordini di Napoleone III, inviato in Giappone per insegnare le tattiche innovative militari: una volta arrivato nel paese del Sol Levante, sposa la causa ribelle, dopo essererimasto invischiato nella guerra Boshin.
    Katsumoto è un personaggio che si rifà al militare giapponese Saigō Takamori, samurai del feudo di Satsuma che trovò la morte nella battaglia di Shiroyama. Takamori incarnò la crisi d'identità della sua nazione, divisa tra l'accoglienza del modernismo e la difesa degli antichi valori samurai: Takamori guidò i samurai, come il Katsumoto nel film del 2003, cercando di combattere quel modernismo che si faceva ormai incombente, tentando di essere federe e di difendere fino all'ultimo tradizioni e valori di un mondo, quello samurai, che correva il rischio di scomparire, diventando uno dei grandi eroi nazionali del Giappone.
    7 min
  • L'ultimo Samurai**** (2003) - La storia vera che ha ispirato il film
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=358

    LA STORIA VERA CHE HA ISPIRATO IL FILM
    L'ultimo samurai è un film diretto da Edward Zwick uscito nel 2003, e mira a rendere onore alle tradizioni e ai valori dei samurai attraverso una vicenda storica. Ambientato nel Giappone del XIX secolo racconta la storia di un ex ufficiale americano alcolizzato (Tom Cruise), inviato per addestrare le truppe nipponiche dell'imperatore Meiji attraverso le tecniche militari moderne, contro i ribelli campeggiati dal comandante Katsumoto.Il film si inserisce nel filone storico/epico, in cui gli avvenimenti realmente accaduti vengono distorti per enfatizzare l'emozione e l'entusiasmo del pubblico. Nel film infatti confluiscono le dinamiche della Guerra Boshin (1868-1869) e la ribellione civile di Satsuma del 1877.Il personaggio di Tom Cruise è ispirato alla figura storica di Jules Brunet, nato a Belfort da una famiglia di retaggio militare e diplomato all'Ercole Polytencique a Parigi, che si avvia alla carriera militare entrando a far parte della scuola di artiglieria, dove si laurea. L'uomo partecipò all'intervento francese in Messico del 1862 ricevendo a fine missione la Legion D'Onore e divenendo capitano della cavalleria della guardia imperiale.Nel 1866 Napoleone III inviò un gruppo militare in Giappone per promuovere la modernizzazione delle truppe dello Shogun. Tra questi vi era Jules Brunet capitano istruttore d'artiglieria, incaricato di insegnare ai samurai le più innovative tattiche militari e formarli all'uso delle armi tecnologicamente più avanzate.Fino a quel momento il Giappone era stato chiuso al mondo occidentale e isolato nella sua cultura. In seguito al trattato di Kanagawa invece si permise alle navi occidentali di attraccare in due dei suoi porti, aprendo il mercato e il commercio all'Europa e all'America.L'evento venne percepito come uno shock culturale ed un attentato al potere delle classi aristocratiche, dividendo la nazione in due fazioni: quella aperta alla modernizzazione e quella tradizionalista.Nel 1868 le tensioni interne sfociarono nella guerra di Boshin, conosciuta anche come "la rivoluzione giapponese": da un lato l'imperatore Meiji di approccio modernista che supportava l'instaurazione del potere imperiale e dall'altro Tokugawa Shogunate che perseguiva l'idea di una dittatura militare composta da samurai d'élite.La guerra durò quattro mesi e rappresentò una vittoria decisiva per le truppe imperiali, portando molti signori feudali giapponesi a cambiare fazione dallo Shogun all'imperatore, inducendo alla fuga Brunet e l'ammiraglio dello Shogunato Enomoto Takeaki verso nord, nella capitale Edo (Tokyo) sulla nave da guerra Fujisan.Jules Brunet ignorò il richiamo in patria delle intere truppe francesi da parte di Napolone III, e proclamò la nascita della repubblica di Ezo, situata nell'isola di Hokkaidō, con Enamoto come presidente. Lo scontro decisivo avvenne nella Battaglia di Hakodate nel 1869, dove i 3.000 uomini ribelli di Enamoto vennero annientati dai 7.000 delle truppe imperiali. Nel film questa battaglia è resa con una scena finale di grande suggestione.Il comandante J. Brunet in seguito, fu costretto a scappare dal Giappone poiché dichiarato ufficialmente un nemico pubblico e riuscì, attraversando il Vietnam, a rientrare in Francia. Qui invece di essere processato trovò uno scalpitante appoggio pubblico che inneggiava al suo coraggio, alla sua determinazione e alla lealtà dimostrata, che ricalcavano i valori dei Samurai più coraggiosi, riuscendo così ad essere reinserito nell'esercito e concludendo la sua carriera militare diventando Generale e Capo di Stato Maggiore del Ministro della Guerra francese nel 1898.Nonostante le modifiche cinematografiche il film L'ultimo Samurai manifesta le sue radici in molteplici figure ed eventi storici, pur non essendo completamente fedele a nessuno di essi.Resta chiaro che la vera storia di Jules Brunet è stata la principale ispirazione per il personaggio di Tom Cruise. Brunet infatti ha rischiato la sua carriera e la sua vita per mantenere il suo onore di soldato, rifiutando di abbandonare le truppe che aveva addestrato quando gli era stato ordinato di tornare in Francia.
    7 min
  • La storia infinita* (1984) - Un grande libro da riscoprire
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6231

    LA STORIA INFINITA, UN GRANDE LIBRO DA RISCOPRIRE... METTENDO DA PARTE IL PESSIMO FILM di Paolo Gulisano
    È un dato accertato da tempo: nel più concreto dei mondi possibili, nella società che ha fatto della materia e con la materia quello che nessuna civiltà prima si era azzardata, vi è un insospettabile interesse per il mito e il fantastico. Certo, i grandi spazi, le grandi foreste, le alte montagne di uno scenario fantasy sono altra cosa rispetto al quartiere residenziale periferico con il quale il nostro lettore-tipo si trova a fare i conti quotidianamente. È altrettanto vero che i grandi rischi, i grandi amori, le grandi battaglie, il camminare sul ciglio di profondi burroni, lo scintillio delle spade che si incrociano, sono l'antitesi di quella vita piatta, grigia, codificata e programmata che la modernità propone, o per meglio dire impone.
    Ma non è solo l'insoddisfazione della realtà ciò che spinge verso il fantastico, non solo la volontà di evadere dalle brutture, quella "Santa fuga del prigioniero" di cui parlò Tolkien: nella grande letteratura fantastica si possono ritrovare valori e princìpi di cui non si parla - o se ne parla per deridere e denigrare - nel resto della narrativa.
    Esattamente quarant'anni fa, alla fine del 1979, faceva la sua comparsa nelle librerie un volume che andava ad affiancarsi al Signore degli Anelli e alle Cronache di Narnia come uno dei grandi capolavori della letteratura fantastica: La Storia Infinita, dello scrittore tedesco Michael Ende. Tradotto in più di 40 lingue, il romanzo ha venduto oltre 10 milioni di copie nel mondo ed è diventato un classico della letteratura per ragazzi.
    La maggior parte della storia si svolge a Fantàsia, un mondo fantastico, parallelo al nostro, minacciato dall'espansione di una forza misteriosa chiamata Nulla, che causa la sparizione di regioni sempre più estese del regno. L'Infanta Imperatrice incarica un valoroso giovane guerriero, di nome Atreju, della missione quasi disperata di fermare l'avanzata del Nulla. In questa missione sarà protagonista Bastian, un bambino proveniente dal nostro mondo, da una quotidianità banale e sofferta. Ha dieci anni, ha da poco perso la mamma, e con il padre non riesce a comunicare. A scuola è oggetto di bullismo da parte dei coetanei, e mancano degli adulti che sappiano proporgli qualcosa di bello, che lo aiutino a crescere. Ma un giorno il fantastico fa irruzione nella vita di Bastian attraverso un libro. Leggendo le storie del Regno di Fantàsia, egli si ritrova progressivamente coinvolto negli eventi del racconto.

    IL PESSIMO FILM
    Bastian viene trasportato a Fantàsia, e diventa parte di quel mondo. L'Infanta Imperatrice lo incarica di ricreare il regno a partire dai suoi desideri e gli dona il talismano Auryn. Su di esso campeggia una scritta: «Fa' ciò che vuoi». Sembra la sintesi del pensiero moderno, che esalta l'autorealizzazione, lo spontaneismo dei sensi, il non sottomettersi ad alcuna legge morale. In realtà, pagina dopo pagina, il protagonista scoprirà che quel «fai quel che vuoi» non significa «fai quel che ti pare», ma è secondario - come diceva Sant'Agostino -, all'amore. Ama, e fai quel che vuoi. Che è la strada più ardua del mondo.
    Nel libro, Atreju e Bastian la percorreranno insieme, e il ragazzo attraverserà tutti i suoi desideri e passerà dalla goffaggine iniziale alla bellezza, alla forza, alla sapienza, al potere, fino a quando dovrà fermarsi. Bastian aiuta Atreju nel tentativo di salvare il regno e dovrà infine trovare un modo per ritornare nel mondo reale.
    La Storia infinita può essere letta come una metafora della letteratura intesa come strumento per cambiare gli uomini e di conseguenza la realtà. Si tratta di un vero e proprio moderno romanzo di formazione, storia di un'anima, folgorante scoperta dell'amore, indimenticabile avventura, ma anche un lungo viaggio nell'immaginario e itinerario nell'arte e nella mitologia. La Storia infinita è stato uno dei libri del nostro tempo che ha conquistato, avvinto e incantato generazioni di lettori, diventando una finestra aperta sul regno dei sogni, dell'immaginazione, dei libri, della letteratura.
    Il fascino del libro sopravvisse anche alla versione cinematografica, che uscì nel 1984. Una versione che l'autore disconobbe totalmente, ingaggiando anche una battaglia legale con la produzione. Ende riteneva - a ragione - che il film avesse stravolto e banalizzato i contenuti del suo libro.

    CRESCERE MANTENENDO UN CUORE DA BAMBINI
    La Storia infinita ci racconta come si possa - e si debba - crescere, mantenendo un cuore da bambini. È la stessa lezione che ci viene dalle grandi opere di Tolkien e Lewis. E come i fratelli Pevensie delle Cronache di Narnia fanno ritorno al reale dopo l'incursione nel mondo fantastico, così Bastian tornerà nella realtà, tornerà da suo padre, e finalmente i due riusciranno a parlarsi, a entrare in relazione l'uno con l'altro, a sapersi manifestare il proprio affetto, e sarà la vittoria più bella.
    La critica del tempo, agli albori degli anni '80, accolse piuttosto freddamente il libro: valeva ancora nella letteratura il principio non scritto secondo il quale la narrativa doveva essere soprattutto realistica e politicamente impegnata, per cui non c'era spazio per viaggi nel Regno di Fantàsia. I rappresentanti socialmente attivi della generazione sessantottina criticarono dunque Ende tacciandolo di escapismo, di mancanza di realismo e di tratti eccessivamente naif.
    Erano le stesse critiche che avevano accolto anni prima l'opera di Tolkien. Qualcuno parlò in relazione all'opera di Ende di "effetto placebo", nella misura in cui i giovani lettori spaventati dal futuro e in cerca di una fuga dalla realtà trovavano nel romanzo una risposta al loro bisogno di positività e ricevevano risposte e soluzioni che non erano contenute nel testo stesso.
    In realtà il messaggio contenuto ne La Storia infinita era diametralmente opposto: non una fuga nel mondo della fantasia in cui vivere felici, ma un invito a considerare la fantasia un mezzo per affrontare i problemi del mondo reale. Ende si stancò di doversi ripetutamente giustificare agli occhi della critica per la sua scelta di trattare il fantastico e definì "soffocante" il lungo dibattito sull'escapismo. Intanto il suo libro andava sempre più diffondendosi tra i lettori, in barba alle critiche degli intellettuali, e così poterono essere riscoperte e diffuse delle sue opere precedenti, come la tenerissima fiaba Momo.
    Col tempo, dopo il 1995, l'anno della morte di Ende, la sua popolarità andò un po' affievolendosi. Ma gli ideali della Storia infinita trovarono nuovi epigoni negli ambienti della destra giovanile italiana, che a partire dal 1998 cominciò ad organizzare dei meetings chiamati, significativamente, Atreju. Eventi di formazione, di discussione, di elaborazione culturale per i difficili anni che sarebbero venuti col Terzo Millennio.
    La Storia infinita, quindi, insieme al Signore degli Anelli e alle Cronache di Narnia va a costituire una ideale trilogia di opere letterarie fantastiche dove la fantasia, l'immaginazione, il mito, non sono intesi come estraniazione dalla realtà, ma come ricerca del Bello, del Buono, del Vero.

    Nota di BastaBugie: il pur pessimo film aveva però una bella colonna sonora. Nel seguente video (durata: 3 minuti) dal titolo "Never ending story" si può gustare con i sottotitoli in inglese e relativa traduzione in italiano.
    https://www.youtube.com/watch?v=lKZlKhVwN9Y
    10 min
  • Apocalypto***** (2006) - L'autodistruzione di una civiltà
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=38

    L'AUTODISTRUZIONE DI UNA CIVILTA' di Giacomo Samek Lodovici
    In un villaggio Maya nelle foreste dello Yucatan, il giovane Zampa di Giaguaro vive con gli altri membri di quella piccola comunità, tra scherzi feroci, battute di caccia e l'affetto per la famiglia, il figlio piccolo e la moglie in procinto di partorire una seconda volta. Gli equilibri vengono sconvolti quando...
    Appena uscito nelle sale questo film è stato criticato per la violenza delle scene, ma queste accuse sono infondate come quando criticavano "La passione di Cristo" perché era antisemita. Il vero motivo della levata di scudi è ideologico e vuol contrastare l'abbattimento della leggenda nera sugli spagnoli in America che il film inizia a suggerire...
    L'ispirazione di "Apocalypto" é maturata in Mel Gibson subito dopo "La passione di Cristo". "Penso - dice l'autore- che la gente voglia assistere alla messa in scena di storie grandi, che raccontano qualcosa di interessante e che li tocchino spiritualmente. I motivi della caduta di una civiltà sono sempre stati gli stessi e molti degli eventi che hanno preceduto la fine della civiltà Maya sono gli stessi che si verificano nella nostra società di oggi. La gente pensa che l'uomo moderno sia totalmente illuminato, quando in realtà siamo vittime degli stessi problemi, ma anche capaci dello stesso eroismo e trascendenza".
    Mel Gibson continua a produrre cinema di alta qualità!

    COM'ERANO VIOLENTE LE CIVILTA' PRE-CRISTIANE
    Il cristianesimo, per primo, ha conferito una dignità e un valore inviolabile ad ogni uomo, donna, bambino

    Il film di Mel Gibson, Apocalypto, [...] ha un merito importante, perché mostra che la civiltà Maya, come è stato documentato dalla ricerca storica recente, era costellata da episodi molto diffusi di crudeltà e praticava numerosissimi sacrifici umani. Le descrizioni fatte da Gibson di corpi sventrati, cuori estratti divorati o offerti alle divinità, cadaveri fatti precipitare dalle gradinate dei templi, sono, grossomodo, fedeli.
    In effetti, i sacrifici umani erano ampiamente diffusi nelle civiltà pre-cristiane. Il grande antropologo Renè Girard ha spiegato che l'umanesimo cristiano è stato una novità assoluta, per la sua difesa della dignità intangibile di ogni singolo essere umano: "né la Cina dei mandarini, né il Giappone dei samurai, né le Indie precolombiane, né la Grecia, né Roma [...] si curavano minimamente delle vittime che, con mano generosa, sacrificavano ai loro dei, all'onore della patria, all'ambizione di grandi o piccoli conquistatori».
    Anche i Greci, che pur hanno introdotto la dignità del cittadino, l'hanno però negata alle donne, ai bambini ed agli stranieri e legittimavano la schiavitù. E gli stoici, pur avendo riconosciuto l'uguaglianza di tutti gli uomini, hanno però sminuito la dignità dell'uomo perché non gli hanno riconosciuto una differenza qualitativa rispetto agli esseri inferiori, perché hanno negato che fosse libero, perché gli hanno negato la spiritualità.
    Il cristianesimo, per primo, ha conferito una dignità e un valore inviolabile ad ogni uomo, donna, bambino, giacché ogni uomo:
    a) è individualmente voluto da Dio;
    b) è a immagine e somiglianza di Dio;
    c) è destinato alla comunione con Dio.
    Perciò, storicamente, solo la Chiesa ha introdotto un vero umanesimo, cioè una cultura di promozione e rispetto per ogni uomo. Nelle altre culture esistevano delle solidarietà familiari, tribali, nazionali, ma la sollecitudine verso l'altro non era mai universale; invece la Chiesa ha ripudiato completamente i sacrifici umani e, per fare solo un esempio, ha inventato gli ospedali, come luoghi in cui vengono curati tutti (senza eccezioni) i malati e li ha gestiti fino al XVIII secolo. Per contro, nel '900, i totalitarismi, con le loro ideologie anticristiane, hanno prodotto genocidi e carneficine mostruosi.
    Insomma, il cristianesimo è stato il grande motore dell'umanesimo e lo conferma uno dei suoi più acerrimi nemici, cioè Nietzsche. Questi sosteneva che il genere umano progredisce tramite l'eliminazione dei deboli, e accusava il cristianesimo di essere opposto a quella che egli considerava la vera filantropia, proprio per avere sempre difeso ogni uomo, nessuno escluso: "l'individuo fu considerato dal cristianesimo così importante, posto in modo così assoluto, che non lo si poté più sacrificare, ma la specie sussiste solo grazie a sacrifici umani. [...] E questo pseudoumanesimo che si chiama cristianesimo, vuole far sì che nessuno venga sacrificato".
    Certo, il pericolo di nuovi totalitarismi per ora non incombe, ma l'arretramento del cristianesimo, di cui tanto si compiacciono i laicisti, comporta l'affievolimento progressivo del senso della dignità umana. Così, assistiamo già a molteplici espressioni di favore verso sacrifici umani, come la mercificazione della donna, certi ritmi lavorativi di professioni che impongono tempi di lavoro disumani, l'aborto, l'eutanasia, la clonazione umana, la sperimentazione sugli embrioni.
    7 min
  • Cristiada***** (2012) - San Josè Sanchez del Rio, il martire cristeros 14enne
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=231

    SAN JOSÈ SANCHEZ DEL RIO, IL MARTIRE CRISTEROS 14ENNE di Paolo Gulisano
    Questa mattina in Piazza San Pietro sarà proclamato santo Josè Sanchez del Rio, il piccolo martire della spaventosa persecuzione anti-cattolica che si scatenò in Messico negli anni Venti del secolo scorso. La Canonizzazione ha luogo proprio mentre ricorre infatti il 90° anniversario della rivolta dei cattolici messicani, i quali - perseguitati da un feroce regime massonico e anti-religioso - insorsero in difesa della fede e della libertà. La rivolta finì in un martirio di popolo, in un bagno di sangue che vide barbaramente uccisi migliaia di uomini, donne, bambini, religiosi, vittime di un atroce quanto lucido progetto di scristianizzazione del Paese.
    Fu una delle conseguenze della presa di potere di un'ideologiafortemente anti-cristiana, che si era insediata al governo sull'onda lunga delle vicende della Rivoluzione Messicana del 1910. Una classe dirigente giacobina (con forti legami con la massoneria e con centri di potere economico-finanziari internazionali) che, liquidata la fase 'populista' della Rivoluzione, quella appunto che aveva visto come protagonisti Villa e Zapata e che è stata resa celebre da tanta cinematografia hollywoodiana, venne meno a gran parte delle promesse di giustizia sociale, in particolare nei confronti dei contadini, e instaurò una forma di governo fortemente autoritaria, che, preservando gli interessi economici di pochi oligarchi (molti dei quali statunitensi), si attirò comunque il consenso dei 'progressisti' attraverso l'attuazione di una politica culturale ferocemente avversa alla Chiesa, o meglio: ad ogni espressione sociale del cristianesimo.

    SOPPRESSA OGNI MANIFESTAZIONE PUBBLICA DELLA CHIESA
    A partire dalla Costituzione del 1917 (tuttora in vigore, con qualche piccolo aggiustamento) veniva tolta alla Chiesa personalità giuridica. Vennero chiusi tutti gli ospedali, le cliniche, gli orfanotrofi, gli istituti di accoglienza, le scuole e tutti gli istituti educativi e di ospitalità retti dai cattolici. In poche parole, venne soppressa ogni realizzazione sociale, pubblica, che la fede e la carità avevano realizzato nel corso di quattro secoli in Messico. Veniva lasciata - ma solo per poco tempo - la libertà di celebrare il culto. Un cristianesimo confinato nella sagrestie e allontanato dalla società.
    Questa strategia era analoga ad altre messe in atto dalla Rivoluzione Francese in poi: relegare Dio in cielo e i credenti nelle chiese (una sorta di 'riserve' per chi si ostinasse ancora, dopo l'emancipazione dalla religione, a voler seguire le 'superstizioni religiose'). La finalità era la stessa di tutti i totalitarismi che pretendono di costruire l'uomo nuovo, violentando quella che è la natura dell'uomo stesso, la sua realtà concreta, in forza delle pretese dell'utopia. Come disse Lenin in uno dei più significativi esempi di questa forma mentis, «se la realtà non corrisponde alle teorie, tanto peggio per la realtà».
    Così avvenne per il Messico, che subì il furore ideologico di chi stabilì che il paese andava purgato da ogni segno visibile del cristianesimo, a cominciare dalla società per finire alla coscienza dei singoli. Un'immane opera di scristianizzazione compiuta con la forza. Infatti si procedette con gli arresti, con le violenze fisiche, con le minacce, con la perdita del lavoro, con le uccisioni.
    Di fronte a questa aggressione, i cattolici percorsero ogni via pacifica di opposizione: dalla raccolta di più di un milione di firme di protesta, al boicottaggio dei prodotti governativi, ad altre forme di resistenza civile e non violenta. La risposta del governo fu un ulteriore giro di vite: arresti, torture, fucilazioni senza nemmeno la parvenza di un processo. Ne fecero le spese tutti, anche se particolare fu l'accanimento nei confronti di religiose e sacerdoti. Alla fine, davanti alla spietata mattanza che devastava il paese, non restò che la scelta della legittima difesa in armi, allo scopo di salvaguardare i propri cari. Scoppiò la rivolta dei 'Cristeros' (così venivano definiti sprezzantemente dai governativi i fedeli, a motivo della loro devozione a Cristo Re).
    Non fu esattamente una guerra civile, almeno per l'idea che comunemente si ha di guerra civile, come di contrapposizione fra due fazioni politiche. Nel caso del Messico c'era invece da una parte un partito, una lobby al potere dotata di mezzi economici e di un esercito di leva obbligato a combattere contro i propri compatrioti e fratelli, e dall'altra un popolo intero che combatteva unicamente per difendere le libertà fondamentali: la libertà religiosa, la libertà di educazione per i propri figli, la libertà di vivere secondo i propri princìpi e non secondo l'ideologia imposta dallo stato. Fu una autentica guerra contro la religione, contro ogni segno della fede incarnata che pure costituiva la più autentica identità del Messico.

    SAN JOSÈ SANCHEZ DEL RIO
    Tra i martiri che sfidarono questo potere e diedero la vita per testimoniare il loro amore alla Verità ci fu Josè Sanchez del Rio, un ragazzo che aveva appena tredici anni, appartenente alla Gioventù Cattolica, sezione aspiranti. Quando Callés diede inizio alla carneficina, volle far parte dell'Armata, andandosi a presentare ad uno dei suoi capi, il generale Mendoza. «Se io non sono in grado di portare il fucile - disse - potrà servirsi di me in molti modi, come custodire i cavalli, lavorare in cucina, portare l'acqua e le munizioni».
    Volle essere un Soldato di Cristo Re. Scrisse alla madre: «Mamma, non lasciarmi perdere la bella occasione di guadagnarmi il Paradiso con così poca fatica e molto presto». Josè è ricordato come un bambino vivace, un amico per tutti pronto al gioco e allo scherzo, ma che non tralasciava mai di partecipare ogni giorno alla Messa e di accostarsi ai Sacramenti. Nell'accampamento era il beniamino. Pochi mesi dopo il suo arruolamento fu ammesso a fare parte del corpo di spedizione che si impegnò a fondo nella battaglia di Cotija il 5 febbraio 1928. Sanchez si trovava presso il generale Mendoza. Quando il cavallo del suo superiore cadde ucciso al suolo, il piccolo soldato saltò a terra, offrendo al generale la sua cavalcatura. Il suo gesto non servì: vennero fatti entrambi prigionieri. I nemici si stupirono per la presenza di un bambino tra le fila dei cristeros: lo minacciarono di fucilazione se non avesse dato notizie sui ribelli. Josè si oppose, sdegnato.
    Venne rinchiuso nella Chiesa del villaggio, che era stata trasformata in pollaio. Josè passò la notte pregando, ma quando si accorse, alle prime luci dell'alba, della presenza di galli e galline nella chiesa, preso dall'indignazione tirò il collo a tutti gli animali. Quando i carcerieri se ne resero conto, lo picchiarono selvaggiamente. Alle botte Josè rispose: «Lasciatemi vivo per la fucilazione, per morire martire». Per fargli paura lo fecero assistere alle impiccagioni di altri prigionieri, ma Josè non si fece prendere dalla disperazione, e pregava per loro. Gli fu permesso di scrivere alla mamma: «Cara mamma, mi hanno catturato e stanotte mi fucileranno. E' venuta l'ora che io ho atteso tanto. Io ti saluto insieme ai miei fratelli, e ti prometto che in Paradiso preparerò un buon posto anche per voi tutti».
    Si firmò Josè Sanchez del Rio, «che muore in difesa della Fede, per amore di Cristo Re e della Regina di Guadalupe». Fu ucciso, in odio alla Fede, il 10 Febbraio 1928.

    TESTIMONIARE LA PROPRIA FEDE
    Il grande intellettuale francese Andre Frossard scriveva anni fa «il mondo vuole un cristianesimo smorto e pusillanime, ansioso di ottenere il diritto di cittadinanza in una società che lo disprezza». Josè e i Cristeros ci insegnano ancora oggi che il cristiano non deve avere paura di fronte al mondo di testimoniare la propria fede. Ma la sua canonizzazione avviene in un contesto storico sia locale che globale che non può non interrogarci e riattualizza quel sacrificio. Ancora oggi, come 87 anni fa, il Messico sta vivendo una nuova ondata di persecuzioni e politiche totalitarie. L'imponente manifestazione del Frente Nacional por la Familianasce proprio come reazione alla decisione del presidente del Messico di impedire la libertà di educazione e quella religiosa, attraverso i vessilli della teoria gender che si vuole introdurre in tutte le scuole oltre all'introduzione del matrimonio omosessuale.
    Vescovi messicani iniziano ad essere denunciati e molte scuole sono chiamate al sacrificio della perdita dell'accreditamento, come mostrato anche in Spagna.
    A queste politiche distruttive per l'uomo, non meno anticlericali di quelle delle lobby massoniche al governo nel Paese centr'americano, si si oppone, oggi come ieri, con le armi della preghiera, della testimonianza pubblica e della fede e non è un caso che nel corso dei tanti cortei di piazza, gli oltre 2 milioni di camisetas blancas abbiano issato l'effige di Sanchez Del Rio che al grido di que viva Cristo rey ha fatto risplendere la sua gloria in un campo di battaglia che lo vedeva martire.
    Il suo sacrificio ci arriva ancor oggi in un mondo ostile alla proposta cristiana e alla verità ultima sull'uomo, un mondo che attraverso nuove forme di ideologia vuole tappare la bocca alla libertà.
    14 min
  • Cristiada***** (2012) - L'epopea dei Cristeros messicani
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=69

    L'EPOPEA DEI CRISTEROS MESSICANI di Oscar Sanguinetti
    La rivolta dei cristeros inizia nel 1926 e si conclude, anche se non definitivamente, nel 1929. E cristeros deriva da Cristos Reyes, i "Cristi-Re", come gli avversari definivano con intento spregiativo gli insorti cattolici che combattevano al grido di "Viva Cristo Re!", riprendendo il tema della regalità di Cristo, all'epoca molto popolare e in sintonia con l'enciclica sull'istituzione della festa di Cristo Re "Quas primas", pubblicata nel 1925 da Papa Pio XI (1922-1939).
    Nel Messico, nei secoli seguenti la scoperta e la conquista dell'America, era avvenuta una feconda fusione fra cattolicesimo e cultura indigena. La civiltà iberoamericana, una miscela di elementi senza eguali nel tempo e nello spazio, vi aveva dato frutti di grande originalità in tutti i campi, compresi quelli delle arti figurative e della musica. All'inizio del secolo XX questa cultura, con una religiosità luminosa, pubblica, sopravvive ancora, anche se allo stato residuale e subalterno, nei ceti popolari e rurali, mentre le classi alte e il ceto politico e intellettuale hanno ampiamente assorbito le idee illuministiche e liberali. Dagli inizi del secolo alla guida della repubblica presidenziale federale messicana, per lo più a seguito di colpi di Stato e di guerre civili, si era avvicendata una serie di generali o di despoti, espressione della fazione di volta in volta vincente all'interno dell'unico e intoccabile establishment massonico e laicista, prevalso nella seconda metà dell'Ottocento. Quando scoppia l'insurrezione cattolica è al potere un generale, Plutarco Elías Calles (1877-1945), che pratica una politica rigidamente "modernizzatrice" (il suo partito si autodefinisce "rivoluzionario istituzionale"), filostatunitense e con simpatie per il nascente socialismo latinoamericano. Questa politica porta il governo messicano a inasprire la lotta contro la Chiesa, vista non solo come centro sovranazionale di diffusione dell'"oppio del popolo" (secondo il cliché laicista) ma pure come bastione della conservazione e come ostacolo al latente totalitarismo statale. Il regime di Calles si differenzia dai precedenti per lo stile, il pugno di ferro, lo spirito da scontro epocale che egli ostenta, anche personalmente, nel realizzare la sua politica e che gli varrà, fra i cattolici, il nomignolo di "Nerone".

    IL CONFLITTO FRA STATO E CHIESA
    Nel 1917 il governo di Venustiano Carranza (1859-1920) vara una costituzione fortemente laicistica, che però non viene mai applicata. Nel 1926 il Governo Calles ordina ai governatori dei diversi Stati di emanare decreti volti a far applicare il dettato costituzionale in materia di disciplina dei culti. Essi prevedevano, di fatto, la radicale separazione fra Chiesa e Stato, la completa scristianizzazione dei luoghi pubblici (tribunali, scuole, e così via), l'esproprio totale degli edifici di culto e dei seminari, la proibizione dei voti e degli ordini religiosi, la trasformazione del clero in un corpo di funzionari statali e il "numero chiuso" per lo stesso clero, che doveva essere messicano di nascita, sancendo così l'espulsione dei missionari stranieri. Nel 1925 il Governo, mentre favorisce la diffusione delle missioni protestanti nordamericane, tenta anche - ma invano, a causa della reazione dei cattolici -, di dar vita a una Chiesa Nazionale separata da Roma. Le violenze poliziesche seguenti il tentativo di applicare la nuova disciplina antiecclesiastica, in vigore dal 31 luglio 1926, generano immediatamente la reazione del mondo cattolico, che dà vita a una Lega Nazionale di Difesa della Libertà Religiosa. L'episcopato messicano, in sintonia con la Segreteria di Stato vaticana, retta dal card. Pietro Gasparri (1852-1934), dopo diversi tentativi, falliti, di resistenza legale non violenta - scioperi, boicottaggi e petizioni popolari -, ritiene di reagire alla escalation del terrorismo governativo con un provvedimento inusitato e clamoroso: in segno di protesta sospende completamente l'esercizio del culto pubblico. L'atto, senz'altro legittimo, si rivela però imprudente perché non teneva conto della determinazione degli ambienti governativi di andare fino in fondo nell'affermare il proprio controllo sulla Chiesa - anche se prove in questo senso non erano mancate negli anni precedenti - e, soprattutto, sottovalutava l'impatto che la sospensione del culto avrebbe avuto sul vissuto popolare quotidiano, specialmente dei più umili. Infatti, la cultura del popolo, profondamente nutrita di Bibbia e di leggende religiose, caratterizzata da una forte tensione escatologica, vivacizzata da un'intensa e diffusa pratica devozionale, interpretava consuetamente gli avvenimenti all'interno di categorie che si potrebbero definire "mistiche" e "apocalittiche". Anche la persecuzione di Calles viene dunque letta come l'abbattersi di un flagello biblico, e con altrettanto spirito apocalittico nasce nel popolo la convinzione che occorra reagire, come i fratelli Maccabei, impugnando le armi per ripristinare la giustizia violata.

    L'INSURREZIONE
    Fin dai giorni immediatamente seguenti la sospensione del culto, in più di uno Stato, iniziano ad accendersi focolai di sollevazione. La Santa Sede si oppone alla rivolta armata, l'episcopato non la promuove né l'appoggia. Il mondo cattolico ufficiale - la Lega Nazionale di Difesa della Libertà Religiosa - persiste nell'azione di resistenza legale, che viene repressa con ancora maggiore asprezza: i federali non fanno distinzioni troppo sottili fra cristeros e circoli di Azione Cattolica, il che provoca innumerevoli martiri, particolarmente fra il clero. Il più noto è il sacerdote gesuita Miguel Agustín Pro (1891-1927), beatificato da Papa Giovanni Paolo II il 25 settembre 1988.
    Dall'agosto del 1926 i focolai di rivolta diventano un incendio che divampa in quasi tutti gli Stati della federazione. Comunità intere si sollevano in massa. Clan familiari e confraternite laicali si danno alla macchia sulle montagne, da dove attaccano le truppe federali e le formazioni irregolari filogovernative, i cosiddetti "agraristi". Lo scontro è fin da subito violentissimo. Contro i ribelli, che gli avversari disprezzano come esseri subumani, numerosi ma male armati e privi d'inquadramento militare, il Governo mobilita le truppe migliori dell'esercito nazionale, inclusa l'aviazione. Ciononostante, i cristeros, forti dell'appoggio popolare e praticando la guerriglia, infliggono gravi perdite ai federali e aumentano, passando a controllare e ad amministrare aree sempre più vaste del territorio nazionale, in particolare nella parte centro-meridionale del paese, negli Stati di Durango, Morelia, Jalisco, Zacatecas, Michoacan, Veracruz, Colima e Oaxaca. Un salto di qualità si ha quando, nel 1927, la guida dell'esercito cristero (che conta circa ventimila uomini) viene presa dall'ex generale federale Enrique Gorostieta Velarde (1891-1929), che aderisce inizialmente alla rivolta più per spirito anticonformista che per convinzione religiosa, ma che maturerà in consapevolezza, prima di essere ucciso a tradimento, in combattimento, il 2 giugno del 1929. Fra il 1927 e il 1928 gli insorti sono in grado di affrontare l'esercito federale in vere e proprie battaglie campali, con impiego dell'artiglieria e della cavalleria. Gli aiuti ai combattenti provengono dalla rete creata dalle famiglie, dalle confraternite e dalle organizzazioni di soccorso. In questa sanguinosa guerra clandestina si distinguono le brigate paramilitari femminili, intitolate a santa Giovanna d'Arco (1412-1431). Il clero (i vescovi, tranne due o tre, sono fuggiti all'estero e i sacerdoti vivono nella clandestinità) è pressoché assente fra i combattenti, che devono supplire alla mancanza dei sacramenti con la preghiera, soprattutto con la recita del rosario e dei salmi e con la devozione ai santi patroni. Alla fine del 1928 per i federali comincia a profilarsi il fantasma di una sconfitta sul campo: non riescono più a sostenere il peso della guerra civile su tanti fronti e, soprattutto, sembrano stanchi del terrore su vasta scala, che hanno scatenato contro il loro stesso popolo. Grandi battaglie hanno luogo agli inizi del 1929 (la maggiore è quella di Tepatitlán, nello Stato di Jalisco, il 19 aprile) e il movimento cristero, che conta circa cinquantamila combattenti, è molto vicino alla vittoria.

    GLI "ARREGLOS" E LA "SEGUNDA"
    Davanti alle crescenti difficoltà di domare l'insorgenza, il Governo fa balenare la possibilità di una tregua e i vertici cattolici, che non comprendono la guerra dei cristeros e sono sempre rimasti in spasmodica attesa di un segno di buona volontà da parte dell'avversario, raccolgono subito il segnale e accordi, del tutto informali, gli "Arreglos", vengono frettolosamente sottoscritti il 22 giugno 1929, con l'attenta e determinante regìa della Segreteria di Stato vaticana, e il culto pubblico riprende. Per la Chiesa e per la popolazione questo costituisce un indubbio sollievo, ma per la sollevazione armata significa la fine.
    Venuto meno il generale consenso popolare, costretti a cedere le armi e a tornare ai propri villaggi, i cristeros si trovano immediatamente esposti alla vendetta, anche privata, dei federali, dal momento che gli "Arreglos" non contenevano nessuna garanzia a salvaguardia dei combattenti. Mentre la Chiesa non ricupera la sua libertà e, anzi, continua a essere perseguitata, la repressione nei confronti dei combattenti cristiani (soprattutto dei capi e dei quadri), per lo più contadini, continua ininterrottamente, almeno fino agli anni 1940. Così i cristeros, dopo una ripresa disperata della rivolta fra il 1934 e il 1938 - la cosiddetta "Segunda" -, quasi scompaiono, talora fisicamente, dalla storia del paese: restano ancora oggi, indomiti, alcuni piccoli nuclei di reduci che pubblicano un periodico, David.
    14 min
  • Hidden Life* (2020) - La vita nascosta
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=229

    IL BEATO FRANZ RIMASE FEDELE ALLA VERITA' RIFIUTANDO IL GIURAMENTO A HITLER di Rino Cammilleri
    Hidden Life, «vita nascosta» è il titolo dell'ultimo film di Terrence Malick, regista di culto talmente perfetto e ricercato da sfornare mediamente un film ogni dieci anni. Pur essendo non credente, questa volta si è voluto cimentare con la figura di Franz Jägerstätter, che la Chiesa cattolica venera come Beato. Come sappiamo si tratta di un martire del nazismo, giustiziato perché aveva rifiutato di prestare il giuramento di fedeltà a Hitler.
    Innanzitutto rimarchiamo la singolarità di un autore hollywoodiano che, anziché fare il miliardesimo film sulla Shoà, si ricorda che il nazismo fece anche altre vittime. È pur sempre un film sul «silenzio di Dio», ma (come acutamente osservato dalla nostra Frigerio) sembra una specie di risposta a Silence di Martin Scorsese: là due gesuiti, sotto pressione nel Giappone del XVII secolo, apostatano; qui un contadino padre di famiglia sceglie di non sottomettersi. E veniamo al protagonista, la cui figura il regista sottovaluta per concentrarsi sul dilemma interiore (così che allo spettatore può rimanere il dubbio se sia un fanatico o un santo).
    È austriaco, nato nel borgo contadino di Sankt Radegund nel 1907 da una ragazza madre. Fa il contadino in Baviera e il minatore nella Stiria. Nel 1933 torna al paese e si fa notare per l'allegra scapestrataggine, le risse, le baldorie. Bello, ardente e corteggiato, visto che c'è, mette incinta una servetta. Due anni dopo, l'incontro della sua vita con Franziska, che lo sposa e gli fa mettere la testa a posto. Franziska è tutta preghiera, con lei Franz comincia a leggere la Bibbia tutti i giorni. In breve diventa fervente e si offre come sacrestano in chiesa. Franziska gli dà tre bambine, una dietro l'altra.

    TROPPO BELLO PER DURARE
    Franz è trasfigurato, la scoperta della fede gli dà una gioia mai provata prima, il lavoro nei suoi campi va bene, la famiglia è per lui un paradiso. Ma è troppo bello per durare.
    Nel 1938 con l'Anschluss l'Austria passa sotto la Germania hitleriana. Franz, che si è informato bene, sa che il nazismo è incompatibile col cattolicesimo e comincia a comportarsi di conseguenza: declina l'offerta di fare il borgomastro, rifiuta gli assegni familiari e perfino l'indennizzo di Stato che gli spetterebbe per i danni di una grandinata. Poco a poco la popolarità di cui gode in paese si muta in sorda ostilità. Gli danno del fanatico, del fissato, del piantagrane che finirà con l'attirare la malevola attenzione del regime su Sankt Radegund. Anche sua moglie subisce l'ostracismo, perfino le figliolette, con le quali nessun bambino vuole più giocare. Tutti gli si rivoltano contro, anche il parroco gli consiglia di cedere, addirittura il vescovo di Linz. Tutti, tranne sua moglie, colei a cui deve la sua conversione. Franziska è disperata per la situazione, ma pur tra le lacrime sta col marito e lo incoraggia a perseverare in ciò che ritiene giusto. Sa bene che senza di lui la loro fattoria andrà in malora e che lei e le figlie saranno marchiate per sempre come familiari di un traditore. Ma, anche se non capisce del tutto la sua decisione, si schiera con lui. Una moglie così è una enorme grazia: tutta la nostra invidia.
    Poi le cose precipitano: la Germania entra in guerra col mondo e Franz viene chiamato alle armi. Lui, che non vuole contribuire alle conquiste di Hitler, si presenta ma, all'ora del giuramento personale al Führer, non ne vuole sapere. Carcere, angherie, interrogatori. Ma non cede. Per non creare un imbarazzante precedente gli offrono il servizio alternativo nella sanità. Domanda: dovrò giurare fedeltà a Hitler? Risposta: sì. Replica: allora non se ne fa nulla. Lo spediscono a Berlino, per comparire davanti a un tribunale del Reich come renitente ma anche, ed è peggio, come dissidente. Quelli che lo visitano, e pure il suo avvocato, lo pongono di fronte al ricatto morale: non pensi alle tue bambine? che ti costa fingere di giurare? La pena prevista è la morte, lascerai la tua famiglia alla fame e segnata per sempre; sei sicuro che la tua posizione non derivi da orgoglio che tu confondi con la coerenza alla fede religiosa?

    ARRIVERANNO TEMPI OSCURI
    Ma lui, tra le letture quotidiane della Bibbia, ha presente quell'anziano ebreo che rifiuta di mangiare carne di maiale al tempo della persecuzione di Antioco: anche a lui avevano suggerito di far finta per salvarsi la vita, ma lui aveva pensato al cattivo esempio che avrebbe dato ai giovani se avesse ceduto. La pena di morte nel Reich era somministrata tramite ghigliottina, retaggio dell'occupazione napoleonica. Franz Jägerstätter vi mise il collo il 9 agosto 1943 nel quartiere berlinese di Brandeburgo. È stato beatificato nel 2007. Martirio subìto in odio alla fede. Franz era terziario francescano e aveva perfino fatto il suo bravo servizio militare nell'esercito austriaco. Ma all'ora del referendum sull'unione dell'Austria alla Germania era stato l'unico in tutta Sankt Radegund a votare no. No al nazismo pagano e, poi, no alla guerra che questo aveva scatenato.
    Il film di Malick dura tre ore e reca lo stile inconfondibile dell'autore, che porta lo spettatore a chiedersi che cosa induca un giovane la cui vita è completamente felice a giocarsi tutto in nome della fedeltà a un principio. Molte scene sono dedicate al tormento di un credente che, come il biblico Giobbe, è circondato da «consolatori» che lo spronano a cedere, che lo colpevolizzano per la sua caparbietà e per la sua insensibilità nei confronti della moglie e delle figliolette, la cui sorte, per colpa sua, sarebbe stata amara. Nel film compare anche, in un «cameo», il famoso attore tedesco Bruno Ganz recentemente scomparso: interpreta un anziano ufficiale che, unico, sembra comprendere il dilemma di Franz, ma che alla fine lo abbandona, pur a malincuore, alla sua sorte. È un omaggio a quegli uomini dell'esercito tedesco, vecchio stampo, che non avevano alcuna simpatia per Hitler ma che obbedirono alla Patria (anche se questa era finita in mani discutibili).
    Molti dialoghi nel film sono rimasti in lingua originale, cosa che ne aumenta il pathos. In quelli tradotti, tuttavia, emergono chicche come questa frase detta a Franz che il regista mette in bocca a un compagno di cella: «Arriveranno tempi oscuri quando gli uomini saranno più intelligenti; non combatteranno la verità, la ignoreranno». Non pensava al nazismo, già oscuro di suo. Pensava al dopo.

    Nota di BastaBugie: nel seguente video (durata: 2 minuti) si può vedere il trailer del film "La vita nascosta" sulla vita di Franz Jägerstätter.
    9 min
  • L'esorcismo di Emily Rose***** (2005) - Le possessioni diaboliche e i vari tipi di satanismo
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=33

    LE POSSESSIONI DIABOLICHE E I VARI TIPI DI SATANISMO
    Oggi più che mai è importante parlare del Diavolo e delle sue manifestazioni più eclatanti (infestazioni, ossessioni, possessioni)
    In una realtà come quella che stiamo vivendo è importante parlare del Demonio perché è evidente che il non parlarne a sufficienza va purtroppo a scapito anche di un modo giusto di parlare di Dio.
    Ci sono attualmente due atteggiamenti, entrambi sbagliati, che vanno per la maggiore riguardo al Diavolo, alla sua esistenza e alla sua azione, uno che li sopravaluta e l'altro che li sminuisce.
    Riguardo al primo, esso prende origine da una nota eresia che ha imperversato fin dall'antichità e che, dietro vari travestimenti, è giunta fino ai giorni nostri e rivive oggi nel clima "new age": il manicheismo. L'idea portante di questa corrente è che esistono due co-principi della realtà, due divinità, il Dio del bene e il Dio del male. Di fatto ciò significa fare del Demonio un Dio, anche se di serie B. Nei nostri ambienti imperversano gruppi di "pensatori" che parlano talmente del Demonio che ne fanno un protagonista, ma la sua entità e il suo potere non vanno sopravalutati: non esiste un Dio del male che guarda alla pari l'unico vero Dio, quello del bene.
    Il secondo atteggiamento è più grave e, purtroppo, più diffuso. L'errore sta nel fare il Demonio tanto piccolo da farlo scomparire. Quante volte si sente dire: "il Diavolo non esiste"! Questa negazione si può "travestire" in modi assai diversi. Ad esempio, alcuni teologi (che si spacciano per cattolici) sostengono che il Demonio è solo un simbolo (del male), senza una consistenza personale. Altri, invece, dicono che egli non ha nessun impatto sulla società, che "c'è ma è come se non ci fosse": allora perché preoccuparsene? Non è esatta né l'una né l'altra teoria: il Demonio c'è ed è nella misura in cui Dio l'ha messo. Allora è giusto chiederci come l'uomo si rapporta al Demonio, alla sua presenza e alla sua azione. A tal proposito, le reazioni possibili sono due: o si considera il Demonio un amico, sfociando nel satanismo vero e proprio; o lo si considera un nemico di Dio e quindi anche nostro e si lotta contro di lui schierandoci dalla parte della Chiesa.
    La parola Satana significa letteralmente "avversario" (di Dio). L'adorazione, il culto, l'amicizia verso il Demonio sono cresciuti mano a mano che è andata morendo la società cristiana medievale. Nel pensare comune, si raffigura sempre il Medioevo cristiano intriso di superstizioni, spiritismo, magia, riti satanici, stregonerie. In realtà, tutte queste cose cominciano proprio con il tramonto di questo periodo, alla corte di Re Luigi XIV, il primo dei sovrani "illuminati", il primo, cioè, di quel periodo spacciato dai grandi pensatori dell'epoca come l'Età della Luce che viene a diramare le tenebre del buio superstizioso Medioevo cristiano. Ma gli stessi signori che di giorno facevano grandi proclami sul valore della ragione, di notte si ritrovavano negli antri delle veggenti a far ballare i tavolini e ad invocare gli spiriti. Da allora è maturato un movimento sotterraneo ma inarrestabile e soprattutto nel dopoguerra se ne sono raccolti i frutti maturi. Si possono individuare quattro correnti principali.

    1) SATANISMO RAZIONALISTA
    Culto "esploso" negli anni 60, che venera Satana come simbolo e archetipo della libertà assoluta, della trasgressione, del rifiuto della morale religiosa e delle convenzioni sociali, dell'esaltazione del piacere e dell'indipendenza della creatura da qualunque "Dio". Non si pronuncia chiaramente, ma guarda con scetticismo le verità religiose soprannaturali insegnate dalla Bibbia e quindi anche la stessa esistenza del Demonio come essere reale e personale. Le cerimonie di culto che celebra e in particolare la messa nera sono quindi principalmente un modo per manifestare il proprio disprezzo per la religione e tutti i valori a essa collegati e una forma per liberarsi dalle tradizioni e dai vincoli morali ereditati.

    2) SATANISMO OCCULTISTA
    Culto che accetta le verità religiose insegnate dalla Bibbia e crede all'esistenza di Dio e delle sue creature spirituali, gli angeli buoni a lui fedeli e gli angeli ribelli suoi nemici alla cui testa c'è Lucifero; crede dunque all'esistenza di Satana quale essere reale e personale e decide di schierarsi dalla sua parte contro Dio. I satanisti occultisti adorano e rendono culto a Satana per manifestargli la propria devozione, mostrando di essere votati alla sua causa, cioè guadagnare quanti più uomini possibile alla stessa "fede" e ottenere i suoi favori: denaro, successo, piacere, potere. Credono che dopo questa vita ci sia un'altra vita, immortale, e vogliono trascorrerla nel regno di Satana: l'inferno.

    3) SATANISMO "ACIDO" O SELVAGGIO
    Forma costituita da una variegata e imprecisata moltitudine di piccoli gruppi d'adolescenti e giovani, che sintetizzano nel satanismo quattro elementi diversi:
    a) il mito della trasgressione ad ogni costo come affermazione di libertà e indipendenza da tutto e da tutti; in particolare il godimento dei piaceri, specialmente sessuali, anche in forme perverse, senza limiti e senza scrupoli;
    b) l'abbondante uso di sostanze stupefacenti che creano un'alterazione della realtà e un senso d'onnipotenza in piena sintonia con le loro aspirazioni;
    c) l'attuazione reale dei riti visti nei film e nei fumetti a soggetto satanico, con tutte le esagerazioni tipiche di questo genere di prodotti;
    d) l'effetto allucinogeno derivante da un certo tipo di musica rock.
    Presso questi gruppi, i rituali sono particolarmente violenti e più che la messa nera si preferisce la profanazione di statue, suppellettili sacre, cimiteri, chiese abbandonate; si praticano con una certa frequenza sacrifici animali e in casi estremi anche umani; anche i riti a base sessuale si svolgono in modo più violento sino ad arrivare alla violenza carnale, specialmente a danno di nuovi adepti di entrambi i sessi durante le cerimonie d'iniziazione.

    4) LUCIFERISMO
    Forma particolare di satanismo, diversa nel contenuto, poiché mentre nelle forme precedenti Satana è identificazione, personale o simbolica, del male ed è scelto e venerato proprio come Principe del Male, nel luciferismo, invece, lo si venera come figura positiva. La dottrina luciferiana riconosce in Dio il creatore del mondo, ma attribuisce a lui anche le imperfezioni e i limiti delle creature e dunque considera giustificata, anzi doverosa, la rivolta di Satana che guida gli uomini contro il Dio responsabile delle imperfezioni.

    A queste quattro generali divisioni, se ne possono aggiungere molte altre. Il satanismo non è infatti una realtà caratterizzata da unità. Non c'è una "Chiesa di Satana" universale che regola le attività. È evidente che ci troviamo di fronte a qualcosa di segreto, clandestino, che non può essere generalizzato appunto perché caratterizzato da sporadicità. Ogni gruppo è slegato dagli altri, anche se spesso si sono notati tentativi di unificazione, anche ad opera del pluri-omicida Charles Manson.
    Il fenomeno del satanismo non va sottovalutato perché la capacità del mondo dell'occultismo di impressionare e di coinvolgere psicologicamente ed emotivamente i giovani è molto forte, molto più di quanto non appaia ai ragazzi stessi. Gli pseudovalori di questa contro-cultura hanno una presa che va aldilà del raggio d'azione delle pratiche dirette del satanismo stesso, la mentalità che questo ambiente insinua riesce a raggiungere molti più ragazzi di quanti non sono effettivamente coinvolti nelle pratiche dei gruppi attivi.
    Di fronte a tanto male, l'unico caposaldo resta la Chiesa. Tutti (e soltanto) i sacerdoti cattolici sono esorcisti. Il Signore Gesù è venuto a cacciare i demoni che tenevano incatenati gli uomini con il peccato e la paura della morte. Egli ci ha liberato dai peccati con la morte in croce e dalla paura della morte con la resurrezione. Nel celebrare la S. Messa, il sacerdote compie il più grande atto esorcista e chi vi partecipa respinge Satana e le sue azioni.
    C'è grande bisogno dell'attività esorcistica perché il Demonio tormenta chi lo considera un nemico almeno in tre modi possibili:
    1) con INFESTAZIONI, rendendosi cioè presente nei luoghi;
    2) con OSSESSIONI, disturbando le persone nelle cose buone che fanno;
    3) con POSSESSIONI, "giocando" con il corpo e la voce di un poveretto che perde completamente il controllo di se stesso.
    Perché avvengono queste cose? Per almeno tre motivi:
    1) per PERMISSIONE DIVINA: il Signore talora permette cose a noi incomprensibili probabilmente come atto di purificazione o di accrescimento dell'umiltà;
    2) per le NOSTRE COLPE: andare dai maghi, farsi leggere le carte, fare sedute spiritiche, vere o false che siano, costituiscono l'anticamera dell'occultismo, aprono la porta alla superstizione e quindi a Satana;
    3) per un MALEFICIO fatto da terzi: se la persona "colpita" è in grazia di Dio, il maleficio trova uno schermo e rimbalza su chi lo ha commissionato; se la persona è lontana da Dio, il maleficio ha potere di colpirla.
    Dobbiamo difenderci perché il Demonio è bravo nell'insinuarsi ovunque e bisogna rivolgersi a chi di dovere, ossia i preti cattolici incaricati dai vescovi di esercitare il ministero di esorcista.
    Non dobbiamo avere paura perché Dio è Dio. Le altre, compreso Satana, sono solo creature. Il Demonio è un poveretto senza Dio e per di più terribilmente cattivo. È una larva che tuttavia ci vuole impressionare. Non diamogli la possibilità di "conquistarci": conduciamo una vita buona, andiamo alla Messa, facciamo la Comunione, preghiamo. Se Dio è con noi, di cosa aver paura?
    Don Claudio Crescimanno
    12 min

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