FILM GARANTITI - Il meglio del cinema

FILM GARANTITI - Il meglio del cinema

By BastaBugieTV & FilmFilm Reviews
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FILM GARANTITI - Il meglio del cinema episodes

  • Via dalla pazza folla* (2015) - Gli errori nella vita si pagano
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=229

    GLI ERRORI NELLA VITA SI PAGANO
    Betsabea Everdene è una giovane donna orfana che è da poco andata a vivere con la zia. Qui conosce, Gabriel Oak, un fittavolo che gestisce una fattoria di pecore. Uomo in gamba e di nobili sentimenti, Gabriel s'innamora di Betsabea e la chiede in sposa, ma ella, pur nutrendo un certo affetto per l'uomo, declina la proposta dicendo che è troppo indipendente per sposarsi e che egli non sarebbe in grado di domare il suo carattere impetuoso. Una notte, il gregge di Gabriel, spaventato dal cane da pastore, scappa dal recinto e cade giù da una scogliera, schiantandosi sulla spiaggia.
    Non più in grado di pagare i debiti, l'uomo è costretto a vendere la fattoria e cercare un impiego altrove. Giunge in un villaggio e una cameriera di nome Fanny Robin, in procinto di sposarsi con il soldato Frank Troy, gli indica una fiorente fattoria in cui potrebbe trovare lavoro come pastore. La fattoria è quella che Betsabea ha appena ricevuto in eredità dal defunto zio e che amministra con competenza e decisione. Gabriel, da parte sua, lavora con zelo e continua a vigilare su Betsabea , la quale si sente rassicurata dalla presenza dell'uomo.
    Poco dopo, Betsabea conosce William Boldwood, ricco proprietario terriero confinante con la sua fattoria, il quale, incoraggiato da un biglietto ambiguo della donna, la chiede anche lui in sposa. Betsabea però rifiuta anche questa proposta, dicendo che il biglietto era in tono scherzoso, e che Boldwood ha frainteso le sue intenzioni. L'uomo però non demorde e insiste, chiedendole del tempo per riflettere.
    In quel periodo, il soldato Frank Troy attende in chiesa Fanny Robin per celebrare il loro matrimonio ma, quando la giovane non si presenta, fugge via adirato. Troy non sa che in realtà Fanny aveva sbagliato chiesa e, una volta giunta in quella giusta, l'uomo era già andato via. Così una sera, Betsabea conosce lo spavaldo Troy e, per la prima volta in vita sua, crede d'innamorarsi...

    QUAL È IL SIGNIFICATO DEL TITOLO DEL ROMANZO?
    Proviene da un stanza della poesia più celebre di Thomas Gray, poeta di metà Settecento, ovvero Elegy Written in a Country Churchyard, dal gusto melanconico e decadente, dedicata alla morte del suo migliore amico e poeta, Richard West:
    Far from the madding crowd's ignoble strife (Lontani dall'ignobile lotta della pazza folla)
    Their sober wishes never learn'd to stray (i loro pacati desii non si sono mai afflosciati)
    Along the cool sequester'd vale of life (In questa reclusa valle della vita)
    They kept the noiseless tenor of their way (hanno continuato per il loro silenzioso corso)

    CHI È BETSABEA NELLA BIBBIA?
    Nell'Antico Testamento si trova la storia del re David che, passeggiando sulla terrazza del suo palazzo, vede Betsabea che sta facendo il bagno. Anche se è a conoscenza che essa è moglie di Uria, uno dei suoi soldati attualmente impegnato in guerra, David si invaghisce di lei, la invita a casa sua ed ha una relazione con lei. Betsabea rimane incinta ed informa della cosa il re. David richiama il marito dalla guerra perché egli dorma con la propria moglie, ma Uria si rifiuta di dormire a casa propria. Il re comanda allora al suo generale di sferrare un attacco e di far mettere Uria in prima fila. Il comandante ubbidisce e Uria muore durante quest'attacco. Così Davide resta libero di prendere in moglie Betsabea.
    A questo punto interviene il profeta Natan, inviato da Dio, che rimprovera Davide per il peccato commesso nel provocare la morte di Uria per poter prendere in moglie Betsabea. Davide si pente del male fatto e chiede perdono a Dio. Dio perdona Davide anche se il figlio che nasce dalla relazione con Betsabea muore dopo pochi giorni. Dopo questo figlio, morto prematuramente, dalla relazione tra David e...
    6 min
  • Cenerentola*** (2015) - Il principe che ti cerca esiste davvero... e vuole proprio te!
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=211

    IL PRINCIPE CHE TI CERCA ESISTE DAVVERO... E VUOLE PROPRIO TE! di Renato Calvanese
    Per capire una fiaba bisogna cancellare la distinzione tra realtà e fantasia. Le fiabe sono troppo vive, e la vita è troppo fantastica perché tale distinzione possa essere valida. La storia di Cenerentola, in uscita in questi giorni nelle sale cinematografiche nella versione girata da Kenneth Branagh, non fa eccezioni: non è infatti solo un racconto destinato a popolare l'immaginazione di un bambino, pieno com'è di colpi di scena, di personaggi curiosi, di animali parlanti, e non è nemmeno l'ennesimo atto della propaganda maschilista che suggerisce alle donne di tutto il mondo che il massimo cui aspirare è incontrare un principe azzurro e sposarlo. Cenerentola è invece la risposta convinta a questa domanda che prima o poi assale la vita di ognuno di noi: che cos'è l'uomo?
    C'è qualcuno che se ne curi o è solo polvere che viene dalla polvere?

    LA REGINA DELLA CENERE
    Cenerentola è la regina della cenere, la figura di colei che letteralmente si rivolta nella polvere, oppressa com'è da una realtà che continuamente le rende presente la sua miseria. A questa condizione prova a reagire dispensando gentilezza e docilità senza ottenere non dico una ricompensa, ma nemmeno un'attenuazione della pena. Nessun gesto, seppure ben fatto, serve a liberarla dalla morsa di una realtà ingiusta, cattiva e insensibile ad ogni supplica. La sporcizia, questo è il posto che il mondo ha pensato per Cenerentola. La sporcizia di un caminetto ricolmo di cenere. Un lamento senza fine apparentemente destinato a non essere mai udito da nessuno. E' questa l'ultima parola sulla mia vita? E' la cenere il mio destino?
    Un povero non avrebbe dubbi sulla risposta da dare; anche l'ultimo dei mendicanti custodisce nel proprio intimo una parola, un sogno, che ha in sé la forza di ricordare che la realtà, che ciò che si vede non è tutto. L'uomo non è solo ciò che si vede. La realtà non si esaurisce in ciò che è pensabile, ragionevole o prevedibile. Una zucca può trasformarsi in carrozza, un topolino in destriero, uno straccio in un vestito splendido, e una lavandaia può trasformarsi in una regina. E' quello che accade tutti i giorni.
    "I sogni son desideri di felicità" canta allegramente la Cenerentola di Walt Disney, ed è proprio questo il mistero custodito dalla fiaba: il mistero di una persona miserabile che nonostante tutti i segni contrari continua a credere nella propria grandezza. Il dramma che si consuma nella fiaba, così come nella nostra esistenza consiste proprio in questo conflitto tra una realtà che ti umilia, che ti accusa, che ti fa continuamente presente un limite, e un desiderio di grandezza infinito che non si sa dove viene. Un desiderio che non è incredibile pensare che non sia di questo mondo. Sotto la cenere, in mezzo alla fuliggine di una vita sbagliata e disordinata, arde la brace di un desiderio di un'esistenza completamente altra, finalmente vera. Cenerentola diventa così l'incarnazione di una fierezza invincibile, di una tenace e paziente speranza nonostante tutte le privazioni. Nel suo cuore è depositata una verità che ha la forza di un richiamo: "io sono degna di stare accanto ad un re. Nonostante tutte le mie miserie un castello è la mia casa, un regno è ciò che mi spetta."

    LA PROGRESSIVA SCOPERTA DELLA PROPRIA DIGNITÀ REGALE
    Il cuore di questa fiaba millenaria è tutto qua: la progressiva scoperta della propria dignità regale. Una dignità che però non va conquistata, perché non dipende da quello che fai, dal curriculum scolastico o dalla posizione lavorativa. Questa dignità è il frutto di un'elezione, proprio come cantato nel Magnificat: il Signore ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. L'umiltà, non le gesta eroiche, non le mie vittorie, non i miei primati. Anche questo è scritto nella fiaba. Cosa fa infatti Cenerentola per realizzare il suo sogno? Diciamo che ogni volta che si dà da fare finisce a gambe all'aria. Ad esempio quando alla notizia del gran ballo si arma di ago e filo e confeziona da sé il suo abito, destinato poi a finire a brandelli sotto le unghie della matrigna e delle sorellastre.
    Appena Cenerentola si muove la realtà la sbrana. Quand'è allora che le cose iniziano a muoversi nella giusta direzione? Quando Cenerentola si arrende, quando si decide a non fare nulla, quando erompe in un pianto di resa. Perché c'è questo da capire, ossia che non si deve fare nulla. E' una verità questa che non deve scoraggiarci ma deve finalmente permetterci di riposare. Non vi è nulla di esteriore da guadagnare, non vi è nulla da conquistare perché per realizzare il nostro sogno, per vedere sbocciare la nostra natura regale bisogna solo ricevere. Un dono, è questo quello che serve. Un dono tanto grande da poter realizzare una metamorfosi che renda visibile ciò che giace perduto da qualche parte, nascosto sotto una coltre di cenere.

    IL PRINCIPE CHE TI VIENE A CERCARE
    L'erompere del vero io in tutta la sua bellezza è reso possibile solo grazie all'intervento di qualcun altro. La figura della fata madrina fa memoria di questo. Non trasforma Cenerentola rendendola un'altra persona, ma la incoraggia ad essere esattamente ciò che è. Certo crea anche le condizioni per andare al ballo, procura alla sua figlioccia un bel vestito, le sistema l'acconciatura, ma non la trasforma in qualcun altro. Diciamo che l'aiuta [...] dando a Cenerentola la forza di presentarsi al ballo, convincendola che anche lei può prendere parte alla festa della vita. E allora succede questa cosa straordinaria: incontra il principe che rimane incantato da lei al punto da non mollarla neanche un minuto. Danzano tutta la notte, la felicità sembra finalmente a portata di mano, ma all'improvviso qualcosa spaventa Cenerentola che fugge. La menzogna su sé stessa torna a bussare alla sua porta: "Come posso io essere degna d'amore se sono così misera? Cosa succederà quando questo bel principe scoprirà di che pasta sono fatta? Diciamoci la verità, io non merito l'amore di un re, io non merito l'amore di nessuno." Sembrerà strano ma questo è il pensiero che impedisce alla maggior parte delle persone di essere felice. L'indegnità di prender parte alla vita, di pretendere la parte migliore, di vivere all'altezza dei propri desideri. Convinta da questo ragionamento Cenerentola torna a casa, si toglie le vesti splendenti e si rifugia nella certezza della cenere decisa a non smuoversi più da lì.
    A questo punto per sbloccare la situazione c'è bisogno che qualcuno di potente prenda un'iniziativa. La madrina non basta più. C'è bisogno che un principe ti venga a cercare, che esca dal suo palazzo portando con sé la tua scarpa, il calco della tua apparizione, ossia la verità su di te. C'è bisogno che un figlio di re ti venga a prendere nella sporcizia nella quale ti sei rifugiato, e che non abbia paura di sporcarsi, che ti faccia capire che non si è sbagliato sul tuo conto, e che è proprio te che vuole. Ti vuole con la tua miseria, perché sa che la miseria non si può nascondere, che i limiti di ciascuno di noi non possono essere superati, ma solo offerti. Viene a prenderti senza sperare che tu cambi. Vuole te, con i tuoi chiari di luna, con il tuo passato, con i tuoi errori, con le tue incapacità, con questo senso di inadeguatezza che da sempre ti perseguita. C'è bisogno di questo futuro re per ritornare a te stesso, un re che non ha autorità sulla tua vita in virtù di un potere, ma unicamente perché la sua presenza per te è fonte di felicità.

    VENGA IL TUO REGNO
    La sua potenza è il non rivendicare alcun potere, la sua compagnia è desiderabile perché ha come unica preoccupazione il tuo bene. Ma un re così dove lo si trova? Qual è il suo numero? Come si chiama il suo regno? Chi è quell'uomo capace di dimenticare fino a questo punto sé stesso, tanto da avere la forza di accoglierti così come sei senza temere per la sua vita? Chi è quell'uomo che accetta con gioia la tua compagnia dichiarandosi pronto a morire per te? Un uomo così un giorno è apparso sulla scena del mondo. Il suo nome era Gesù di Nazareth. Lo chiamavano Re dei re perché realmente non si può essere re se non nel suo nome.
    12 min
  • Una canzone per mio padre*** (2019) - Il film che affronta la vita... dolore e perdono inclusi
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5938

    UNA CANZONE PER MIO PADRE, IL FILM CHE AFFRONTA LA VITA... DOLORE E PERDONO INCLUSI di Ermes Dovico
    Giovedì sera, a Milano, è stata proiettata la prima nazionale di Una canzone per mio padre, film statunitense del 2018, distribuito in Italia dalla Dominus Production e ispirato alla storia vera di Bart Millard (1972), e in particolare al suo rapporto travagliato con un padre a lungo violento e poi guarito dalla grazia, fino alla toccante riconciliazione tra i due. Che condurrà Bart, cantautore della band MercyMe, a scrivere e dedicare al genitore I can only imagine, divenuta la canzone più suonata nella storia della radio cristiana, riprodotta - all'inizio quasi per gioco e poi per le crescenti richieste degli ascoltatori - anche nelle radio mainstream, e capace di vendere oltre 2.5 milioni di copie.
    Simile successo di pubblico ha avuto il film (il cui titolo originale, I can only imagine, è lo stesso della canzone) fin dalle prime uscite nelle sale, dove - tra Usa e Canada - ha incassato al botteghino circa 85 milioni di dollari, con ricavi più di 12 volte superiori ai 7 milioni di budget per la produzione. In America ha ottenuto dalla maggioranza degli spettatori la valutazione di A+, la più alta possibile, secondo le rilevazioni fatte all'uscita dalle sale da CinemaScore. Nel cast spicca la presenza di Dennis Quaid (doppiato in italiano da Luca Ward), che interpreta il padre di Bart. I registi sono i fratelli Andrew e John Erwin, gli stessi di October Baby, il film liberamente ispirato alla storia di Gianna Jessen, l'americana, oggi quarantaduenne, sopravvissuta a un tentativo di aborto salino.

    TRAMA DEL FILM
    Una canzone per mio padre, appunto un biopic, con qualche libero adattamento cinematografico, ci offre all'inizio uno squarcio sull'infanzia di Bart, alle prese con un padre iracondo che maltratta e percuote sia il figlio che la moglie, fino a quando lei abbandonerà improvvisamente la famiglia (nella realtà i coniugi Millard, genitori di due figli maschi, divorziarono quando Bart, il secondogenito, aveva appena tre anni, poi alternandosi, al variare delle circostanze, nella custodia della prole). Nel dolore di quei primi anni di vita, acutizzato da una madre che se n'è andata via e da un padre che a volte lo terrorizza, Bart cerca rifugio nella musica. «Ho trovato delle canzoni che sono state come un'àncora per me, mi hanno dato speranza», canzoni che «mi hanno parlato di un Padre in cielo» e del Suo amore per lui.
    Nell'adolescenza, con al fianco la bella figura di Shannon, la fidanzata (interpretata da Madeline Carroll), come lui di fede cristiana battista, Bart insegue il sogno, già di suo padre, di fare carriera nel football americano, ma un infortunio lo costringe a mollare tutto. Arriva poi una prima svolta. L'ingresso nel coro della scuola, un'insegnante che scopre per caso il grande talento del ragazzo, il padre che ne frustra le aspirazioni canore e, infine, dopo l'addio a un'affranta Shannon, la fuga da casa, che porta Bart in giro per gli States, sul camper della band di cui è intanto diventato la voce, con piccoli concerti, e piccoli guadagni, nei locali.
    Per ricomporre i cocci della sua vita si riveleranno fondamentali i buoni consigli del produttore Scott Brickell, che intuendo il dramma personale del ragazzo lo esorta a non scappare dalle sue sofferenze, bensì ad affrontarle e poi cantarle («lascia che il dolore diventi la tua ispirazione»). È così che Bart torna dal padre e lo trova trasformato, scoprendo che il genitore va in chiesa, prega, legge la Bibbia e si interroga sul perdono. Le grandi resistenze del figlio saranno poi vinte quando scoprirà il cancro del genitore e, proprio nel tempo della malattia che condurrà Millard senior alla morte, i due passeranno insieme i momenti più fecondi e belli.
    E sarà pensando a quel padre ritrovato, perdonato e redento che nascerà, scritta di getto, I can only imagine, in un crescendo di sorprese.

    LA RISCOPERTA DELLA PATERNITÀ (E DELLA FEDE)
    Oltre all'ottima colonna sonora e al ritmo narrativo, il film ha quindi il merito di far riflettere su diversi temi divenuti controcorrente nella cultura di oggi, dai danni di una famiglia che si disgrega alla potenza della preghiera. E in particolare la pellicola, come ha osservato alla prima nazionale la fondatrice della Dominus Production, Federica Picchi (che alla fine ha chiamato a parlare i membri di The Sun), c'è il fatto che aiuta a riscoprire il senso del dolore, che «noi stiamo cercando di togliere dalla nostra vita. Penso che l'insegnamento più importante che trasmette ai giovani è che il dolore è parte integrante della nostra vita», ha aggiunto la Picchi, che prima dell'inizio della proiezione aveva anche rivolto il primo ringraziamento a Dio Padre.
    La storia dei Millard sta lì a confermarlo. È nel dolore, prima spirituale e poi corporale, che il padre, anziché essere vinto dalla disperazione, scopre il ristoro della fede, ritrova la sua paternità, chiede e ottiene perdono, riconciliandosi con il figlio e prima ancora con Dio e con sé stesso. Ed è sempre da lì che Bart riesce a trovare pace, con entrambi - il padre e il figlio - a vedere sgorgare l'amore dalla sofferenza, perché riposta nelle mani di Dio. È Lui che fa la differenza.
    Un film, dunque, che stimola e, attraversando ogni fase della vita quaggiù, è buono per tutte le età.

    Nota di BastaBugie: nel seguente video (durata: 3 minuti) si può vedere il trailer del film.
    Per scoprire in quali cinema è possibile vedere il film, vai all'elenco aggiornato dal sito della Dominus Production, cliccando nel seguente link:
    https://www.dominusproduction.com/film/una-canzone-per-mio-padre/programmazione
    https://www.youtube.com/watch?v=pXPhse0Sckg
    8 min
  • God's not dead 2 ***** (2016) - Processo alla fede cristiana
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=235

    GOD'S NOT DEAD 2: PROCESSO ALLA FEDE CRISTIANA di Lorenzo Bertocchi
    A seguire le cronache sembra che ormai non importi più se Dio sia morto oppure no, semplicemente si vive come se Lui non esistesse. Nei cinema italiani, invece, è sbarcato God's not dead 2, sequel di una prima pellicola in cui un professore ateo veniva affrontato da un giovane e caparbio studente cristiano che arrivava a far dire ai suoi compagni di corso che no, Dio non è morto.
    Questa volta il film ci porta sempre dentro un'aula, ma non più accademica, di tribunale. E' la vicenda, che nasce da un fatto vero, quello di una insegnante di storia che deve difendersi dall'accusa di aver osato parlare di Gesù in aula. E' ancora la Dominus Production a portare in Italia il sequel di una pellicola dal sapore fin troppo Usa, che però ha il pregio di farci sbattere la faccia contro una realtà molto più reale e vicina di quanto possa sembrare a prima vista. Quello della libertà delle proprie idee e di religione, una libertà che appare sempre più minacciata e sottilmente delimitata.

    CONTRO LO SPIRITO DEL MONDO
    La professoressa Grace, interpretata da Melissa Joan Hart (già Sabrina in Vita da Strega), deve difendersi dall'accusa di fare prediche anziché insegnare, nonostante il tutto sia partito da una domanda di un'alunna che chiede all'insegnante di fare semplicemente un parallelismo tra Ghandi, Martin Luther King e Gesù. Insomma, in realtà sarebbe questione storica, ma Grace ha il difetto di essere cristiana e quindi l'occasione è ghiotta per farla fuori e sbattere la fede finalmente fuori dallo spazio pubblico. [...]
    La grinta del giovane avvocato (Jesse Metcalfe) che difende Grace è interessante, così come la battuta messa in bocca al pastore: «dobbiamo riconoscere che c'è una battaglia, ma non contro carne e sangue, ma contro lo spirito del mondo», una frase che andrebbe bene da mettere in campo ecumenico anche da parte cattolica. Ci sono spazi per riconoscere la bontà di questa interpretazione, basta guardarsi intorno. Eutanasia, famiglia, aborto, sono solo alcuni degli ambiti in cui Dio è sbattuto fuori dalla porta del dibattito pubblico. Anche se in molti casi è la ragione stessa ad essere stata esclusa.
    Il film evidenzia anche il pericolo di ideologizzazione dei principali canali di comunicazione con la conseguente deformazione delle informazioni e invita lo spettatore ad interrogarsi sui grandi valori della vita, arrivando a domandarci: quanto siamo disposti a rischiare per difendere ciò in cui crediamo?

    UNA DOMANDA DI SENSO
    Tutto era iniziato da una domanda di senso che la giovane insegnante pone all'alunna che deve fare i conti con l'elaborazione del lutto del fratello. «C'è qualcosa d'altro» oltre l'orizzonte terreno? Questo è il punto. Perché far uscire Dio dallo spazio pubblico significa in fondo escludere le domande di senso, infatti, dice la prof., «l'ateismo non toglie il dolore, toglie solo la speranza». La strategia per far fuori l'insegnante, e con lei la fede, è ben sintetizzata dall'avvocato dell'accusa quando rivolto al suo aiutante spiega come irretire la giuria: «non conoscono l'odio, ma basterà una mezza verità, un po' di dubbio e si pronunceranno a suo sfavore». La battaglia all'interno dell'aula si rivelerà come occasione per fare un po' di sana apologetica sulla storicità di Gesù e sulla credibilità dei Vangeli. Come andrà a finire? Una serata al cinema vi svelerà tutto.
    Dalla sala uscirete con una domanda che aleggia nell'aria, quella che pronunciò Gesù davanti ai discepoli quando diceva «Voi chi dite che io sia?». A cui fa seguito un'altra domanda del Maestro. «Quando il Figlio dell'uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra?» (Lc 18, 8). La risposta dipende da ognuno e dalla volontà di vivere di conseguenza; come una lunga scia di martiri dimostra non ci sono molte scale di grigio a disposizione. O Dio è morto, oppure è vivo.

    UNA TESTIMONIANZA VERA
    Tra i vari testimoni c'è James Warner Wallace, agente FBI. Non è un attore, ma una persona reale che recita la parte di "se stesso". Ha applicato ai quattro vangeli le tecniche usate nei processi per verificare l'attendibilità dei testimoni. Ha dichiarato: "Non ero cristiano, ma lo sono diventato perché ho verificato che ciò che è scritto nei vangeli è evidentemente tutto vero!".
    6 min
  • God's not dead *****(2014) - Quanto sei disposto a rischiare per quello in cui credi?
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=227

    GOD'S NOT DEAD: QUANTO SEI DISPOSTO A RISCHIARE PER DIFENDERE QUELLO IN CUI CREDI? di Andrea Lavelli
    Primo giorno di università. Il professor Radisson, del corso base di filosofia, entra in classe e annuncia di non aver intenzione di sprecare tempo per illustrare le varie posizioni filosofiche sull'esistenza o meno di Dio: "con il vostro permesso supererei l'insensato dibattito e giungerei subito alla conclusione che non esiste alcun Dio". Così assegna un solo semplice compito: scrivere su un foglio bianco God is dead "Dio è morto," apporre la propria firma e consegnarlo. Quando arriva a Josh, una matricola, la consegna dei fogli si arresta: "Non posso farlo, sono cristiano," dice. Il professore replica: "Se proprio non può arrivare ad ammettere che Dio è morto, allora dovrà difendere l'antitesi".
    Inizia così la storia di God's not dead (Dio non è morto), pellicola uscita nel 2014 negli Stati Uniti.
    Josh, il protagonista, si trova nel terribile dubbio di accettare la sfida del suo professore ferocemente ateo e mettersi contro i propri cari sostenendo l'esistenza di Dio davanti alla classe - un vero e proprio suicidio accademico, visto che il docente ha il coltello dalla parte del manico e si mostra più che deciso a dargli filo da torcere, prospettandogli una bocciatura che peserà sulla sua carriera universitaria - oppure allinearsi al resto della classe e ammettere che Dio è morto. Un pastore lo consiglia: "Se accetti questa sfida potrebbe essere l'unico incontro significativo con Dio di tutta la loro vita".
    Così, Josh studia, si informa e sostiene davanti ai suoi compagni di corso le evidenze scientifiche e filosofiche dell'esistenza di Dio e come l'insegnamento della Bibbia non sia in contraddizione, ma anzi illumini le scoperte della scienza. Il film è basato su alcune vere cause legali che hanno visto coinvolti studenti americani che nei loro campus si sono trovati in una situazione molto simile, minacciati nella propria libertà di professare la fede.
    Attorno a questa storia ruotano e si intrecciano tra loro le vicende di altri personaggi: una blogger dalla fosca visione nichilista alle prese con una notizia drammatica, una ragazza cresciuta in una famiglia islamica, la moglie del professor Radisson messa davanti a una scelta difficile. Tutti compiranno un percorso esistenziale e spirituale di ricerca, compreso l'aspro professore. Il film mostra le difficoltà e le dinamiche vissute da ogni personaggio - che sono poi quelle di ogni uomo - nel momento in cui si trova davanti alla necessità di dare risposta alle domande fondamentali: Dio esiste? E se esiste, come può esistere il male? Cosa ha da dire Dio alla mia vita?
    La colonna sonora è degli Newsboys - che nel film interpretano se stessi - energico gruppo Christian pop-rock, una delle numerose band che provano a coniugare sonorità moderne a messaggi e tematiche cristiani; un tipo di musica praticamente sconosciuto da noi, ma che in America fa decine di milioni di visualizzazioni su Youtube e va molto forte, specie tra i giovani. Nel film compaiono anche Willie e Korie Robertson, cacciatori protagonisti del reality Duck dinasty, finiti al centro di una bolla mediatica per aver espresso la propria fede in Cristo di fronte alla telecamere e per le loro prese di posizioni politicamente scorrette.
    Il cast vede la presenza di altri attori di livello come Kevin Sorbo, l'Ercole della popolare serie televisiva degli anni '90. "Le persone oggi sentono il bisogno di prendere una posizione e difendere ciò in cui credono e credo sia importante portare sullo schermo personaggi che incarnano chiaramente questo desiderio," afferma il regista Harold Cronk. "È importante che le persone non abbiano paura di ciò in cui credono, ma lo difendano".
    La vicenda di "God's not dead" mostra chiaramente che la scelta della testimonianza cristiana oggi chiede di essere disposti a subire quella "persecuzione silenziosa" di cui parlava San Josemaria Escrivà, ma anche che chi è disposto a pagare questo prezzo può davvero essere per gli altri uno strumento per arrivare a Cristo. Così "God's not dead" può essere di ispirazione ai tanti studenti che anche nelle scuole e nelle università italiane si trovano quotidianamente davanti alla difficoltà di annunciare e vivere il Vangelo nelle aule scolastiche in cui si (quasi) tutto è tollerato, tranne manifestare la fede cattolica.
    E le storie dei personaggi del film stanno lì a mostrare cosa succede quando i cristiani non hanno paura di testimoniare e difendere pubblicamente, con calma e fermezza, la propria fede: le persone attorno sono spesso colpite e incuriosite dal loro coraggio e dalla loro testimonianza, attirate da chi manifesta con convinzione la fede nei confronti di quel Dio cui la loro anima anela. Un tema che traspare chiaramente dalla pellicola.
    In questo nostro periodo storico in cui ci sentiamo spesso dire che i cattolici devono evitare di difendere e dimostrare la ragionevolezza della loro fede perché questo può "creare divisione" e non contribuisce a "costruire un clima di dialogo," la vicenda di Josh ci mostra invece 'importanza della formazione e dell'impegno apologetico per essere pronti a testimoniare, sempre con pacatezza e rispetto, le ragioni del nostro credere. God's not dead mostra che questo potrà aprirci la straordinaria possibilità di compiere verso gli altri la più alta forma di carità: portare loro la verità, cioè Gesù Cristo.

    Per vedere il trailer del film e per leggere le schede dei migliori film mai prodotti, visita il sito www.FilmGarantiti.it
    8 min
  • Miracoli dal cielo* (2016) - L'incredibile storia della famiglia Beam
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=255

    MIRACOLI DAL CIELO
    Miracoli dal cielo (Miracles from heaven) è la trasposizione cinematografica del testo autobiografico Miracles from heaven, scritto da Christy Beam, protagonista, insieme alla sua famiglia, di questa incredibile storia. [...]

    L'INCREDIBILE STORIA DELLA FAMIGLIA BEAM
    La storia della famiglia Beam ha senza dubbio dell'incredibile. E quest'incredibile merita forse di essere ripensato e rielaborato personalmente, interiormente, da ciascuno, al di là della "semplice" visione del film. Detto ciò, non si può non convenire sul fatto che qualcosa di assolutamente inverosimile si sia verificato a Dallas qualche anno fa.
    Christy (Jennifer Garner) e Kevin Beam (Martin Henderson) conducono una vita serena, hanno tre bellissime bambine, vivono in un'atmosfera familiare armoniosa e fanno parte di una comunità religiosa [protestante] che si può dire essere la loro seconda famiglia. Questo "piccolo angolo felice" inizia però a sgretolarsi quando a una delle figlie, Annabel (Kylie Rogers), viene diagnosticato un raro disturbo digestivo che, sostiene anche il medico più accreditato, non risulta per il momento curabile. Nonostante gli innumerevoli tentativi fatti dalla madre, sembra che solo un miracolo possa salvare la vita della bambina.
    E, forse, qualcosa di simile c'è stato. Un giorno, infatti, mentre sta salendo su un albero del giardino insieme alle due sorelle, Annabel cade improvvisamente, sbattendo la testa. Data la violenza della caduta, i genitori e gli amici temono il peggio e pregano fortemente per la sua vita. Ma, quando la bambina si risveglierà, quello che medici e genitori avranno sotto gli occhi sarà un vero e proprio... "miracolo".

    FEDE COME AMORE, AMICIZIA, DONO INCONDIZIONATO
    Miracoli dal cielo mette in scena e indaga, senza alcuna "pretesa veritativa", i sentimenti profondi che attraversano e pervadono una famiglia che, messa duramente alla prova dalla malattia di una figlia, cerca il modo e la forza per reagire, per non mollare e continuare a credere. E lo fa in modo genuino, mostrandoci la fiducia e l'atto di fede ma anche i dubbi di una madre che, per quanto profondamente credente, non riesce, in un momento di così forte dolore e disperazione, a sentirsi vicina a ciò in cui ha sempre creduto. Una madre che, di fronte alle sofferenze della figlia, si chiede dove sia finito Dio, quel Dio buono e misericordioso che adesso accetta e permette tutto questo. Christy confessa al marito di non riuscire più a trovare conforto nella fede, di non riuscire più neanche a pregare, tanto è grande il dolore.
    Eppure, alla fine sarà Christy stessa a sostenere come la presenza di Dio, di qualcosa di più forte, di meno evidente ma di più profondo, ci sia spesso in tante piccole cose che rendono ogni giorno, in qualche modo, miracoloso. Tutto sta nel saperle (ac)cogliere, nel saperle vedere e nell'aprirsi ad accettarle: "Albert Einstein ha detto che ci sono due modi di vivere la vita: uno, come se niente fosse un miracolo; e l'altro, invece, come se ogni cosa fosse un miracolo. Io non stavo di certo vivendo la mia vita come se ogni cosa fosse un miracolo. E mi sbagliavo. I miracoli stanno dappertutto. I miracoli sono altruismo; a volte si manifestano nei modi più inattesi grazie a persone che attraversano la nostra vita, o grazie ad amici che ci rimangono accanto in qualunque situazione. I miracoli sono amore".
    È così che Miracoli dal cielo si mostra in realtà come un inno alla vita, a godere dei piccoli grandi doni che questa ci offre, mostrando tuttavia anche la concreta - poiché umana - difficoltà di continuare a credervi quando essa stessa sembra sottrarceli mettendoci alla prova.
    Un film di sentimenti ma anche una riflessione concreta sull'abisso che si staglia al di sotto di ogni atto di fede, di credenza, di amore, mostrandone il necessario coraggio, l'inevitabile cifra d'inconsapevolezza, di "azzardo", a tratti d'incoscienza. La fede, diceva Kierkegaard, è salto: non conosce mediazioni, logiche, razionalità. La fede è il rischio supremo, perché lascia che l'altro preceda se stessi, decida in noi di noi stessi e del nostro "destino". La fede è il rischio potenzialmente mortale di lasciarsi costituire dall'altro. Ma, senza di essa, la vita diviene mero calcolo, tentativo di controllo destinato al fallimento. Perché la fede come apertura all'altro ci costituisce, ci dà forma, e ci dà vita.
    Ecco allora che il messaggio di Christy si mostra proprio come un inno a quest'apertura, al rischio del sentimento, della fede in quanto amore, amicizia, dono. E Miracoli dal cielo si mostra come un film riflessivo ma non pedante, forte ma non eccessivo.

    SCENEGGIATURA COINVOLGENTE
    La sceneggiatura di Randy Brown e la regia di Patricia Riggen hanno il merito di rendere la storia vicina allo spettatore, coinvolgendolo all'interno di un labirinto emotivo che sente prossimo in quanto estremamente umano, spoglio da astrazioni o idealizzazioni poco credibili.
    L'assolutamente convincente interpretazione di Jennifer Garner e Martin Henderson, ma anche della piccola Kylie Rogers, sono poi il giusto passpartout per una già sollecitata adesione emotiva. Anche il ritmo del film è efficace, dando il giusto spazio sia alla parte "dinamica" che a quella più meditata e riflessiva.
    Una pellicola che rende dunque giustizia alla storia da cui è tratto, e che può rappresentare una vittoria per tutti, spettatore compreso.
    8 min
  • AAA Joker, il pessimo film sul nemico di Batman
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5927

    JOKER, IL PESSIMO FILM SUL NEMICO DI BATMAN di Giulio Lanza
    Un grande successo di pubblico ha consacrato la popolarità di Joker, il film hollywoodiano realizzato magistralmente e presentato per la prima volta lo scorso 31 agosto al 76esimo Festival Internazionale del Cinema di Venezia, dove è stato riconosciuto meritevole del premio più alto, il Leone d'Oro.
    Un grande cast, a partire dal protagonista Joaquin Phoenix, del quale è superfluo evidenziare la strepitosa interpretazione. Robert De Niro ha un ruolo secondario ma di fondamentale importanza per lo sviluppo della storia. Molte scene riprendono film di Martin Scorsese, come quando in "Taxi Driver" proprio De Niro simulava di parlare con sconosciuti mentre era da solo nella propria squallida stanza.
    Una colonna sonora che si nota, potente e ricca di toni bassi, sia quella originale (pezzi come Confession o Call Me Joker), sia fatta di vecchi brani quali My Name Is Carnival, White Room, Smile, Everybody Plays the Fool, o pezzi di Frank Sinatra quali That's Life e Send in the Clowns.
    L'epoca in cui si svolge il film è imprecisata, con elementi anni '70 e '80 prevalenti, ma anche elementi della cosiddetta epoca d'oro del capitalismo americano, all'inizio del XX secolo (a un certo punto i ricchi del film - l'élite o establishment che apertamente attribuisce al proprio merito la ricchezza e il potere ottenuti - sono riuniti in un vecchio teatro per vedere "Tempi Moderni" di Chaplin), quando le differenze tra ricchi e poveri divennero esorbitanti: detto per inciso fu l'epoca in cui venne ideata la psichiatria di comunità dagli industriali che volevano rappresentare i problemi dei lavoratori come medici anziché sindacali; prima di allora la psichiatria era limitata agli ospedali psichiatrici e le persone non andavano a trovare uno psichiatra in ambulatorio; prima di allora lo psichiatra veniva associato non alla persona comune ma solo ai matti.

    LA PSICHIATRIA COME ULTIMA POSSIBILITÀ DI SALVEZZA
    Nel film i "padri" di Joker sono due celebrità della TV: Robert De Niro, conduttore TV, e uno degli uomini più ricchi della città che si candida a sindaco, rappresentato dai media di Gotham City come l'unico che possa salvare una città in forte crisi e in piena decadenza.
    La madre ha un ruolo edipico che resta imprecisato, in parte perché non si riuscirà a capire nemmeno alla fine se i suoi fossero deliri o se ci fosse stata invece una macchinazione del ricco uomo per il quale lavorava (il futuro candidato sindaco) in modo da farla convenientemente rinchiudere in manicomio anche se sana, falsificando le carte.
    Robert De Niro in questo film è, tanto per cambiare, perfetto: è un famosissimo conduttore di Talk Show americano, cinico e a suo modo saggio al tempo stesso. Si capisce da una delle scene iniziali che viene visto da Joker come il padre che non ha mai avuto: mentre guarda la TV dal letto su cui siede con la madre Joker immagina che la celebrità TV sarebbe disposta a mollare tutto il baraccone dello show e della celebrità pur di avere un figlio come lui.
    Un altro elemento è il rapporto con un altro personaggio famoso, che forse è il padre biologico di Joker, il ricchissimo finanziere che si vuole presentare come sindaco di Gotham (nomignolo ottocentesco per l'urbe di New York City, riutilizzato poi nei fumetti di Batman), una città oscura e popolata di super-ratti, come dice in modo quasi divertito il telegiornale cittadino.
    Il politico è rappresentato come spietato, cinico, indifferente alle sofferenze del popolo: ricchezza e politica nel film vengono accomunate.
    La psichiatria è rappresentata invece come l'ultimo barlume salvifico che i cattivi politici tagliano senza pietà per i poveri della città, a cui oltre alla televisione è rimasto poco altro: Joker assume...
    16 min
  • Batman, il cavaliere oscuro** (2008) - Per difendere il bene bisogna essere disposti a sacrificare tutto
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5891

    BATMAN CONTRO JOKER: PER DIFENDERE IL BENE BISOGNA ESSERE DISPOSTI A SACRIFICARE TUTTO di Isacco Tacconi
    Il simbolo che vorrei suggerire per penetrare meglio nel cuore della Redenzione è piuttosto inusuale. A prima vista in effetti sembrerebbe quasi sacrilego accostare un personaggio come Batman all'immagine del Dio vivo e vero. Ma abbiate pazienza e ne scorgerete una sorprendente analogia.
    "Alla morte di un uomo si rivelano le sue opere. Prima della fine non chiamare nessuno beato: un uomo si conosce veramente alla fine". (Sir 11 27-28).
    Ma cosa può fare l'uomo carnalizzato, ridotto allo stato cannibalico e mefistofelico dinanzi all'esperienza più forte della vita umana, quell'esperienza drammatica e inquietante che è la morte? "In principio era l'azione!" dice il Faust di Goethe. Agire senza scopo, agire e basta. Il primato della prassi sulla contemplazione, dell'azione sulla preghiera, dell'immanente sul trascendente. Questa è l'unica risposta che una civiltà senza senso sa e può opporre al mistero dell'essere e del non essere. Ma un tale pervertimento metafisico si erge follemente contro la retta ragione la quale ci mostra che ogni cosa si muove e agisce in vista di un fine.
    La risposta quindi è facile, l'uomo carnale occulta la morte, la ostracizza, la nasconde alla vista e alla considerazione degli uomini e delle donne affinché si dimentichino che dovranno morire, presto o tardi. L'unico modo di vivere all'interno di questo dettame è agire come un animale privo d'intelletto che non è autocosciente né si può interrogare sul perché del proprio esistere.

    LA TRILOGIA DEL CAVALIERE OSCURO
    Nella trilogia cinematografica del regista Christopher Nolan il protagonista è un uomo chiamato Bruce Wayne che liberamente sceglie di consacrarsi al servizio del bene e dei deboli indossando una maschera. Questo occultamento d'identità ha lo scopo da una parte di terrorizzare i suoi nemici per strappare al loro potere "coloro che vivono nelle tenebre e nell'ombra della morte", e dall'altra di divenire un simbolo che raduni gli uomini di buona volontà sotto un unico vessillo in una guerra di liberazione contro le forze del male.
    Tuttavia dal vuoto abisso del nulla appare improvviso e sinuoso un nemico, un diabolico giullare, beffardo e sfuggente, uno spettro astuto e irrefrenabile. Suo scopo, dice lui stesso, è contendersi con Batman «l'anima di Gotham», vale a dire la città degli uomini. Il bene e il male si affrontano dunque per la conquista delle anime. Joker in effetti si presenta chiaramente come la personificazione del diavolo che dichiara: "Io agisco e basta. Non c'è scopo... la follia è come la forza di gravità: basta una piccola spinta". Questo è il suo intento, innescare la follia nell'uomo e quando questi si lascia sedurre dal piacere del non senso finisce per perdere non solo il perché del morire ma, con esso, il perché del vivere. In tal modo egli rinuncia alla propria libertà chiudendosi irrimediabilmente alla possibilità di ricevere la verità e la salvezza. Mentre la Scrittura rivolgendosi al Cielo dice "insegnami a contare i miei giorni...".
    Contare i giorni, il tempo. Il tempo che non possediamo, ma nel quale siamo immersi e che misura le nostre azioni, buone o cattive. "Vanità - dice l'Imitazione di Cristo - è aspirare a vivere a lungo, e darsi poco pensiero di vivere bene. Vanità è occuparsi soltanto della vita presente e non guardare fin d'ora al futuro. Vanità è amare ciò che passa con tutta rapidità e non affrettarsi là, dove dura eterna gioia".

    LA MORTE SVELA I NOSTRI LIMITI
    Eppure quando la morte ci viene a visitare sbugiarda il nostro nulla, la nostra vacuità, la nostra evanescente esistenza che non è necessaria alla vita del mondo e dell'universo. Essa ha il potere di svelare la contingenza del nostro essere, la relatività e la subordinazione del nostro esistere rispetto all'Assoluto che sfugge completamente alla nostra limitata comprensione.
    Tutti moriamo, dunque, ma si muore in molti modi diversi. "Se vivremo così anche noi, - insegna Sant'Antonio - come se ogni giorno dovessimo morire, non peccheremo. Questo significa che ogni giorno, quando ci svegliamo, dobbiamo pensare che non arriveremo fino a sera, e di nuovo, al momento di coricarci, dobbiamo pensare che non ci sveglieremo più. La nostra vita è incerta per natura ed è misurata giorno per giorno dalla Provvidenza". (Sant'Atanasio - Vita di Antonio).
    La trilogia del "Cavaliere Oscuro" pensata in ogni suo dettaglio dal genio cinematografico di Christopher Nolan è un grande affresco sull'irriducibile dignità dell'atto libero e incondizionato dell'uomo dinanzi al bene e al male. Non c'è neutralità, non c'è "laicità" possibile dinanzi all'opzione di Dio.
    Joker dice: «L'unico modo sensato di vivere, è vivere senza regole». E non è un caso che Aleister Crowley, considerato il più famoso esoterista e satanista moderno, proclamò solennemente "Fai ciò che vuoi sarà tutta la Legge". Questa è l'unica norma dell'uomo finalmente illuminato da Lucifero ed emancipato da Dio.
    Tuttavia ciò che avvicina in maniera sorprendente la figura del Batman di Nolan all'immagine del Giusto sofferente è il fatto che anche questa sentinella notturna della città degli uomini dopo aver consacrato la sua vita al servizio dei deboli si vede ripagato con il male e il disprezzo, la sua generosità gratuita ricambiata con una violenta ingratitudine.
    "Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore" (2Cor 5,21). Questo è il destino dell'unico innocente che sia venuto al mondo, questo è il destino di tutti coloro che ne seguono le orme: obbrobrio, persecuzione, calunnie, odio e, dopo tutto questo, la morte. [...]

    IL CRISTIANO SI ALLENA OGNI GIORNO ALLA MORTE
    Il cristiano, come un cavaliere ignoto, è colui che si allena ogni giorno alla morte, che contempla il Crocifisso per potersi conformare all'immagine di Lui. Il cristiano non è colui che vive ottimisticamente come "un risorto", ma "portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo" (2Cor 4,10). La tentazione di trasformare l'annuncio del Vangelo in una promessa di consolazione, tranquillità e pace in questa vita è sempre dietro l'angolo, ma questa come insegna sapientemente l'esorcista padre Francois Dermine o.p., è la caratteristica delle sètte che le distingue radicalmente dalle grandi religioni.
    La religione infatti non promette di risolvere i nostri problemi ma ne svela la causa e ci permette di offrirli a Dio come giusta espiazione. Il vero culto che si rivolge a Dio perciò conduce ed "educe" l'uomo attraverso la via dell'umiltà: "Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme" (1Pt 2,21). La resurrezione è il premio e il termine, non la via.
    L'idea di una "nuova evangelizzazione" basata sul Cristo risorto e glorioso corrisponde all'antico e mai scomparso errore che condusse i Giudei a rifiutare l'immagine di un Messia crocifisso e sofferente: la Croce non ha smesso né mai cesserà di essere uno "scandalo".
    Pertanto da che cosa capiamo che Dio ci ama? Dal fatto che è risorto? No di certo. La risurrezione in un certo senso è una conseguenza scontata perché non era possibile che l'Autore della vita rimanesse prigioniero della morte. Invece la notizia davvero straordinaria, inaudita e sconvolgente non è che un dio possa risorgere ma che Dio abbia voluto morire.
    Dalla domenica di Passione fino al Venerdì Santo la Chiesa canta l'inno del Vexilla regis in cui i cristiani proclamano che Dio, il Re dei re della terra, regna dalla croce («Regnavit a ligno Deus»).

    SAN MARTINO E I SEGNI DEI CHIODI
    Perciò in cosa ci è manifesto l'amore di Dio per noi se non nel fatto che Egli è morto per noi? Non per nulla i Santi meditavano non sulla Resurrezione di Gesù ma sulla sua dolorosa Passione. Ora è chiaro che non c'è opposizione tra l'una e l'altra ma la resurrezione futura che ci attende è un'opera che compete a Dio solo, non è nelle nostre mani. Mentre seguirlo sulle orme del nostro calvario quotidiano portando la nostra croce è propriamente ciò che compete all'uomo: è la nostra parte da recitare in questo dramma.
    In effetti il distintivo del vero Cristo che ci permette di riconoscerlo dal falso Cristo sono i segni dei chiodi, come testimonia quel noto aneddoto della vita di San Martino: "Un giorno infatti - scrive Sulpicio Severo - preceduto ed egli stesso circonfuso da una luce splendente, per trarlo più facilmente in inganno con la luminosità dell'assunto fulgore, ed anche vestito d'un abito regale, cinto da un diadema di gemme d'oro, con coturni dorati, sereno l'aspetto, lieto in volto (così che tutto poteva esser giudicato fuorché il diavolo), apparve a Martino in preghiera nella sua cella. E poiché Martino al suo primo apparire rimase stupefatto, a lungo mantennero ambedue un profondo silenzio. Allora il diavolo, per primo: «Sappi, o Martino, chi scorgi: io sono il Cristo; apprestandomi a discendere in terra, prima ho voluto manifestarmi a te». A tali parole, poiché Martino continuava a tacere e non dava alcuna risposta, il diavolo osò iterare la sua sfrontata dichiarazione: «Martino, perché dubiti? Credi, poiché vedi! Io sono il Cristo». Allora Martino, alla rivelazione dello Spirito, concessagli affinché comprendesse trattarsi del diavolo e non del Signore, disse: «Non profetizzò il Signore Gesù che sarebbe venuto vestito di porpora né con un diadema splendente; io non crederò che è venuto Cristo, se non in quell'abito e sembianza in cui soffrì la passione, e se non porta chiaramente i segni della croce». A queste parole quegli svanì come fumo" (Vita Martini, XXIV; ed. it., pp. 59-61)".
    Ma torniamo ora per un momento al Cavaliere Oscuro poiché la sua vicenda si riannoda invisibilmente all'esempio di San Martino.
    24 min
  • 22 minuti* (2014) - Un film d'azione russo da mozzare il fiato
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5883

    UN FILM D'AZIONE RUSSO DA MOZZARE IL FIATO di Rino Cammilleri
    I russi hanno imparato la lezione hollywoodiana e hanno smesso di fare quei barbosissimi film d'epoca sovietica. Ma, a differenza di Hollywood, non sono impacciati dal politicamente corretto. Per esempio, nel 2008 la cinematografia russa ha prodotto il bellissimo L'ammiraglio, un kolossal imperniato sulla figura di Aleksandr Kolchak, capo dell'armata «bianca» rimasta fedele allo zar e in guerra, sfortunata, contro quella «rossa» di Trockij. Se i russi dell'era Putin hanno smesso di essere "di sinistra", però, gli italiani continuano ad esserlo anche nell'era Salvini, e il film sull'ammiraglio Kolchak da noi non è mai stato tradotto e distribuito. Stessa sorte, del resto, ha avuto, sempre da noi, un grandioso film polacco sul «miracolo della Vistola», avvenuto quando, nel 1920, l'esercito polacco fermò l'avanzata dell'Armata Rossa alle porte di Varsavia e salvò l'Europa (Trockij, capo dell'Armata Rossa, era teorico della «rivoluzione permanente» e da esportazione). Un affresco sul tema lo si trova in una delle cappelle della basilica di Loreto.
    TRATTO DA UNA STORIA VERA
    Misteriosamente, è stato tradotto e distribuito in Italia un film russo d'azione. Forse perché considerato "minore", un B-movie insomma. E forse il censore politicamente corretto era stato distratto proprio da questa valutazione minimale, chissà. Si tratta di 22 minuti, titolo che in italiano chissà perché è diventato inglese: 22 minutes. Personalmente, lo avevo già visto in internet l'anno scorso (il film è, infatti, del 2014) e mi sono meravigliato al rivederlo proposto in prima serata da Italia 1 il 19 luglio scorso. Il film è diretto dal regista russo Vasily Serikov e non ha niente da invidiare ai migliori action-movie americani. È tratto da una storia vera, la storia della gigantesca nave-cisterna russa Yamal sequestrata nelle acque del Corno d'Africa da una banda di pirati somali armati fino ai denti. L'equipaggio della nave, che trasporta metano, si è barricato nel locale motori, mentre i pirati dilagano sulla nave e piazzano perfino un paio di mitragliatrici antiaeree. Una nave da guerra russa, inviata sul posto, tenta un abbordaggio notturno, ma i canotti con a bordo i marines vengono falciati dal fuoco dei pirati. Un marine cade in mare (e viene catturato l'indomani mattina dai somali). I marines non possono rispondere al fuoco perché rischiano di colpire i serbatoi di metano e far esplodere l'intera nave. I pirati vogliono venti milioni di dollari altrimenti uccideranno gli ostaggi.
    I PIRATI SONO MUSULMANI E APPLICANO LA SHARÌA
    Ora, inutile dilungarsi sulla trama, perché in un film d'azione la trama è relativamente secondaria. Ci concentreremo, invece, su alcuni particolari che giustificano il nostro interesse su questa testata. Innanzitutto, i pirati sono musulmani credenti e osservanti, tant'è che agiscono dichiaratamente in nome di Allah. Un paio di loro, tuttavia, sono meno devoti e si sono uniti all'impresa solo per lucro: un nero che è adibito al rancio e un ragazzo che ama la musica rap. I due sono molto amici e si dedicano ai loro hobby di nascosto, perché la musica è haram, proibita dalla sharìa, così come l'alcool, che piace molto al cuoco. Durante la preghiera collettiva, però, quest'ultimo, che ha trovato la riserva di vodka della nave, si fa vedere ubriaco. Allora per punizione viene calato in mare legato con una corda, ma se lo mangiano gli squali. Il ragazzo, sconvolto, decide di unirsi al marine catturato per far da quinta colonna al raid che i navy seals russi lanciano all'alba e che dura 22 minuti (da qui il titolo).
    I militari russi si sono esercitati duramente a bordo della loro nave per simulare un'azione che non superi, appunto, i ventidue minuti, tempo oltre il quale i pirati avranno la possibilità di vanificare l'operazione. Infatti, questi ultimi hanno minato le cisterne di metano e non esiteranno a immolarsi per Allah. In base a complicazioni internazionali, se pur sconfitti, vengono lasciati andare. Ma, ecco l'happy end politicamente scorretto: il marine russo protagonista della storia mette una bomba a mano (che esplode) sulla barca con cui si allontanano. E torna in patria come un eroe, dalla sua bella che stava per sposare un altro. Noi italiani? Continuiamo a fare commedie o drammi su gay e migranti.

    Nota di BastaBugie: purtroppo è molto difficile che in futuro il film sia doppiato in italiano e distribuito nei cinema e in dvd. Comunque ecco qui sotto il trailer del film "22 minuti".
    6 min
  • AAA Nel film su Tolkien manca la cosa principale: la sua fede cattolica
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5811

    NEL FILM SU TOLKIEN MANCA LA COSA PRINCIPALE: LA SUA FEDE CATTOLICA di Rino Cammilleri
    Tutti i fan de Il Signore degli Anelli, e si tratta di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, presumibilmente si precipiteranno a vedere il film, Tolkien, sulla vita dell'autore. Anzi, molti lo vorranno vedere in anteprima e pazienza per la lingua. Io, che faccio parte sia dei primi che dei secondi, me lo sono sorbito in originale ed ecco il mio commento: due ore che potevo impiegare meglio.
    Oh, il film è fatto bene, gli attori sono di prima scelta, la ricostruzione è accurata, eccetera eccetera. Ma anticipiamo subito che c'è una grande assenza: la religione. La religione cattolica, per la precisione, che per Tolkien fu fondamentale sia per la vita di tutti i giorni che per l'ispirazione della sua intera opera. Il film, biopic come viene definito il genere, parla solo del giovane Tolkien e si ferma dove dovrebbe cominciare, cioè dalla pubblicazione nel 1934 de Lo Hobbit e, con essa, l'inizio del lancio di Tolkien come scrittore. Tutto viene liquidato, secondo una moda ormai consolidata nei film tratti da storie vere, con le scritte finali sullo schermo, in coda al film, e che si spera che lo spettatore legga prima di guadagnare l'uscita.

    LA MADRE FU UNA ''MARTIRE" DELLA FEDE CATTOLICA
    Noi sappiamo che l'evento che realmente segnò Tolkien fu il sacrificio della giovane madre Mabel, ripudiata dai parenti perché si era convertita al cattolicesimo e perciò abbandonata mentre moriva di diabete. Invece, nel film, l'unico accenno al cattolicesimo è pure odioso, nella migliore tradizione hollywoodiana: padre Francis Morgan, il prete che si prese cura dei due orfanelli Tolkien, rimprovera John R.R. perché l'ha visto uscire a tarda ora dalla stanza di Edith Bratt. Divieto di frequentarla fino alla maggiore età. Be', a parte il fatto che Edith era di qualche anno più anziana di John R.R. e, dunque, maggiorenne prima di lui, l'episodio così come è presentato (il cinema è emozione), mette in scena la solita bacchettoneria sessuale del clero papista, come è stato a lungo, e per molti è ancora, nell'immaginario del pubblico anglosassone.
    Evidentemente il regista (Dome Karukoski) e i soggettisti hanno tenuto presente un target ben preciso. O più semplicemente hanno riproposto quel che hanno capito loro. Il che, va detto, non è molto per un personaggio di tale portata. Tolkien nel film è un tormentato (nell'immaginario comune lo scrittore lo è sempre), mentre nella realtà non lo fu affatto. Ebbe una vita tranquilla e serena, un crescendo di successi che non gli diedero alla testa, una sola moglie (anzi, una sola donna), tutti i figli che gli riuscì di generare, amava le cose semplici e detestava le eccentricità, ebbe una bellissima carriera accademica e morì nel suo letto sorridente così come era vissuto.

    A OXFORD I CATTOLICI SONO SEPOLTI FUORI
    Prese parte alla Grande Guerra ma in battaglia non ci andò mai. Invece, nel film eccolo in trincea, dove gli orrori che vede gli ispirano i Nazgûl e Sauron. Vabbè, non sottilizziamo. Il problema stava, semmai, a monte: come fare un film su una vita in cui non è mai successo niente? Eppure, bastava spostarsi in avanti: non i primi trent'anni ma i successivi quaranta. Ecco allora il Tolkien profeta, che all'ora della crisi di Monaco divinava: «Si può ritenere che la Russia sia molto più responsabile della crisi attuale di quanto non sia Hitler stesso».
    Tornando al film, gli attori sono somiglianti: Nicholas Hoult (la Bestia Blu nella saga Marvel degli X-Men), Lily Collins (figlia di Phil, batterista dei Genesis), Colm Meaney (padre Francis), Derek Jacobi (il prof. Wright). Ma non c'è paragone, per esempio, con Viaggio in Inghilterra, che il regista Richard Attenborough nel 1993 trasse dalla vita...
    6 min

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