FILM GARANTITI - Il meglio del cinema

FILM GARANTITI - Il meglio del cinema

By BastaBugieTV & FilmFilm Reviews
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FILM GARANTITI - Il meglio del cinema episodes

  • L'esorcismo di Emily Rose ***** (2005) - Un esorcista racconta la sua esperienza
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=84

    UN ESORCISTA RACCONTA
    Il mondo cinematografico e quello televisivo ci hanno abituato, con una certa periodicità, ad assistere alla trasmissione di film e fiction i cui argomenti trattano specificatamente della presenza e dell'azione straordinaria dei demoni nella vita dell'uomo e della lotta che la Chiesa affronta contro di essi. Tuttavia, sebbene presentare alle masse tali argomenti potrebbe favorire la conoscenza di temi che - per lo più - la cultura moderna considera mere leggende, dall'altra parte deludente e inaccettabile è il modo in cui la presenza del male, la possessione diabolica, la preghiera di esorcismo e la liberazione sono presentati.
    Generalmente, si assiste all'esaltazione del pressappochismo con la citazione di temi dottrinali, fatti biblici, nomi e luoghi infarciti di imprecisioni e leggende, per non parlare della rilettura psicologica delle fede cattolica e non di rado di proposte di individualismo laicista da contrapporre alla fede e alle norme della Chiesa. Tuttavia, ciò che più delude sono i vari messaggi trasmessi, che poca verità contengono.

    VIENE NASCOSTA LA POTENZA DI DIO E DELLA MADONNA
    In quanto sacerdoti che hanno ricevuto dalla Chiesa il compito di aiutare le persone che hanno bisogno del ministero di esorcismo, ci appare subito palese in questi film il nascondimento e la disattenzione verso la meravigliosa, stupenda presenza e azione di Dio e soprattutto l'assenza della Madonna nella lotta al male. Come verifichiamo continuamente nella nostra esperienza di esorcisti, il demonio anche se non vuole è costretto suo malgrado ad affermare le verità della nostra fede cattolica con i gesti, le reazioni e le parole.
    Naturalmente questo non aggiunge nulla a quello che già sappiamo, però è per noi consolante ed edificante constatarlo in maniera così evidente e, nel medesimo tempo, vedere come Dio volge al bene il male. Ad esempio quando, nel corso dell'esorcismo il fedele posseduto viene asperso di acqua benedetta, il demonio, attraverso di lui manifesta un enorme disappunto, fino a reagire in maniera violenta. Il demonio è costretto, dunque, a testimoniare la funzione dell'acqua benedetta che è usata, come si legge nel Messale Romano per «il perdono dei nostri peccati (veniali), la difesa dalle insidie del maligno e il dono della protezione divina».
    Quando il demonio reagisce alla presenza di una reliquia e dimostra di sapere anche a quale santo appartenga, egli è costretto a rendere testimonianza della santità di quella persona e della origine divina della santità stessa.
    Quando il demonio parla o dimostra di sapere una lingua che è conosciuta solo dall'esorcista, e non dalla persona posseduta, egli, di fatto, testimonia la sua identità, distinta da quella del posseduto.
    Quando, ascoltando una preghiera rivolta alla Vergine, mostra tutta la sua avversione e il suo timore verso di lei, egli è costretto a confermare, che Maria è la madre di Dio che intercede per l'umanità. Certamente tale comportamento non sostituisce né aggiunge nulla di nuovo alla Sacra Scrittura, ma ne ripropone la verità.

    VENGONO PROPINATI I PRINCIPI DELL'ESOTERISMO E DEL DUALISMO MANICHEO
    Queste e altre considerazioni lasciano spazio al pensiero che nei film e nelle fiction sugli esorcismi ci sia un retroscena comune che censura quegli aspetti che confermano la sostanza delle verità della fede cattolica, per proporre invece i princìpi dell'esoterismo e del dualismo manicheo. Non è un caso che questi due elementi non cristiani siano sempre contenuti, e palesemente mostrati, a fondamento delle storie di esorcismi rappresentate nei film.
    Chiara risulta la presenza dei due princìpi: luce e tenebra, bene e male, tra loro coeterni, ma indipendenti e tra essi contrapposti, due divinità in una lotta eterna fra di loro e che influiscono in ogni aspetto dell'esistenza e della condotta umana (manichesimo). Non è questo ciò che Dio ci rivela nella Bibbia. Satana non è il dio del male contrapposto al Dio del bene, ma è un essere creato buono da Dio che con una parte degli angeli, anch'essi creati buoni da Dio, si sono trasformati in malvagi, perché con libera e irrevocabile scelta, hanno rifiutato Dio e il suo regno, dando così origine all'inferno. Essi tentano di associare l'uomo alla loro ribellione contro Dio; ma Dio afferma la sua sicura vittoria su di essi.

    QUELLO CHE SATANA NON PUÒ
    Satana e gli spiriti al suo servizio, non sono dunque esseri onnipotenti, non possono fare miracoli, non sono onnipresenti, non possono conoscere i nostri pensieri, né possono conoscere il futuro. L'uomo che vive di abbandono fiducioso tra le braccia di Dio è più forte del diavolo e di tutte le sue schiere.
    Queste verità non emergono nei film. Emergono invece aspetti esoterici assolutamente estranei alla fede cattolica con l'indicazione di dottrine segrete i cui insegnamenti sono riservati agli iniziati, ai quali è affidata la possibilità della rivelazione di una "certa" verità occulta (o meglio farla passare come occultata dalla Chiesa) e di significati nascosti.
    Le dottrine proposte dal mondo cinematografico sugli esorcismi nascondono inoltre una sorta di neo-gnosticismo in cui l'uomo, o meglio la sua essenza dominante, possiede una forma di conoscenza superiore e illuminata, frutto della ricerca della verità che passa attraverso il superamento del mondo naturale, conosciuto per mezzo dei sensi, per giungere a un altro mondo, che sfugge ai non iniziati considerati profani.
    Sembra che si cerchi di far passare per cattolico un messaggio di tipo gnostico tendente a costituire tra gli spettatori una conoscenza manichea che induca a prendere le distanze dalla Chiesa, in modo da gettare le basi per la costruzione di una classe di "esseri superiori", il cui status (profondamente laico) sia l'energia presente e futura di un mondo sostanzialmente diverso da quello che il cristianesimo di Gesù ha proposto e continua a proporre. Così quello che poteva essere un buon servizio alla Chiesa e alla fede, diventa il solito e sottile attacco di Satana alle fondamenta della Chiesa cattolica.
    Padre Francesco Bamonte
    Fonte: Osservatore Romano, 7-8/01/2016
    9 min
  • L'esorcismo di emily rose***** (2005) - Un'incredibile storia realmente accaduta in Germania nel 1976
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=32

    L'ESORCISMO DI EMILY ROSE (2005) ***** di Rino Camilleri
    Anneliese Michel, questo il vero nome, acconsentì alla richiesta della Madonna di espiare i peccati dei giovani tedeschi e dei sacerdoti: tale espiazione consistette nelle sofferenze della possessione demoniaca
    La storia che oggi raccontiamo [...] si svolse ai tempi di Paolo VI e scosse la Germania, anche se praticamente non ne superò i confini. Data l'epoca sessantottarda, la Chiesa stessa ne fu imbarazzata e la cosa finì lì. Si trattava infatti di una indemoniata, Anneliese Michel, che morì nel 1976 a soli ventiquattro anni. Gli esorcisti che l'avevano trattata furono condannati in tribunale appunto perché avevano fatto il loro mestiere, mestiere che la "scienza" rubricava sotto la voce «ciarlatanerie medievali». Poco importava che la ragazza parlasse con voci maschili e diversificate, che manifestasse una forza sovrumana, che si esprimesse in aramaico e latino e greco antichi, che facesse a pezzi ogni oggetto sacro che vedeva, che avesse piaghe incurabili nei punti della Passione, che dicesse di essere posseduta dallo spirito malvagio di un personaggio storico realmente esistito ma di cui né lei né nessuno aveva mai sentito parlare. Anneliese morì il giorno esatto che aveva predetto. Ci sono molte registrazioni audio al riguardo del suo caso. Ma il tribunale sentì solo il parere dei "periti" (cioè, medici e psichiatri) e giudicò la ragazza semplicemente epilettica. Però lei i farmaci per l'epilessia li prendeva, perché il vescovo locale, correttamente, prima di autorizzare l'esorcismo si era assicurato che non si trattasse solo di un male fisico e/o psichico. L'esorcismo non si sostituì alle cure, bensì le affiancò, perché Ia "malata" manifestava fenomeni che andavano ben oltre una normale, per quanto grave, malattia. Niente, esorcisti e pure i genitori di lei vennero condannati, in pratica, per abbandono di incapace, perché, Anneliese, quando morì, era così debilitata che pesava solo trenta chili. Il caso, prevedibilmente, scatenò le solite accuse alla Chiesa. Tanto che teologi e vescovi tedeschi, intimiditi, chiesero al Papa di abolire tout court l'esorcistato. Il Vaticano si limitò a farsi consegnare l'intero dossier, e tutto finì nel silenzio. Ma del caso di Anneliese non si scordò il cinema che sfornò [...] "The Exorcísm of Emily Rose" del 1999. [...]
    Anneliese era la prima dei quattro figli di un falegname bavarese. Nata a Leibfing nel 1952, amava il tennis e il pianoforte. Come i suoi familiari, era cattolica e, anzi, manifestava una religiosità particolarmente accentuata: recitava il rosario, seguiva incontri di preghiera, si dice che ogni tanto dormisse sul pavimento per penitenza. Nel 1968, a sedici anni, ebbe il primo attacco epilettico che la costrinse al ricovero a Wurzburg, dove fu adeguatamente curata. Nel 1970 si aggiunse la tubercolosi e un altro ricovero, a Mittelbert. Tornata a casa, la notte cominciò a vedere volti demoniaci, a sentire un orribile fetore, a ritrovarsi col torace e le mani deformati, a non poter muoversi né parlare. Ma poteva trattarsi di forme dell'epilessia, e continuò a curarsi. Però non guariva. Così, nel 1973 la famiglia la portò in pellegrinaggio in Italia, a San Damiano nel piacentino, dove si diceva che nel 1961 era apparsa la Madonna a Rosa Quattrini. La Chiesa non ha riconosciuto queste apparizioni né si sa se mai lo farà, anche se i pellegrini continuano ad andarci a vedere il famoso pero fiorito miracolosamente e a bere l'acqua, anch'essa ritenuta miracolosa. Comunque, Anneliese non riuscì nemmeno a entrare nella cappella. Si bloccò, disse che sentiva il terreno bruciare. Al ritorno, sul pullman, gli altri pellegrini udirono una voce bassa e roca che proferiva maledizioni, mentre una puzza insopportabile costringeva ad aprire i finestrini.
    In quello stesso anno Anneliese finì il liceo e si iscrisse a Pedagogia a Wurzburg, dove si innamorò, ricambiata, di uno studente, Peter Himsel. Che non la lasciò mai, nemmeno quando si accorse che la sua ragazza ogni tanto, e sempre più spesso "dava di fuori": di punto in bianco aggrediva i compagni, urlava come una pazza, smetteva di mangiare. Una domenica, mentre lui e lei passeggiavano in campagna, Anneliese ebbe un attacco dolorosissimo del suo male. Di colpo, però, il suo viso si illuminò e lei sembrò parlare con qualcuno. Quando la "visione" svanì, il dolore era scomparso e Anneliese rivelò a Peter di aver visto la Madonna. La Vergine le aveva chiesto se accettava di farsi carico di tante anime che rischiavano la dannazione: aveva tre giorni per pensarci. Peter testimoniò in seguito tutto questo, e pure che Anneliese aveva deciso di offrire a Dio se stessa, così come avevano fatto le due mistiche tedesche a cui era molto devota, Theresa Neumann (1898-1962) e Barbara Weigand (1845-1943). La Neumann, stigmatizzata, si nutrì di sola comunione per quasi quarant'anni. La Weigand, terziara francescana, vedeva continuamente la Madonna, apparizioni che il suo vescovo riconobbe.
    Quanto ad Anneliese, in breve tempo le vessazioni demoniache (evidentemente, era questo il tipo di espiazione riparatoria che doveva sopportare) diventarono vere e proprie possessioni, e fu lei stessa a rivolgersi al suo confessore, Ernst Alt. Questi si rese conto che il caso era serio e chiese al vescovo di Wurzburg, Josef Stangl, il permesso di procedere con l'esorcismo. Stangl (che poi divenne Primate e nel 1977 consacrò vescovo Joseph Ratzinger) dapprima consigliò di continuare con le cure. Poi, consultata un'autorità in materia, il gesuita Adolf Rodewyk, autorizzò Alt affiancandogli l'ex missionario Arnold Renz. I due eseguirono il cosiddetto Grande Esorcismo secondo il rituale del 1614. Dal 24 settembre 1975 al 30 giugno 1976 tre volte alla settimana la povera Anneliese venne esorcizzata. Ma sempre invano. I fenomeni di cui era vittima erano spaventosi ed era difficile pure riuscire a tenerla ferma, data la forza disumana che manifestava. Quando la possessione le lasciava un po' di tregua, si metteva in ginocchio e pregava da spezzare il cuore. Ci fu un momento in cui si credette ottenuta la vittoria, tanto che Anneliese riuscì a conseguire il titolo di studio. Ma fu gioia di breve durata, perché i problemi ricominciarono peggio di prima. Il rituale prevedeva che l'esorcista chiedesse il nome del diavolo che voleva scacciare. Si presentarono in tanti, ognuno con una voce diversa. Dissero di essere Giuda, Caino, Nerone, Belial, Hitler, Legione (il demone multiplo esorcizzato da Gesù a Gerasa) e Valentin Fleischmann. Quest'ultimo destò stupore, perché nessuno sapeva chi fosse. Dopo qualche ricerca si scoprì trattarsi di un prete bavarese di Ettleben, donnaiolo e ubriacone, che nel 1575 era stato condannato per aggressione e omicidio. L'ultimo demone disse di essere addirittura Lucifero. Anneliese, comunque, non era in grado di mangiare né di dormire. Morì, infatti, di denutrizione e strapazzo. Nell'aprile del 1976 disse che sarebbe morta il primo di luglio, e così fu.
    Anneliese Michel, dunque, acconsentì a espiare i peccati dei giovani tedeschi e dei sacerdoti (così pare si sia espressa la Madonna), e tale espiazione consistette nelle sofferenze della possessione demoniaca? In effetti, l'epoca in cui tutto ciò accadde era quella dei "ragazzi dello zoo di Berlino" e del terrorismo della Rote Armee Fraktion (le brigate rosse tedesche). Per quanto riguarda il clero cattolico di Germania, be', ancora oggi le posizioni di non piccola parte di esso danno qualche pensiero al Vaticano. La forma di espiazione, poi, pur sconcertante, non sarebbe una novità. Il vaticanista Marco Tosatti nel 2004 ci fece un libro apposito: Santi posseduti dal demonio (Piemme), nel quale ricordò in particolare le beate Christina di Stommeln (1242-1313), Eustochio di Padova (1445-1469) e Maryam Baouardy (1846-1878). Agli esorcisti che, sfiniti, chiedevano ai demoni che infestavano la povera Anneliese perché non se ne andassero, quelli rispondevano di non potere: una forza più potente di loro lo impediva. Il che confermerebbe l'assunto: Anneliese aveva accettato di sacrificare la propria vita per evitare che molte anime si dannassero. II caso di Anneliese è tornato alla luce solo nel 1997 e dalle trascrizioni è emerso anche questo suo sfogo col padre Alt: «Ho voluto soffrire per altre persone di modo che non finiscano all'inferno. Ma non avrei mai pensato che sarebbe stato così spaventoso, così orribile». Dopo la sua morte, una suora carmelitana rivelò ai coniugi Michel che la figlia le era apparsa in sogno. Sulla scorta di quel sogno, nel 1978 il corpo di Anneliese venne riesumato e ci fu chi disse che era rimasto incorrotto. Ma, a parte questa voce, nulla è mai trapelato. Così, la parola passò al cinema. Ma questo, quando non ha le autorizzazioni necessarie, deve cambiare nomi e contesto, col risultato che lo spettatore non saprà mai se sta assistendo a un film horror o no, e a poco serve scrivere nei titoli di coda «ispirato a un fatto realmente accaduto». Un eventuale iter di beatificazione per Anneliese Michel dovrebbe riportare alla luce l'intera vicenda, ma qual vescovo tedesco, oggi, avrebbe voglia di finire sotto ai riflettori per una storia di diavoli, possessioni ed esorcismi?
    Rino Cammilleri
    Fonte: Il Timone, maggio 2014
    14 min
  • The Lost City* (2005) - Che Guevara, il sanguinario "eroe" della sinistra
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=277

    THE LOST CITY (2005)*
    CHE GUEVARA, IL SANGUINARIO ''EROE'' DELLA SINISTRA
    "Martire", "combattente", "poeta". Nel 50mo anniversario della morte di Che Guevara, ieri, se n'è sentite di tutte, in ogni servizio televisivo e giornalistico, sulle Tv nazionali. Al massimo si aggiunge "chiaroscuro" per definire il suo curriculum. Tutt'al più: "controverso", giusto per apparire imparziali. Ma Che Guevara, a mezzo secolo dalla sua uccisione, pare essere stato un misto fra Garibaldi (per chi ama il genere) e Madre Teresa («Credo in una sola Chiesa, che va da Che Guevara a Madre Teresa» cantava Jovanotti). Eppure del Che si sa tutto, ormai. I suoi crimini sono noti. La lista è lunga. Perché il mito continua?

    L'ODIO COME FATTORE DI LOTTA
    La prima citazione che viene in mente di Che Guevara è tutt'altro che una frase da bigliettino nei cioccolatini. Esaltò l'odio, letteralmente, nella Conferenza Tricontinentale: «L'odio come fattore di lotta, l'odio intransigente verso il nemico, che spinge oltre i limiti naturali dell'essere umano e lo trasforma in una reale, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere». Non certo le stesse cose che diceva Madre Teresa. Il Che visse come un trauma il suo celeberrimo viaggio in motocicletta nell'America Latina. Vide la miseria e la malattia. Ma evidentemente non ne trasse alcun messaggio d'amore, bensì un odio apocalittico. Una voglia di distruzione del vecchio mondo e costruzione di un mondo e di un uomo nuovo che è testimoniata dalla sua posizione estrema nella crisi dei missili sovietici a Cuba, che nel 1962 portò il mondo sull'orlo del baratro della guerra nucleare. «Se i missili fossero rimasti - disse in seguito il Che - noi li avremmo utilizzati contro il cuore degli Stati Uniti, tra cui New York. Non dobbiamo mai stabilire una convivenza pacifica». Non temeva (anzi pareva auspicare) l'Olocausto nucleare: «Quello che affermiamo è che dobbiamo proseguire sulla via della liberazione, anche se questo costa milioni di vittime atomiche». Aveva idee chiare anche su come amministrare la giustizia: «Non abbiamo bisogno di una prova per l'esecuzione di un uomo. Abbiamo solo bisogno della prova che è necessario giustiziarlo». E come controllare il dissenso: «Dobbiamo eliminare tutti i giornali. Non siamo in grado di fare una rivoluzione con una stampa libera».

    SISTEMA DI GOVERNO STALINIANO
    Dalle parole, durissime («ma senza perdere la tenerezza», come disse lui stesso e come amano ricordare i suoi estimatori), il Che passò subito ai fatti sin dal giorno in cui la rivoluzione di Castro trionfò a Cuba. Nel 1959, Guevara divenne procuratore. Nel carcere della Cabanha, sotto sua diretta responsabilità, si eseguivano fucilazioni tutti i giorni. In sei mesi vennero "liquidati" dalla sua Commissione per la Purificazione 180 prigionieri politici. Nel 1960 mette in piedi il primo gulag cubano nella penisola di Guanaha. Funzionava come i gulag dell'Unione Sovietica: lavori forzati, torture, esecuzioni sommarie, disumanizzazione dei prigionieri. Definito un «partigiano dell'autoritarismo fino al midollo» dal suo ex compagno di lotta Regis Debray, fu Guevara, ancor più di Castro, a importare a Cuba un sistema di governo e repressione puramente staliniano.
    Probabilmente la sua fama fu dovuta unicamente alla scelta di esportare la rivoluzione all'estero, fra Africa e Sud America. Morì da combattente, catturato sul campo dalle forze anti-insurrezionali della Bolivia e giustiziato il 9 ottobre 1967. Il suo corpo, esposto al pubblico e fotografato, è spesso paragonato a una Deposizione atea. Il suo volto, nel ritratto più celebre del fotografo Alberto Korda, ha lo sguardo ispirato di un messia. Per il pubblico più colto, è proprio nel suo messianesimo marxista che risiede il suo fascino. Ma è un culto della morte, anche se ben mascherato da speranza. Il giornalista Dario Fertilio, nel suo Il Virus Totalitario, la descrive come una «filosofia della tabula rasa, al piacere di ripartire da zero cancellando il già tentato e realizzato, senza pietà per coloro che vengono scartati dal programma, trucioli del vecchio mondo destinati all'inceneritore della distruzione creatrice». E' il "paradiso" in terra sognato dai marxisti. Inevitabilmente ha garantito la nascita di inferni terrestri, ovunque sia stato sperimentato. Ma il Che è sopravvissuto alla disillusione perché non ha mai assistito al suo fallimento. Non invecchiò, non divenne un gerarca, non attraversò la fase di "burocratizzazione" della dittatura più longeva del mondo.
    Per il pubblico meno colto, il volto del Che stampato su magliette e cover dei cellulari, spille e tatuaggi, è solo un logo del perfetto «giovane che vuol cambiare il mondo». Ed è la nemesi perfetta per un uomo che dedicò la vita (e la perse) nella lotta contro il capitalismo: diventare un diffuso brand di successo.
    Stefano Magni
    La nuova Bussola Quotidiana, 10 ottobre 2017

    IL VERO VOLTO DEL CHE
    Che Guevara era crudele, fanatico, dogmatico, freddo, intollerante
    Il mitico Che Guevara fu un ammiratore dello sterminatore Stalin, prima di divenire un seguace entusiasta del più grande massacratore di tutti i tempi, il dittatore cinese Mao Tse Tung. Il Che fu il primo filocomunista e il primo filosovietico, ben prima di Castro, tra i ribelli cubani, e riempì l'isola di manuali e di tecnici russi; fu l'uomo che durante la crisi dei missili di Cuba del 1962 sperò ardentemente che potesse scoppiare la guerra mondiale tra Usa e URSS, ritenendo che essa avrebbe sconfitto il nemico americano e portato automaticamente la pace e la giustizia sociale ai popoli.
    Un uomo che ebbe due mogli e cinque figli, ma secondo la testimonianza di uno di questi, Camilo Guevara, non dedicò loro un solo attimo del suo tempo, intento com'era a cambiare il mondo con le armi. Che Guevara fu un feroce sanguinario. "Era disumano, un uomo senza sentimenti che in realtà voleva fare solo ciò che aveva occupato tutto il suo tempo: la guerra di guerriglia": così, dopo aver ricordato le fucilazioni indiscriminate ordinate dal Che a la Cabaña, Juanita Castro, la sorella di Fidel, che fu rivoluzionaria al suo fianco per alcuni anni (Juanita Castro, I miei fratelli Fidel e Raùl, Roma, 2010).
    "La sua arroganza e il disprezzo verso gli altri, che considerava inferiori e trattava con i piedi - aggiungeva Carlos Franqui, che fu direttore di radio Rebelde e del quotidiano Revolucion, voci ufficiali della rivoluzione castrista -, erano proverbiali". E ancora: "Esiste il mito di Guevara, nonostante tutti i suoi insuccessi economici e politici, che contribuirono fortemente alla distruzione dell'economia e della società cubane" (Carlos Franqui, Cuba, la rivoluzione: mito o realtà, Milano, 2007).
    Il Che era un uomo crudele, fanatico, un "dogmatico, freddo, intollerante che non ha nulla da spartire con la natura calorosa e aperta dei cubani", scriveva Regis Debray, un intellettuale francese marxista, che fu amico intimo di Castro e di Guevara, e che venne arrestato insieme a lui in Bolivia, prima di divenire consigliere del presidente socialista Mitterand (Révolution dans la révolution?, Paris, 1967 e Loués soient nos seigneurs, Paris, 1996).
    Secondo Alvaro Vargas Llosa (figlio del celebre Mario, che fu sostenitore della rivoluzione cubana), il Che fu il responsabile di centinaia di esecuzioni nel carcere della Cabaña nelle prime settimane di potere; contribuì a consegnare la rivoluzione anti-Batista nelle mani del comunismo, allacciando le relazioni con il regime sovietico, e organizzò i primi campi di concentramento per i prigionieri politici, i credenti e gli "asociali" (tra cui gli omosessuali), creando nello stesso tempo un sistema economico autoritario che andò ben presto in bancarotta. (Il mito Che Guevara e il futuro della libertà, Torino 2007; Enrico Oliari, Pride, 9/2004).
    Del resto è stato Guevara stesso a scrivere, in quello che è considerato il suo testamento: "Agirà il grande insegnamento dell'invincibilità della guerriglia... L'odio come fattore di lotta; l'odio intransigente contro il nemico, che permette all'uomo di superare le sue limitazioni naturali e lo converte in una efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così" (E. Che Guevara, Scritti, discorsi e diari di guerriglia (1959-1967), Torino, 1969). Così come era lui, capace di condannare a morte su due piedi avversari e talora persino compagni di lotta, e di dichiarare: "Prendete un fucile e sparate alla testa di ogni imperialista che abbia più di quindici anni". (Massimo Caprara, già segretario di Palmiro Togliatti, Il Timone, luglio-agosto 2002)".
    Il già citato Antonio Moscato, suo grande estimatore, ricorda che il Che fu un devoto ammiratore di Stalin, poi di Mao, poi del comunismo ceco: "Guevara era stato il più entusiasta sostenitore della collaborazione con i paesi del socialismo reale... aveva manifestato la sua commozione per le accoglienze trionfali ricevute in URSS e in altri paesi socialisti..."; "Era stato il primo filocomunista nel '58, durante la guerra, e il primo filosovietico nel '59, '60, '61...".
    Fu lui a inviare studenti, operai e tecnici cubani ad addestrarsi in diversi paesi socialisti, Urss, Cecoslovacchia e Germania comunista e ad invitare a Cuba tecnici sovietici, distruggendo l'economia cubana, nonostante promesse altisonanti.
    Francesco Agnoli
    Libertà e Persona, 9 ottobre 2017
    13 min
  • The Lost City* (2005) - Fidel Castro il feroce dittatore comunista
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=276

    THE LOST CITY (2005) *
    FIDEL CASTRO, IL FEROCE DITTATORE COMUNISTA
    Castro una volta al potere, nel 1959, ha cercato in ogni modo di sradicare il cristianesimo dal suo popolo. Eppure era cresciuto studiando presso istituti religiosi, a cui i suoi genitori lo avevano iscritto anche grazie al costo modesto e accessibile. Dichiarò lui stesso: "Questo era possibile perché i preti non erano stipendiati. Ricevevano soltanto il vitto e vivevano con grande austerità... Austeri, serissimi, pronti al sacrificio e lavoratori indefessi, i gesuiti prestavano servizio gratuitamente, e in questo modo tagliavano le spese". Ancora: "lo spirito di sacrificio e l'austerità dei gesuiti, la vita che conducevano, il loro lavoro e il loro impegno facevano sì che la scuola fosse accessibile a quel prezzo... Tutti quei gesuiti erano di destra. Alcuni di loro erano ovviamente persone di buon cuore che esprimevano la loro solidarietà verso altre persone; sotto certi aspetti erano irreprensibili". Inoltre "apprezzavano il carattere, la rettitudine, l'onestà, il coraggio e la capacità di sacrificio...".
    "Ma io", aggiungeva Castro, "non ho mai avuto davvero una convinzione religiosa o una fede religiosa. A scuola nessuno mai è riuscito ad instillarmele..."; "ho invece", aggiungeva, "una fede politica che mi rende un "uomo pieno di fiducia e ottimismo".

    DISTRUGGERE LA FEDE CATTOLICA
    Una volta al potere, Castro tenta di distruggere in tutti i modi la fede cattolica, flirtando con i teologi della liberazione, appoggiando la massoneria e il culto afro-americano della Santeria e creando una sorta di mitizzazione della propria figura e di quella del Che. Riguardo a quest'ultimo, infatti, la dura bellezza del suo volto, e la sua morte "eroica", con le armi in pugno, saranno utilizzati dal regime e dai comunisti di mezzo mondo, per creare una sorta di icona, un "Cristo laico", il Che appunto, presentato come un eroe giusto, buono e capace di morire per i suoi ideali. Qualcosa di ben diverso da quello che fu in realtà il Che: uno spietato, freddo, sanguinario comunista, disposto a distruggere tutto ciò che si opponesse ai suoi disegni e alla sua visione ideologica.

    SUCCESSO SOLO PARZIALE
    Ma tutto ciò, senza l'esito sperato. Scrive infatti nel dicembre 2010 la blogger cubana Yoani Sanchez: "Nell'isola che un tempo proibì le pratiche religiose per decreto molti cubani hanno rinforzato la loro fede". Hanno dovuto nascondersi, sono stati esclusi dalla politica, hanno temuto di celebrare il Natale, sono stati educati all'ateismo scientifico, ma con successo solo parziale: "A scuola ci ripetevano che "la religione è l'oppio dei popoli", ma anche i discorsi politici avevano una liturgia, prevedevano una prova di fede e una dedizione disinteressata a un "messia" che pure lui portava la barba e che pretendeva da noi sacrificio e devozione totale".
    Ancora: "Nessuno osa dire chi è responsabile di aver creato un soggetto (il cubano di oggi, ndr) indolente e senza personalità, senza vocazione e obiettivi, dissoluto e amorale, disinteressato al lavoro e senza alcuna aspirazione al benessere, irrispettoso delle leggi, privo di sogni e ideali. Questo tipo d'uomo è il prodotto del prolungato ateismo forzato... È un essere che non crede in niente, neppure in se stesso. Dalle sue ceneri risorge oggi la religione e persino noi che abbiamo perduto la fede lungo il cammino, vorremmo ritrovare la speranza per poter chiedere senza paura che durante questo Natale accada un miracolo".
    Francesco Agnoli
    Libertà e Persona, 26/11/2016

    SFATIAMO I MITI E I LUOGHI COMUNI DELLA CUBA DI CASTRO
    Fidel Castro è morto e invece che descrivere la carriera di un dittatore, responsabile dell'uccisione di almeno 15mila oppositori a Cuba, i maggiori quotidiani italiani paiono ritrarre la figura di un grande statista del Novecento, enfatizzandone i pregi, nascondendone i crimini. Un tema ricorrente: a Cuba si viveva peggio sotto Fulgencio Batista e la rivoluzione di Castro servì a migliorare le condizioni dei cubani. I maggiori vanti del sessantennio comunista? La sanità e l'istruzione. E una certa soddisfazione per aver tenuto testa a decenni di embargo americano, fino al disgelo avvenuto con il presidente (ora uscente) Barack Obama. La Nuova Bussola Quotidiana è tornata a sentire un testimone diretto del regime cubano, lo scrittore in esilio Carlos Carralero che già aveva smentito, nel suo libro Fidel Castro, l'abbraccio letale, una serie di miti sul castrismo. "Noi esuli ricordiamo un'altra Cuba", ci dice Carlos Carralero, "rispetto a quella che viene dipinta da media e agenzie turistiche".
    Dottor Carralero, si stava peggio sotto Batista e Castro ha almeno migliorato le condizioni di vita dei cubani?
    E' diffusa un'idea stereotipata sulla Cuba pre-castrista, una grande menzogna. Sotto la dittatura di Fulgencio Batista, da un punto di vista economico, Cuba era già uscita dal sottosviluppo. Con la dittatura di Fidel Castro, il paese è arretrato. Non lo si può neppure definire come "terzo mondo", è proprio un mondo a parte, isolato. Batista fu il classico dittatore dell'America Latina, non fu a capo di un regime totalitario come il Lìder Maximo, non è nemmeno paragonabile. Gli anni parlano da soli: 7 anni di regime di Batista seguiti da quasi 60 di dura dittatura di Fidel Castro. Era un regime autoritario, molto meno invasivo nella vita dei cittadini. Quando lasciò il potere, nel 1959, Cuba aveva una stampa relativamente libera: lo sviluppo dei mezzi di comunicazione fu usato dallo stesso Castro per promuovere la sua causa rivoluzionaria, in patria e all'estero. L'istruzione pubblica funzionava: Cuba era il quinto paese in America Latina per tasso di alfabetizzazione. Il peso cubano era una valuta forte, la terza più forte del mondo, dopo il dollaro americano e il franco svizzero. La produzione agricola soddisfaceva le esigenze della popolazione. Quanto alla sanità pubblica: la mortalità infantile, che è uno degli indicatori più citati dai castristi, era una delle più basse del sub-continente, al pari dell'Argentina che allora era in testa alle graduatorie dell'America meridionale. Insomma, non è vero che Castro prese in mano un paese primitivo e lo rese moderno. Quando arrivò al potere, Cuba era già un paese moderno.
    Sulla sanità ha smontato il mito nel suo libro, ma l'istruzione pubblica è vantata come uno dei fiori all'occhiello del castrismo...
    Ribadisco, prima di tutto, che la condizione negli ospedali cubani è deprimente, almeno finché io ho vissuto a Cuba negli anni 90. Chi entra con un ictus in una struttura sanitaria, mediamente, non riesce a salvarsi. I cubani devono affrontare lunghe code prima di sottoporsi a diversi tipi di interventi e trattamenti. Negli ospedali, talvolta, manca il filo di sutura, devi portarti da mangiare e spesso anche l'illuminazione da casa. I migliori medici sono stati mandati in Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua, anche in Brasile. E molti scappano. Quanto all'istruzione, è un altro mito. Ma si tratta anche di scegliere: io avrei preferito essere un umile contadino analfabeta, piuttosto che essere indottrinato dal regime. Sia nelle scuole superiori che all'università non sei libero, non puoi approfondire quello che vuoi, sei costantemente monitorato e giudicato. In filosofia e lettere non puoi neppure leggere tutta una serie di libri che sono censurati. Mio fratello, a Cuba, non può leggere i miei libri. Io non posso scrivere liberamente una lettera indirizzata ai miei parenti a Cuba, devo meditare su ogni singola frase. Quando ho iniziato a scrivere poesie, dovevo essere più ermetico di Ungaretti. Ho sempre avuto il terrore che scoprissero i miei doppi sensi e le mie metafore. Finché vivevo là, per fare un altro esempio, non ho mai potuto leggere Guillermo Cabrera Infante (scrittore cubano, morto esule nel 2005, ndr), l'ho potuto scoprire solo qui in Italia. A cosa serve un'istruzione umanistica in cui non si può leggere né scrivere liberamente? Dà dignità alla persona?
    Una volta completato il corso di studi a Cuba, puoi scegliere liberamente il tuo lavoro?
    Devi obbedire e basta. Chi finisce l'università, viene indirizzato al lavoro che serve allo Stato. Non puoi scegliere. Il tuo successo a scuola e all'università dipende già dal tuo livello di integrazione nel Partito unico. Ma anche se sei un comunista convinto e ben inserito nel Partito, anche se hai alle spalle una famiglia insospettabile, non puoi comunque scegliere il tuo lavoro. La meritocrazia, nel mondo del lavoro, non esiste: si va avanti solo per meriti politici e per raccomandazioni. Cambiare lavoro, o semplicemente cambiare sede pur mantenendo lo stesso lavoro, è un problema ancora peggiore. Devi sottoporre la domanda di trasferimento al Comitato della Rivoluzione e sei nelle sue mani. Basta un'invidia personale all'interno del CdR per bloccarti o per rovinarti la carriera. Anche i migliori professionisti hanno l'obbligo del servizio sociale, ti possono mandare nei luoghi peggiori dell'isola se non hai la raccomandazione giusta.
    Come funzionano i CdR e quale è il loro ruolo nella società?
    Furono introdotti nel 1962, come organizzazione di auto-controllo e auto-difesa dei quartieri. Divenne ben presto uno strumento di spionaggio reciproco, di delazione e di sorveglianza. Ci sono molti casi di famiglie in cui il padre diventava membro del CdR e in casa non ci si parlava più per paura della delazione. O, viceversa, molti padri sono stati denunciati dai figli. Il regime ha sempre incoraggiato questi comportamenti. Questo sistema ha creato, nei decenni, una società malata. Io che l'ho vissuto lo posso dire con certezza: non c'è mai stata dottrina più malata di quella comunista. E' un terribile incubo.
    E quali sono i sintomi di questa malattia sociale?
    La doppia morale
    16 min
  • The Lost City* (2005) - Il film di Andy Garcia che svela il vero volto della rivoluzione cubana
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=275

    THE LOST CITY (2005) *
    IL FILM DI ANDY GARCIA CHE SVELA IL VERO VOLTO DELLA RIVOLUZIONE CUBANA di Francesco Agnoli

    The Lost City è un film di Andy García del 2005, ambientato alla fine degli anni cinquanta a Cuba, durante la rivoluzione.
    Il film è stato girato a Santo Domingo, nella Repubblica Dominicana.
    Fico Fellove è il proprietario di El Tropico, un nightclub de L'Avana. Al potere c'è il dittatore Fulgencio Batista e i fratelli minori di Fico, Ricardo e Luis, si uniscono rispettivamente all'opposizione extraparlamentare comunista (il Movimento del 26 luglio fondato da Fidel Castro) e a quella democratica. Il padre, Federico, è invece un importante docente universitario e sostiene l'opposizione parlamentare.
    Con lo scoppio della rivoluzione cubana, che porta alla deposizione di Batista ad opera dei castristi, Fico si vede limitare sempre più la sua attività di gestore del locale, in quanto gli vietano di usare il sassofono e lo obbligano a suonare solo determinate melodie e canzoni. Ciò provoca in lui una sorta di rancore verso il movimento comunista cubano, al contrario della vedova del fratello Luis, Aurora, la quale invece sembra essere favorevole. Fico sarà poi costretto a chiudere il locale, a causa delle statalizzazione messa in atto dal regime comunista, e prenderà in seguito la decisione di lasciare definitivamente L'Avana, in quanto la considera una "Città Perduta" e illiberale.
    Andy Garcia, regista, attore protagonista, produttore esecutivo e autore delle musiche, è nato a Cuba e, in seguito, ha vissuto negli U.S.A. come, alla fine del film, il personaggio che interpreta. Anche l'attore Tomas Milian è nato a Cuba.
    Fonte: Wikipedia

    COMMENTO DI FILM GARANTITI
    Il film è lento e non ha dialoghi brillanti, ma va visto in quanto svela la vera natura di ogni rivoluzione

    Il film ha il pregio di narrare correttamente gli eventi catastrofici della rivoluzione di Fidel Castro che ha tolto ogni residua libertà ai cubani peggiorando ulteriormente la situazione precedente che pure era una dittatura. Anche la figura del rivoluzionario Che Guevara viene resa realisticamente come quella di un giovane presuntuoso e strafottente che con la violenza si impone sugli altri.
    Andy Garcia (comandante dei cristeros nel kolossal Cristiada) ha realizzato un film credibile in quanto narra le vicende del Paese nel quale è nato, ma nel quale non ha potuto vivere in pace e libertà, dovendo fuggire in quella America tanto odiata dai rivoluzionari cubani.
    Purtroppo il film è eccessivamente lungo (oltre due ore), lento nella trama e non ha dialoghi particolarmente brillanti. Ciononostante è da consigliarne la visione in quanto svela la vera natura di ogni rivoluzione: rovesciamento dell'ordine precedente in nome di una presunta libertà che in realtà il nuovo ordine non è mai in grado di dare.

    FRASI INTERESSANTI IN "THE LOST CITY"
    - "Nel giubilo siamo tutti uguali, solo il dolore rende diversi"
    - "Elezioni? Per cosa? Il popolo ha già scelto" Fidel Castro
    - "Prima dobbiamo fare le riforme, la democrazia verrà dopo"

    L'AUTOBIOGRAFIA DELLA SORELLA DI FIDEL CASTRO RIVELA LA FEROCE DITTATURA DI CUBA
    Che Guevara fanatico, volgare e sanguinario, che trasudava ateismo da tutti i pori, spinse alle fucilazioni indiscriminate di massa

    Cuba è uno dei tanti miti atei del ventesimo secolo, che sopravvive nel ventunesimo, senza più essere un mito, nell'oblio. Per tanti anni a sinistra si è voluto fare di quell'isola il mondo felice, utopico, realizzato dall'uomo: l'isola incantata che, seppure lontana, però c'è. Ci hanno creduto in tanti, a partire da intellettuali come J. Paul Sartre e Simone de Beauvoir, che mentre buttavano a mare con odio due millenni di cristianità, si godevano bagni di folla cubani organizzati dal regime, e ricambiavano con tanto rumoroso affetto.
    Ci ha creduto il premio Nobel Gabriel Garcia Marquez, divenuto un narratore alla corte di Castro, di cui Carlos Franqui, celebre rivoluzionario castrista poi pentito, ebbe a scrivere: "La patente di sinistra consente a Garcia Marquez di possedere una villa, milioni e ricchezze in Colombia, in Messico e a Cuba, conti bancari... ma lui non condanna il narcotraffico che distrugge il suo paese, non denuncia i crimini della guerriglia colombiana e tace su delitti atroci come quello di padre Camilo Torres. Sceglie la zuppa comunista per interesse...".
    Alla rivoluzione cubana credettero anche molti cattolici di sinistra, che nel post Concilio, approfittando della mancata scomunica al comunismo e dell'iniqua ostpolitik vaticana, approfittarono per mescolare il verbo di Marx con quello di Cristo: mons. Ernesto Balducci, in Italia, e i teologi della liberazione, in America Latina.
    Tra questi quell'Ernesto Cardenal che in suo reportage da Cuba, undici anni dopo la Rivoluzione, pur ammettendo l'esistenza dei campi di concentramento e la persecuzione, tra gli altri, dei cattolici, proclamava Cuba capitale dell'umanità e del benessere, anche materiale, e concludeva entusiasta: "A Cuba avevo visto che il socialismo fa sì che sia possibile vivere l'Evangelo nella società".
    Ecco, oggi si sa bene cosa succeda a Cuba: miseria, mancanza di libertà e oppositori coraggiosi, per lo più cattolici e neri, che continuano a lottare, costituendo la testimonianza più evidente del fallimento di una dittatura familiare, che dura da ormai cinquant'anni, immobile e feroce.
    Scriveva alcuni mesi orsono Lucio Caracciolo, su Limes: "Sotto il velo di una propaganda in cui nessuno crede più, la vita quotidiana di Cuba è quella di un paese che non produce quasi nulla. E quindi deve importare il necessario, compresa la frutta tropicale surgelata servita nei paladares (ristorantini privati ad uso dei turisti e altri privilegiati) che viene dritta dalle serre canadesi. Le tessere alimentari offrono sempre meno".
    E concludeva: "Sullo sfondo dell'eroica rivoluzione contro Batista e delle grandiose ambizioni geopolitiche del carismatico Fidel, questa Cuba immiserita e sopravvivente, cucita su misura di turista (sessuale, non più ideologico), sembra rassegnata a recitar se stessa".
    Eppure, di questo fallimento, così eclatante, si parla poco, almeno in confronto alla esaltazione che se ne fece, per tanti anni, a sinistra. E rimangono quasi introvabili le denunce fatte spesso da cubani cattolici come Armando Valladares, o anche da comunisti un tempo entusiasti come il fotografo d'arte parigino Pierre Golendorf, autori il primo di "Contro ogni speranza. 22 anni nel gulag delle Americhe dal fondo delle carceri di Fidel Castro", il secondo de "Un comunista nelle prigioni di Fidel Castro".
    Tanto clamore, dunque, in passato, tanto silenzio oggi. E' difficile ammettere, anche stavolta, che ci si era sbagliati.
    Per questo la recente autobiografia di Juanita Castro, "I miei fratelli Fidel e Raùl" (Fazi), ha ricevuto molta meno attenzione di quella che meritava. Poche recensioni e le stroncature di qualche nostalgico incanaglito, come Maria R. Calderoni, sul quotidiano comunista Liberazione, che indignata per le parole di Juanita, concludeva così la sue considerazioni: "Libro chiuso. A lettura finita ci viene in mente, chissà perché, quella frase di Sartre: «L'anticomunista è un cane»".
    Eppure il libro di Juanita è molto interessante, perché scritto dalla sorella del dittatore cubano, che per anni aveva lavorato attivamente per la vittoria della Rivoluzione. Juanita - che ha pagato la sua rettitudine: costretta a scappare da Cuba perché avversa ai fratelli, e spesso insultata, negli Usa, dagli esuli cubani, perché pur sempre sorella del dittatore- ci descrive quello che ha vissuto, e che coincide con quanto raccontano tanti altri testimoni.
    La Rivoluzione contro Batista, testimonia, non era in origine di matrice comunista: vi erano ad appoggiarla, in diverso modo, operai, borghesi, ecclesiastici come il vescovo Enrique Pèrez Serante, cui Castro dovette la sua salvezza dopo una missione fallita. Si volevano la libertà, l'equità sociale, la fine della dittatura, e la gran parte dei protagonisti non voleva saperne né del comunismo né dell' Unione Sovietica. Furono Fidel, per motivi di potere e null'altro, Raul, per convinzioni più ideologiche, e soprattutto il Che, descritto come un personaggio fanatico, volgare e sanguinario, a impadronirsi della rivoluzione, eliminando tutti i loro stessi compagni di lotta che non vedevano di buon occhio il comunismo e la dittatura.
    Fu il Che, "che trasudava ateismo da tutti i pori", a spingere sulla iniqua e crudele "persecuzione religiosa" e sulle fucilazioni indiscriminate di massa. Di fronte a tanta iniquità, ricorda Juanita, mi schierai con quelli che mio fratello Fidel chiamava "vermi" e cercai di salvarne il più possibile, finché non fui costretta, anch'io come ad altri due milioni di cubani, ad emigrare.
    Francesco Agnoli
    Il Foglio, 25 agosto 2010
    13 min
  • Apocalypto***** (2006) - Mel Gibson è fin troppo buono: i maya erano ancora piu' feroci
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=42

    APOCALYPTO § (2006) *****
    MEL GIBSON E' FIN TROPPO BUONO: I MAYA ERANO ANCORA PIU' FEROCI di Giacomo Samek Lodovici
    Nell'anno 2000 una spedizione archeologica al Cerro Llullaillaco, sulle Ande, trovò la mummia perfettamente conservata di una bambina che gli scopritori chiamarono Cara de Angel, «viso d'angelo». Era stata sotterrata ancora viva a testa in giù ai piedi dell'altare sacrificale di uno degli innumerevoli e sanguinari dèi degli Incas. Non è altro che uno dei tantissimi ritrovamenti con cui gli archeologi via via confermano quel che i conquistadores spagnoli scrissero nei loro rapporti alla Corte iberica.
    Il recente film di Mel Gibson, Apocalypto, non fa che narrare quel che nessuno ha mai descritto finora al cinema: le civiltà precolombiane si basavano sui sacrifici umani praticati in scala industriale. Basti pensare che, solo per consacrare il tempio dedicato al dio Huitzilopochtli, nel 1486, gli Aztechi nella loro capitale, Tenochtitlán, squartarono ben settantamila vittime in una cerimonia che durò giorni e giorni. Possiamo solo immaginare l'orrore e il raccapriccio provati dagli spagnoli quando si ritrovarono a camminare su un tappeto di decine di migliaia di teschi umani (non è un'esagerazione: ai piedi del tempio di cui abbiamo detto ne contarono esattamente centotrentaseimila; il film, accusato di eccessiva violenza, tiene, al contrario, la mano leggera rispetto alla storia).
    Ciò spiega come potè un pugno di avventurieri (letterale: Cortés aveva con sé solo una settantina di cavalieri) aver ragione di imperi colossali e perfettamente organizzati che disponevano di milioni di guerrieri. Infatti, con i conquistadores si allearono immediatamente tutte quelle tribù il cui unico scopo, secondo i dominanti Maya, Incas e Aztechi, era quello di fornire carne fresca per gli interminabili sacrifici in cima alle piramidi a gradoni.
    Gli Aztechi, per esempio, chiamavano xochi-yayotl, «guerre fiorite» quelle che scatenavano ogni primavera al solo scopo di procurare prigionieri da sacrificare. Tanto per far capire la situazione locale nell'America precolombiana, si ponga mente al fatto che lo stesso Cristoforo Colombo fu accolto con giubilo dagli arawak, eterne vittime dei cannibali caribi. Hernán Cortés, appena sbarcato a Vera Cruz, si vide subito offrire alleanza dai cempoaltechi, dai totonachi, dai tlazcaltechi, dai texcucani, dagli zapotechi e dai taraschi. Tutti popoli stufi di fare da carne da macello agli Aztechi.
    Lo stesso accadde a Francisco Pizarro: contro gli Incas ebbe compagni i cañari, i chachapuya, gli huanca e soprattutto gli yana, che oltre a servire da vittime sacrificali erano pure schiavi della «razza superiore» inca. Più gli archeologi procedono con gli scavi e più si apprende sui sacrifici umani, i cui modi erano i più vari. Di solito, il sacerdote apriva il petto alla vittima e le estraeva il cuore ancora palpitante, di cui mangiava una parte. Il cadavere veniva subito scuoiato e il sacerdote ne indossava la pelle. Indi, il corpo veniva fatto rotolare giù dalle scale, in fondo alle quali si scatenava una festosa gazzarra per appropriarsene. Il «fortunato» possessore poteva mangiarselo ritualmente con gli amici. Il rifornimento di vittime era assicurato, come si è detto, dalle guerre all'uopo scatenate e dalle razzie periodiche (come si vede in Apocalypto).
    Ma erano particolarmente apprezzati anche i bambini, la cui purezza e innocenza erano vieppiù gradite alla divinità. I modi di uccisione, come abbiamo detto, variavano: sono stati trovati resti di vittime arse vive, altre amputate fino alla morte, altre ancora stritolate sotto pesanti lastroni. Le analisi chimiche sugli stucchi dei templi aztechi hanno scoperto che nella composizione entravano ferro e albume impastati con sangue umano. Quest'ultimo, insieme alla carne, era anche parte di un intingolo molto apprezzato a base di mais, il tlacatlaolli.
    Ma non si pensi che l'efferata barbarie di Maya, Incas e Aztechi riguardasse solo le suggestive cerimonie religiose, perché anche la vita quotidiana sotto di loro era un vero e proprio incubo totalitario (è antipatico citarsi, ma è lo scarso spazio a costringerci a rimandare i lettori agli appositi e corposi capitoli del nostro libro I mostri della Ragione-Ares). Di solito, gli intellettuali relativisti glissano sulla realtà dei sacrifici umani e rimangono estasiati davanti alle opere ciclopiche e ai perfetti calendari solari delle civiltà precolombiane.
    Anche la loro arte li manda in visibilio. Si potrebbe osservare che pure i nazisti facevano opere ciclopiche, erano perfettamente organizzati e praticavano il genocidio sistematico ma nessuno si sognerebbe di lodarli. Per quanto riguarda l'arte, fu un calibro come Arnold Toynbee a notare che il tema preferito dagli artisti maya, incas e aztechi erano, ossessivamente, gli scuoiamenti, gli squartamenti, le teste mozzate.
    Così scriveva Franco Cardini proprio su queste pagine nel 1987: «Spiace davvero di non poter mettere certi studiosi alla prova». E proseguiva dicendo sostanzialmente che, ci fossero stati «certi studiosi»" al posto delle vittime dei Maya, degli Incas e degli Aztechi, forse il loro giudizio sarebbe alquanto diverso. Ebbene, un sano esercizio per cercare di comprendere tutta questa storia è provare a mettersi nei panni degli spagnoli cinquecenteschi quando si trovarono di fronte agli spettacoli che abbiamo succintamente descritto.
    È quel che ha fatto Mel Gibson con un film che, la si pensi come si vuole, è davvero grande cinema. Gibson, infatti, non è un «idiota» ma un cattolico professo, uno dei pochissimi del suo ambiente. Come il protagonista del suo The Passion, Jim Caviezel, il quale in un'intervista lamentò che essere cattolici nel giro hollywoodiano è come «andare in giro con un bersaglio sulla schiena con su scritto "sparatemi"». Questo è il vero motivo, temiamo, per cui Gibson si tira addosso, ogni volta, critiche e insulti (ma il botteghino è galantuomo). Noi italiani, invece, per «grande cinema» intendiamo i cosiddetti «film di Natale» o quelli di Nanni Moretti. Contenti noi...

    LA MADONNA DI GUADALUPE di Andrea Galli
    E' una delle scene del film di Mel Gibson con cui inizia il lungo, agghiacciante cammino verso la piramide del sacrificio. Quando gli indigeni catturati dagli emissari della capitale, legati come bestiame da portare al macello, devono guadare un fiume. E una madre, trascinata via con le altre prede, si gira per l'ultima volta verso i sopravvissuti alla razzia, i bambini che si affacciano dall'orlo della foresta, implorando la dea Ixchel di proteggerli e di vegliare su di loro.
    Altra scena. La moglie di "Zampa di Giaguaro", il protagonista, incinta e nascosta in fondo a un pozzo da cui non può più risalire da sola, getta uno sguardo che sa di implorazione a una luna piena. Luna che nella mitologia maya era associata ad Ixchel, la Madre numinosa, dea dell'amore e della fertilità, dea della conoscenza intuitiva e dell'arte della guarigione, protettrice degli abitanti del mondo di quaggiù.
    Sguardi, implorazioni di soccorso - già rivolti ad un cielo muto da generazioni e generazioni di maya nel passato - che avrebbero trovato una risposta nel 1531. Quando una donna misteriosa apparve sul colle Tepeyac, nei pressi della futura Città del Messico, nel luogo in cui sorgeva un antico tempio dedicato alla dea Tonantzin, "sorella" settentrionale della Ixchel dei maya. Una donna che parlò in lingua nahuatl ad un campesino indio, battezzato col nome di Juan Diego: "Io sono la perfetta sempre Vergine Santa Maria, madre del verissimo Dio, colui per il quale si vive, colui che sta dando l'essere alle persone, il Signore che sta vicino a tutto e nel quale tutto è ricapitolato, il padrone del cielo e della terra... io ho l'onore di essere la vostra Madre compassionevole, tua e di tutte le genti che in questa terra siete una cosa sola... Perché sarò sempre disposta ad ascoltare il loro pianto, la loro tristezza, per curare tutte le loro diverse miserie, le loro pene, i loro dolori".
    Il finale di quella apparizione, com'è noto, fu l'immagine che apparve sulla tilma, il saio di Juan Diego, quando costui riuscì a farsi ricevere dal vescovo per portargli una prova dell'apparizione di Maria: l'immagine di una donna dai tratti meticci, profezia della piena fusione di due popoli non più nemici.
    Una donna cinta da un nastro nero, il segno portato dalle indigene gravide, con un "quincunce", il fiore a quattro petali simbolo di Quetzalcoatl, il dio atteso, disegnato all'altezza del ventre. Una donna con un manto azzurro e verde, colori divini per gli aztechi. Una donna rivestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi: come quella dell'Apocalisse.
    Quell'immagine acheropita, cioè non dipinta da mani umane, il popolo indigeno la riconobbe subito: l'aveva pre-vista da secoli. Capì subito anche il messaggio di quella che sarebbe stata chiamata la Vergine di Guadalupe: un'autentica "teologia della liberazione".
    Fu quell'apparizione che diede il vero via all'evangelizzazione dell'America Latina, fino ad allora piuttosto incerta. E trasformò lo sforzo di francescani e domenicani in un caso di inculturazione miracolosa (il "nuovo inizio" di cui parla Zampa di Giaguaro alla fine del film). Raccontano gli stessi missionari che i canti indios ad Ixchen e a Tonantzin, vietati dagli spagnoli, ripresero dopo il 1531 rivolti alla Vergine Maria. Gibson tutto questo non l'ha detto esplicitamente. Ma l'ha lasciato intendere. Anche fissando l'uscita del film nelle sale americane l'8 dicembre, festa dell'Immacolata.
    15 min
  • Cristiada***** (2012) - I Cristeros hanno testimoniato nel martirio la loro fede gridando "Viva Cristo Re!"
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=70

    I CRISTEROS HANNO TESTIMONIATO NEL MARTIRIO LA LORO FEDE GRIDANDO ''VIVA CRISTO RE!'' di Marco Respinti
    Pochi, purtroppo, ricordano che nel cuore nero del Novecento il Messico martire offrì una testimonianza di fede e di fedeltà al Soglio di Pietro pressoché unica al mondo.
    Dall'inizio del secolo, il Paese nordamericano era stato squassato da una serie di colpi di Stato inframmezzati a faide politiche che altro non erano se non "guerre civili" intestine all'unico apparato massonico-laicista costantemente al potere, che, attraversato pure da inquietanti atmosfere giacobino-nazionalistiche e da forti pulsioni socialistiche, era rigorosamente definito dall'anticattolicesimo "scientifico". Nel 1917, del resto - un annus fatalis - il Messico retto dal despota Venustiano Carranza (1859-1920) giunse persino a darsi una Costituzione che quell'anticattolicesimo formalizzava positivamente e coscientemente in legge fondamentale del Paese.
    Raccogliendo dunque la tempesta che tale vento aveva da tempo seminato, fu in specie il governo del generale Plutarco Elías Calles (1877-1945), ennesimo despota, che mirò alla rivoluzione socio-culturale più compiuta e "globalizzante" da ottenersi attraverso la lotta frontale all'unico, vero grande ostacolo che, nella pratica e nella quotidianità, ancora aveva il potere di arrestarne la marcia: la Chiesa Cattolica, cioè la sua gerarchia e il suo popolo di fedeli, generatori di istituti, di società, di storia.
    In questo quadro, le insopportabili angherie e le persecuzioni scatenate dal governo contro i cattolici risvegliarono una vera e propria "Vandea messicana", disposta anche al sacrificio in armi di sé pur di difendere il diritto di cittadinanza che spetta alla verità delle cose e a quell'unico umanesimo autentico che solo la prospettiva cattolica anche sulla società e sulla polticia garantisce per tutti, non cioè solo per i cattolici.
    L'insurrezione messicana prese un nome divenuto - in un circolo di cultori che non hanno rinunciato alla memoria viva - famoso. Si chiamò "Cristiada", praticamente una crociata, e i suoi cavalieri dell'ideale, nobilmente straccioni, furono i "cristeros". Era infatti così che con arroganza e saccenza li apostrofavano i nemici, storpiando la dizione "Cristos Reyes", cioè i "Cristi-Re", insomma quella gente che si ostinava a battersi e a soccombere al grido di «Viva Cristo Re!». Del resto, i cristeros combatterono indossando l'uniforme del rosario o di un grande crocifisso appesi al collo, proprio come i loro "avi" in Vandea. E quegli insorti, pur nulla offesi, se ne fecero un vanto adottando volentieri l'epiteto [...]: come san Paolo insegna che "cristiano" è una "aggettivo di possesso" che indica "colui che appartiene a Cristo" così cristero indicò chi apparteneva in toto all'unico re, Gesù. Fu una bandiera, insomma, quel nomignolo; anzi la bandiera, emblema di una concezione diversa dell'agire politico e dell'organizzare la società, antitetica a quella che li perseguitava.
    Nel 1926 i cristeros insorsero e tennero per tre anni, fino al 1929, testa a un nemico incommensurabile. Irrorarono il suolo del Messico di sangue martire, quello che genera conversioni, santi e l'unico bene autentico: la memoria corre qui doverosamente almeno al giovane presbitero gesuita Miguel Agustín Pro (1891-1927), beatificato dal beato Giovanni Paolo II (1920-2005) il 25 settembre 1988, ma i martiri messicani, laici e consacrati, furono legione. Alla fine sui campi di battaglia ne rimasero un numero calcolato tra i 70 e gli 85mila.
    Dopo quel triennio di sangue, la guerra si fermò pur senza davvero (mai) finire. Né si esaurirono le cause profonde che l'avevano generata. Il governo era solamente riuscito di fatto a dividere gli avversari e, complice anche la pavidità di certi vertici cattolici, le armi furono deposte (almeno da una delle parti in causa, visto che le rappresaglie della vendetta governativa continuarono a mietere vittime).
    A quasi un secolo di distanza resta la memoria di un sacrifico immenso: che non è una semplice consolazione, ma la testimonianza, dura, di una storia gloriosa verso la quale un certo mondo non ha ancora fatto bene tutti i conti. A partire dagli anni 1960 ne ha raccontato le vicende in modo ancora insuperato lo storico e sociologo alsaziano Jean Meyer Barth (da non confondere con lo storico francese Jean Meyer, che, assieme al collega Pierre Chaunu [1923-2009], ha dato impulso alle ricerche sul genocidio vandeano condotte dallo studioso bretone Reynald Secher). Tra 1973 e 1974 Meyer Barth ha quindi dato alle stampe una monografia in tre tomi, La Cristiada, continuamente - per fortuna - in edizione (la più recente è uscita a Buenos Aires nel 2003 per l'editore Siglo XXI), un'opera monumentale di cui in italiano esiste solo una sintesi - il saggio Quando la storia è scritta dai vincitori. Insurrezione vandeana e rivolta dei cristeros messicani: due sollevazioni popolari escluse dalla storia ufficiale e dalla memoria nazionale, accolto nel volume a più mani La Vandea (trad. it., Corbaccio, Milano 1995) - e qualche "reperto" in forma di intervista giornalistica.
    Utilissimi sono dunque due volumi di recenti produzione italiana. Anzitutto "Dio, Patria e libertà! L'epopea dei Cristeros", firmato dallo storico militare Alberto Leoni e uscito nella collana "I quaderni del Timone" (Edizioni Art, Milano 2010, pp. 64, € 6,00), poi il freschissimo di stampa "Cristiada. Messico martire. Storia della persecuzione" di Luigi Ziliani (Amicizia Cristiana, Chieti 2012, pp. 216, €15,00).
    Il libro di Zuliani è un felice reprint di un'opera pubblicata in presa diretta, una cronaca frutto di un viaggio-pellegrinaggio effettuato dall'autore, un sacerdote cattolico italiano, sul posto nel 1928. Don Ziliani (che tra il 1928 e il 1938 tenne in Italia e in tutta Europa circa 300 conferenze per denunciare il "dispotismo giacobino-bolscevico" del governo Calles) pubblicò il proprio reportage esplosivo dapprima con il titolo "Tre mesi nel Messico Martire" e poi lo trasformò in "Messico martire. Storia della persecuzione, eroi e martiri di Cristo Re" (Società Editrice S. Alessandro, Bergamo, 1929). Il testo venne ripubblicato ben 15 volte in 10 anni, dall'edizione del 1933 recò l'approvazione dell'arcivescovo messicano di Guadalajara, mons. Francisco Orozco y Jiménez (1864-1936), e diverse altre edizioni postume uscirono sino all'ultima del 1951.
    In esso il sacerdote spiegò benissimo come fu la natura autenticamente popolare del cattolicesimo messicano a far sì che a quelle latitudini la fede costituisse anche una irrinunciabile quanto cristallina scelta sociale e politica, che dunque non poteva per forza di cose essere tollerata dalle forze laiciste in quel frangente al potere nel Paese. Lo scontro fra le due civiltà antagoniste - quella edificata prendendo sul serio in ogni piega anche della storia temporale la Rivelazione del Dio che si fa uomo e quella che vorrebbe costruire prescindendo coscientemente da Dio - fu dunque "naturale", inevitabile; meraviglierebbe, cioè, se in Messico, date le premesse, fosse accaduto qualcosa di diverso da una guerra aperta...
    Perché, una volta fallito il tentativo di rispondere alla persecuzione sul piano legislativo e dunque legale, non rimase che l'extrema ratio dell'insurrezione. Non a caso il Messico cristero godette "dell'imprimatur" - caso più unico che raro - della stessa Santa Sede. Papa Pio XI (1857-1939) dedicò infatti alla persecuzione anticattolica di quello sfortunato Paese nordamericano non uno ma ben quattro documenti magisteriali, tre dei quali furono nientemeno che encicliche, oggi opportunamente raccolti nel volume Encicliche sulle persecuzioni in Messico, 1926-1937 (Amicizia Cristiana, 2012, pp. 78, € 7,00).
    Il primo fu la lettera apostolica Paterna sane, del 2 febbraio 1926, con cui il pontefice suggeriva all'episcopato messicano modi concreti per contrastare le leggi anticristiane promosse dal governo di Città del Messico. La seconda fu la lettera enciclica Iniquis afflitisque, del 18 novembre del medesimo anno, che, rivolgendosi significativamente alla Chiesa universale, additava la sofferenza del popolo cattolico messicano a modello di virtù per tutti. Dunque, a guerra finita, il Papa promulgò la lettera enciclica Acerba animi, del 29 settembre 1932, esortando i cattolici messicani a una nuova (forma di) resistenza. Infine venne la lettera enciclica Firmissimam constantiam, del 28 marzo 1937, la quale persino legittimò - a norma dell'antichissimo diritto di resistenza all'oppressione tirannica, che il diritto naturale e la dottrina cattolica contemplano positivamente -, l'insurrezione dei cristeros.
    Solo pochi giorni, anzi ore prima di quest'ultimo documento "messicano", rispettivamente il 14 e il 28 marzo, Pio XI aveva promulgato le due storiche encicliche di scomunica delle ideologie violente più note del secolo XX e in quel momento massimamente distruttive, ovvero il nazionalsocialismo ateo (e l'eresia del "cristianesimo tedesco") attraverso l'enciclica Mit brennender sorge, nonché il socialcomunismo materialistico e altrettanto ateo con l'enciclica Divini redemptoris. Alla Cattedra sempiterna di Pietro era cioè chiaro il volto che l'anticristianesimo militante, non certo una novità, assumeva in quel momento: la somma tra i due totalitarismi di massa che avvelenavano l'Europa e la persecuzione "liberale" americana che divorava il Messico.
    Un vero peccato che oggi solo pochi ricordino il fato dei cristeros. Eppure è un argomento di cui dovrebbe impossessarsi l'immaginario collettivo. Pensare che nel 2011 vi è stato dedicato persino un film, Cristiada, con un cast (Andy Garcia, Peter O'Toole, Eduardo Verástegui, Eva Longoria; musiche del talentuoso James Horner; effetti speciali di chi ha lavorato per i Tolkien cinematografici di Peter Jackson...) e un budget da vero kolossal. [...]
    14 min
  • Orgoglio e pregiudizio* (2005) - L'amore vero non è soltanto un'emozione o un frutto di calcolo
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=166

    L'AMORE VERO NON È SOLTANTO UN'EMOZIONE O UN FRUTTO DI CALCOLO di Luisa Cotta Ramosino
    Quando il ricco Mr. Bingley arriva a Meryton gli occhi di tutte le madri con figlie in età da marito si puntano su di lui, e in particolare quelli di Mrs. Bennet che di figlie ne ha cinque, con fragili prospettive matrimoniali. Mr. Bingly sembra molto interessato alla maggiore, Jane, mentre la vivace Elizabeth si scontra subito con Mr. Darcy, l'ombroso amico di lui. Naturalmente le cose non sono come sembrano e i destini di tutti sono destinati a complicarsi, complici parenti impiccioni, ufficiali poco raccomandabili e inaspettate proposte di matrimonio…
    Orgoglio e Pregiudizio conta detrattori in numero almeno pari agli estimatori, in quanto incolpevole progenitore di tanta letteratura rosa, a cui si potrebbe superficialmente apparentarlo per la trama. Di recente le avventure di Bridget Jones (di cui Orgoglio e Pregiudizio è il sottotesto dichiarato) ha rinverdito i fasti della Austen anche nella cosiddetta chick lit, la "letteratura per pollastrelle" che va di moda di qua e di là dall'Oceano, ma non mancano ponderosi studi di femministe che vedono nella scrittrice inglese un'osservatrice spietata della condizione femminile della sua epoca.
    A ben vedere, tuttavia, i romanzi di Jane Austen sono ben più che brillanti storie d'amore o studi sociologici. Più erede della tradizione razionalista inglese che l'aveva preceduta che parente del Romanticismo nascente, Jane Austen con Orgoglio e Pregiudizio ci offre uno splendido studio sul modo in cui gli esseri umani formano (o dovrebbero formare) le loro opinioni sui propri simili (il primo titolo dell'opera era, non a caso first impressions). Un'abilità, quella di interpretare correttamente l'agire e il carattere altrui, assolutamente indispensabile in una società come la sua in cui uomini e donne avevano poche opportunità per osservarsi e conoscersi prima di dover prendere una decisione sulla persona con cui trascorrere il resto della loro vita.

    UN FILM NON ALL'ALTEZZA DI UN LIBRO CAPOLAVORO
    Proprio di questa leggerezza, del sottile ma costante umorismo (anche nei confronti dei suoi eroi e delle sue eroine), che tiene a bada ogni deriva sentimentale, si sente la mancanza in questo adattamento che rischia proprio di indulgere in quel sentimentalismo da cui la Austen si è sempre tenuta lontano modificando non tanto la fabula quando il senso profondo delle azioni e le dinamiche dei personaggi.
    È bene dirlo subito, quindi: per un appassionato di Jane Austen questo film (il primo per il cinema, a 65 anni da quello con Laurence Olivier e Greer Garson; la BBC, però, ne ha sfornato una splendida versione televisiva 10 anni fa, proprio quella che faceva impazzire Bridget Jones e le sue amiche) è una delusione, soprattutto se messo a confronto con lo splendido lavoro di adattamento fatto una decina di anni fa da Emma Thompson su Ragione e sentimento.
    Innanzitutto per gli interpreti principali. Keira Knigthley, giovane stella in ascesa del cinema britannico, a dispetto del nome vagamente austeniano non rende affatto giustizia alla vivacità e allo spirito di Lizzie Bennet, e Matthew MacFadyen (che pare sia stato un ottimo agente segreto nella serie inglese di successo Spooks) in questo adattamento ci presenta un Darcy preda della depressione più che dell'orgoglio.
    Molto meglio se la cavano i coprotagonisti e i comprimari interpretati da solidi professionisti come Judi Dench, Donald Sutherland e Brenda Blethyn (davvero brava a dare più di un tocco di tenerezza alla solitamente impossibile Mrs Bennet).

    UN FILM COMUNQUE DA VEDERE NONOSTANTE I DIFETTI
    Il problema principale, però, è che tutti in questo film sembrano sempre molto seri e pensierosi, addirittura sull'orlo del pianto (persino un personaggio, come il signor Bennet, del tutto alieno a questo tipo di emozioni) e anche la povera Lizzie Bennet, cui nel romanzo Jane Austen fa dire che sceglie solo di ricordare le cose belle per non rovinarsi la salute mentale, assomiglia fin troppo alla languorosa Marianne di Ragione e sentimento, con le sue camminate dolenti sotto i temporali e i suoi turbamenti perenni davanti a specchi e finestre. Tra l'altro, rispettosa quanto è giusto delle convenzioni (di cui sapeva apprezzare la razionalità), Jane Austen sarebbe inorridita sia di fronte alla prima dichiarazione di Darcy nel bel mezzo di un temporale, sia alla seconda con la sua protagonista in vestaglia.
    Più interessante la variazione operata nel tratteggiare il rapporto tra i signori Bennet, che per Austen è il perfetto esempio di uno degli errori di valutazione di cui si parlato all'inizio, un errore che ha messo vicino due persone differenti per interessi, inclinazioni e profondità.
    Gli autori del film hanno voluto invece colorare questo rapporto di maggiore tenerezza, addolcendo il carattere del signor Bennet e dando alla impossibile signora Bennet qualche possibilità in più esprimere le sue comprensibili preoccupazioni per il futuro delle sue figlie.
    In compenso si sono (volutamente, a quanto pare) persi per strada il bellissimo legame di complicità che univa le due maggiori sorelle Bennet, che è quello che al lettore permetteva di penetrare di più nel cuore di queste signorine così compite e indecifrabili (si capiscono perfettamente le incertezze di gentiluomini poco allenati all'osservazione).
    Fa dispiacere che di fronte a un genio discreto come quello di Jane Austen, i contemporanei sappiano scegliere solamente la via della comicità spinta (come è spesso quella di Bridget Jones) o del romanticismo esasperato, che mancano di cogliere uno dei messaggi fondamentali di Orgoglio e pregiudizio, che cioè, l'amore vero non è né soltanto un'emozione per quanto trascinante né un frutto di calcolo, per quanto esatto, ma un frutto spontaneo, che può nascere dall'incontro (o anche dallo scontro) tra due persone dotate di cervello, oltre che di anima, ma che può crescere e durare solo se fondato su un giudizio.
    7 min
  • Affrontando i giganti*** (2006) - I valori cristiani nello sport
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=34

    I VALORI CRISTIANI NELLO SPORT di Antonella De Cupis
    Grant Taylor è nel bel mezzo di una profonda crisi personale e professionale: da sei anni allena la squadra di football della scuola e non ha mai vinto niente, il suo migliore amico ha deciso di andarsene e un gruppo di genitori lo vuole fuori dal team. Ma proprio quando crede di aver perso tutto riceve una visita molto particolare che gli restituisce la fiducia e lo aiuta a trovare la strada giusta per vincere di nuovo.
    I giganti della paura, del fallimento, sono quelli che Grant e la sua squadra si trovano ad affrontare. Il film parte da un totale fallimento della vita del protagonista, il Coach Grant Taylor, che pur essendo cristiano, all'inizio non mette in pratica la sua fede. Quando inizia davvero a farlo comincia a vedere in azione la Provvidenza di Dio che opera mandando benedizioni a chi crede che l'impossibile diventi possibile. Tutto questo lo sperimenta con la sua squadra "perdente" ma è lui il primo a doverci credere e con l'aiuto di Dio porta quei giovani a dare il meglio di se stessi.
    Il protagonista del film Alex Kendrick, mostra con il suo stile chiaro, semplice e diretto le debolezze dell'uomo. L'ascesa che vediamo nella vita di Grant va di pari passo con l'ascesa della squadra. Affronta e vince i suoi i giganti di ogni giorno e parallelamente affronta quelli della squadra insieme ai suoi ragazzi. Dio scende in campo con loro, con loro gioca, con loro vince. Abbastanza prevedibile l'evolversi della storia ma non è negli obiettivi del film un finale a sorpresa o colpi di scena, piuttosto stabilire dei punti fermi strada facendo e fornire, attraverso chiari simbolismi e in modo inequivocabile, gli strumenti per mettere in pratica la nostra fede e per credere nella potenza di Dio. Così vediamo l'importanza della preghiera personale e di intercessione, il giusto rapporto padre-figlio, l'importanza della Parola di Dio, il glorificare e amare Dio in ogni caso, il dare il meglio di noi stessi, lo spirito di squadra e altro ancora. Il film ha i giusti ritmi e una buona interpretazione dei protagonisti, non resta quindi difficile immedesimarsi nei personaggi e la visione è assolutamente scorrevole e piacevole. Il football, uno sport notoriamente irruento, diventa un mezzo per onorare Dio ed anche un modo per servirlo, con grinta, passione e determinazione. È adatto non solo agli adolescenti ma a tutta la famiglia. E' un vero e proprio film cristiano tanto che sorprende trovarlo a noleggio nelle comuni videoteche, proprio per questo è un utile strumento di evangelizzazione tra i ragazzi. Una bella carica di fede in azione. Da non perdere.
    4 min
  • Il mercante di pietre*** (2006) - Non tutti i musulmani sono terroristi, ma quasi tutti i terroristi sono musulmani
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=35

    NON TUTTI I MUSULMANI SONO TERRORISTI, MA QUASI TUTTI I TERRORISTI SONO MUSULMANI
    In Turchia l'italiano Ludovico Vicedomini entra in contatto con la coppia formata da Alceo, docente universitario che ha perso le gambe anni prima durante l'attentato all'ambasciata americana a Nairobi, e dalla moglie Leda, dirigente di una compagnia aerea. Presentatosi come commerciante di pietre preziose, Vicedomini comincia a corteggiare Leda in modo via via più serrato e suadente...
    La presenza dell'Islam nei Paesi dell'Europa Occidentale e i modi per accogliere, dialogare, convivere con l'islamismo sono temi drammaticamente al centro dell'attenzione del Vecchio Continente. I due attentati degli ultimi anni a Madrid e a Londra sono stati campanelli d'allarme che dimostrano il fallimento del multiculturalismo (l'ideologia che si illude di poter far convivere pacificamente non solo popoli diversi, ma anche culture diverse per lungo tempo in uno stesso territorio).
    Dalla verificata confusione che regna nella cultura dominante (accondiscendente verso le minoranze, quali l'islam, e implacabile nel contrastare il cristianesimo) prende il via questo film che Renzo Martinelli ha realizzato come una forte e vibrata denuncia: "Il mio tentativo è dire: attenzione, perché il proselitismo è tra noi".
    Il regista vuole mettere in guardia l'occidente dal pericolo di proseguire sulla strada di quel buonismo accomodante che si risolve nella distinzione tra un Islam fanatico e un Islam moderato e che dovrebbe trovare tutti d'accordo, limitando il numero dei potenziali nemici. Non è così invece, sostiene l'autore, facendo parlare al posto suo i tre protagonisti: l'italiano convertito Vicedomini, l'inascoltato professor Alceo, sua moglie Leda.
    Le intenzioni del film sono precise e ben chiare. L'accusa di remissività è altrettanto diretta. Un film dunque ottimo per la discussione, anche se purtroppo sono da registrare due difetti.
    Il primo è l'idea di matrimonio che fa da sottofondo alle vicende: viene considerato normale che una donna non soddisfatta fisicamente dal marito (per una menomazione) abbia una relazione extraconiugale. Anzi, proprio grazie a questa si ha la conversione di un personaggio importante.
    Il secondo, e più banale difetto, è la presenza di due scene di sesso esplicito.
    8 min

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Quando il grande schermo produce capolavori. Recensioni a cura del sito FilmGarantit.it