FILM GARANTITI - Il meglio del cinema

FILM GARANTITI - Il meglio del cinema

By BastaBugieTV & FilmFilm Reviews
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FILM GARANTITI - Il meglio del cinema episodes

  • Courageous***** (2012) - L'importanza del padre e del marito per una famiglia salda
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=147

    L'IMPORTANZA DEL PADRE E DEL MARITO PER UNA FAMIGLIA SALDA
    Esperti agenti di polizia pronti a fronteggiare qualsiasi situazione, Adam Mitchell, Nathan Hayes e i loro colleghi, si trovano a dover affrontare una sfida ben più grande tra le mura domestiche, per la quale nessuno è veramente preparato: la paternità. Una tragedia in una delle famiglie risveglia prima nel protagonista a poi nei suoi colleghi, il desiderio di applicare la fede in Dio nel rapporto con i figli per essere padri migliori.
    Sempre più sicuro di sé, sia dietro che davanti la macchina da presa, Kendrick questa volta mette sotto il microscopio il rapporto padre – figlio/a. Quando Adam si specchia nella Parola di Dio, dopo un fatto drammatico nella sua famiglia, capisce che non sta svolgendo bene il grande compito che Dio gli ha affidato, si chiede cosa vuole Dio da lui come padre, come capo della famiglia, si mette in discussione e stabilisce un decalogo.
    Un film davvero ben equilibrato dove coesistono l'azione (presente in gran parte del film con dei bellissimi inseguimenti), i sentimenti, la forte drammaticità (alleggerita da una buona dose di ironia con delle scene davvero esilaranti ben interpretate da un volontario al suo primo film: Robert Amaya). Infine l'elevazione dei valori e le promesse. Il tutto incorniciato dal mettere in pratica nella vita di tutti i giorni la Parola di Dio come in "Affrontando i Giganti" e in "Fireproof".
    Il messaggio, anche questa volta, non è solo per i non cristiani ma anche e soprattutto per persone già credenti, per tutti i padri che hanno l'umiltà di mettersi in discussione. La macchina da presa si mette dalla parte dei figli, guarda con i loro occhi, mettendo questi uomini a confronto con quello che loro stessi credono e predicano, ma che non riescono a mettere in pratica tanto facilmente.
    Kendrick pone un punto fermo, una base dalla quale partire, per affrontare la sfida più grande: essere uomini di coraggio!
    Un film per tutta la famiglia che vi farà ridere e piangere allo stesso tempo, che vi farà riflettere e ... perché no, che vi aiuterà a cambiare.
    4 min
  • Lo Hobbit*** (2012-2014) - Un viaggio inaspettato
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=378

    LO HOBBIT, UN VIAGGIO INASPETTATO
    di Marco Respinti
    Lo Hobbit è un racconto serio e per questo sa anche ridere di gusto nel momento giusto e mai canzonare con livore. E Lo Hobbit è un racconto vero perché parla di cose reali, anche se non sempre materiali.
    Chi ama Tolkien conosce la storia a menadito, mentre chi la ignora la vedrà disvelarsi affascinante e coinvolgente davanti agli occhi. Per questi motivi è futile o dannoso raccontarne la trama. Ci asteniamo. Non però dal contemplarne ancora una volta la vicenda.
    Vi è qualcosa là fuori, narra Tolkien con Lo Hobbit, che mai ti aspetteresti. Un dì soleggiato e tranquillo quel qualcosa viene bruscamente a bussarti alla porta, gettandoti dalla seggiola e scuotendoti dal quieto vivere. Cerchi di respingerla, la combatti, preferisci startene rintanato nel tuo cantuccio, ma - ancora non capisci come, dove e quando - essa ti prende; un po' per mano, un po' spintonandoti da dietro. Quel qualcosa ha il volto di uno che è più grande, maggiore di te. Uno che non è che sa già tutto in anticipo, o che è più intelligente ed erudito di te: semplicemente uno che percorre la medesima strada, che sarà anche la tua, da più tempo di te, che ha più esperienza e che quella esperienza ti mette a disposizione senza nemmeno starci troppo a pensare.
    Uno così, strano e affascinante, scorbutico se serve e dolce come sempre serve, ha radunato una banda. La più improbabile di tutte. Ti ci ficca dentro senza chiederti il permesso, e poi ti proietta in un mondo enorme che neanche sospettavi esistesse, irto d'insidie anche mortali e colmo di bellezze da mozzare il fiato. La sua banda sgangherata è fatta di gente che davvero non ti saresti mai scelta come compagnia, cui ti senti di per sé superiore, gente insomma con cui le persone perbene non si legano affatto. Non fai a tempo a rendertene conto, però, e già sei sul cammino, dietro a quella banda, borbottante e mugugnante come sempre, nostalgico del tuo far niente come sei fatto, e però attratto da un non so che cominci a sentir sorgere palpitando in un angolo remoto del cuore che non ricordavi più di avere.
    Il cammino, tuo e di quella banda, non è un vagare, perché ha una meta, e perché segue una guida. Ha pure uno scopo, una missione da compiere. Quale? La tua, che diamine. Rischiosa, ovvio, ma ne vale la pena. Forse non ne tornerai vivo, ma tanto hai già cominciato a chiederti se davvero serve salvarsi la vita a ogni costo se per farlo si rinuncia a viverla.
    I tuoi compagni un po' ti deridono: pensano che non sarai all'altezza. Ciò che dovrete fare è infatti nientemeno che un furto; o così lo chiamano coloro che non hanno più memoria, quelli per cui certe cose sono fuorilegge, vietate, indegne. Tipo farsi invitare e sospingere lungo una strada che ha un compito dentro una compagnia da un tipo che è diversissimo dagli altri.
    Lungo la strada t'imbatti per di più in un'altra sorpresa ancora, persino più grande; in realtà le sorprese con cui t'imbatti sono mille e una, quotidiane, e ora riesci a cavartela sempre meglio, scorgendoti crescere dentro e fuori come non credevi possibile. Una di quelle sorprese è però la più bizzarra e perigliosa di tutte. È quella che pone davanti alla vita e alla morte: alla morte prima e a quella seconda: al morire semmai avendo ben vissuto o al lasciarti vivere come un morto che cammina.
    C'è un incontro enorme dentro quell'incontro iniziale che già ti pareva insolito, e dentro c'è addirittura l'intera posta messa in gioco della tua missione, una posta davvero più grande, smisurata, impari, che ancora non hai capito sino in fondo, né tu né i tuoi compagni né chi cammina davanti a te da più tempo di te. Grande, ma così grande che solo dopo, a fatica e a brandelli riuscirai forse a iniziare a intuire; ha a che fare niente meno che con la salvezza, con quella di ognuno e di tutti, con il destino. Se te lo avessero chiesto prima, saresti già da tempo altrove; ma l'avventura umana non ti chiede mai il permesso per tirarti giù dalla branda e caricarti sulle spalle il tuo compito.
    Cammina e cammina, combatti e combatti, ridi e scherza, ti rendi improvvisamente conto che di quella compagnia sgangherata che ha disturbato i tuoi sonni tranquilli adesso non puoi più fare a meno, che adesso quei tipi strani sono tuoi amici per la pelle, che tu dipendi da loro o loro da te, che nulla è più come prima.
    Nulla è davvero più come prima. Per primo tu, per effetto anche dei tuoi amici, e subito dopo loro, anche per effetto tuo. Ti guardi, e non ti riconosci più. Sei un altro. Ti guardi meglio adesso che sei un altro irriconoscibile e vedi che in verità sei ancora quello di prima, che quel tuo volto nuovo già c'era, ma aveva bisogno di essere ripulito, portato alla luce, indossato. Ti guardi, insomma, e sei uomo, maturo, adulto e ragazzo assieme. Ti guardi e finalmente sei tu, cioè "io".
    Ti guardi, e ti rendi conto che leggere Lo Hobbit ti cambia la vita. Fine dell'avventura, fine della storia? No, inizio. Nulla sarà più come prima, meno male. Ti guardi, e sei finalmente diventato quel che eri nato per essere solo se la possibilità di quel destino l'avessi accolta con disponibilità pur senza capire, e un po' continuando a mormorare, ma da cui ti guardavi bene per mediocrità. I soloni ti chiamano mezz'uomo, ma perdonali Padre perché non sanno quello che dicono.
    «In te c'è più di quanto tu creda, figlio delle miti terre d'Occidente», disse morendo il nobile nano Thorin Scudodiquercia a Bilbo Baggins che un tempo era una sciacquetta e che oggi è un vero hobbit.

    Per vedere il trailer del film "Lo hobbit" e per leggere le schede dei migliori film mai prodotti, visita il sito www.FilmGarantiti.it
    9 min
  • Undici settembre 1683**** (2012) - Perché a colazione mangiamo cornetto e cappuccino?
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=221

    PERCHE' A COLAZIONE MANGIAMO CORNETTO E CAPPUCCINO?
    Perché il cappuccino e il croissant si chiamano così? Risale all'11 settembre 1683, quando le truppe cristiane, 30.000 uomini, ruppero l'assedio di Vienna, da parte di 80.000 ottomani. A dare coraggio alle truppe cristiane c'era il monaco cappuccino Marco d'Aviano. Quando il 12 settembre dopo la vittoria Marco entrò in Vienna gli offrirono il caffè: avevano imparato a farlo dai turchi. Il monaco cappuccino lo trovò terribile e allora ingentilì aggiungendo latte fino a che ebbe lo stesso colore della sua tonaca. Vienna aveva rischiato di cadere pochi giorni prima di essere liberata. I turchi avevano scavato un tunnel dove mettere barili di polvere da sparo e farli esplodere, ma un fornaio lavorando di notte aveva sentito il rumore e aveva avvertito i difensori che erano arrivati in tempo. Quel fornaio, unico in tutta Vienna ebbe l'esclusiva della pasta sfoglia. I dolci di pasta sfoglia infatti in Francia sono detti viennoiseries, cose di Vienna. Quel fornaio fabbricò un dolcetto a forma di luna crescente, in francese croissant, in ricordo del simbolo della bandiera turca, che vuol dire: la tua bandiera me la mangio a colazione.
    Quindi: mangiamo cappuccino e croissant? Stiamo festeggiando la vittoria di Vienna.

    RIASSUMENDO:
    - il cappuccino si chiama così perché fu fatto per la prima volta dal beato Marco d'Aviano aggiungendo del latte al caffé (e visto che il frate era un cappuccino, questo fu il nome della nuova bevanda)
    - il croissant fatto a forma di luna crescente (simbolo dell'Islam) sconfitto viene inzuppato nel cappuccino (a ricordo del beato Marco d'Aviano che motivava le truppe cristiane) e poi mangiato (in ricordo della vittoria sull'Islam invasore)
    Sapendo queste cose la colazione al bar diventa più gustosa... e magari possiamo chiedere a chi ci sta accanto: "Sai cosa sto festeggiando con cornetto e cappuccino?".
    3 min
  • Undici settembre 1683**** (2012) - La Lega Santa ferma l'avanzata islamica
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=169

    LA LEGA SANTA FERMA L'AVANZATA TURCA ISLAMICA: PER SEMPRE di Renato Cirelli
    Lo scenario politico-militare nella seconda metà del Seicento, il secolo terribile che aveva sconvolto e cambiato per sempre l'Europa, si presenta tutt'altro che pacifico. La Guerra dei Trent'Anni (1618-1648), iniziata come guerra di religione, era continuata come conflitto fra la Casa regnante francese dei Borbone e gli Asburgo per togliere a questi ultimi l'egemonia sulla Germania, che derivava loro dall'autorità imperiale. Per raggiungere questo scopo il primo ministro francese Armand du Plessis, cardinale duca di Richelieu (1585-1642), inaugurando una politica fondata sul solo interesse nazionale a scapito degli interessi dell'Europa cattolica, si allea con i principi protestanti.
    I Trattati di Westfalia del 1648 sanciscono l'indebolimento definitivo del Sacro Romano Impero e sulla Germania, devastata e divisa fra cattolici e protestanti e frazionata politicamente, si stabilisce l'egemonia del re di Francia Luigi XIV (1638-1715). Il ruolo dominante raggiunto in Europa spinge il Re Sole ad aspirare alla stessa corona imperiale e, in questa prospettiva, egli non esita a cercare l'alleanza degli ottomani, indifferente a ogni ideale cristiano ed europeo. Sul finire del secolo l'Europa cristiana è prostrata e ripiegata su se stessa fra divisioni religiose e lotte dinastiche, mentre la crisi economica e il calo demografico, conseguenti alla guerra, completano il quadro e la rendono oltremodo vulnerabile.

    L'OFFENSIVA TURCA
    L'impero ottomano, che aveva ormai conquistato i paesi balcanici fino alla pianura ungherese, il 1° agosto 1664 era stato fermato nella sua avanzata dagli eserciti imperiali guidati da Raimondo Montecuccoli (1609-1680) nella battaglia di San Gottardo, in Ungheria.
    Poco dopo però, sotto l'energica guida del Gran Visir Kara Mustafà (1634-1683), l'offensiva turca riprende, incoraggiata incoscientemente da Luigi XIV nella sua spregiudicata politica anti-asburgica, e approfitta della debolezza in cui versano l'Europa e l'Impero.
    Solo la Repubblica di Venezia contende ai Turchi ogni isola dell'Egeo e ogni metro di Grecia e di Dalmazia combattendo orgogliosamente da sola la sua ultima e gloriosa guerra, che culmina con la caduta di Candia nel 1669, difesa eroicamente da Francesco Morosini il Peloponnesiaco (1618-1694).
    Dopo Creta, nel 1672 la Podolia - parte dell'odierna Ucraina - viene sottratta alla Polonia e nel gennaio del 1683, a Istanbul, vengono inastate le code di cavallo di battaglia in direzione dell'Ungheria e un immenso esercito si mette in marcia verso il cuore dell'Europa, sotto la guida di Kara Mustafà e del sultano Maometto IV (1642-1693), con l'intento di creare una grande Turchia europea e musulmana con capitale Vienna.
    Le poche forze imperiali - appoggiate da milizie ungheresi guidate dal duca Carlo V di Lorena (1643-1690) - tentano invano di resistere. Il grande condottiero al servizio degli Asburgo prende il comando benché ancora convalescente di una grave malattia che lo aveva portato sull'orlo della morte, dalla quale - si dice - l'abbiano salvato le preghiere di un padre cappuccino, il beato Marco da Aviano (1631-1699). Il religioso italiano, inviato del Papa presso l'Imperatore e instancabile predicatore della crociata anti-turca, consiglia che tutte le insegne imperiali portino l'immagine della Madre di Dio. Da allora le bandiere militari austriache manterranno l'effigie della Madonna per due secoli e mezzo, fino a quando Adolf Hitler (1889-1945) le farà togliere.

    LE "CAMPANE DEI TURCHI"
    L'8 luglio 1683 l'esercito ottomano muove dall'Ungheria verso Vienna, vi giunge il 13 luglio e la cinge d'assedio. Durante il percorso ha devastato le regioni attraversate, saccheggiato città e villaggi, distrutto chiese e conventi, massacrato e schiavizzato le popolazioni cristiane.
    L'imperatore Leopoldo I (1640-1705), dopo aver affidato il comando militare al conte Ernst Rüdiger von Starhemberg (1638-1701), decide di lasciare la città e raggiunge Linz per organizzare la resistenza della Germania contro il tremendo pericolo che la sovrasta.
    Nell'impero suonano a stormo le "campane dei turchi", com'era già accaduto nel 1664 e nel secolo precedente, e inizia la mobilitazione delle risorse militari imperiali, mentre l'imperatore tesse febbrilmente trattative per chiamare a raccolta tutti i principi, cattolici e protestanti, sabotato da Luigi XIV e da Federico Guglielmo di Brandeburgo (1620-1688), e chiede l'immediato intervento dell'esercito polacco, appellandosi al supremo interesse della salvezza della Cristianità.

    PAPA INNOCENZO XI
    In questo momento drammatico dà i suoi frutti la politica europea e orientale da anni promossa dalla Santa Sede, soprattutto per merito del cardinale Benedetto Odescalchi (1611-1689), eletto Papa con il nome di Innocenzo XI nel 1676, beatificato nel 1956 da Papa Pio XII (1939-1958).
    Convinto custode del grande spirito crociato, il Pontefice, che da cardinale governatore di Ferrara si era guadagnato il titolo di "padre dei poveri", ispira una politica lungimirante tesa a creare un sistema di equilibrio fra i principi cristiani per indirizzare la loro politica estera contro l'impero ottomano. Avvalendosi di abili e decisi esecutori come i nunzi Obizzo Pallavicini (1632-1700) e Francesco Buonvisi (1626-1700), il beato Marco da Aviano e altri, la diplomazia pontificia media e concilia i contrasti europei, pacifica la Polonia con l'Austria, favorisce l'avvicinamento con il Brandeburgo protestante e con la Russia ortodossa, difende perfino gli interessi dei protestanti ungheresi contro l'episcopato locale, perché tutte le divisioni della Cristianità dovevano venir meno davanti alla difesa dell'Europa dall'islam. E, nonostante gli insuccessi e le incomprensioni, nell'"anno dei Turchi" 1683 il Papa riesce a essere l'anima della grande coalizione cristiana, trova il denaro in tutta Europa per finanziare le truppe di grandi e di piccoli principi e paga personalmente un reparto di cosacchi dell'esercito della Polonia.

    L'ASSEDIO
    Intanto a Vienna, invasa dai profughi, si consuma la via crucis dell'assedio, che la città sopporta eroicamente. 6.000 soldati e 5.000 uomini della difesa civica si oppongono, tagliati fuori dal mondo, allo sterminato esercito ottomano, armato di 300 cannoni. Tutte le campane della città vengono messe a tacere fuorché quella di Santo Stefano, chiamata Angstern, "angoscia", che con i suoi incessanti rintocchi chiama a raccolta i difensori. Gli assalti ai bastioni e gli scontri a corpo a corpo sono quotidiani e ogni giorno può essere l'ultimo, mentre i soccorsi sono ancora lontani. Sollecitato dal Papa e dall'imperatore, alla testa di un esercito, muove a marce forzate verso la città assediata il re di Polonia Giovanni III Sobieski (1624-1696), che già due volte aveva salvato la Polonia dai turchi. Finalmente il 31 agosto si congiunge con il duca Carlo di Lorena, che gli cede il comando supremo, e, quando viene raggiunto da tutti i contingenti dell'impero, l'esercito cristiano si mette in marcia verso Vienna, dove la situazione è ormai drammatica. I turchi hanno aperto brecce nei bastioni e i difensori superstiti, dopo aver respinto diciotto attacchi ed effettuato ventiquattro sortite, sono allo stremo, mentre i giannizzeri attaccano, infiammmati dai loro predicatori, e i cavalieri tatari scorazzano per l'Austria e la Moravia. L'11 settembre Vienna vive con angoscia quella che sembra l'ultima notte e von Starhemberg invia a Carlo di Lorena l'ultimo disperato messaggio: "Non perdete più tempo, clementissimo Signore, non perdete più tempo".

    LA BATTAGLIA
    All'alba del 12 settembre 1683 il beato Marco da Aviano, dopo aver celebrato la Messa servita dal re di Polonia, benedice l'esercito schierato, quindi, a Kalhenberg, presso Vienna, 65.000 cristiani affrontano in battaglia campale 200.000 ottomani.
    Sono presenti con le loro truppe i principi del Baden e di Sassonia, i Wittelsbach di Baviera, i signori di Turingia e di Holstein, i polacchi e gli ungheresi, il generale italiano conte Enea Silvio Caprara (1631-1701), oltre al giovane principe Eugenio di Savoia (1663-1736), che riceve il battesimo di fuoco.
    La battaglia dura tutto il giorno e termina con una terribile carica all'arma bianca, guidata da Sobieski in persona, che provoca la rotta degli ottomani e la vittoria dell'esercito cristiano: questo subisce solo 2.000 perdite contro le oltre 20.000 dell'avversario. L'esercito ottomano fugge in disordine abbandonando tutto il bottino e le artiglierie e dopo aver massacrato centinaia di prigionieri e di schiavi cristiani. Il re di Polonia invia al Papa le bandiere catturate accompagnandole da queste parole: "Veni, vidi, Deus vicit". Ancor oggi, per decisione di Papa Innocenzo XI, il 12 settembre è dedicato al SS. Nome di Maria, in ricordo e in ringraziamento della vittoria.
    Il giorno seguente l'imperatore entra in Vienna, festante e liberata, alla testa dei principi dell'impero e delle truppe confederate e assiste al Te Deum di ringraziamento, officiato nella cattedrale di Santo Stefano dal vescovo di Vienna-Neustadt, poi cardinale, il conte Leopoldo Carlo Kollonic (1631-1707), anima spirituale della resistenza.

    IL RIFLUSSO DELL'ISLAM
    La vittoria di Kalhenberg e la liberazione di Vienna sono il punto di partenza per la controffensiva condotta dagli Asburgo contro l'impero ottomano nell'Europa danubiana, che porta, negli anni seguenti, alla liberazione dell'Ungheria, della Transilvania e della Croazia, dando inoltre possibilità alla Dalmazia di restare veneziana. È il momento in cui maggiormente si palesa la grandezza della vocazione e della missione della Casa d'Austria per il riscatto e per la difesa dell'Europa sud-orientale.
    18 min
  • Undici settembre 1683**** (2012) - Sette imprecisioni storiche
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=179

    SETTE IMPRECISIONI STORICHE DEL FILM SUL BEATO MARCO D'AVIANO di Massimo Viglione
    In questi giorni si sta proiettando in alcuni cinema italiani un film di Renzo Martinelli, 11 settembre 1683, dedicato al beato Marco d'Aviano e alla vittoria di Vienna, decisiva per il resto di tutta la storia del millenario scontro fra Cristianità e Islam. A nessuno può quindi sfuggire il fatto che un film sul trionfo militare della Cristianità sull'Islam è più che un semplice film, e merita attenzione, comunque sia fatto.
    Sorvolo pienamente sugli aspetti tecnici: è ovvio che sarebbe dovuto essere un Kolossal, ma è altrettanto ovvio che i mezzi economici non ci sono, e in questo va dato atto a Martinelli di avere un certo "coraggio" nel "tuffarsi" in queste imprese, nonostante tutto.
    Sorvoliamo sul fatto che la data della battaglia non è l'11 settembre, ma il 12 settembre 1683 (e, infatti, Papa Innocenzo XI stabilì in questo giorno, come ringraziamento a Dio per la vittoria, la festa del nome di Maria). Esigenze pubblicitarie...
    Sorvoliamo che il consulente storico è stato Valerio Massimo Manfredi: i tuttologi non possono dare sempre il meglio, e Martinelli farebbe bene a guardare anche in altre direzioni, per il futuro: un nome meno altisonante ma più esperto della materia può essere di maggiore aiuto.
    Detto questo, possiamo affermare che la figura di padre Marco è ben interpretata da un attore navigato e noto come F. Murray Abraham. In generale, il cappuccino è rappresentato in maniera abbastanza fedele nella sua umiltà, nella sua intelligenza e nella ferma volontà di salvare la Cristianità, eccetto che per un aspetto di cui dico in seguito.
    Dal punto di vista più teologico, vi sono alcuni dialoghi interessanti sull'islam e sul rapporto fra le religioni: nella sostanza, si nota un certo "afflato ecumenico" ante litteram, o almeno un desiderio di esso, certamente assente in quei giorni, ma occorre dire che l'afflato si mantiene su una linea di moderata espressione (poteva andare molto peggio...). Inoltre, il fanatismo islamico e soprattutto la violenza ottomana viene ben rappresentata, almeno per quanto possibile oggi.
    Più negativo il mio giudizio dal punto di vista storico. Si possono registrare varie mancanze, gravi perché non sono aspetti secondari, soprattutto se si tiene conto del fatto che la gente non sa nulla di nulla, e che quindi, in tal maniera, persiste nel rimanere del tutto ignorante. Le espongo in maniera molto sintetica:

    1) MANCA PAPA INNOCENZO XI CHE FU IL PRIMO ARTEFICE DEL TRIONFO DI VIENNA
    Il beato Innocenzo XI è il primo artefice del trionfo di Vienna. Possiamo dire che san Pio V sta a Lepanto come Innocenzo sta a Vienna, nel senso che senza di loro non v'era Lega cristiana, e senza lega cristiana non v'era crociata, e senza crociata non v'era vittoria né salvezza. Pertanto, la sua completa assenza dal film è molto grave. Inaccettabile.

    2) L'IMPERATORE DESCRITTO CON STEREOTIPI
    Altrettanto grave l'aver descritto l'Imperatore come uno tipo inetto e atterrito. In tal maniera, Martinelli è caduto banalmente in stereotipi del tutto avulsi dalla realtà tipici del cinema yankee o di quello ideologico di sinistra europeo. Ancora una volta... popolo ignorante...

    3) NON CI FU SOLO IL RE POLACCO JAN SOBIESKI
    La figura del Re polacco Jan Sobieski è trattata bene, ovviamente. E si capisce il perché: il film è finanziato dai polacchi... Però, per quanto sia, non si può falsificare la storia facendo apparire il re polacco come l'unico vero, non solo vincitore ma addirittura combattente, della battaglia. Questa è fantastoria, e pure gratuita. Si sarebbe potuto tranquillamente metterlo in risalto senza dover umiliare inutilmente gli altri artefici e protagonisti (Duca di Baviera, Duca del Baden-Wittenberg, e altri).

    4) MANCANZA DEL RE SOLE
    Meno importante, ma comunque significativo: mancanza del Re Sole. È vero che nel film si fa capire l'idiozia e l'infamia della sua politica filoturca, ma si poteva fare anche una sola scena con lui presente: in fondo, è il grande assente della vittoria, e in quanto tale protagonista anch'egli, al negativo. Magari lo si poteva rappresentare con l'attacco di colite acuta che realmente gli venne alla notizia del trionfo asburgico!

    5) PADRE MARCO IN LACRIME PER IL TURCO? RIDICOLO
    Riguardo Padre Marco, il giudizio come già detto è positivo in generale. Occorre però evidenziare questo: la storiella "d'amore" ridicola e patetica fra il turco e la cristiana muta si poteva evitare, o, almeno, si poteva certamente evitare la scena finale di padre Marco che urla di dolore per la morte del turco (il quale peraltro aiuta il suo mondo nella guerra alla Cristianità)... Francamente, questa è un'idiozia bella e buona. Far apparire – pure come ultima scena – padre Marco in lacrime per il turco non ha alcun valore di nessun genere, eccetto il ridicolo.

    6) NESSUNO SPAZIO AL TRIONFO CRISTIANO
    Altra grave mancanza a mio avviso: nessuno spazio finale al trionfo cristiano. Martinelli ha perso così un'occasione d'oro per avallare – e oggi ve n'è più che mai bisogno – un necessario trionfalismo di cui abbiamo perso ogni traccia. Il pubblico così non si rende conto della portata epocale della vittoria, non si rende conto della gioia immensa della Cristianità (in una lettera alla regina, Sobieski rivela che lui e padre Marco si abbracciarono "un milione di volte saltando per la gioia"... In altre testimonianze si parla dell'incontenibile gioia di Vienna liberata...). Sembra un aspetto secondario, ma non lo è.

    7) FINALE CARENTE
    In tal senso, ancora più grave appare il fatto che padre Marco esca di scena nel modo suddetto. Martinelli avrebbe avuto mille maniere per rappresentarlo come il vero vincitore spirituale dello scontro epocale: avrebbe potuto rappresentare tutti i grandi sovrani e principi, a partire dall'Imperatore, in processione a Vienna, al seguito di padre Marco, per ringraziare Dio della vittoria fra il popolo in festa (solo per fare un esempio); avrebbe potuto concludere con l'invito di padre Marco a continuare la Crociata per liberare tutti i Balcani, come di fatto poi egli tentò di fare per i successivi 19 anni, fino alla morte. Oppure, come sarebbe stato bello vedere la gioia di Innocenzo XI al momento di ricevere la notizia del trionfo. Invece, nulla di tutto questo. Quasi come si fosse trattato di uno scontro qualsiasi, vinto solo grazie all'abilità del re polacco e al sostegno spirituale del beato.
    Ma la storia è tutta un'altra.
    Non voglio ipotizzare che le note simpatie politiche di Martinelli lo abbiano portato a voler cancellare o ridicolizzare volutamente le due forze che unite hanno permesso il trionfo di Vienna: la Chiesa di Roma e il Sacro Romano Impero. Però resta il fatto che dal film non traspare per nulla il vero messaggio storico e metastorico dell'evento, che è fra i più grandiosi di tutti i tempi: il trionfo – forse l'ultimo – dell'universalismo cristiano sull'omologazione totalitaria islamico-ottomana. Il trionfo di Vienna, come quello di Lepanto, non appartiene a questo o a quel popolo, ma alla Cristianità tutta (eccetto la Francia), che unita per l'ultima volta sotto le bandiere della Chiesa e dell'Impero ha sconfitto per sempre la tracotanza militare della mezzaluna.
    Almeno fino a oggi.

    CONCLUSIONE: UN FILM COMUNQUE DA VEDERE
    Concludo, comunque, con l'aspetto che secondo me è il più positivo: ed è quello dei turchi, paradossalmente. Martinelli ha ben descritto, almeno con i limitati mezzi finanziari a disposizione, il loro mondo, e Karà Mustafà è ben rappresentato da Enrico Lo Verso, anche e soprattutto nella morte.
    Un film che, dati i tempi, è meglio che ci sia e che comunque consiglio di vedere. Allo stesso tempo, però, una grande occasione mancata. L'ennesima.
    10 min
  • Balloon*** (2018) - Il vento della libertà
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=6012

    UNA MONGOLFIERA PER LA LIBERTA' di Rino Cammilleri
    Nel trentennale della caduta del Muro di Berlino un film tedesco (dopo lo struggente Le vite degli altri, Oscar 2007) ricorda i trentamila sventurati che cercarono di fuggire dal paradiso comunista della Germania Est (Ddr: Deutsche Demokratische Republik; i comunisti li riconosci dall'ossessione per il termine «democratico»), di cui quasi cinquecento uccisi dai Vopos (Volkspolizei: polizia del popolo, nei fatti contro il popolo). Si tratta di Balloon. Il vento della libertà, del regista Michael Herbig. Il quale fin qui aveva prodotto solo film per adolescenti ma ora si misura con una storia vera.
    Turingia, 1979, due famigliole, gli Strelzyk e i Wetzel, da due anni lavorano nel massimo segreto a un piano audacissimo: scappare nell'Ovest con una mongolfiera. Il capofamiglia dei primi è un elettricista con moglie e due figli, di cui uno adolescente, l'altro è un bambino. L'altro capofamiglia ha un figlio di tre anni ed è stato precettato per il servizio militare di lì a breve. Occorre dunque far presto. Non possono dire niente neppure agli anziani genitori, perché questi verrebbero accusati di complicità e messi in prigione. Già: tutti quelli che scappano dalla Ddr sono etichettati ufficialmente come «traditori» e su di loro l'ordine è di sparare a vista, compresi donne e bambini. Ripetiamo: si tratta di una storia vera, tant'è che nei titoli di coda compaiono le foto dei veri protagonisti. E una volta tanto è una storia a lieto fine, perché le due famigliole davvero riuscirono a scappare. Comprando metri e metri di stoffa nei negozi più disparati per non destare sospetti e cucendoli disperatamente a macchina in cantina di notte, finalmente la mongolfiera, che più artigianale non si può, è pronta.
    Ma la Turingia è a Sud e bisogna aspettare il (ahimè raro) vento dal Nord che spinga il pallone oltre confine. Quando questo vento comincia a spirare, Wetzel si tira indietro: ha rifatto i calcoli, il pallone non li reggerebbe tutti. Partono solo gli Strelzyk, ma il marchingegno fatto in casa precipita. Riescono a tornare indietro senza farsi notare, però l'involucro è rimasto a terra e la Stasi parte in caccia. In fretta e furia Wetzel costruisce un'altra mongolfiera, perché è solo questione di tempo prima che la Stasi (Staatssicherheit: l'equivalente comunista della Gestapo) lo colleghi agli Strelzyk, che nel frattempo sono stati individuati. Stavolta partono tutti e la fuga, sia pur per pochi metri, riesce.
    Il film si segue come un thriller, due ore col fiato sospeso. Ma mostra aspetti della vita quotidiana sotto il regime che davvero spiegano come quella gente sia stata disposta a farsi sparare nella schiena pur di andarsene. Comincia coi ragazzini che devono giurare fedeltà al socialismo in una cerimonia apposita. Agghiaccia quando il bambino all'asilo si lascia scappare, interrogato dalla maestra, che il padre di notte cuce a macchina. Si conclude con tutti agenti della Stasi, e pure i militari di guardia al confine, che ci rimettono la testa per la loro negligenza nel non essere riusciti a impedire la defezione di due intere famiglie. In un mondo concentrazionario in cui tutti quelli che conosci possono diventare delatori e anche la minima azione può essere letta come «sovversiva». Un'intera nazione letteralmente svuotatasi quando furono aperte le frontiere è un fatto che si commenta da solo, così come i famosi boat people vietnamiti quando arrivarono i vietcong. Voto con i piedi. Ma i veri muri sono quelli nella testa, e questi, come l'esperienza anche (o soprattutto?) nostrana ci ha dimostrato e ancora ci mostra, non cadono mai.
    5 min
  • Un dios prohibido** (2013) - Gli eroici martiri della guerra di Spagna
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/edizioni.php?id=42

    GLI EROICI MARTIRI DELLA GUERRA DI SPAGNA
    Un Dios prohibido è una storia tutta vera. Si svolge nell'agosto del 1936, pochi mesi dopo lo scoppio di quella Guerra civile che a lungo era incubata dopo l'instaurazione, il 14 aprile 1931, della cosiddetta Seconda repubblica spagnola, presto divenuta un vero e proprio regime liberticida con tutto il suo corollario di vessazioni anticlericali e di persecuzioni religiose.
    A Barbastro, un borgo della provincia aragonese di Huesca allora popolato da 8mila anime (oggi ne conta circa 15mila), 51 Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria, detti clarettiani dal nome del fondatore, sant'Antonio María Claret y Clará (1807-1870), furono barbaramente uccisi dal Fronte Popolare in odio alla fede cattolica che professarono senza compromessi, reticenze e rinunce.
    Fu proposta loro la libertà se avessero rinnegato la propria fede. Nessuno accettò. Sopportarono pazientemente ingiurie, maltrattamenti, privazioni. Insieme si prepararono al martirio pregando e incoraggiandosi a vicenda. Perdonarono i propri carnefici e andarono incontro alla morte cantando e gridando «Viva Cristo Re!» e e «Viva il Cuore di Maria!».
    La pellicola ne racconta le ultime settimane di vita prima della fucilazione. Un film bello (alla cui realizzazione ha partecipato, finanziariamente e non solo, pure l'ordine dei clarettiani), ma soprattutto forte nei contenuti e politicamente scorretto con naturalezza in quel suo semplice narrare una storia emozionante di virtù eroiche.
    "Nel complesso, i martiri cattolici mietuti dalla persecuzione che ha accompagnato ma pure preceduto la Guerra civile spagnola sono una legione. Papa Francesco ne ha esaltati all’onore degli altari 522 il 13 ottobre: con loro, il conto totale sale a 1.512 beatificati e 11 canonizzati. In tutto, la persecuzione anticattolica ha causato in Spagna 6.832 morti. Di questi, 4.184 erano membri del clero secolare, fra cui 12 vescovi (di cui 9 già beatificati) e un amministratore apostolico; 2.365 erano i religiosi; e 283 religiose. Dei laici cattolici uccisi per motivi religiosi non esistono statistiche certe, ma siamo nell’ordine delle diverse centinaia. Le violenze più intense si ebbero tra il 18 luglio 1936 e il 1º aprile 1939, quando anche il 70% delle chiese del Paese venero distrutte con profanazioni e atti palesemente sacrileghi. Per farsi un’idea di quell’abisso, resta sempre validissimo il libro di mons. Vicente Càrcel Ortì, Buio sull’altare. 1931-1939: la persecuzione della Chiesa in Spagna, Città Nuova, 1999. In questo martirologio enorme, i 51 clarettiani di Barbastro narrati in Un Dios prohibido sono stati canonizzati dal beato Giovanni Paolo II il 25 ottobre 1992". (Marco Respinti, la nuova Bussola Quotidiana 17-10-2013)
    Il dvd "Un Dios prohibido" (doppiato in italiano e in vendita su Amazon.it) include anche materiale extra come: sequenze eliminate, il video del tema musicale centrale del film ed un cortometraggio sulla "Lettera di Faustino Perez" (il seminarista che redasse il saluto alla Congregazione a nome dei compagni).
    5 min
  • Marie Heurtin**** (2014) - La grande storia della carità cristiana
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=234

    MARIE HEURTIN: LA GRANDE STORIA DELLA CARITA' CRISTIANA
    In questi giorni la Dominus Production, che ha portato in Italia Cristiada e God's not dead, propone in dvd un bellissimo film, Marie Heurtin. Dal buio alla luce di Jean-Pierre Améris. Il film racconta una storia vera, di rinascita, ambientata nella campagna francese di fine Ottocento.
    Marie Heurtin è sordomuta e cieca sin dalla nascita, e perciò quasi certamente sarebbe destinata al manicomio, se i suoi genitori non si intestardissero nel tentativo di educarla, e se non decidessero poi di affidarla al convento delle suore di Larnay. Qui, malgrado l'iniziale opposizione della madre superiora, Suor Marguerite, una suora fragile nel fisico ma salda nello spirito, "ottiene la tutela della fanciulla e vive come missione personale la liberazione di quella piccola anima, che il buio delle sue incapacità ha reso selvaggia. Affrontando momenti di scoraggiamento e profonde crisi interiori, Suor Marguerite e Marie intraprendono un percorso intenso di amore e fiducia, superando i reciproci limiti" e diventando con la loro vita testimoni evidenti dell'amore, che, secondo la lezione di San Paolo, è "paziente" e "tutto copre, tutto spera, tutto crede, tutto sopporta".
    Piano piano Marie impara a scrivere a macchina, a giocare a domino, a lavorare a maglia; apprende la storia e la geografia e da creatura semiselvaggia che era, diviene una giovane donna, garbata e felice dell'esistenza, finché viene raggiunta dalla morte, a 36 anni di età, il 22 luglio 1921.

    COM'È NATO IL FILM
    Il film è nato in seguito alla visita del regista Jean-Pierre Améris all'Istituto Larnay a Poitiers, dove la protagonista dell'avventura visse nel XIX secolo. L'Istituto è ancora oggi operativo: "E' difficile - ha scritto Améris - descrivere come mi sono sentito quando ho incontrato questi bambini che potevano comunicare solo con il tatto e che, appena sono arrivato, hanno manifestato il desiderio di toccare le mie mani e la mia faccia per conoscermi".
    L'ambientazione del film, un monastero della Francia, ci permette di riandare brevemente ad una bella pagina della grande storia della carità. Quella che riguarda, appunto, sordomuti e ciechi.
    Nell'antica Grecia e nell'antica Roma i sordomuti erano sovente condannati all'infanticidio o alla schiavitù. Aristotele e molti altri pensatori ritenevano che essi non fossero in grado di comprendere idee astratte o concetti morali (non era chiara la connessione tra sordità e mutismo, e i sordomuti erano ritenuti malati mentali). E' forse con sant'Agostino che abbiamo le prime testimonianze scritte in difesa della dignità dei sordomuti, ma dobbiamo aspettare molti secoli, per la precisione il XVI, per avere il loro primo grande educatore: il monaco benedettino spagnolo Pedro Ponce de Leon (morto nel 1584).

    SACERDOTI, MONACI E FRATI SI DEDICANO PER PRIMI A SORDOMUTI E CIECHI
    Sarà però la Francia, e non la Spagna, a divenire il paese in cui l'educazione dei sordomuti conoscerà ulteriori, fondamentali sviluppi. Nel 1753, a Parigi, l'abate Charles-Michel de l'Épée, visitando una famiglia, vide due ragazze che lavoravano in cucina, e che si esprimevano a gesti. Da quel momento de l'Epèe diventò il loro maestro e si sentì chiamato da Dio a dedicarsi integralmente a questa missione. Vendette tutti i suoi beni (era di famiglia ricca), e fondò così un Istituto Nazionale, riconosciuto da Luigi XVI, che è considerato la prima istituzione pubblica per l'educazione dei sordi al mondo. De l'Epèe si diede ad istruire i sordi con un "suo metodo mimico-gestuale, simile alla odierna lingua dei segni". Tale metodo, che sarebbe divenuto in breve un modello in tutta Europa, consisteva nel "sostituire i suoni con i movimenti della mano e l'udito con la vista", "senza trascurare il valore della espressione linguistica orale e scritta". In breve l'opera del sacerdote francese avrebbe attirato l'attenzione di Caterina II di Russia e dell'Imperatore d'Austria Giuseppe II, che mandò a Parigi il sacerdote austriaco Stork, perché imparasse e creasse poi l'Istituto imperiale per sordomuti di Vienna. Dall'Italia, invece, giunse a Parigi il sacerdote italiano Tommaso Silvestri, che avrebbe aperto la prima scuola statale per sordomuti nel nostro paese, nel 1784, con la benedizione di Pio VI, a Roma.
    Quanto ai ciechi, il primo personaggio di cui abbiamo notizia il cui operato segni una svolta nella loro educazione, è padre Francesco Lana de Terzi (1631-1687). Era, costui, un gesuita bresciano geniale ed eclettico: è ricordato come il padre dell'aeronautica, perché per primo ritenne che si potesse applicare il principio di Archimede non solo alla navigazione per mare, ma anche a quella per cielo. Sappiamo che costruì anche un piccolo modellino di pallone aerostatico che fece alzare in volo nel cortile dei Gesuiti di Firenze, anticipando così il volo (1709) di padre Bartolomeu de Gusmão, gesuita anch'egli, e quello dei fratelli Montgolfier. Ebbene per quanto riguarda i ciechi Lana de Terzi fu probabilmente il primo ad intuire che si potesse creare un sistema di segni non leggibili con gli occhi, ma percepibili al tatto. Nel 1676 inventò così un alfabeto di fili di seta e di nodi, che potremmo definire lineare, che anticipava, sebbene meno efficace, il linguaggio per ciechi di Braille (basato sui punti invece che sulle linee).
    Dopo il padre de Terzi, l'altro grande apostolo dei ciechi fu ancora un francese, Valentin Haüy, che fondò la prima scuola per ciechi al mondo (Istituto per l'educazione dei giovani ciechi, Parigi, 1786). Haüy, che fu inventore di un metodo di lettura basato sulla riproduzione, a rilievo, delle normali lettere dell'alfabeto, era stato educato dai monaci agostiniani di Saint Just, insieme al fratello Renè (1743-1822), sacerdote, canonico di Notre Dame e padre della Mineralogia e della Cristallografia moderne. Valentin era, come il fratello, un uomo di fede e un ammiratore - e qui si chiude il cerchio - proprio dell' abate de l'Epèe e della sua opera.
    Inutile dire che anche Louis Braille, padre dell'alfabeto che da lui prende il nome, era un francese, che aveva studiato proprio all'Istituto di Parigi fondato da Valentin Haüy.
    10 min
  • Marie Heurtin, dal buio alla luce (2014) **** - Imparare a vedere anche quello che non si vede
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=232

    MARIE HEURTIN: IMPARARE A VEDERE ANCHE QUEL CHE NON SI VEDE di Emanuele Boffi
    Non è un film sulla disabilità, per fortuna. O meglio: Marie Heurtin, dal buio alla luce di Jean-Pierre Améris, che sarà nelle sale italiane dal 3 marzo, non è solo un film sull'handicap, la sfortuna di nascere menomati nel fisico, l'abnegazione di chi si prende amorevolmente cura dei diversamente abili, come si dice oggi con compatimento linguisticamente corretto. Ovviamente è tutto questo - e sono particolari importanti -, ma, per fortuna, dicevamo, non è solo questo.

    LA LOTTA EDUCATIVA
    A chi come noi ha amato i dieci minuti di lotta furibonda di Anna dei miracoli non poteva non piacere anche il film d'Améris. Là, nell'opera del 1962 di Arthur Penn, c'era la celebre scena in cui l'istitutrice lottava a mani nude perché Helen, la piccola cieca e sorda compatita dai genitori, imparasse a stare a tavola composta, mangiando col cucchiaio, seduta, e piegasse il tovagliolo. Dieci minuti di sberle, ceffoni, rullare isterico di piedi, capelli strappati, grovigli di corpi sul pavimento, girotondi impetuosi intorno al desco, e solo per far piegare un tovagliolo. Dieci minuti di cucchiai esplosi in aria come granate, vasi rotti, cibo fatto trangugiare a forza e sputato in faccia per dispetto, e solo per impugnare una posata. Dieci minuti mozzafiato, fino alla secchiata d'acqua in volto, le lacrime della bambina e la proclamazione trionfante del risultato: «Ha mangiato col cucchiaio e ha piegato il tovagliolo».
    Potevamo non entusiasmarci per una scena simile in Marie Heurtin? Anche qui: botte, schiaffi, cazzotti e sputi a tavola, mentre nel refettorio si recitano preghiere e si leggono i fioretti di san Francesco sulla «perfetta letizia». Una zuffa in piena regola tra brutti ceffi di periferia, solo che qui si tratta di una suora e di una bambina. E tutto solo per insegnare che non si mangia con le mani e che si deve stare seduti e composti a tavola, con la forchetta, il coltello e il bicchiere vicino al piatto. In poche altre pellicole ci è capitato di vedere rappresentata in maniera così efficace la lotta educativa. Un'educazione che qui si fa, letteralmente, a mani nude.

    O IL CONVENTO O IL MANICOMIO
    Penn fece conoscere all'America e al mondo la vicenda di Helen Keller, la bambina dell'Alabama che, divenuta sordo-cieca a 19 mesi, imparò, grazie alla sua insegnante Anne Sullivan, a comunicare col mondo, fino a diventare pittrice e scrittrice. Améris ci racconta una vicenda simile e per lo più sconosciuta, quella di Marie, nata il 13 aprile 1885 a Vertou, nella campagna francese. Anche lei, sin dal parto, sorda e cieca e dunque destinata al manicomio se non fosse stato per l'ostinazione dei genitori che la tennero con loro fino all'età di dieci anni. Il film inizia così, col viaggio del padre che porta sulle spalle la figlia fino all'istituto di Larnay, vicino a Poitiers, gestito dalle suore Figlie della Sapienza. E anche qui, sin dalle prime scene, si capirà che sarà una bella battaglia, con Marie che corre tra i pomodori rossi dell'orto inseguita da un nugolo ansimante di religiose.
    Toccherà alla più esile fra loro, la giovane e malaticcia Marguerite, arrampicarsi sull'albero dove Marie si è rifugiata per convincerla a scendere. E si comincerà con un doppio fallimento: il primo, certificato dal tonfo a terra delle due; e il secondo, col rifiuto delle suore, che nel loro istituto s'occupano solo di sorde cui insegnano il linguaggio dei segni, di prendersi cura dell'ingestibile Marie.

    GUARDARE LA STORIA DI SBIECO
    La storia ci insegna che la piccola, dopo innumerevoli fallimenti e tentativi, ce la fece. Impugnando le mani altrui, apprese il linguaggio dei segni, scoprì che ad ogni gesto corrisponde un oggetto, fino a imparare il braille e i concetti astratti. A lei un professore presso l'università di Poitiers, Louis Arnould, dedicò un libro (Un'anima in prigione, 1900) nel quale decantò i progressi di Marie e il metodo di suor Marguerite. I miracoli non hanno altra regola se non l'accadere inaspettati e così fu per Marie: imparò a scrivere a macchina, a giocare a domino, a lavorare a maglia. Imparò la storia e la geografia e uscì dalla sua condizione di creatura semiselvaggia per diventare una giovane donna, garbata e felice dell'esistenza, finché non morì a trentasei anni, il 22 luglio 1921.
    E di tutto questo ci importa molto, ma anche relativamente. Perché dopo aver guardato la storia nel suo svolgersi cronachistico, occorre mettersi di sbieco per poterne vedere anche il messaggio, che non è solo quello della sua morale edificante. Potrebbe bastarci, in fondo, sapere che c'è gente di buon cuore che si prende cura di gente sfortunata. E questo è certo un sollievo nel nostro mondo sublunare. Ma potrebbe essere ancora l'ultimo tentativo di scantonare dalla questione, non tenendo conto del vero punto infiammato della vicenda: si educa solo davanti all'eterno, il resto sono passatempi da perdigiorno.

    VIVA, RESPIRA. MORTA, NON RESPIRA
    Facciamo solo un esempio, giusto per non dire troppo di un film di cui abbiamo già rivelato a sufficienza. Ad un certo punto, nel convento muore un'anziana suora. Suor Marguerite conduce Marie davanti al suo cadavere disteso sopra un tavolaccio. Come spiegare il più grande mistero della vita a chi non vede e non sente? O più radicalmente: come spiegare la morte? In fondo, nessuno di noi, che pure vede e sente, è in una condizione diversa da Marie. Suor Marguerite prende la mano della piccola e l'avvicina alla bocca della defunta: «Morta, non respira», le dice, computando con il linguaggio dei segni sulle sue mani. Poi avvicina la stessa mano alla sua bocca e a quella di Marie: «Viva, respira». Poi l'appoggia sul cuore: batte, sei viva. Cos'altro dovrebbe essere l'educazione se non la cruda, semplice, fenomenica descrizione di ciò che accade? È già molto, è già moltissimo, ma sappiamo tutti che non può essere solo questo. Sapere che si nasce e si muore non è un motivo valido per vivere.
    Qui serve quel che, una volta, si disse essere la cifra stilistica della produzione della scrittrice Flannery O'Connor: serve avere un occhio profetico sulla vita e sul mondo, che sappia riconoscere nel dramma le tracce verso il destino. Il succedersi degli eventi che da una condizione di difficoltà volgono al meglio potrà senz'altro suscitare in noi sentimenti di ammirazione e persino di emulazione, ma non cambierà la sostanza delle cose: respira, viva; non respira, morta. Il considerare la dedizione fino al deperimento di suor Marguerite e i progressi di Marie sono senz'altro d'appagamento per il nostro occhio sensibile al bene e suscitano in noi tenerezza, ma non sono ancora sufficienti ad affrontare la pugna, ad andare in battaglia con la speranza di portare a casa la pelle, e non solo un'idea più o meno adeguata di come ci si debba comportare in questa valle di lacrime. Lo scoprirà la stessa Marguerite - la suora, la cattolica, la donna che scandisce la giornata con orazioni -; anche lei lo scoprirà quando ci si troverà davanti e dovrà scegliere se vivere lentamente per allontanare la morte o morire velocemente per rispondere alla vocazione della sua vita.

    IL POMODORO E L'ULTIMO ORIZZONTE
    È necessario un grande coraggio per rendersi conto che l'invisibile ci capita continuamente sotto gli occhi. Man mano che Marie impara a dare i nomi alle cose e che a tal profumo, forma, gusto corrisponde il pomodoro, impara anche il limite, l'incompiutezza, la fragilità congenita del segno. Mentre scopre che ogni cosa è compiuta (nasce, ha un nome, è riconoscibile, ha un posto nel creato) scopre anche che quella stessa cosa è incompiuta, appassisce e finisce: o perché finisce lei o perché finiamo noi.
    Il paradosso più interessante di Marie Heurtin è che l'occhio profetico è quello di una cieca, che impara a vedere anche quel che non si vede. A conoscere, meglio di chi potrebbe farlo per facoltà fisica, che il finito di ciò che ci passa sotto le dita è la più grande prova della necessità che qualcosa d'altro ci completi, ci porti a compimento, ci redima. Occorre un occhio profetico, cioè che sappia vedere fino all'ultimo orizzonte, per rendersi conto che l'incompiuto non è una tagliola, ma attesa di compimento. E occorre un'educazione per accettarlo e trasmetterlo. È quello che Marie, divenuta educatrice, insegnerà a suor Marguerite e alle altre Marie che già bussano alla porta del convento.
    13 min
  • War room** (2015) - La preghiera è un'arma potente
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5947

    WAR ROOM: LA PREGHIERA E' UN'ARMA POTENTE di Franco Olearo
    Tony ed Elizabeth Jordan sono una coppia di afroamericani benestanti. Lui è un venditore farmaceutico di successo, lei lavora in un'agenzia immobiliare, hanno una figlia deliziosa e vanno regolarmente a messa la domenica. I loro rapporti non sono buoni. Lui è tutto perso dai suoi impegni e dai suoi successi, trascura la figlia, non disdegna le conoscenze femminili che riesce a fare nelle sue numerose trasferte. Ritiene che per sua moglie sia sufficiente vivere la vita agiata che le può permettere. Elisabeth è molto demoralizzata ma nei suoi incontri di lavoro conosce una signora anziana, vedova, che le propone di fare con lei un incontro settimanale. Vuole convincerla che per risolvere il suo problema l'arma migliore è la preghiera: pregare per suo marito, pregare perché il diavolo si allontani dalla loro famiglia… La fiducia nella forza della preghiera pone la moglie tradita nell'atteggiamento migliore per affrontare la crisi.
    Questo film, al suo debutto in U.S.A., nell'agosto 2015, distribuito in solo mille sale, è risultato il secondo migliore incasso della settimana. Costato 3 milioni di dollari, ne ha guadagnati finora 67. Fa molto riflettere questo risultato, che dimostra chiaramente come i Christian Film siano molto apprezzati da un vasto pubblico (ma non dalla critica), anche se i produttori continuano a considerarli prodotti di nicchia.

    UNA PREGHIERA INTENSA E FIDUCIOSA
    I fratelli Kendrick sono la punta di diamante di questo filone; noi abbiamo seguito con costanza i loro lavori (Fireproof, Flywheel, Courageous) e ora sono tornati sul tema della crisi coniugale, tema già affrontato in Fireproof.
    Questa volta l'angolo di osservazione è diverso: il baricentro di ogni azione volta a risolvere una crisi familiare è la preghiera. Una preghiera intensa e fiduciosa che non può non tardare ad avere risvolti positivi.
    Il confronto con Fireproof è determinante: nel film del 2008, l'avvicinamento alla fede di Caleb, il marito, grazie ai suggerimenti del padre che in passato aveva affrontato una situazione simile, coincideva con il riconoscimento che l'amore gratuito di Cristo per noi fino all'estremo sacrificio, diventava il riferimento primario per un amore totale e incondizionato verso la moglie.
    In quest'ultimo War Room le cause della trasformazione sono in un certo senso esterne: il licenziamento di Tony, la perdita di ogni sicurezza economia, innescano una crisi generale nell'uomo che si accorge delle sue manchevolezze nei confronti della moglie e della figlia. Una conversione dove l'atteggiamento della moglie risulta risolutivo: non lo accusa per i suoi fallimenti ma lo sostiene e lo incoraggia da subito, convinta che il valore dell'unità familiare e del sostegno reciproco sono la cosa più importante. Il film è inoltre arricchito di un bell'episodio di perdono di fronte a un pentimento sincero.

    FIDUCIA NELLA PROVVIDENZA
    È indubbio che Fireproof era stato capace di approfondire meglio la psicologia dei personaggi, mentre in quest'ultimo film, partendo da alcune semplici caratterizzazioni, come quelle del marito avido e della moglie vittima, si evolve in base allo schema preghiera-evento esterno-crisi-conversione.
    Il tono stesso è diverso dai precedenti lavori dei fratelli Kendrick, più impostati su un atteggiamento riflessivo; questa volta vengono assunti toni trionfalistici e di orgogliosa sicurezza: una lotta decisa contro le proprie debolezze, una solida fiducia nella Provvidenza, in particolar modo nell'impegno di diffondere la fede cristiana.
    Com'è noto, i fratelli Kendrick sono dei pastori battisti e per chi è cattolico, non può che destare stupore un film il quale, pur parlando continuamente di fede, ha una sola rapida sequenza che si svolge in una chiesa. Per i protagonisti del film la War room, cioè la stanza delle preghiere, è un piccolo sgabuzzino della casa, liberato di ogni oggetto.
    Lavori come questo, così come altri Christian film apparsi sugli schermi, non possono che destare la nostra ammirazione perché propongono esempi di fede che provengono da persone laiche: una situazione molto rara nel cinema italiano.
    6 min

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