FILM GARANTITI - Il meglio del cinema

FILM GARANTITI - Il meglio del cinema

By BastaBugieTV & FilmFilm Reviews
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FILM GARANTITI - Il meglio del cinema episodes

  • Lo scafandro e la farfalla*** (2008) - Totalmente paralizzato scopre il vero senso della vita
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=54

    LO SCAFANDRO E LA FARFALLA - TOTALMENTE PARALIZZATO SCOPRE IL VERO SENSO DELLA VITA di Toni Viola
    Premio per la miglior regia a Cannes, quattro nomination agli Oscar. Il bellissimo e commovente "Lo scafandro e la farfalla" del regista americano Julian Schnabel, racconta in 112 minuti la vicenda drammaticamente reale del francese Jean-Dominique Bauby. Colpito da ictus all'età di 42 anni, Bauby (autore di successo e redattore capo della prestigiosa rivista francese Elle) rimase poi vittima di una rara sindrome che lo paralizzò dalla testa ai piedi rinchiudendolo nel suo stesso corpo, come in uno scafandro. L'uomo dettò la sua autobiografia, da cui è tratto il film di Schnabel, in poco più di un anno utilizzando solo il battito di una palpebra, l'unica parte del corpo che era in grado di governare, perché per ogni altra funzione dipendeva dalle macchine. Un calvario di 16 mesi (Bauby si spense il 9 marzo 1997, dieci giorni dopo la pubblicazione del volume), ma anche un incredibile inno alla vita, vista e vissuta attraverso quell'occhio capace di esprimere tutta la profonda essenza di un uomo così umiliato e imprigionato, ma libero come una farfalla, nei battiti di quelle palpebre.
    È possibile che l'essere umano travolto da un'improvvisa, terribile tragedia scopra la sua vera natura e il senso più profondo della vita? Dobbiamo ammalarci ed esplorare i meandri dell'inferno perché ci appaia un angelo pronto ad aiutarci? Parte da queste domande Schnabel per dare vita a un autentico capolavoro intriso di straordinaria umanità, poesia, persino ironia, com'era nelle corde dello sfortunato Bauby, interpretato dal bravo Mathieu Amalric. Ma c'è anche profonda disperazione. Come quando, appena appreso a comunicare con il movimento delle palpebre, le sue prime parole sono: "Voglio morire". "Parole oscene e irrispettose" secondo la sua fisioterapista (Emmanuelle Seigner) che a quell'uomo sta dedicando tutta se stessa. E Bauby scoprirà come la vita valga la pena di essere vissuta comunque.
    Le infermiere, la moglie, i figli (delicatissima la scena del mare), gli amici, tutti si adattano alla sua nuova condizione e lo incoraggiano ad andare avanti in un viaggio che riserva anche momenti di ironia, non certo inaspettati per chi ha conosciuto direttamente certe situazioni di fragilità estrema: perché la capacità degli uomini di trovare risorse positive dentro se stessi è davvero infinita.
    Commovente tra le altre scene, a volte amare a volte dolcissime, anche un altro momento forte della pellicola: la telefonata con l'anziano padre invalido, disperato per non poter stare accanto al proprio figlio.
    Un tema, quello dell'intangibilità e sacralità della vita, spesso tabù sul grande schermo o affrontato piuttosto per ribadire il diritto all'eutanasia, è trattato da Schnabel in maniera sorprendente. Il regista ci ricorda infatti che anche un'esistenza apparentemente così miserabile può ancora riservare gioia e serenità, emozioni e sogni da cercare tra memorie e immaginazione. Intrappolato, con il protagonista, tra membra inerti per quasi un'ora, lo spettatore assiste quasi con l'occhio stesso di Bauby (e di Schabel) alle vicende che si dipanano sullo schermo con quello stesso sguardo, ascoltando la voce di un uomo che nei suoi monologhi interiori si chiede se quella si possa chiamare vita, che rimpiange cose mai dette, gesti mai compiuti, amore mai dato, la gioia perduta senza però mai perdere, persino, un innato senso dell'umorismo.
    Un film importante, anzi necessario: in tempi di dibattiti gridati e furenti rivendicazioni di presunti "diritti" di morire, di battaglie ideologiche giocate sul concetto scivoloso di "qualità della vita", il film è un invito a fare silenzio. Di fronte a qualcosa di più grande.
    6 min
  • Fireproof***** (2009) - Come risolvere una crisi coniugale in 40 giorni
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=58

    COME RISOLVERE UNA CRISI CONIUGALE IN 40 GIORNI di Antonio e Luisa De Rosa
    Fireproof. La prova del fuoco. Si perché a volte il matrimonio diventa un incendio dove, se non si è pronti ad intervenire, se non si fa squadra con il compagno, c'è il rischio concreto di mandare tutto in fumo. Di bruciare la nostra relazione, la nostra unione, la nostra vocazione, la nostra famiglia. In una parola: la nostra vita.
    Torniamo al film. Per chi non lo conosce, è un film americano del 2008. Un film cristiano. [...] La trama si snoda intorno alla vita matrimoniale dei due protagonisti. Caleb, comandante dei vigili del fuoco. Catherine, cura le pubbliche relazioni dell'ospedale della città. Presi dai rispettivi lavori si perdono. Non hanno più quella intimità, quella complicità, quello sguardo, quella tenerezza che rende vivo e bello un matrimonio. Ognuno è incentrato sulla propria vita e vede nell'altro solo le mancanze. La loro vita insieme diventa un inferno di recriminazioni e litigi e un deserto sentimentale e sessuale. Lui è scivolato nella pornografia on line. La pornografia succhia energie, tempo e interesse alla coppia. Non è qualcosa di innocuo, distrugge la coppia per tante ragioni. [...]
    La frase più brutale detta da lei su questo vizio del marito esprime tutta la sofferenza, l'umiliazione, lo scoraggiamento che colpisce una donna quando scopre che il marito fruisce di contenuti pornografici. Catherine dice: "Da quando non gli sono bastata più io?". È una frase terribile detta da una moglie. Sembra tutto perso. Tanto che anche lei trova nelle attenzioni di un medico dell'ospedale dove lavora quello che non riceveva più dal marito e desiderava nel cuore.
    Prima del tracollo interviene il padre di Caleb che chiede al figlio un ultimo tentativo prima di arrendersi alla separazione. Attraverso un diario Caleb deve mettere in atto ogni giorno un'azione verso la moglie. Naturalmente la moglie non crede a questi gesti e tratta il marito con indifferenza e freddezza. Lui non molla e alla fine riesce a riconquistare l'amore perduto. Vediamo ora quali sono i verbi che hanno permesso a Caleb di ricostruire un matrimonio che sembrava ormai morto.
    1) SPOSTARE
    Caleb riesce, con impegno e determinazione, a spostare il centro del suo sguardo, del suo interesse. Capisce che la priorità non sono i suoi desideri, i suoi pensieri e le sue aspirazioni. Il centro deve essere volere la felicità del coniuge e fare di tutto per ottenerla. Anche rinunciare a qualcosa per sé. Rinunciare all'orgoglio è la cosa più difficile.
    2) NUTRIRE
    Si sono persi perché non hanno nutrito il loro rapporto di tenerezza e cura reciproca. La loro relazione come una pianta senza acqua è seccata. Caleb, con tanta difficoltà, riesce a ricostruire questa modalità di essere coppia. Riescono ancora a guardarsi con gli occhi di chi ama ed è amato. Il cuore di pietra grazie alla tenerezza, linguaggio d'amore imprescindibile torna a battere e ad essere di carne.
    3) FARE SQUADRA
    Tutto il film ruota attorno al lavoro di Caleb. Un lavoro dove il gioco di squadra è determinate e può fare la differenza tra la vita e la morte. Così è per il matrimonio. Bisogna saper condividere gioie, sofferenze e dolori. In una scena del film un amico di Caleb dice: "Ci si sposa promettendo fedeltà e amore nella buona e cattiva sorte, ma in realtà si intende solo nella buona". Se non c'è la volontà di entrambi di superare la crisi non c'è possibilità che la relazione sopravviva.
    4) TAGLIARE
    Tagliare con i nostri vizi è fondamentale. Caleb per riconquistare Catherine lotta con determinazione per uscire dalla dipendenza della pornografia. La tentazione è lacerante. Arriva a distruggere il PC con una mazza da baseball.
    5) PERDONARE
    Questo verbo l'ho indicato per ultimo, ma è forse il più importante. Se non ci perdoniamo non si può ricominciare. Il perdono trasforma una crisi in un'occasione che fortifica e accresce l'amore.
    7 min
  • Fireproof***** (2009) - Un matrimonio alla prova del fuoco
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=56

    UN MATRIMONIO ALLA PROVA DEL FUOCO di Antonio Gaspari
    C'è un film intitolato Fireproof, diffuso in Italia solo in edizione home video, ma che ha avuto un successo strepitoso negli Stati Uniti. I suoi effetti sono stati prodigiosi visto che molte coppie in procinto di separarsi ci hanno ripensato dopo aver visto il film.
    Fireproof diretto dal regista americano Alex Kendrick, racconta di Caleb Holt (interpretato da Kirk Cameron), un capitano dei vigili del fuoco, che svolge un lavoro eroico e che segue diligentemente una massima del padre: "Mai lasciare indietro il tuo compagno". Nella vita privata però Caleb incontra molte difficoltà. Dopo sette anni di matrimonio, il suo rapporto con la moglie Catherine sta fallendo. I due non si comprendono più, si accusano l'un l'altro, sembrano aver perso la fiducia e l'amore che li ha portati a sposarsi. Caleb sostiene che Catherine è troppo sensibile e non mostra rispetto per lui. Catherine invece racconta ai suoi colleghi di ospedale che suo marito è insensibile e non comprende le sue necessità ed è per questo che vuole chiedere il divorzio.
    I genitori di Caleb sono preoccupati: dicono al figlio di non rassegnarsi e gli propongono di iniziare un percorso di 40 giorni composto da buone azioni quotidiane. Si comincia dal lavare i piatti, poi comprare fiori e regali per la moglie, rifare i letti, cucinare per la cena, invitare la moglie al ristorante, curarla, accudirla, prestarle amorevole attenzione.
    Caleb comincia a capire che amare significa vincere l'egoismo e prendersi cura di sua moglie. Catherine, però, non si fida, ha la madre malata ed un medico che le fa la corte e così, nonostante gli sforzi di Caleb, manda avanti le pratiche per il divorzio. A questo punto Caleb sembra sconfitto, eppure non cede. Si converte nel profondo, prega e compie atti di amore gratuito. Da questo momento il matrimonio di Caleb e Catherine esce dall'abisso dove stava cadendo e inizia una nuova vita.
    Il libro che Caleb legge, per riscoprire l'amore proprio e del matrimonio, non è una finzione cinematografica: esiste veramente, è intitolato "The Love Dare" e negli Stati Uniti è stato in testa alle classifiche dei libri più venduti per 17 settimane. L'edizione italiana è intitolata "La sfida dell'amore" ed è pubblicata dalla casa editrice Uomini Nuovi.
    Intervistato da Zenit il geniale regista Alex Kendrick ha spiegato che "il matrimonio è stato attaccato, annacquato e ridefinito. Per questo motivo il film in questione vuol ricordare alla gente che il matrimonio è un pilastro della nostra civiltà. Se si rompe, la comunità rischia di crollare". Kendrick sostiene che tutti i matrimoni incontrano periodi di crisi ma Fireproof dimostra che si può resistere, ricominciando con più amore. Il film in questione mostra come ci siano dei principi, come, per esempio, la limitazione dell'egoismo e azioni di amore gratuito verso gli altri, che non si applicano solo alle coppie sposate, ma sono decisive per ogni singola impostazione di vita.
    A questo proposito don Marcello di Fulvio, responsabile della comunicazione della Diocesi di Palestrina, organizza proiezioni e cineforum con Fireproof al fine di alimentare un percorso di fede matrimoniale, educando le giovani coppie a riconoscere che l'amore è paziente, è benevolo, non è egoista, pensa all'altro, non è sgarbato, non è irascibile, crede il meglio, è incondizionato, si prende cura dell'altro, si batte lealmente, gioisce, onora, intercede, incoraggia, è fedele, perdona, protegge sempre. Secondo don Marcello il film è adatto anche ai giovani che si accingono a sposarsi.
    Il successo di Fireproof ha influenzato direttamente la vita di molte persone: negli Stati Uniti, ma anche in Italia, sono centinaia le coppie che hanno annullato le loro cause di divorzio dopo aver visto il film. Kendrick ha raccontato che decine di migliaia di messaggi di commento al film sono stati inviati nel mondo per comunicare la buona novella delle riappacificazioni familiari.
    Il film Fireproof è una buona notizia in un contesto di disgregazione sociale causato da separazioni e divorzi. Secondo l'associazione degli avvocati matrimonialisti, ogni anno in Italia 160.000 coppie si separano e 100.000 divorziano. Solo nel 2009 sono stati coinvolti 66.406 minorenni nelle separazioni e 25.495 minorenni nei divorzi. La separazione dei genitori è diventata la prima causa di paure e sofferenza tra i bambini e le bambine che frequentano le scuole elementari. Ben venga, quindi, un film che esalta l'unità matrimoniale.
    8 min
  • Josemaria Escriva'** (2008) - Il ragazzo che fondo' l’Opus Dei
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=162

    JOSEMARIA ESCRIVA' (2008) ** di Maria Antonietta Calabrò
    Il cartone animato ripercorre la vita del santo dalla nascita alla vocazione sacerdotale
    In occasione dell'80° anno dalla fondazione dell'Opus Dei, è uscito un lungometraggio animato sull'infanzia del fondatore, San Josemaría Escrivà. Attraverso alcuni episodi significativi, il cartone fa un ritratto del Santo da bambino, in cui emergono quei tratti caratteristici che lo porteranno, da adulto, a dedicare la sua vita al messaggio della santificazione dell'ordinario. Il cartone racconta del clima di affetto e di fede che c'era nella sua famiglia, il rapporto del piccolo Josemaría con i suoi genitori, con le sorelle e con i compagni di scuola. Dipinge fedelmente la vita e le ambientazioni della Spagna dell'epoca. Emerge dalla storia come la straordinaria personalità di San Josemaría, la sua capacità di voler bene autenticamente, la sua dedizione e la sua eroicità, siano tutte cose che ha imparato dai suoi genitori, dal loro modo di volersi bene e dal clima che respirava in famiglia.
    Il cartoon ha una durata di 70 minuti, la sceneggiatura è stata scritta da Francesco Arlanch ed è prodotto dalla Mondo TV uno dei i principali operatori europei nel settore della produzione e commercializzazione di serie televisive e lungometraggi animati destinati al mercato televisivo e cinematografico.
    Vengono raccontati anche episodi dolorosi (il fallimento del padre, José, la morte delle sorelline) ma con uno stile sereno che non scade mai nella tragedia, anzi apre sempre alla gioia di una famiglia piena di speranza e coraggio. Il cartone è piacevole, a tratti molto poetico, vi sono anche numerosi episodi divertenti.
    È adatto sia ai bambini che agli adulti. La storia culmina con la scelta di Josemaría di farsi sacerdote per mettersi a disposizione del Signore. Nelle scene finali viene sintetizzata con alcune immagini la fondazione dell'Opus Dei e la Canonizzazione del 2002.
    LA FAMIGLIA DEL SANTO
    Una quotidianità umile ma piena di utilità e di significato anche negli aspetti più ordinari del vivere
    Anche i santi sono stati bambini. È ovvio. Ma non era mai stato prodotto un cartone animato per raccontare ai ragazzi l'infanzia di uno di loro, da poco salito agli onori degli altari [...] Josemaria Escrivà de Balaguer.
    Il cartoon (poco più di un'ora) è stato realizzato in Corea del Nord, è prodotto da Mondo tv, la sceneggiatura è di Francesco Arlanch (autore di episodi di Don Matteo e che ha lavorato per il film tv Giovanni Paolo II e come story editor per Nerone e Augusto della serie Imperium). Un santo «ordinario» Josemaria, fin da piccolo. Fatto oggetto del bullismo dei compagni, coinvolto dalla crisi economica dell'azienda del padre. Esposto ai problemi della famiglia, segnata dalla morte delle sorelline, e da quelli dell'ambiente scolastico. Eppure «straordinario». Dato per morto dal medico e «salvato» a due anni dalle preghiere della madre alla Madonna di Torreciudad («La Madonna ti ha lasciato al mondo per qualcosa di grande, perché tu eri più morto che vivo», gli dice la madre nel cartoon). Ragazzo che a quindici anni, per una sua scelta personale, decide di lasciar perdere l'aspirazione di fare l'architetto per farsi sacerdote, preannunciando al contempo alla madre che avrà un altro figlio maschio che avrebbe potuto curarsi di lei nella vecchiaia, dato che lui stava per prendere i voti. [...]
    Protagonista del lungometraggio, insieme al piccolo Josemaria, è la sua famiglia: il bellissimo rapporto esistente tra il padre e la madre e tra i genitori e i figli (José e la sorella Carmen). «Quello che più impressiona è il clima molto semplice, ma pieno di speranza e di coraggio che si respirava in quella casa spagnola, all'inizio del XX secolo», commenta Pippo Corigliano, portavoce dell'Opus Dei in Italia.
    Una quotidianità umile ma piena di utilità e di significato anche negli aspetti più «ordinari» del vivere. Come indica nel cartoon quello che è l'«alter ego» del bimbo Josemaria: un «burrito», ovvero l'asinello Torcido (che vuol dire Storto). Pochi sanno che il fondatore dell'Opus Dei ha elaborato una vera e propria «teologia dell'asinello»: il compagno della vita di tutti i giorni, che gira la macina senza lamentarsi, ma grazie al quale tutti possono mangiare il pane. Anzi, lui stesso, il santo, si definiva con gli amici più intimi, un «burro», un asino, dicendo: «Noi dobbiamo trasformare - con l'amore - il lavoro umano della nostra giornata abituale in Opera di Dio, di portata eterna».
    7 min
  • Josemaria Escriva'** (2008) - Breve biografia di Josemaria (2008) **
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=163

    BREVE BIOGRAFIA DI JOSEMARIA
    Barbastro è una città della provincia di Huesca (Spagna). Lì nacque Josemaría Escrivá de Balaguer alle dieci di sera del 9 gennaio 1902, in una casa della via Grande con i balconi che davano sulla piazza del Mercato. Quattro giorni dopo, il piccolo fu battezzato nella cattedrale.
    Josemaría era un bambino normale, allegro, birichino e vivace, ma, a due anni, cominciò ad avere la febbre altissima. Dopo aver cercato di curarlo in tutti i modi, il medico di Barbastro disse ai genitori: "Non supererà questa notte".
    La mattina dopo, il medico tornò: "A che ora è morto il bambino?", chiese. "Non solo non è morto, dottore" gli rispose José, il padre di Josemaría, "ma è perfettamente guarito".
    Lui e Dolores, la madre del bambino, avevano promesso a Dio che, se il figlio fosse guarito, sarebbero andati a pregare davanti alla Madonna di Torreciudad, situata in una cappella costruita sulle montagne vicine. Dopo la guarigione, fecero quel viaggio per ringraziare la Madonna. Si poteva arrivare solo per sentieri stretti e precipizi pericolosi, ma mantennero la promessa: José a piedi, Dolores a dorso di mulo, con il bambino in braccio.
    Josemaría aveva una sorella più grande, Carmen, nata due anni prima di lui. Dolores, la mamma, si occupava della casa, mentre José lavorava in una ditta di tessuti.
    Prima di fare la prima Comunione, Josemaría si confessò con il sacerdote da cui lo aveva accompagnato la madre. Un padre scolopio lo preparò a ricevere per la prima volta Gesù e gli insegnò una preghiera che si sarebbe ricordato per tutta la vita. Diceva così: Vorrei, Signore, riceverti con la purezza, l'umiltà e la devozione con cui ti ricevette la tua Santissima Madre, con lo spirito e il fervore dei santi. Per lui fu un giorno molto felice.
    Poco dopo Josemaría nacquero tre sorelline: Chon nel 1905, Lolita nel 1907 e Rosaria nel 1909. Sfortunatamente, sua sorella Rosaria morì a nove mesi. Poi morì Lolita e poco dopo Chon. Josemaría aveva 11 anni ed era così triste che diceva alla madre: "L'anno prossimo tocca a me". "Figlio mio" gli rispose la madre, "la Madonna ti ha lasciato al mondo per qualcosa di grande, perché tu eri più morto che vivo".
    Gli ricordava così che la Madonna lo aveva guarito da una malattia quando era più piccolo. "Non preoccuparti che ti ho offerto alla Madonna e Lei si prenderà cura di te".
    In quegli anni gli affari del padre cominciarono ad andare male, per cui dovettero trasferirsi a Logroño, dove José aveva trovato un lavoro.
    Un giorno d'inverno, quando Josemaría aveva 15 anni, uscì di casa presto. La neve ammantava le strade ed egli notò delle orme: erano quelle di un frate che camminava scalzo. Lo faceva per offrire al Signore un sacrificio e per imitare Gesù, che portò la croce per noi. Sorpreso, Josemaría pensò: "Se altri fanno tanti sacrifici per amore di Dio, io non sarò capace di offrirgli nulla?".
    Da allora, cominciò ad andare a Messa tutti i giorni e a confessarsi più spesso. Sentiva che Dio gli chiedeva qualcosa, ma non sapeva ancora che cosa.. Perciò decise di farsi sacerdote: per essere più disponibile per servire il Signore e gli altri.
    "Voglio essere sacerdote", disse Josemaría a suo padre.
    A José spuntarono le lacrime: aveva pensato che il figlio sarebbe diventato architetto o avvocato. Fu l'unica volta che lo vide piangere. Pianse di gioia, perché il padre di Josemaría era un buon cristiano, ma anche di dispiacere, perché il sacerdote deve essere una persona molto sacrificata.
    Come preparazione al sacerdozio, Josemaría studiò due anni al seminario di Logroño e poi andò a Saragozza. Poco tempo dopo, suo padre morì a Logroño. Con il cuore a pezzi assistette al funerale, consolò i familiari e promise di prendersi cura di loro.
    Il 28 marzo 1925 fu ordinato sacerdote nella chiesa di S. Carlo, a Saragozza. Celebrò la sua prima Messa per l'anima di suo padre, nella cappella della Madonna del Pilar.
    Più tardi andò a vivere a Madrid, dove cominciò a dedicare molto tempo a visitare i malati e a fare catechesi a bambini e bambine dei quartieri più poveri della città.
    All'inizio di ottobre del 1928, don Josemaría decise di dedicare alcuni giorni a stare con Dio, senza altre distrazioni. Andò perciò nella casa dei Missionari di S. Vincenzo de' Paoli, che vivevano in centro a Madrid, vicino alla basilica della Medaglia Miracolosa. Lì Josemaría pregava e chiedeva a Dio di aiutarlo ad essere un buon sacerdote e a compiere la sua volontà.
    Allora, il 2 ottobre 1928, mentre leggeva da solo gli appunti presi in quegli anni nei momenti di preghiera, Dio gli fece vedere l'Opus Dei: cioè, gli chiedeva di ricordare a tutti i cristiani che dobbiamo essere santi, qualunque sia il nostro lavoro. Non solo i sacerdoti devono arrivare in Cielo, ma anche i medici, gli sportivi, i maestri, le casalinghe, gli studenti, i contadini, le sarte, gli astronauti, eccetera. Molte persone si erano dimenticate che Dio le aspettava in Cielo e sulla terra.
    Il Fondatore dell'Opus Dei si mise a pregare ancora di più, a offrire molti sacrifici… e anche a cercare persone che potessero capirlo e ricevere la vocazione all'Opus Dei; cioè, gente comune che lo aiutasse ad estendere a molte persone il messaggio che Dio gli aveva affidato.
    Uno dei primi che seguirono Josemaría fu Isidoro Zorzano. Si erano conosciuti da bambini, a Logroño. Ora Isidoro era ingegnere e Josemaría sacerdote. Erano rimasti molto tempo senza vedersi, finché Isidoro si mise a cercare Josemaría, perché pensava che il Signore gli stesse chiedendo qualcosa e che il suo amico d'infanzia avrebbe saputo dirgli di cosa si trattasse. Si incontrarono per caso, parlarono e Isidoro diventò dell'Opus Dei.
    Josemaría chiedeva preghiere e sacrifici anche ai malti che visitava. Una di loro era Maria Ignazia García Escobar, gravemente malata di tubercolosi, ricoverata all'Ospedale del Re. La tubercolosi è una malattia molto dolorosa, ma Maria Ignazia non si lamentava. Anche lei chiese l'ammissione all'Opus Dei e visse santamente fino alla morte.
    10 min
  • Gattaca*** (1997) - La porta dell'universo
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=320

    GATTACA - LA PORTA DELL'UNIVERSO di Daniela Delfini
    In un futuro non troppo lontano la genetica ha compiuto progressi tali da rendere possibile la selezione delle caratteristiche genetiche dei figli, la maggior parte dei quali nasce dalla fecondazione in vitro. L'ingegneria genetica garantisce figli sani, intelligenti, perfetti: i "validi". Solo in pochi continuano a concepire i figli nel modo tradizionale, ma ne risultano bambini imperfetti, sono i "figli della fede" o "fanciulli di Dio", come sono definiti in modo dispregiativo "i non validi".
    Nella società si radica una nuova, terribile forma di razzismo tra i "validi" e i "non validi". Vincent è un "non valido" che non accetta la propria condizione e non rinuncia al proprio sogno di diventare cosmonauta. Nonostante il continuo confronto con il fratello minore, che al contrario è un "valido", non perde fiducia in se stesso.
    Divenuto adulto decide di ingannare le autorità e di farsi passare per "valido" in modo da essere assunto nella Gattaca Corporation e diventare cosmonauta. Si accorda così con Jerome, un "valido" che a causa di un incidente ha perso l'uso delle gambe, per assumere la sua identità.
    Tutto va bene fino a quando un importante membro della Gattaca Corporation non viene ucciso. Vincent, seppur innocente, è costretto a fuggire, ma trova l'aiuto inaspettato di alcuni "validi" tra cui Irene, che si innamora di lui pur conoscendo il suo segreto.

    LA FELICITÀ SCOMPARSA
    Nel film gli uomini nati in provetta, seppur perfetti dal punto di vista genetico, nascono privi del dono più grande: quello della consapevolezza di essere nati dall'amore. In questa estremizzata società del futuro neanche l'amore materno e paterno sono gratuiti e incondizionati, ma sottoposti a una condizione ben precisa: il bambino che nascerà dovrà essere privo di difetti e riassumere in sé il meglio delle caratteristiche genetiche dei genitori. Naturalmente questo "meglio" è solo di natura biologica, tutti gli altri aspetti della natura umana rimangono fuori da ogni valutazione.
    I progressi scientifici smettono di essere un'opportunità e cominciano a diventare un'imposizione e chi rifiuta l'intervento dell'ingegneria genetica si pone automaticamente fuori dal sistema sociale. È interessante notare come, in questo mondo del futuro, determinate scelte non siano imposte d'autorità, ma si affermino nella quotidianità per la discriminazione prima latente e poi sempre più aperta e decisa nei confronti dei "non validi". Emblematica in questo senso una frase detta dal protagonista in voice off: «Si pensava che un figlio concepito nell'amore avesse maggiori possibilità di essere felice, oggi non lo si pensa più». E non lo si pensa più non perché "i validi" siano più felici, ma perché la felicità è scomparsa dagli orizzonti di questi uomini.

    IL SENSO DELLA VITA
    "I validi" non possono essere felici perché non riescono ad amare se stessi, ad accettare la propria realtà umana. Così finiscono con l'odiarsi senza speranza e senza via d'uscita.
    Se infatti una persona si sente esclusivamente il frutto di un incrocio di geni nei quali tutte le sue capacità e il suo futuro sono già scritti al momento della nascita, non vi è alcun margine per una propria personale ricerca della felicità, alcun margine per attribuire un senso alla propria vita. Non a caso, "i validi" con i quali Vincent entra in contatto sono tutti infelici. È infelice il fratello, continuamente alla prova con se stesso. È infelice Irene che, pur essendo "una valida", teme di avere un piccolo difetto al cuore e ne è ossessionata. È infelice Jerome che, progettato per essere il migliore, non è riuscito a esserlo. La disperazione di questi personaggi è ben riassunta nella frase che Jerome rivolge a Vincent: «lo non ti ho prestato che il mio corpo, tu mi hai prestato i tuoi sogni».
    Jerome trova la sua unica ragione di vita nel sogno di Vincent, tanto che quando Vincent lo realizzerà partendo per la sua missione nello spazio, Jerome non avrà più alcuna ragione per vivere e si ucciderà.
    Vincent invece è guidato da una speranza incrollabile, che mai vacilla, che gli consente di superare tutti i suoi limiti per raggiungere un bene superiore metaforicamente rappresentato dal viaggio nello spazio. Vincent accetta il mistero della propria nascita e proprio in quel mistero risiede la sua forza.
    Se nella nascita rimane un mistero, nella vita resta viva la speranza, e dalla speranza scaturisce la fede.
    Il film rappresenta la crisi esistenziale non di un singolo, ma di un intero sistema sociale quando sono estremizzate scelte contrarie al rispetto della vita e del suo mistero. Questa crisi esistenziale genera la consapevolezza del limite della natura umana. Nel constatare il fallimento di un sistema che esclude la natura e il destino soprannaturale della persona, si ha la percezione di quanto sia indispensabile per l'uomo volgere il proprio sguardo oltre quella «siepe che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude», per dirla con Leopardi.
    8 min
  • Popieluszko** (2009) - Il cappellano di Solidarnosc
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=62

    POPIELUSZKO - IL CAPPELLANO DI SOLIDARNOSC
    Il Servo di Dio Padre Jerzy Popieluszko nasce nella regione di Bialystok da genitori contadini. È un ragazzino molto religioso e solitario. Entra in seminario a Varsavia nel 1965. Durante il servizio militare (1966 – 1968) viene più volte punito per "atteggiamento ribelle". È ordinato sacerdote nel 1972. Presta la sua opera in diverse chiese di Varsavia, fra cui la chiesa di sant'Anna, sede della pastorale accademica da cui ogni anno parte il pellegrinaggio a Czestochowa degli studenti universitari e centro di numerose attività dell'opposizione. Alla fine degli anni Settanta ha seri problemi di salute, per cui deve limitare i suoi impegni.
    Nel giugno 1980 viene assegnato come sacerdote residente alla parrocchia di san Stanislao Kostka, sul cui territorio si trova la grande acciaieria "Huta Warszawa". Il 28 agosto è inviato dal primate di Polonia, cardinal Stefan Wyszynski, dagli operai della Huta in sciopero che chiedono un sacerdote per dire la Messa: diventa così il cappellano di Solidarnosc della Huta. Dopo l'introduzione dello stato di guerra è uno degli organizzatori del Comitato del Primate di Aiuto ai Perseguitati e alle loro famiglie, che coordina i comitati locali e nel gennaio 1982 assiste al processo contro gli operai della Huta. Insieme al parroco della chiesa di san Stanislao Kostka organizza ogni mese una Messa per la Patria, che raccoglie migliaia di persone: operai, intellettuali, artisti, e anche persone lontane dalla fede. Nelle sue omelie chiede il ripristino delle libertà civili e di Solidarnosc. Svolge un'ampia opera di sostegno materiale e spirituale e si mantiene in stretto contatto con gli intellettuali dell'opposizione e con le strutture clandestine di Solidarnosc. Le autorità temono la sua influenza e si fanno sempre più frequenti le proteste alla Curia di Varsavia in cui lo si accusa di attività anti statale. Viene strettamente controllato dai Servizi di Sicurezza, anche con la collaborazione di agenti segreti, fra cui una sacerdote e almeno quattro laici che fanno parte del gruppo dei suoi più stretti collaboratori (come è emerso dai dossier dei Servizi di Sicurezza), ed è continuamente convocato dalla polizia. Durante le Messe per la Patria la chiesa viene spesso circondata da un cordone di automezzi della polizia e fanno la loro comparsa dei gruppi di provocatori. Il 14 dicembre 1982 ignoti gettano nella sua stanza un mattone con una carica esplosiva. Da quel momento gli operai della Huta Warszawa decidono di garantirgli una scorta giorno e notte. Nel maggio 1983 organizza i funerali di Grzegorz Przemyk, il figlio della poetessa Barbara Sadowska, esponente di spicco dell'opposizione, ucciso dalla polizia. Nel settembre 1983 padre Popielusko organizza per la prima volta un pellegrinaggio di operai a Czestochowa, divenuto una tradizione che resiste ancora, e nell'autunno organizza presso la sua chiesa un'università parrocchiale per gli operai.
    Il 12 dicembre 1983 è convocato per un interrogatorio durante il quale viene fermato come indagato per "aver abusato della libertà di coscienza e di confessione, sia durante gli uffici religiosi, che nelle sue omelie". Rischia 10 anni di carcere e solo l'intervento dell'arcivescovo di Varsavia presso il Ministro degli Interni lo riporta in libertà senza che si arrivi al processo. I servizi di sicurezza, comunque, continuano a tenerlo sotto controllo, e il Primate Glemp gli propone di andare a studiare a Roma, ma rifiuta. Il 1 maggio 1984 celebra la Messa per gli operai, durante la quale parla della dignità del lavoro e al termine della funzione la polizia chiude le strade attorno alla chiesa e attacca la folla degli operai con gli idranti. Nello stesso periodo i mass media conducono una feroce campagna denigratoria contro di lui, definito dal portavoce del governo: "un fanatico politico, un Savonarola dell'anticomunismo, mentre le sue Messe non sono altro che rappresentazioni intrise di odio".
    Il 13 ottobre 1984 tre ufficiali dei Servizi di Sicurezza cercano di provocare un incidente automobilistico mentre si trova sulla strada per Danzica. Il 19 ottobre, durante la recita serale del Rosario in una chiesa di Bydgoszcz, il sacerdote ripete ancora una volta: "Chiediamo di essere liberi dalla paura, dal terrore, ma soprattutto dal desiderio di vendetta. Dobbiamo vincere il male con il bene e mantenere intatta la nostra dignità di uomini, per questo non possiamo fare uso della violenza". Mentre rientra a Varsavia viene rapito da quegli stessi tre ufficiali. Il suo autista, Waldemar Chrostowski, riesce a fuggire e racconta l'accaduto: immediatamente a Varsavia cominciano le veglie di preghiera in un clima di grande apprensione. Il 30 ottobre il suo corpo viene ritrovato nel lago di Wloclawek. L'autopsia rivela che prima di morire è stato torturato e seviziato. Il processo contro gli esecutori del delitto si svolge dal 27 dicembre 1984 al 7 febbraio 1985. Nonostante l'accusa chieda per due degli imputati la pena di morte, le condanne vanno da 25 a 14 anni di carcere, mentre i mandanti restano ignoti. Gli autori materiali torneranno presto in libertà a seguito di riduzioni della pena.
    I funerali, che si svolgono il 3 novembre, a cui partecipano decine di migliaia di persone, si trasformano in una grande manifestazione popolare. La salma viene tumulata nel cortile della chiesa di san Stanislao Kostka e ben presto la sua tomba diviene meta di pellegrinaggi e di visite ufficiali di uomini politici stranieri. Si stima che in dieci anni sia stata visitata da 18 milioni di persone. Il 19 dicembre 2009 papa Benedetto XVI ha autorizzato la Congregazione per le cause dei santi a promulgare il decreto riguardante "il martirio del Servo di Dio Giorgio Popiełuszko". La solenne messa di beatificazione di don Jerzy Popiełuszko è stata celebrata a Varsavia domenica 6 giugno 2010.
    10 min
  • Popieluszko** (2009) - Commento al film su Padre Jerzy
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=163

    POPIELUSZKO - COMMENTO AL FILM SU PADRE JERZY di Antonio Gaspari
    Un film straordinario, che racconta la storia di un eroe sconosciuto ai più, padre Jerzy Popiełuszko, testimone e martire di un popolo, quello polacco, che ha sconfitto la dittatura comunista con le armi dell’amore e del vangelo cristiano.
    Venerdì 28 maggio alla Radio Vaticana è stato proiettato il film del regista polacco Rafał Wieczyński: "Popiełuszko. Non si può uccidere la speranza".
    Il film racconta la storia di un santo, le cui qualità e vicende sono paradigma della virtù di un popolo, e il cui sacrificio supremo, così simile a quello di Cristo, è stato indicato dal Pontefice Giovanni Paolo II, come il tributo di sangue che ha salvato l’Europa.
    Padre Jerzy Popieluszko nacque il 14 settembre 1947 a Okopy provincia di Bialystok. Fu ordinato sacerdote dal Cardinal Stefan Wyszynsky il 28 maggio 1972 a Varsavia. Oltre al lavoro parrocchiale, nella Chiesa di San Stanislao Kostka, svolgeva il suo ministero tra gli operai organizzando conferenze, incontri di preghiera anche per medici ed infermieri, assisteva gli ammalati, i poveri, i perseguitati.
    Per il suo coraggio, la difesa dei diritti umani, la richiesta di libertà e giustizia, la capacità di amare anche i suoi persecutori, divenne subito una minaccia per il regime dittatoriale.
    Padre Popieluszko aiutava tutti gli operai, dava loro coraggio, li educava all’amore fraterno, li invitava a non reagire quando venivano colpiti, li confessava, sosteneva le loro famiglie. Gli insegnava a rispondere con preghiere e canti sacri e patriottici alle minacce e alle aggressioni. Sosteneva Solidarnosc nelle sue battaglie per garantire migliori condizioni sociali, per la libertà, la giustizia, il progresso.
    Tentarono in vario modo di minacciarlo e spaventarlo. Uccisero i figli e i parenti delle persone a lui più vicine. Qualcuno dei suoi collaboratori cedette alle minacce e divenne una spia dei servizi segreti. Ma padre Popieluszko, non cedette mai alle provocazioni. Mai si piegò al sentimento di odio. Nel film, in un momento molto duro, quando scopre di essere tradito e prossimo alla paura, quando i suoi amici non ne possono più dell’oppressione e del terrore, si riporta una sua frase: "combatto il peccato non le sue vittime".
    Questa sua capacità eroica di amare tutti cristianamente, lo rendono libero e invincibile. Il regime non sa cosa fare. Cercano di screditarlo e di accusarlo di cospirazione politica, ma padre Popieluszko non parla mai di politica.
    La situazione sta per precipitare e la Chiesa prova a convincerlo di riparare a Roma, ma padre Popieluszko è cosciente della sua missione e va avanti, fiducioso, ubbidiente e fedele a Cristo.
    Così il 19 ottobre 1984 di ritorno da un servizio pastorale da Bydgosszcz a Gorsk vicino a Torun viene rapito da tre funzionari del Ministero dell'Interno, selvaggiamente picchiato e seviziato.
    Pur legato dentro al cofano dell'auto cerca di fuggire. I persecutori lo braccano, lo colpiscono ancora più violentemente, lo sfigurano, lo legano tra bocca e gambe, in modo che non possa distendersi senza soffocare. Gli stringono un masso ai piedi e lo buttano ancora vivo in un fiume. Aveva 37 anni.
    Il regime pensa di aver messo a tacere il più coraggioso dei suoi oppositori, e invece è il segno della sua fine. Da lì a poco non solo la Polonia sarà liberata, ma l'intero sistema comunista collasserà.
    Nonostante le minacce e la violenza, oltre mezzo milione di persone sfilò al funerale di padre Popieluszko.
    Tra i giovani che sfilarono oranti dietro a quella bara, c'era il regista del film Rafał Wieczyński, il quale ha rivelato a Radio Vaticana: "avevo 16 anni quando partecipai ai funerali di padre Popiełuszko. Insieme a 600 mila persone riuscivo a percepire i sentimenti della gente in quel periodo. E' diventato una sorta di maestro, una figura con la quale mi confrontavo e volevo che la nuova generazione provasse le sensazioni di quei tempi, quando la gente era unita fondandosi sui valori del Vangelo".
    Da allora la tomba di padre Popiełuszko che si trova accanto alla chiesa di San Stanislao Kostka, a Varsavia, è meta continua di pellegrinaggi di fedeli provenienti dalla Polonia e dal mondo intero.
    Il 14 giugno 1987 Papa Giovanni Paolo II ha pregato sulla sua tomba, senza avere la possibilità di gridare al regime e al mondo le virtù e la grandezza di padre Popieluszko.
    A tutt'oggi oltre 18 milioni si sono soffermati sulla tomba di padre Popieluszko, e domenica 6 giugno verrà proclamato Beato.
    Intervistato da ZENIT, il regista del film ha rivelato che in Polonia "il film è stato visto da un milione e trecentomila persone. Molto importante il fatto che sia stato visto nelle scuole da studenti che non hanno mai saputo che cosa è stata la dittatura comunista".
    L'edizione italiana del film ha avuto poca pubblicità e solo in 15.000 lo hanno visto, ma l'edizione home video dell'opera sarà diffusa nelle edicole da venerdì 4 giugno.
    Prima della proiezione che è avvenuta nella Radio Vaticana, Hanna Suchocka, già Primo Ministro Polacco, membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali e attuale Ambasciatore presso la Santa Sede ha spiegato che "nella Chiesa non sono mancati uomini e donne, che hanno testimoniato Cristo fino alla fine". Ma la figura di padre Popiełuszko è tuttavia "eccezionale, perché è un eroe contemporaneo che ha testimoniato come si può vincere il male con il bene" .
    "Padre Jerzy Popiełuszko era soprattutto un testimone di Cristo – ha sottolineato la Suchocka, - un sacerdote che viveva e lavorava per gli uomini".
    "Forse adesso, - ha aggiunto - quando ci avviciniamo alla conclusione dell'Anno Sacerdotale, vale la pena di ricordare la figura di Popiełuszko come esempio spirituale di chi, nonostante la fragile salute, è rimasto grande nella sua capacita di accettare la grazia di Dio".
    L'Ambasciatore polacco ha voluto poi cogliere un altro aspetto della figura di padre Jerzy, affermando che "padre Popieluszko era una persona libera dentro, nonostante le pressioni che venivano esercitate nei suoi confronti dalle autorità, dal suo ambiente e dai suoi collaboratori".
    "Forse è questa libertà che i suoi carnefici volevano soffocare – ha aggiunto –. Ma il suo sacrificio non è stato invano, la Polonia è stata liberata e il suo ricordo è rimasto vivo nella memoria e nei cuori dei Polacchi".
    Nel film spezzoni di telegiornale in bianco e nero si alternano con le vicende di vita quotidiana. Pur non denunciando mai in forma esplicita la dittatura comunista, la pellicola è una delle testimonianze più forti circa la crudeltà e disumanità di quel regime.
    Così, come il film "Schindler's list" ha denunciato l'orrore del regime nazista, il film "Popiełuszko. Non si può uccidere la speranza" mostra gli orrori dei regimi socialisti.
    In entrambi i casi vince l'umanità che di fronte ai peggiori orrori della storia, riesce a sopravvivere credendo e confidando in Dio.
    12 min
  • Codice Genesi* (2010) - L'ultima copia della Bibbia rimasta sull'intero pianeta
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=64

    L'ULTIMA COPIA DELLA BIBBIA RIMASTA SULL'INTERO PIANETA
    Una perfetta sintesi tra la Fede e gli scenari apocalittici è Codice Genesi (The Book of Eli, 2006) , uno science movie scritto dall'esordiente Gary Whitta e diretto dai fratelli Hughes. Il film, che ha come protagonista Denzel Washington, propone – e arricchisce con effetti speciali – un tema ricorrente nella letteratura fantascientifica: l'evento apocalittico che riduce il mondo a un cumulo di macerie e gli uomini a un nugolo di sopravvissuti guidati dalla legge del più forte e alla ricerca disperata dei beni di prima necessità.
    Il film però introduce un elemento di assoluta novità. Mentre le società post-disastro, quelle da day-after per intenderci, sono società senza Dio o caratterizzate da nuove forme di religione o di fanatismo, la realtà di Codice Genesi ruota intorno alla Sacra Scrittura. Una Bibbia, l'unica rimasta sull'intero pianeta, è al centro della trama. Un uomo, Eli, ha ricevuto da Dio il compito di conservare e proteggere il libro per portarlo a Ovest dove potrà essere usato nel modo giusto. Gode per questo di una speciale protezione. È inseguito da un uomo assetato di potere che aspira a impossessarsi della Bibbia per indurre le persone a ubbidirgli. Egli, consapevole del contenuto del libro, intende servirsene per trasformarsi in un nuovo profeta.
    Il ruolo della Bibbia è duplice nel film ed è interessante il motivo che sta alla base del suo essere l'unica copia rimasta. Poiché ritenuta causa della guerra che ha provocato il disastro, tutte le sue copie sono state distrutte, tranne quella posseduta da Eli. Questi la legge ogni giorno e la protegge, ma purtroppo è costretto a separarsene e consegnandola nelle mani del suo inseguitore.
    La bellezza del film è nel finale, che vede Eli e il suo antagonista alle prese con il contenuto della Bibbia.
    Genesi è il primo libro della Sacra Scrittura, il libro della Creazione e l'umanità, nel film, è a un nuovo inizio basato sulla Sacra Scrittura. "Dopo aver passato una vita a leggere questo libro ogni giorno, mi sono dimenticato di vivere secondo quello che mi aveva insegnato", dice Eli nel film.
    Attraverso quella che può essere definita fantascienza cristiana, Codice Genesi ci trasmette la certezza che il Signore non abbandona i suoi figli nemmeno nei più cupi scenari che l'uomo è capace di creare a suo stesso discapito.
    Annarita Petrino
    Fonte: L'Ottimista, 13/04/2011

    DIFETTI DEL FILM
    Un po' ridicola la scena finale in cui la Bibbia ristampata viene posta sullo scaffale insieme ad altri testi "sacri". Incoerente con la storia del film che girava attorno al LIBRO, non ai "libri sacri". Sembra una concessione un po' forzata al relativismo dominante.
    Discutibile infine la scena di chiusura in cui lei ritorna nel mondo imbarbarito armata come Eli. Roba da videogame, totalmente fuori ruolo, la ucciderebbero subito.
    Comunque, a parte queste sbavature, il film resta buono soprattutto per l'importanza data in Codice Genesi alla Parola di Dio in grado di dare forza, operare miracoli e civilizzare (o ri-civilizzare) un mondo decaduto.
    5 min
  • Circo della Farfalla*** (2011) - Agli occhi di Dio sei prezioso
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=137

    IL CIRCO DELLA FARFALLA : AGLI OCCHI DI DIO SEI PREZIOSO di Antonio Socci
    Will se lo è dimenticato, solo e disperato, inchiodato al proprio limite e ai propri sbagli (vittima di un mondo crudele che trae guadagni dalle sue mostruosità... ma quando incontra il signor Méndez tutto cambia)
    C'è da tempo, in rete, un cortometraggio bellissimo The Butterfly Circus (Il circo della farfalla) diretto da Joshua Weigel. Dura 20 minuti ed è sottotitolato in italiano.
    E' struggente. Ve lo consiglio. [...]
    Penso che si sbaglierebbe a credere che questo stupendo film metta a tema la sofferenza della disabilità o l'emarginazione.
    Per me non è un film sui corpi, ma sulle anime e lo suggerisce proprio il "signor Méndez", direttore del "Circo della farfalla" che presenta alla fine Will come "un'anima coraggiosissima".
    La "deformità" di Will, la sua mutilazione è l'immagine della nostra povera umanità, l'immagine di ciascuno di noi, inchiodato al proprio limite, alla propria incapacità, alla propria disperazione e solitudine, al proprio peccato, ai propri sbagli, al proprio "non essere amato" e quindi vittima impotente di un mondo crudele che trae guadagni dalle sue mostruosità.
    La storia infatti si apre proprio sullo spettacolo crudele del mondo, che di questa miseria umana fa spettacolo: "il miglior spettacolo di mostri della città".
    Promesse di soldi, dolore e crudeltà, tristezza. E quei poveretti esposti come animali e crudelmente derisi per le loro deformità...
    Il tipaccio che li illustra infine annuncia: "una perversione della natura, un uomo – se così lo si può chiamare – a cui Dio stesso ha voltato le spalle!".
    Ecco, questo è il modo come noi ci vediamo e vediamo gli altri: abbandonati da Dio. E quindi asserviti a chi fa senza scrupoli mercimonio della nostra umanità.
    Il pubblico davanti a Will alterna sguardi di orrore, derisione, risolini e crudeltà.
    Ma quel giorno, in quel cinico luna park, è arrivato un uomo diverso da tutti.
    Il "Signor Méndez" ha uno sguardo diverso su quei poveretti.
    Vi fa pensare a Qualcuno?
    Ecco la sua compassione, il suo fermare la crudeltà dei ragazzetti, il suo levarsi il cappello davanti a Will, il suo "tu sei magnifico!", l'immediato perdono per lo sputo del povero disperato che credeva di essere deriso perché lui non si vedeva "magnifico".
    Il "Signor Méndez" è subito pronto a scusarlo e giustificarlo: "non è successo niente. E' colpa mia. Forse mi sono avvicinato un po' troppo, giusto amico?".
    Chi è quest'uomo strano, unico? E' il "signor Méndez", famoso perché direttore del "Circo della farfalla", quello che – secondo il mondo – fa "spettacoli stravaganti".
    E' considerato "strano", "stravagante", perché è diverso dal luna park delle mostruosità.
    Will decide di andare col "Circo della farfalla", dove lo accolgono con calore, ma non gli fanno fare quello che faceva prima perché "da noi non c'è nessun fenomeno da baraccone".
    Il "Signor Méndez" gli dice: "non c'è niente di edificante nell'esporre le imperfezioni di un uomo... noi siamo contenti che tu stia qui con noi e puoi restare finché vuoi, ma io dirigo un altro tipo di spettacolo"
    È lo spettacolo della bellezza, dell'armonia, dell'audacia, dell'abilità umana. Lo si vede quando in un villaggio triste e decadente arriva la compagnia del "Circo della farfalla"....
    Il "Signor Méndez" annuncia: "signori e signore, ragazzi e ragazze, ciò di cui ha bisogno questo mondo è di un po' di stupore".
    Il "signor Méndez" guarda i suoi artisti incantato e commosso. E sussurra a Will: "splendidi, non è vero? Come si muovono, pieni di forza, colore e grazia. Sono sbalorditivi!"
    Poi lo scuote bruscamente. Gli fa capire quanto è crudele e ingiusto ciò che pensa di se stesso e gli dice che anche lui può essere come loro.
    Infatti gli svela qual è la vera bellezza dei suoi artisti: sono tutti dei redenti, sono persone che erano state buttate dal mondo come perduti e perdenti. E sono rinate.
    Perché il "Circo della farfalla" mostra appunto questo meraviglioso spettacolo: il bruco deforme che diventa bellissima farfalla.
    Dice il "Signor Méndez" a Will: "se soltanto tu potessi vedere la bellezza che può nascere dalle ceneri".
    E' una possibilità anche per Will. Perché la vera bellezza è quella di chi si lascia amare, di chi accetta la misericordia e "rischia" tutto se stesso in questo amore.
    L'obiezione di Will: "Ma sono diversi da me" (tipica obiezione di chi si sente più disgraziato e più incapace di tutti gli altri).
    Ma il "Signor Méndez" rovescia totalmente le sue categorie di giudizio: "Sì. Tu un vantaggio ce l'hai: più grande è la lotta e più è glorioso il trionfo".
    E infatti per Will arriva il trionfo. Così il "Signor Méndez", felice e commosso può annunciare: "I vostri occhi saranno testimoni, in questo stesso giorno di un'anima coraggiosissima".
    Non più spettatori di una mostruosità, ma testimoni di una gloriosa rinascita e di un'avventura ardimentosa.
    Io penso che il "Circo della farfalla" esista in questo mondo. E' il Regno di Dio che Gesù è venuto a instaurare. E' lui che davanti alla mostruosità di ogni uomo gli sussurra: "Tu sei magnifico!".
    E gli diventa amico perché il bruco, il verme, diventi la libera e bella farfalla... Gesù non è venuto a incriminare, a giudicare, a puntare il dito (lo fa già il mondo). No. Gesù è venuto pietosamente a guarirci. A farci rinascere.
    E chi siamo noi per dire: no, quello non può farcela, quello è uno abbandonato da Dio?
    Ecco una bella pagina del grande Dietrich Bonhoeffer: "Dio non si vergogna della bassezza dell'uomo, vi entra dentro, sceglie una creatura umana come suo strumento e compie meraviglie lì dove uno meno se le aspetta. Dio è vicino alla bassezza, ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l'insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto; dove gli uomini dicono 'perduto', lì Egli dice 'salvato'; dove gli uomini dicono 'no!', lì Egli dice 'sì'! Dove gli uomini distolgono con indifferenza o altezzosamente il loro sguardo, lì Egli posa il Suo sguardo pieno di un amore ardente incomparabile.(...) Dove nella nostra vita siamo finiti in una situazione in cui possiamo solo vergognarci davanti a noi stessi e davanti a Dio, dove pensiamo che anche Dio dovrebbe adesso vergognarsi di noi, dove ci sentiamo lontani da Dio come mai nella vita, lì Egli vuole irrompere nella nostra vita, lì ci fa sentire il Suo approssimarsi, affinché comprendiamo il miracolo del Suo amore, della Sua vicinanza e della Sua Grazia".
    Questo è il cristianesimo.
    10 min

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