FILM GARANTITI - Il meglio del cinema

FILM GARANTITI - Il meglio del cinema

By BastaBugieTV & FilmFilm Reviews
Download on the App Store

FILM GARANTITI - Il meglio del cinema episodes

  • Unplanned***** (2020) - finalmente "Unplanned" nei cinema italiani
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5801

    FINALMENTE ''UNPLANNED'' NEI CINEMA ITALIANI di Luca Volontè
    Il film Unplanned, tratto dall'omonimo libro del 2010 scritto da Abby Johnson e pubblicato in Italia nella collana Novae Terrae dell'editore Rubbettino, racconta la storia vera della conversione della Johnson, fino al 2009 dirigente di una clinica dell'organizzazione abortista Planned Parenthood, da cui si licenziò dopo aver partecipato all'aborto di un bambino alla tredicesima settimana, convertendosi in una formidabile pro life.
    Il successo della pellicola, boicottata dalle grandi catene di distribuzione e censurata in molti Stati degli USA e in Canada, è la più sconvolgente sorpresa cinematografica degli ultimi mesi. Nei cinema - perlopiù sale private o appartenenti a parrocchie e chiese protestanti - continua a essere proiettata e a suscitare scalpore e attenzioni impensabili. Negli Stati Uniti, nel suo primo fine settimana di proiezione, ha raccolto oltre sei milioni di dollari. In totale, solo in questo Paese, è riuscito a raccogliere 19 milioni di dollari dallo scorso 29 marzo al 29 agosto.
    Il successo del film si sta espandendo a macchia d'olio ed è arrivato al punto da diventare il 1° dvd nelle vendite su Amazon. Il co-regista Cary Solomon ha dichiarato che la notizia del successo di vendite del dvd è particolarmente gratificante, vista la quasi totale censura che il film ha subito da parte dei mass media americani. Solomon ha confidato che i responsabili delle produzioni cinematografiche sono normalmente contenti delle vendite di 20.000-30.000 dvd, ma l'ennesima sorpresa di Unplanned è che "abbiamo venduto circa 235.000 [dvd] senza nemmeno fare pubblicità", dal momento che è stato messo in vendita su Amazon solo venerdì 9 agosto.
    Incredibile miracolo della vita ed ennesima testimonianza di quanto il sentimento umano, di ogni colore, religione e convinzione politica, sia attratto dalla verità e dalla vita umana. "Cosa significa tutto quello che sta accadendo?". Si è chiesto lo stesso Solomon. "Significa che abbiamo una nazione che ha fame di storie sulla vita, ma non solo: di storie vere, di testimonianze che rivelino la verità sulla vita del concepito e sulla crudeltà dell'aborto".
    Per i produttori il successo che sta avendo la pellicola è una vera e propria grazia di Dio, non tanto e non solo per l'incasso ma soprattutto per il bene diffuso da questa storia nella società americana. «Quando abbiamo iniziato, eravamo molto preoccupati e molto spaventati, poi lo Spirito Santo e ci ha incitato a "non aver paura. Questo film è per la mia gloria"». Aggiunge Solomon: «So che migliaia di persone potrebbero non crederci, ma questo è esattamente quello che è successo».
    Da parte sua, anche l'altro co-regista, Chuck Konzelman, si è detto stupito di come sta andando il film: "Siamo sorpresi ogni giorno. Siamo sorpresi dagli ostacoli, siamo sorpresi dal modo in cui ogni avversità sembra contenere nel seme un bene equivalente o maggiore".

    Nota di BastaBugie: Valerio Pece nell'articolo seguente dal titolo "Unplanned, arriva in Italia il film-verità sull'aborto" intervista Federica Picchi, fondatrice della Dominus Production, che è riuscita ad acquisire i diritti di Unplanned.
    Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 10 settembre 2019:
    Unplanned sarà distribuito in Italia. Dopo un'estenuante trattativa, durata più di sei mesi, Federica Picchi, fondatrice della Dominus Production, è riuscita a ottenere i diritti per la distribuzione italiana del film che negli Stati Uniti sta suscitando un duro ma provvidenziale dibattito tra pro life e pro choice sul tema caldo dell'aborto. Una pellicola che è riuscita a risvegliare moltissime coscienze addormentate, mettendo così in serio imbarazzo il mainstream progressista.
    Unplanned narra la storia (vera) di Abby Johnson, una donna di 39 anni convertita alla causa pro vita dopo aver lasciato il suo lavoro alla Planned Parenthood, la potentissima organizzazione abortista che le aveva affidato la direzione di una clinica nel Texas (premiandola, nel 2008, come «dipendente dell'anno»). La svolta per Abby Johnson arrivò nel 2009, quando, a causa di un'improvvisa carenza di personale, le chiesero di coadiuvare un medico in un'operazione di routine: abortire un feto alla tredicesima settimana. Nel vedere il bambino contorcersi disperatamente e scappare per evitare di essere risucchiato dall'aspiratore, Abby Johnson comprese per la prima volta la grande menzogna nascosta dietro al "diritto" all'aborto.
    La Nuova Bussola, che si era già occupata del film (clicca qui), ha raggiunto telefonicamente Federica Picchi per un'intervista.
    Federica Picchi, lei ha scritto testualmente in un suo recente post: "È stato il film più difficile da prendere della mia vita". Ci spiega perché la trattativa è stata così complicata?
    Le trattative di acquisto di film internazionali importanti sono tutte abbastanza complesse. Solitamente però il dialogo si porta avanti con una sola persona, produttore o agente che sia. Per Unplanned, invece, le interfacce sono state davvero molte. Non mi è mai capitato di dovermi confrontare con così tanti soggetti differenti: i produttori, poi i due registi, e ancora i produttori esecutivi...
    Come spiega questi dialoghi "obbligati" a cui si è dovuta sottoporre?
    Unplanned è un film nato da un loro enorme atto di amore e di coraggio, quindi chi entra nel loro team è giusto che abbia le carte in regola, che abbia il loro stesso sentire. Dovevo meritarlo, mettiamola così.
    Che non cercassero un distributore a caso, visto il tema delicato, possiamo immaginarlo. Colpisce però la sua tenacia nell'aspettare per così tanto tempo un loro "sì".
    Quando una casa sta bruciando e trovi un estintore non solo funzionante ma di grande efficacia, nessun ostacolo burocratico, nessun vincolo, pesante che sia, ha il potere di piegarti. Le infinite interruzioni della trattativa e riprese di dialogo mi avrebbero forse fatto desistere se si fosse trattato di un film con un tema differente.
    E invece?
    È che Unplanned è più di un film. È lo strumento che permetterà di scoperchiare finalmente il vaso di Pandora, proiettando un fascio di luce nell'angolo più buio della storia dell'umanità. Questo dev'essere chiaro a tutti.
    Tra l'altro nei cinema statunitensi Unplanned è andato benissimo.
    Oltre ogni più rosea aspettativa. Solo nel primo fine settimana di proiezione ha portato in sala più di un milione di persone. Un successo enorme. Le persone sono attirate dalla Verità e Unplanned è decisamente il film-verità più netto e convincente mai girato. Non a caso è stato furiosamente boicottato.
    Cioè?
    La prima di Unplanned è stata preceduta da una indecorosa campagna di attacchi contro Pure Flix, il distributore americano. Oltre a bloccare l'account Twitter ufficiale del film, molti media hanno accuratamente evitato di dare la notizia della sua uscita...
    Malgrado i numeri al botteghino?
    Sì, malgrado i cinema pieni. Il perché è semplice: Unplanned ha il torto di attaccare la più grande azienda di aborti di massa del mondo: Planned Parenthood. Ci sono troppi interessi dietro al "business" dell'aborto... I fautori di questo crimine, vestito di finta libertà, hanno paura. Temono che le persone e l'intera opinione pubblica possano scoprire la verità e cambiare idea, come successo ad Abby Johnson. Questo per loro è inaccettabile.
    Cosa si aspetta dal pubblico italiano?
    Guardi, nella nostra società si può mostrare qualsiasi cosa, è assolutamente tutto lecito. La rappresentazione della nascita di un essere umano nel grembo di sua madre, però, può essere causa di divieti, denunce, ordinanze; il caso del manifesto con un feto vietato a Roma dal sindaco Raggi parla da solo. Dico solo questo al pubblico italiano: vedere è il primo passo per capire. Se qualcuno non vuole che la realtà dell'aborto venga mostrata, Unplanned ha la folle pretesa di abbattere questo tabù. È una sfida al sistema, forse la più importante mai fatta dal cinema.
    Quanto si dovrà aspettare per l'uscita del film nelle sale?
    Ora che sono definiti tutti i diritti inizia il vero lavoro del distributore: il doppiaggio, gli adattamenti video, le lavorazioni grafiche, le autorizzazioni tecnico-burocratiche, la stipula dei contratti di fornitura con le sale cinematografiche partner dell'uscita. Non ultimo dobbiamo informare il pubblico dell'arrivo di questo meraviglioso film.
    Si può ipotizzare una data?
    Lavorandoci intensamente spero di portarlo nelle sale per il prossimo 30 gennaio.
    La Dominus Production ha già portato in Italia pellicole di impatto, come Cristiada (film sulla persecuzione anticattolica del popolo messicano), Una canzone per mio padre (la storia vera di Bart Miller e della sua canzone volata in cima alle classifiche americane), God's Not Dead 1 e 2. Come si colloca Unplanned in questa galleria e cosa significa per lei questo nuovo film?
    È il film che aspettavo da una vita. È quello che da solo giustifica tutte le fatiche e i sacrifici fatti per la creazione dei Dominus Production. Per chiudere il contratto di questo film ho accettato costi e rischi ben al di sopra delle nostre possibilità, e che sinceramente non avrei mai assunto per nessun'altra pellicola. Da qui molte notti insonni... Distribuirlo in Italia è un lavoro enorme e una responsabilità grande, ma con l'aiuto di tutti i supporter nazionali e territoriali di Dominus possiamo farcela.
    Il popolo pro vita che aspettava trepidante questo film ha ora un modo concreto per sostenere il progetto Unplanned?
    Trattandosi del film di denuncia più importante mai uscito in Italia, desidero che la promozione per Unplanned sia più imponente di qualsiasi altra pellicola uscita nel nostro Paese. Chiediamo dunque un sostegno forte a tutti coloro che combattono la cultura di morte che ci circonda e che sognano invece una vera "Rivoluzione della Vita".
    14 min
  • AAA I supereroi quando parlano di religione usano simboli cattolici
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5792

    I SUPEREROI QUANDO PARLANO DI RELIGIONE USANO SIMBOLI CATTOLICI
    Nelle varie saghe di supereroi, sia nei fumetti che nelle loro trasposizioni cinematografiche o televisive, si può rilevare che quando compare un riferimento religioso si tratta molto spesso di un sacerdote con il colletto romano, la stola, oppure edifici di chiese con riferimenti espliciti al culto liturgico cattolico o comunque con campanili, croci e simboli chiaramente cristiani. Vi sono diversi esempi al proposito come rileva un articolo pubblicato su Voyage comic & publishing.
    Il motivo? Perché le storie di supereroi, sia di carta che in video, sono un mezzo visivo, quindi la scelta di utilizzare simboli chiari, come appunto il colletto romano o la stola, facilita il compito dello storyteller che non ha bisogno di aggiungere nulla: è evidente a cosa si sta riferendo.
    «I pastori che indossano giacca e cravatta o abbigliamento casual devono essere spiegati come clero», scrive Matthew Heffron, «ma qualcuno che indossa abiti chiaramente clericali può semplicemente essere lì e sappiamo qual è il suo ruolo. Allo stesso modo, molti americani adorano in edifici che non sembrano chiese tradizionali, ma la maggior parte delle chiese nei fumetti ha un'architettura e un'arte tradizionali che ti fanno sapere immediatamente dove ti trovi».
    L'alfabetizzazione di massa e il fiume di parole scritte che viene oggi pubblicato non ha per nulla eliminato la potenza della comunicazione visiva dei simboli. Anche i supereroi indossano un abito che li rende tali nell'esercizio dei loro poteri: «Spiderman non ha bisogno del suo costume per usare i suoi poteri e potrebbe usare altre cose per nascondere la sua identità, ma indossa comunque il simbolismo del suo costume».
    Così un sacerdote può non indossare la stola per concedere l'assoluzione al momento della confessione, ma indossarla, e indossare chiaramente abiti clericali, offre un duplice vantaggio sia per il sacerdote che per il penitente: il sacerdote che indossa una stola prima di ascoltare una confessione dovrebbe aiutare il penitente a ricordare che il prete agisce in persona Christi. «La sua "superpotenza" di assolvere i peccati non dipende dalla striscia di stoffa viola, ma fornisce un simbolo per comprendere ciò che accadrà».
    Quindi, questo esempio che arriva dal mondo dei supereroi ci permette di considerare ancora una volta la potenza e il valore dei simboli e dovrebbe portarci a rispettarli e rivalutarli. Contro la sciatteria e la superficialità dovremmo ricordare che «gli edifici religiosi, l'arte o paramenti liturgici dignitosi e appropriati non sono superflui o frivoli. Come cristiani, la nostra fede è incarnata: la Parola si è fatta carne e dovremmo mirare a incarnare anche la verità e la bellezza della nostra fede».
    4 min
  • AAA Il film sulla vita di Tolkien presto al cinema
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5693

    IL FILM SULLA VITA DI TOLKIEN PRESTO AL CINEMA di Ivo Musajo Somma
    J.R.R. Tolkien (1892-1973), soprattutto per le recenti versioni cinematografiche delle sue opere principali, è entrato in qualche modo a far parte della cultura popolare, con il conseguente rischio di banalizzarlo riducendolo a semplice "autore di libri fantasy" o di piegare la sua opera ai dogmi del relativismo contemporaneo. Ne parliamo con Guido Milanese, professore ordinario di Lingua e letteratura latina e docente di Cultura classica e Letteratura comparata presso la Facoltà di Scienze linguistiche dell'Ateneo.
    Professore, qual è a suo avviso il profilo culturale autentico dell'opera di Tolkien?
    Credo che la chiave di lettura essenziale per accostarsi a Tolkien consista in un dato composito: Tolkien era un linguista, un padre, un professore ed era tutte queste cose in quanto cattolico. Era un linguista vero, uno di quelli che sanno le lingue, e sapere le lingue sul serio significa ascoltare le parole, il suono, le forme. Tolkien creava attraverso le lingue che conosceva. Si è detto tante volte, ed è vero, credo, che il suo raccontare nasce dalla volontà, forse dalla necessità, di far parlare a qualcuno le lingue che si era costruito - insomma un mondo che nasce perché qualcuno parli quelle lingue. Era un padre, uno che davvero amava raccontare favole e storie ai suoi bambini; era un professore noto per il modo trascinante con cui leggeva in classe i testi delle amatissime lingue dell'Inghilterra pre-normanna, l'Inghilterra anglosassone; quando spiegava il Beowulf venivano a sentirlo anche studenti che dell'antico inglese ben poco capivano.
    Una delle dimensioni più profonde della personalità di Tolkien fu proprio la sua sincera adesione alla fede cattolica. Si può definire Tolkien un grande autore cattolico del Novecento?
    Appunto, come dicevo prima, era un cattolico: un padre cattolico, un professore cattolico... cioè un uomo che pensava, e sentiva, il mondo come un luogo dotato di senso, un mondo verso il quale il Principio ha interesse, nel senso proprio di inter-esse, esserci in mezzo. Non so se Tolkien conoscesse Manzoni; ma credo che nel «la c'è la Provvidenza» di Don Lisander si sarebbe riconosciuto. Ovviamente questo dato è passato sotto silenzio dal mainstream corrente. Pensi solo al disastro di Notre-Dame: l'arcivescovo di Parigi ha fatto presente come in tanti interventi pubblici, anche apprezzabili, non fosse minimamente presente un dato appena un po' importante, cioè che l'edificio medievale andato a fuoco è una chiesa cattolica; "cattolico" non è una brutta parola, ha detto l'arcivescovo... Nel caso di Tolkien, si apprezza il narratore, alle volte anche lo studioso, ma lo si proietta in una religiosità neutra, cioè vuota. Con il risultato di non capire più nulla: la dimensione della Provvidenza, come si diceva, il senso della vocazione personale che si fa carne solo nell'accettazione del senso della vita (perché altrimenti diventa una folle prigione), il dramma della non-redenzione di Gollum. Non è un "fantasy" per effetti speciali: è il dramma, terribile e splendido, della vocazione di ciascuno di noi. Se si elimina il fondamento, nascosto ma palese, della mitologia di Tolkien, si ha un'epica impazzita, e nasce quel "tolkienismo" senza Dio che per opporsi alle ideologie del mainstream diventa a sua volta una forma di ideologia, e alquanto perversa.
    Tolkien tipico professore di Oxford della sua epoca, visceralmente "inglese", sospettoso verso gli Americani; trova orribile che un ottavo della popolazione mondiale già a quel tempo, a quanto aveva sentito dire, parlasse inglese: «Se è vero, che vergogna - dico io. Che la maledizione di Babele possa colpire le loro lingue in modo che possano dire solo "baa baa"». Intravedeva - e coerentemente giudicava - i...
    9 min
  • The song *****(2014) - Spettacolare film sul matrimonio
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5583

    THE SONG: SPETTACOLARE FILM SUL MATRIMONIO di don Stefano Bimbi
    The Song è un film americano del 2014 che in Italia purtroppo non ha avuto il risalto che meritava nonostante sia un ottimo prodotto. Narra la storia di David King, famoso cantante country, che aveva peccato di adulterio con la moglie di un amico. Dopo il suicidio di quest'ultimo cerca di rimediare al suo errore rifacendosi una vita e sposando la sua donna... La sacralità del vincolo matrimoniale è il tema principale di tutto il film.
    Jed King è suo figlio, che cerca di seguire le orme del padre nella musica e sembra non riuscire a sfondare... almeno finché non accetta di cantare in un vigneto durante una festa di paese dove incontra Rose, la figlia del proprietario della vigna. Jed si innamora immediatamente e in seguito i due si sposano. Il suo talento sboccia, scrive finalmente canzoni sue, ispirate dal suo amore per la moglie, e in poco tempo gli si apre la porta del successo. Ma sarà proprio la sua popolarità che rischierà di fargli perdere tutto quello che è invece importante nella vita.
    LA COSTRUZIONE DEL TEMPIO
    La trama del film contiene un fitto intreccio di simboli e richiami alla Parola di Dio. L'intero racconto si intreccia infatti con i brani del Cantico dei Cantici, del Qoelet, libri attribuiti a re Salomone di cui il protagonista del film ricalca le orme. Infatti, Salomone, prima di essere re, si chiama Jedidja, da cui il diminutivo Jed.
    Salomone è figlio del re David, come Jed di David King. Sia Salomone che Jed sono poeti e cantori della gloria di Dio (Salomone e soprattutto suo padre David hanno composto la gran parte dei salmi contenuti nella Bibbia, canti al Dio altissimo). Re Salomone costruisce finalmente un tempio al Dio degli ebrei che suo padre Davide avrebbe voluto fare, ma non fu in grado. Anche Jed costruisce un "tempio", in pratica una piccola cappella nella vigna dove poi si sposerà con Rose.
    Interessante il tema della vigna che nella Bibbia è un potente simbolo del popolo di Israele e che Gesù riprenderà in un'importante parabola per mostrare che il proprietario della vigna è suo Padre. Inoltre la costruzione della cappella nel film diventerà un costante parallelo con la vita matrimoniale. Per il matrimonio la cappella ha appena la struttura esterna, ma necessita di essere completata durante la vita. Con alti e bassi, Jed arriverà anche a distruggerne una parte al termine di una litigata con la moglie, ma alla fine la cappella viene completata con pareti imbiancate e la croce sulla facciata. Evidente il simbolo da applicare alla vita sponsale: il giorno del matrimonio la costruzione della vita a due è appena iniziata e, tra alti e bassi, la vita matrimoniale va costruita giorno per giorno con fatica, impegno e soprattutto perdono reciproco.
    CHIEDERE A DIO LA SAGGEZZA
    Se qualcuno non fosse ancora convinto del parallelo tra il protagonista del film e Salomone basta dire che a metà della storia Jed, incalzato dalla fidanzata a chiedere un dono a Dio, fa una preghiera per ricevere la sapienza.
    Ma come fu per il grande Salomone, la sapienza non sarà sufficiente a preservare Jed dal peccato. Infatti, il successo tiene Jed lontano da casa per lunghi periodi, durante i quali la mancanza di comunicazione e di intimità tra lui e la moglie Rose diventa difficile da gestire. Jed si sente chiamato con le sue canzoni a dare qualcosa ai suoi fan e non coglie il pericolo nel mettere al primo posto il lavoro.
    Dal canto suo Rose è troppo legata alla casa paterna e non segue il marito proprio quando lui è più debole ed esposto alla tentazione. Così Jed, dopo essere stato messo alla prova per mesi e mesi, alla fine cede alle avances di Shelby Bale, una giovane musicista dallo spirito libero, con cui Jed condivide un tour. E la situazione, che era stata in bilico per mesi, finisce per precipitare.
    La narrazione fa cogliere nettamente questo salto: il tempo che prima scorre lento, diventa all'improvviso vorticoso, come la vita di Jed che sembra un aereo in avvitamento verso il basso.
    I riferimenti alla Bibbia sono continui: i versetti scandiscono il ritmo della narrazione. Senza forzature, la sapienza biblica sottolinea i passaggi della vicenda ed evidenzia la normalità, quasi la banalità, della tentazione e della presunzione di poter essere più forti del male.
    Jed rischierà di perdere non solo la sua famiglia, ma anche se stesso. Nel film non manca il lieto fine, che evidenzia la fatica del perdono e della redenzione. Non si tratta di un semplice "vissero felici e contenti", ma soltanto un nuovo inizio... una strada mai in discesa, perché è la strada della vita di ciascuno su questa terra.
    Jed, il protagonista, è interpretato da Alan Powell della rock band cristiana Anthem Lights e la musica è senza dubbio una parte importante della sceneggiatura. Giustamente la versione italiana del dvd mette i sottotitoli alle canzoni per sottolinearne l'importanza ai fini della trama.
    Nel film la narrazione è avvincente e appassiona. Numerosi temi secondari, come i tatuaggi, l'alcol e la droga, rendono interessante il film. Inoltre, i dialoghi e soprattutto la voce narrante attraverso il testo biblico danno una profondità importante, un senso di immedesimazione che lascia il segno. Insomma un film da non perdere e da utilizzare anche come spunto di discussione in famiglia e con gli amici.
    8 min
  • AAA Gli attori Gary Cooper e John Wayne: da Hollywood alla chiesa cattolica
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5564

    GLI ATTORI GARY COOPER E JOHN WAYNE: DA HOLLYWOOD ALLA CHIESA CATTOLICA di Ermes Dovico
    Sono tra le più grandi star della storia del cinema e in una classifica pubblicata nel 1999 dall'American Film Institute figurano uno all'11° e l'altro al 13° posto tra gli attori maschili: parliamo dello statunitense Gary Cooper (1901-1961) e del connazionale John Wayne (1907-1979), due icone del western ma capaci di spaziare in diversi altri generi cinematografici. Famosissimi per le loro interpretazioni davanti alla cinepresa, sono invece molto meno note le rispettive storie di successo che vanno oltre gli applausi del mondo e hanno un nome dal gusto eterno: conversione.
    GARY COOPER, DALLA PROPRIA VOLONTA' A QUELLA DI DIO
    Partiamo da Gary (Frank James alla nascita) Cooper, nato nel Montana da genitori britannici e divenuto attore quasi per caso, «per sbarcare il lunario, dopo aver fallito come disegnatore e caricaturista politico», come raccontò alla giornalista Hedda Hopper. Il 15 dicembre 1933 sposò la cattolica Veronica Balfe, attrice appassionata di sport e chiamata dagli amici "Rocky", che quattro anni più tardi partorì l'unica figlia, Maria. Gary tradì la moglie più volte avendo flirt con alcune delle più belle dive di Hollywood, fino a perdere la testa nel 1948 - sul set del film La fonte meravigliosa - per Patricia Neal, di 25 anni più giovane di lui: la relazione adulterina si spinse al punto che nel '51 Cooper lasciò la famiglia con l'intenzione di divorziare da Veronica e accasarsi con l'amante, ma qualche tempo dopo tornò sui suoi passi comprendendo il vuoto della sua vita.
    Intanto, già nel '50, era iniziato un lento, tortuoso ma comunque importante percorso di avvicinamento alla fede. Tre anni più tardi lui e la moglie, all'epoca ancora separati, incontrarono in udienza Pio XII, davanti al quale fece una gaffe (ricordata sull'Osservatore Romano): nell'atto di inginocchiarsi gli caddero le immaginette, le medaglie e i rosari che aveva portato con sé per farli benedire dal Santo Padre. Al di là di quel fugace imbarazzo l'incontro con papa Pacelli lo colpì molto, ma prima del superamento definitivo dei suoi mali (cadde in altri tradimenti) dovette succedere un altro fatto decisivo. Un giorno, di ritorno dalla Messa, la moglie e la figlia presero a parlare di padre Harold Ford, della sua erudizione e simpatia. Gary ne rimase intrigato: «Mi piacerebbe ascoltarlo un giorno». «Bene, vieni con noi», gli rispose Veronica. In breve Gary conobbe padre Harold, il «don Tipo Tosto» come l'aveva ribattezzato e con il quale condivideva tanti interessi. E iniziò ad andare a Messa ogni domenica.
    In questo periodo lo aiutò tra l'altro a meditare uno dei Pensieri di Blaise Pascal, il 553, riferito a Gesù: «Non mi cercheresti se non mi avessi già trovato». Il 9 aprile 1959, Cooper ricevette infine il Battesimo nella Chiesa cattolica. Rispondendo nello stesso anno a Barry Norman che gli chiedeva il perché avesse compiuto quel passo, l'attore, dopo aver ricordato gli anni spesi a fare quasi esclusivamente la sua propria volontà, gli disse: «Lo scorso inverno ho iniziato a soffermarmi un po' di più su ciò che avevo in mente da tanto tempo [e ho pensato]: Coop, vecchio mio, devi qualcosa a Qualcuno per tutta la tua buona sorte». Pochi mesi più tardi Cooper scopre di avere un tumore alla prostata. Urla contro quel Dio crocifisso a cui aveva da poco detto sì? Niente affatto. La malattia progredisce, il cancro va in metastasi, ma lui è sereno. «Ciò che l'ha aiutato di più è la sua fede», dirà la moglie. «Lui non ha mai chiesto: Perché io? E mai si è lamentato». Ricevette allora molti messaggi, tra cui quelli di John Wayne e san Giovanni XXIII. «Io so che quello che sta succedendo è volontà di Dio. Non ho paura del futuro», dirà pochi giorni prima della morte. Che...
    9 min
  • Red Land' (2018) - Le atrocità subite dagli italiani nelle foibe
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=5453

    LETTERE ALLA REDAZIONE: IN DIFESA DI RED LAND, IL FILM CHE MOSTRA LE ATROCITA' SUBITE DAGLI ITALIANI NELLE FOIBE di Giano Colli
    Cari Amici di BastaBugie,
    Sono un vostro affezionato lettore e sono nato in un insediamento di profughi giuliano-dalmati a Roma alla fine degli anni '50.
    Sono il presidente della Federazione delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati, che rappresenta centinaia di migliaia di persone esuli di prima generazione e delle generazioni successive.
    I miei genitori erano entrambi esuli, così come quelli di mia moglie, sbattuti dalle vicende storiche non in Italia ma negli U.S.A. Famiglie polverizzate, affetti disintegrati, prospettive annichilite. Questo è stata la tragedia dell'Adriatico orientale del secondo dopoguerra.
    Le condizioni di vita degli esuli erano terribili ed hanno condizionato, così come le motivazioni che le causarono, almeno tre generazioni di persone. Ancora oggi, molta della nostra gente risente della violenza subita sulla propria pelle. Ma se quella fisica ha una facile collocazione morale, quella psicologica, verbale, discriminatoria, tesa all'oblio, ecc., è molto più subdola e, per ora, non ci risulta sia morta.
    Se non sono diventato un criminale vivendo nell'emarginazione che mi ha accompagnato fino a qualche decennio fa, è perché ho incontrato Gesù nella mia vita, annunciatomi dentro la mia famiglia, perseguitata nella Terra natale non solo perché italiana, ma perché fermamente, radicalmente e fieramente credente.
    La prospettiva di una vita vissuta alla ricerca di un'educazione alla fede ha consentito una risposta al vuoto esistenziale derivato non solo dallo sradicamento identitario, ma, peggio, dalla non esistenza, in quanto "se siete venuti via non eravate tanto ok", in fin dei conti perché "operai e casalinghe, agricoltori e pescatori avrebbero dovuto andarsene dal paradiso del proletariato?". La risposta semplice e diretta non è mai stata accettata, né considerata possibile o, peggio, veritiera: "se non puoi più parlare la tua lingua, se non puoi più professare la tua religione, se non puoi più esprimere il tuo pensiero, cosa resta?".
    Nel lungo esodo, cominciato a ridosso della guerra e conclusosi a metà degli anni '60 (!), molti di noi hanno visto insorgere una coscienza volta alla testimonianza e, ancor prima, alla divulgazione umile e laboriosa di una storia mai raccontata, affinché ciò che è stato patito non avvenisse mai più. Ma senza conoscenza del passato è difficile non ricadere negli errori che l'hanno contraddistinto.
    A fatica, nel 2004, è stata promulgata una legge per fare memoria di quegli eventi. Ad oggi, perché quella legge venga rispettata, le nostre associazioni sollecitano classi politiche ed istituzionali distratte, sempre attente al 'prossimo problema' o a quello di maggior convenienza al quale prestare attenzione.
    Non abbiamo senatori a vita tra la nostra gente, nonostante ci siano figure più che degne, con famiglie sterminate eppure desiderose di trasferire sempre i concetti di pace e speranza che da sempre hanno costituito il nostro popolo.
    Non abbiamo a nostro favore la sensibilità delle élite intellettuali, troppo impegnate a tarare unilateralmente i propri strumenti che inneggiano a pace e giustizia sociale senza curarsi di coloro che furono profughi/rifugiati/esiliati in patria.
    Non abbiamo nemmeno la sensibilità dello Stato, che ha pagato il suo debito di guerra nei confronti della Jugoslavia, aggredita, depredando i beni costruiti in generazioni da gente autoctona e che viveva pacificamente l'Istria e la Dalmazia, tralasciando, poi, Trattati internazionali che obbligherebbero, oggi, a saldare il dovuto.
    Abbiamo impiegato 70 anni per realizzare un film che tenti di far comprendere al mondo che cosa sia successo. Ci siamo riusciti solo in parte. Red Land sembra che racconti un episodio a sé stante, non organico e, soprattutto, diffuso DOPO la fine della guerra. Talmente diffuso che solo oggi, 2018, siamo riusciti a riesumare le spoglie del senatore Riccardo Gigante, fucilato presso Fiume-Rijeka in tempo di pace e seppellito in una fossa comune.
    La violenza raccontata in Red Land ha causato vittime senza processo, nella stragrande maggioranza dei casi persone trucidate senza colpa, per le quali, oggi, stiamo cercando di realizzare atti di umana pietà, semplici eppure complicatissimi, come la predisposizione di lapidi multilingue in luoghi ancora nascosti e che, nell'oblio, custodiscono resti che non vengono ristorati nemmeno da una preghiera.
    Realizzare quel film è stata un'impresa.
    Ricordo lo sguardo snob, altezzoso e schifato di quando andammo, insieme alla Produzione, sette anni or sono a cercare fondi alla Commissione per la cinematografia del Ministero dei Beni Culturali: "questa storia non è interessante". Mi ricordo quel giorno e lo ricordo come un'ennesima umiliazione.
    Chissà, se si fosse trattato di raccontare di una vicenda alla Risiera di San Sabba (quando era ancora campo di sterminio e non centro di raccolta profughi, come fu ed operò fino agli anni '60), avremmo avuto più fortuna.
    Il copione di Red Land è stato letto e riletto decine di volte.
    Il dibattito su come finire il film è stato argomento di appassionate discussioni tra la Produzione ed il nostro mondo. Che fare? Chiudere con un pugno nello stomaco, come quello che permane, oggi, in chi ancora non si vede adeguatamente ripagato per tutto ciò che ha patito e far comprendere tale disagio a chi guarda, oppure chiudere in maniera annacquata, in un modo tale per cui, dopo il grande cataclisma, la vita ricomincia e la speranza non muore mai?
    Finire senza un accenno alla speranza era il modo per lasciare inquieto lo spettatore attento. E quello ancor più attento non avrebbe potuto non porsi una domanda.
    Per quanto ci riguarda, noi, popolo che deriva da una terra martoriata fin dal trattato di Campoformio, la speranza è stata rappresentata dai volti e dalle mani di quelle poche persone che nella storia ci hanno riconosciuto. La speranza ultima, per noi, è stata la fede che ci è stata tramandata dai nostri padri, vissuta non in maniera bigotta, ma talmente radicata nel tessuto da dover essere estirpata da un'ideologia che non ne ammetteva la possibilità. Fossimo rimasti tutti nelle città dalla quale hanno perseguitato le nostre famiglie, l'Europa avrebbe avuto un'altra Polonia.
    Avete idea a quante persone abbiamo tenuto la mano nella loro ultima ora e quanti di questi, andandosene, invocavano la loro Terra, chiedendo una giustizia umana mai assaporata in vita? Avete idea quante di queste persone sradicate, umanamente travolte, eppure dalla schiena dritta, in punto di morte non abbiano mai rinnegato la speranza?
    La speranza è endemica nella storia del nostro popolo. Così come lo è la prospettiva. Se non fosse così non saremmo qui, dopo più di 70 anni, a chiedere con insistenza che ci vengano riconosciuti tutti quei diritti ampiamente a noi negati, ma dei quali non si pensa minimamente di privare non dico altre tipologie umane, ma gli animali!
    La scelta artistica è stata quella di chiudere un film cercando di suscitare un senso di disagio nello spettatore. Un senso che rimandasse a quanto, oggi (non ieri), patito per diritti che a fatica si cerca di far emergere tra un'emergenza ed una finanziaria, tra un terremoto ed un carosello di bassa politica.
    Voi avete colto la mancanza di una simile speranza ed infatti avreste auspicato che il film terminasse in maniera diversa. Eppure quel film non è ancora terminato e continua nella nostra vita, nella nostra testimonianza, nella nostra speranza che non muore perché siamo convinti che, alla fine, la giustizia trionfa.
    Un'ultima chiosa.
    Giustamente nella Vostra recensione citate un grande personaggio, il beato Carlo d'Austria: "un esempio per noi tutti, soprattutto per quelli che oggi hanno in Europa la responsabilità politica", come disse di lui San Giovanni Paolo II.
    La Grazia divina soffia dove vuole e ha soffiato sulla casa d'Austria, la stessa che, con Francesco Giuseppe, immediato predecessore di Carlo, il 12 novembre 1866 statuì l'odio verso l'etnia italiana-italofona di Istria e Dalmazia, insediati colà da prima della Seconda Guerra Punica. In quel giorno, nel Consiglio della Corona di Austria ed Ungheria, venne stabilito che: "Sua Maestà ha espresso il preciso ordine che si agisca in modo deciso contro l'influenza degli elementi italiani ancora presenti in alcune regioni della Corona e, occupando opportunamente i posti degli impiegati pubblici [la Pubblica Amministrazione, diremmo oggi, n.d.r], giudiziari [la Magistratura, diremmo oggi, n.d.r], dei maestri [l'Istruzione, diremmo oggi, n.d.r] come pure con l'influenza della stampa [i media, diremmo oggi, n.d.r], si operi nel Tirolo del Sud, in Dalmazia e sul Litorale [Istria e Fiume, n.d.r.] per la germanizzazione e la slavizzazione di detti territori a seconda delle circostanze, con energia e senza riguardo alcuno".
    Forse Carlo d'Austria è stato beatificato proprio perché nella sua vita ha ripudiato questo modo di fare politica. Eppure, fu proprio quell'odio, scatenato dalla famiglia alla quale Carlo apparteneva, che alimentò la v
    3 min
  • Red Land' (2018) - Le brutalità di nazismo e comunismo
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=525

    LE BRUTALITA' DI NAZISMO E COMUNISMO di Giano Colli
    Così simili da portare sempre distruzione, morte e disperazione
    Siamo nel settembre del 1943, nei giorni in cui nei territori italiani martoriati dalla guerra scoppia il caos: il maresciallo Badoglio, capo del governo italiano, chiede ed ottiene l'armistizio da parte degli anglo-americani e unitamente al Re fugge da Roma, lasciando l'Italia allo sbando. L'esercito non sa più chi è il nemico e chi l'alleato. Il dramma si trasforma in tragedia per i soldati abbandonati a se stessi nei teatri di guerra ma anche e soprattutto per le popolazioni civili Istriane, Fiumane, Giuliane e Dalmate, che si trovano ad affrontare un nuovo nemico: i partigiani di Tito che avanzano in quelle terre, spinti da una furia anti-italiana. In questo drammatico contesto storico, avrà risalto la figura di Norma Cossetto, giovane studentessa istriana, laureanda all'Università di Padova, barbaramente violentata e uccisa dai partigiani titini, per la sola colpa di essere italiana.
    Noi della redazione siamo andati a vedere Red Land (Rosso Istria). Il film ha il pregio di essere ben fatto e non noioso, nonostante la durata di ben due ore e mezzo.
    Innanzitutto va detto che la visione del film è utile soprattutto a chi non sa cosa sia successo in Istria. Dopo averlo visto non si potrà più dire di non conoscere questa parte di storia dimenticata. Il film infatti permette di conoscere la cupa realtà e la brutalità di due apparentemente opposte ideologie (nazismo e comunismo) che hanno entrambe portato distruzione, morte e disperazione.
    L'uccisione del sacerdote e di inermi civili, con la scena esplicita dello stupro di Norma (non si vedono nudità, ma i gesti e le urla sono inequivocabili e quindi la visione è sconsigliata a un pubblico sensibile), fa capire a quali nefandezze e bestialità possa arrivare chi smarrisce la strada di Dio. Purtroppo il film non lascia via d'uscita possibile. Il professore del film, che dovrebbe essere il punto di riferimento dei buoni, afferma che fascisti e comunisti "sono solo delle povere vittime, fantocci prigionieri della propria ignoranza, carne da macello sottomessa al volere dei propri governanti, asini che governano pecore". Se fosse vero come lui dice e cioè che fascisti e comunisti "siamo tutti noi" non ci sarebbe via d'uscita... ed infatti il professore si suicida. Questo finale lascia interdetti perché un'alternativa c'è. Un mondo senza ideologie è possibile, come ad esempio la storia del beato Carlo d'Austria e l'impero asburgico ci insegnano. Insomma in questa cupa visione manca totalmente l'ideale cristiano. Manca la speranza con cui i santi hanno plasmato una civiltà sull'esempio di San Benedetto, non a caso patrono d'Europa. Non un mondo perfetto, del resto il peccato degli uomini è una costante nella storia, ma certo un mondo più vero e più umano.
    Insomma va detto che l'Istria non era fascista né comunista, non era italiana né slava... semplicemente era europea e cristiana.
    Infine tutti gli italiani che appaiono nel film sono deboli e fiacchi secondo il falso cliché anti-italiano che imperversa sui mezzi di comunicazione e nelle nostre scuole. Addirittura a un certo punto del film i "salvatori" sembrano essere i nazisti... giusto per capire quale considerazione degli italiani abbiano gli autori del film.
    Insomma il film non ci è piaciuto granché, nonostante alcuni suoi pregi che rendono comunque consigliabile il farlo vedere ai giovani (ma non troppo giovani per i motivi suddetti) per insegnar loro cosa è successo in Istria agli italiani che sono stati barbaramente eliminati nelle foibe dai comunisti di Tito.
    6 min
  • Red Land' (2018) - La storia delle foibe finalmente raccontata dal grande schermo
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=524

    RED LAND (ROSSO ISTRIA), IL FILM SULLE FOIBE di Giulia Tanel
    C'è un evento storico, in Italia, che è quasi un tabù: raramente si studia a scuola, non è tema da salotti televisivi, non si denuncia pubblicamente... e, nel contempo, si opera per mitigarne la portata e per celare i nomi e l'identità dei persecutori, semplicemente in quanto il suo colore esula dai canoni consuetudinari. Stiamo parlando del drammatico evento delle Foibe e delle migliaia di persone che ne sono stati vittime per un motivo che il famoso pugile Nino Benvenuti riassume in una frase: «Ci chiamavano fascisti; eravamo italiani». Eppure dire che il comunismo è un'ideologia pericolosa e contraria al bene dell'umanità tanto quanto il nazionalsocialismo è ancora oggi difficile: nonostante a parlare siano i fatti, i numeri, le testimonianze.
    Ad andare contro questo diktat del politically correct ci pensa il film Red Land - Rosso Istria, opera prima di Maximiliano Hernando Bruno che, dopo una faticosa genesi protrattasi per sette anni, è uscito il 15 novembre in un numero limitatissimo di sale cinematografiche italiane (qui l'elenco) e che sta pagando lo scotto della verità con quello che il Ministro Matteo Salvini non ha esitato a definire, sul suo profilo Twitter un vero e proprio «boicottaggio». Ma un film che, nell'auspicio del regista, dovrebbe «[...] colmare il vuoto emozionale con cui molte persone si relazionano al dramma delle foibe. Bisogna far ascoltare queste urla di morte e urlare insieme a loro».
    NORMA COSSETTO
    La pellicola, crudemente realistica, racconta la storia di Norma Cossetto (interpretata da un'ottima Selene Gandini), giovane istriana, torturata, violentata e uccisa dai partigiani titini, che la gettarono viva nella foiba di Villa Surani il 5 ottobre del 1943 e che viene qui assunta a simbolo di un intero popolo, che per troppi anni ha subito l'umiliazione del silenzio. Ecco la sua storia descritta nelle parole della sorella, Licia Cossetto: «Norma avrebbe potuto salvarsi qualora avesse aderito alle richieste dei suoi assassini che le proposero di restare con loro e di diventare Croata: cosa che lei respinse coraggiosamente, alla luce della sua fedeltà alla Patria. Allora, la portarono ad Antignana, la legarono a un tavolo col filo di ferro uncinato ai polsi e alle gambe: erano una ventina, e fecero di lei quello che volevano, torturandola ed usandole ripetute violenze. Norma chiedeva acqua e chiamava la mamma, ma nessuno si mosse a pietà. Non sarò tanto diplomatica, diversamente da altri. Ho il dente avvelenato perché lo Stato Italiano si è ricordato di noi troppo tardi». Solamente nel 2006, infatti, l'allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi concesse a Norma la Medaglia d'Oro al Valore, mentre è di due anni prima, nel 2004, la decisione - presa peraltro a fatica - del Parlamento italiano d fissare per il 10 febbraio il "Giorno del ricordo" (che volutamente si distingue anche nel nome dal "Giorno della memoria", il 27 gennaio), per commemorare le migliaia di italiani vittime delle Foibe, tanti dei quali ancora senza nome.
    UN FILM SCOMODO, QUINDI DA VEDERE
    Prosegue quindi Licia, andando a indagare quella parte di storia troppo spesso taciuta, in quanto forse troppo scomoda per essere riconosciuta: «Bisogna informare meglio, anche sulla consueta versione secondo cui il martirio istriano avrebbe avuto luogo a causa esclusiva dei partigiani slavi di Tito. In realtà, loro occuparono subito qualche centro maggiore, all'indomani dell'8 settembre 1943, ma in quelli minori furono i partigiani locali - nostri concittadini italiani! - a scatenarsi: venivano di notte a farci alzare e a sparare sopra i letti, e anche gli assassini di mia sorella erano compaesani comunisti, che ricordo benissimo uno per uno. Costoro hanno persino la pensione dell'Inps, compresi i superstiti del gruppo che aveva torturato e infoibato Norma».
    Questa è la storia, senza sconti, raccontata in Red Land - Rosso Istria. Una versione appunto scomoda, che ancora si tenta di censurare, ma che finalmente inizia a emergere e a farsi spazio.
    Nota di BastaBugie: noi della redazione siamo andati a vedere Red Land (Rosso Istria). Il film ha il pregio di essere ben fatto e non noioso, nonostante la durata di ben due ore e mezzo.
    Innanzitutto va detto che la visione del film è utile soprattutto a chi non sa cosa sia successo in Istria. Dopo averlo visto non si potrà più dire di non conoscere questa parte di storia dimenticata. Il film infatti permette di conoscere la cupa realtà e la brutalità di due apparentemente opposte ideologie (nazismo e comunismo) che hanno entrambe portato distruzione, morte e disperazione.
    L'uccisione del sacerdote e di inermi civili, con la scena esplicita dello stupro di Norma (non si vedono nudità, ma i gesti e le urla sono inequivocabili e quindi la visione è sconsigliata a un pubblico sensibile), fa capire a quali nefandezze e bestialità possa arrivare chi smarrisce la strada di Dio. Purtroppo il film non lascia via d'uscita possibile. Il professore del film, che dovrebbe essere il punto di riferimento dei buoni, afferma che fascisti e comunisti "sono solo delle povere vittime, fantocci prigionieri della propria ignoranza, carne da macello sottomessa al volere dei propri governanti, asini che governano pecore". Se fosse vero come lui dice e cioè che fascisti e comunisti "siamo tutti noi" non ci sarebbe via d'uscita... ed infatti il professore si suicida. Questo finale lascia interdetti perché un'alternativa c'è. Un mondo senza ideologie è possibile, come ad esempio la storia del beato Carlo d'Austria e l'impero asburgico ci insegnano. Insomma in questa cupa visione manca totalmente l'ideale cristiano. Manca la speranza con cui i santi hanno plasmato una civiltà sull'esempio di San Benedetto, non a caso patrono d'Europa. Non un mondo perfetto, del resto il peccato degli uomini è una costante nella storia, ma certo un mondo più vero e più umano.
    Insomma va detto che l'Istria non era fascista né comunista, non era italiana né slava... semplicemente era europea e cristiana.
    Infine tutti gli italiani che appaiono nel film sono deboli e fiacchi secondo il falso cliché anti-italiano che imperversa sui mezzi di comunicazione e nelle nostre scuole. Addirittura a un certo punto del film i "salvatori" sembrano essere i nazisti... giusto per capire quale considerazione degli italiani abbiano gli autori del film.
    Insomma il film non ci è piaciuto granché, nonostante alcuni suoi pregi che rendono comunque consigliabile il farlo vedere ai giovani (ma non troppo giovani per i motivi suddetti) per insegnar loro cosa è successo in Istria agli italiani che sono stati barbaramente eliminati nelle foibe dai comunisti di Tito.
    7 min
  • Il signore degli anelli***** (2001-2003) - Eowyn, la scelta del valore senza rinomanza
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/4339

    EOWYN, LA SCELTA DEL VALORE SENZA RINOMANZA
    di Isacco Tacconi
     
    Teresina di Lisieux, la santa della «piccola via», ci ha lasciato una preziosa eredità, a noi che possiamo ambire ad una santità da «piccoli» compiendo bene ogni gesto, insegnandoci a raccogliere uno spillo da terra per amore dell'Amore, come se avessimo raccolto una moneta spendibile in Paradiso. E anche noi in quel caso potremmo dire con verità: "la sua grazia in me non è stata vana", giacché se il Buon Dio per un piccolo gesto offertogli in purezza d'intenzioni aumenterà nell'anima il grado di gloria, versando in lei come in una coppa una più larga misura di grazia santificante, tanto più non disdegnerà di soccorrere la povera mente di colui che cerca buone parole per cantare le sue bellezze: «Credo vidére bona Domini in terra vivéntium». E credo che in fondo sia proprio questa la chiave di lettura del personaggio di Éowyn: l'eroismo della devozione nascosta.
    Oggi, in questa nostra storia, non ci sono orchi da uccidere anche se il nemico che ci para il cammino è ancor più temibile e oscuro. Il viaggio del tutto inaspettato che richiama la nostra attenzione, si volge piuttosto alla ricerca di una risposta intorno all'identità profonda di Dama Éowyn. La breve descrizione che di questa figura Tolkien fornisce al lettore è sufficientemente eloquente per permetterci di immaginarne la grazia, la nobiltà e la casta bellezza.

    BELLA E FREDDA
    Quando i "tre cacciatori" giungono ad Edoras guidati da Gandalf redivivo, divenuto il «Bianco», candido come la neve dopo essere passato attraverso la porta della morte, trovano un regno diviso e allo sbando, un re, Théoden figlio di Thengel, incatenato da un velenoso consigliere, e il cui popolo disperso e spaventato ne attende il risveglio. A fianco del vecchio re, un poco ritirata, si erge alta e silenziosa Éowyn, nipote del re e cugina dell'erede al trono ormai defunto. La giovane principessa, racconta Tolkien: "si voltò per guardarsi indietro. Nel suo sguardo grave e pensoso, posato sul re, si scorgeva una tenera pietà. Splendido il suo volto, ed i lunghi capelli pari a un fiume d'oro. Era bianca ed esile nella bianca veste cinta d'argento; ma pareva forte e severa come acciaio, una figlia di re. Così Aragorn mirò per la prima volta alla luce del giorno Éowyn, Dama di Rohan, e la trovò bella, bella e fredda, come una mattina di pallida primavera, e non ancora maturata in donna".
    Fra tutti i personaggi femminili che incontriamo nel Signore degli Anelli, Éowyn appare l'unica vera donna, umana, reale. Mentre Arwen e Galadriel, proprio per il loro essere elfi, sono in qualche modo sottratte alla concretezza dell'umanità, avvolte come sono da un'aura sacrale, Éowyn al contrario porta su di sé il dramma della condizione mortale segnata da delusioni, amarezze e responsabilità non volute, ma virilmente accolte e affrontate con eroica fortezza. Lo stesso racconto del suo amore non corrisposto per Aragorn contribuisce a mostrarci una giovane donna segnata dalla sofferenza e dall'abbandono. Orfana e accolta in casa dello zio, costretta dagli eventi a dover assistere impotente il suo re, sedotto dai diabolici consigli di un traditore, Éowyn porta in sé come in una sintesi tutti quei valori dell'antica cultura anglosassone caratterizzata dall'onore e dalla fedeltà al re e alla terra, uniti alla virtù cristiana, in particolare della pietas e della fortitudo. Figlia di re eppure solitaria nel Palazzo d'oro di Meduseld, può soltanto sopportare e pregare dinanzi all'indebolimento del suo regno e alle sofferenze del suo popolo. Allo sbocciare del primo amore sperimenta l'umiliazione del rifiuto, e all'incombere della guerra si vede lasciata indietro e quasi abbandonata. Ma non è il suo il dolore della frustrazione di quelle donne che si sentono come "imprigionate" fra le mura domestiche, inseguendo utopie eversive di avventure ed emozioni libertarie. Una prospettiva che un reazionario e antimoderno come John Ronald Reuel Tolkien mai e poi mai avrebbe attribuito a uno dei suoi personaggi, se non per evidenziarne la innaturale bruttura. [...]

    NESSUN UOMO PUÒ UCCIDERMI
    Dopo aver ricevuto il comando da re Théoden di restare ad Edoras, il giovane Merry triste ed abbattuto per non poter partecipare alla guerra al pari dei suoi amici, si imbatte in un misterioso giovane guerriero di Rohan chiamato "Dernhelm". Costui "si avvicinò inosservato e mormorò qualcosa a bassa voce nell'orecchio dell'Hobbit. «Dove vi è la volontà, nulla è impossibile, si dice da noi»". Un saggio consiglio questo che definirei propriamente "da uomini", poiché le due facoltà che distinguono e separano come un abisso l'uomo dal resto dei bruti sono proprio l'intelletto, con la sua capacità di conoscere e ricevere la verità, e la libera volontà, con il suo innato desiderio di possedere il bene. Ora entrambe queste facoltà dell'anima hanno bisogno di essere purificate e rettificate cioè «raddrizzate», e la volontà in particolare necessita di essere volta, o meglio ordinata, verso quello che Aristotele, e con lui San Tommaso, chiamava il «bene onesto» cioè il bene morale oggettivo, voluto per se stesso e non per un altro motivo, distinguendosi perciò dal «bene utile» desiderato in quanto mezzo per un fine ulteriore, e dal meno pregevole «bene dilettevole» desiderato per il piacere che potremmo trarne ottenendolo.
    Ad ogni modo, questo atto di volontà deciso e generoso sarà l'inizio della conversione di un'anima che, per poter tornare ad apprezzare il valore della sua vita, dovrà discendere fin quasi sulla soglia della morte. "«Allora verrai con me»", disse il Cavaliere. «Ti porterò sul mio cavallo, nascosto sotto il mio manto finché saremo lontani e questa oscurità sarà più cupa. Tanta buona volontà non deve essere scoraggiata. Non dire più nulla a nessuno, e vieni»".
    Soltanto sui campi del Pelennor lo stesso Merry, insieme al lettore stupito, scoprirà che quel guerriero silenzioso ed esile è in realtà Éowyn, principessa di Rohan. In effetti nel libro ella manifesta con energia il suo desiderio a tratti implacabile di compiere gesta gloriose combattendo e morendo in battaglia. L'onore e la gloria sembrano quasi ossessionarla, tanto da gettarla nello sconforto quando si vede costretta nelle Case di Guarigione di Minas Tirith a sottoporsi alle cure necessarie che le impediscono di tornare in battaglia. Ma quel suo slancio impetuoso e impaziente deriva, come dirà Gandalf, da un malanimo interiore provocatole dai velenosi discorsi di Grima Vermilinguo, che istillarono nel suo cuore, oltre la tristezza, l'insofferenza e l'insoddisfazione per il suo essere donna, per di più ridotta a servire un debole e stolto re. "Ella nel suo corpo di fanciulla - dirà Gandalf ad Éomer - possedeva uno spirito e un coraggio senza dubbio uguali al tuo ardimento. E tuttavia era destinata a servire un vegliardo, che amava come un padre, ed a vederlo crollare in una stoltezza meschina e disonorevole; il suo ruolo le sembrava più ignobile di quello del bastone su cui il re si appoggiava".

    NESSUNA EMANCIPAZIONE FEMMINILE
    Pertanto, scopo del suo rivaleggiare con gli uomini non è l'assurda pretesa di veder riconosciuti i suoi diritti di donna. In altre parole non è una rivendicazione egualitaria inquadrata in una prospettiva di emancipazione del genere femminile che la spinge a fuggire dalle mura della casa adottiva, bensì una profonda e personale inquietudine interiore, causa del suo disperato desiderio di cavalcare verso una "oscurità ancora più cupa". Questa giovane principessa sembra cercare addirittura la morte per porre fine al suo mal di vivere. Un tormento interiore che oscilla tra un'insofferenza tipicamente adolescenziale e quella soffocante malinconia che toglie la pace e il gusto delle cose semplici e ordinarie, suggerendo ombre ed immagini di felicità lontane da quelli che potremmo definire i propri "doveri di stato". In realtà, ella va cercando sollievo alla sua profonda infelicità e insoddisfazione, che non troverà, com'è ovvio, sui campi di battaglia bensì nell'incontro di un uomo che le darà il suo cuore offrendole il suo amore puro, accogliendola per quello che è.
    La sua lunga convalescenza nelle Case di Guarigione sarà la circostanza provvidenziale perché ella possa trovare finalmente quella pace interiore che né le gesta eroiche né alcuna avventura potrebbe elargire. Un po' come accadde a Sant'Ignazio di Loyola dopo essere stato ferito ad una gamba nell'assedio di Pamplona. Costretto a letto per un lungo periodo e non avendo a disposizione i libri di cavalleria che egli tanto amava leggere, Ignazio si rassegnò a dover leggere la Vita di Cristo di Ludolfo il Certosino e la Leggenda aurea di Jacopo, o Giacomo, da Varazze. Sarà questo l'inizio di quell'innamoramento così intenso e sincero per Nostro Signore Gesù Cristo che lo condurrà, dopo una «veglia d'armi» a deporre la sua spada ai piedi della Madonna nel monastero benedettino di Montserrat.
    Anche nel caso di Éowyn la malattia sarà l'occasione per meditare sulla propria esistenza sprofondandosi in quella notte oscura dell'anima che la traghetterà, dopo profonda purificazione interiore, alla luce dell'alba. Un'alba così chiaramente annunciata, come da un araldo celeste, da quelle semplici parole che Piccarda Donati, nel cielo della luna, rivolse a Dante: «E'n la sua volontade è nostra pace». È questo il segreto di felicità che pone l'uomo dinanzi alla verità ultima del suo stesso esistere: essere per Dio e in Dio. Non importa quale sia l'onore (o il disonore) che ci viene tributato, né la posizione sociale che dobbiamo occupare, né l'umiltà delle mansioni che dobbiamo svo
    20 min
  • Reagan, il paladino sincero del mondo libero
    VIDEO: Ronald Reagan - "We the People" ➜ https://www.youtube.com/watch?v=GlgTwp93E48

    TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/3304

    RONALD REAGAN: PALADINO SINCERO DEL MONDO LIBERO
    Dieci anni fa moriva il presidente degli Stati Uniti che combatté l'aborto, le tasse e il comunismo (chiamandolo ''Impero del Male'')
    di Marco Respinti
     
    Dieci anni fa, il 5 giugno 2004, si spegneva a 93 anni Ronald Reagan, che (per le sfide senza precedenti che fronteggiò) diversi tra biografi, collaboratori e commentatori definiscono il più importante presidente degli Stati Uniti d'America. Molti sono i suoi gesti passati alla storia, gli aneddoti, persino le battute; ma due frasi ne catturano rotondamente lo spirito, condensandone l'eredità. La passione serena con cui il 12 luglio 1987 intimò alla Porta di Brandeburgo: «Signor Gorbačëv, abbatta questo muro!» e, a monte, la sua famosa denuncia dell'«impero del male».
    Oggi sembra preistoria, ma allora l'incubo sovietico era concretissimo; e fu Reagan a dissolverlo, perseverando fedele a una precisa visione della realtà. Per lui, infatti, il senso della vita degli uomini è diventare ciò che Dio vorrebbe che ogni uomo diventasse; per questo è compito unico della politica garantire all'uomo la possibilità di scegliere: la libertà che realizza l'umanità o la spersonalizzazione che disumanizza. La libertà, cioè, o il comunismo; la libertà o lo statalismo; la libertà o l'esproprio fiscale; la libertà o la tirannia dei "pensieri deboli".
    Il momento della scelta (come suona il titolo di un suo noto discorso di allora) per Reagan venne nel 1964. Alle elezioni presidenziali di quell'anno, il 3 novembre, il senatore dell'Arizona Barry Goldwater (1909-1998) cercò di ribaltare una volta per tutte il tavolo della politica remissiva, piccina piccina, asfittica; quella che alla prepotenza sovietica sapeva opporre, in politica interna e in politica estera, soltanto una rosa di misure parasocialistiche incapaci di sfondare, che aveva smarrito il senso della nazione, che non avendo più memoria non sapeva immaginarsi il futuro. Lo fece lanciando una sfida fatta di princìpi non negoziabili e di libertà economica, cioè orgogliosamente conservatrice, e perse clamorosamente. Ebbe contro nemici implacabili, e subì pure il fuoco cosiddetto amico, ma a raccogliere il suo testimone, mentre molti già abbandonavano la barca, trovò quel giovane Reagan con Hollywood alle spalle e la politica nel cuore.
    Ci vollero 16 lunghi anni di semina, predicazione e lavoro duro sul territorio, durante i quali l'ex giovane Reagan si affermò sul proscenio nazionale guidando uno degli Stati più popolosi, vasti e ricchi (e di media piuttosto progressisti) dell'Unione nordamericana, cioè la California. Ma alla fine il vecchio verbo goldwateriano, sconfitto eppure mai cancellato, sempre uguale e nondimeno rinnovato, trionfò alla Casa Bianca nel 1980 con un Reagan oramai maturo, primo presidente a non vergognarsi di essere conservatore. Né di pensare (sono tutte altre sue frasi famose) che lo Stato è spesso il problema e non la soluzione; che tutti quelli che vogliono l'aborto sono persone vive, vegete e già nate; che aumentare le tasse significa deprimere una nazione; che dimenticando Dio sopra il Paese finisce sotto; e che sì, il nemico sovietico si può anche battere.
    Anche questa era una vecchia idea mutuata da Golwater, per la precisione dal suo libretto smilzo e sapido del 1963 intitolato Why Not Victory? Già, perché non vincere invece di scendere a patti? Per Reagan era giunto il momento di dispiegare con coraggio al mondo la propria filosofia di vita e di governo, mostrandone la bontà e l'efficacia. Il bene intrinseco nella libertà meritava la sconfitta dell'«impero del male».
    Lo si ricorda poco, e forse nemmeno molti lo sanno, ma quella famosissima frase fu un'intuizione straordinaria. Era l'8 marzo 1983; parlando a Orlando, in Florida, d'un tratto Reagan abbandonò il testo scritto, cesellato diplomaticamente assieme ai suoi speech-writer, e a braccio forgiò quell'espressione epocale. Mezzo mondo raggelò, udendo già tintinnare le sciabole. Reagan, invece, viaggiava a un'altra dimensione; non iperuranica, ma più profonda. Usò quelle parole perché sapeva che l'uditorio, l'Associazione nazionale dei cristiani evangelical, era in grado di comprenderle appieno, in rappresentanza di un Paese intero, magari di tutto il "mondo libero". Aveva appena finito di citare non un capo di Stato maggiore, non un boss del controspionaggio, non un esperto di missilistica, ma uno degli apologeti più amati dai cristiani di ogni razza, C.S. Lewis, quello delle Cronache di Narnia e de Le lettere di Berlicche. Poco dopo citò il "maestro dei conservatori" Whittaker Chambers (1901-1961), l'ex spia sovietica che, passato all'Occidente, aveva scatenato uno dei maggiori processi del secolo denunciando l'infiltrazione comunista nelle alte sfere di Washington, e lo citò là dove scrive «che la crisi del mondo occidentale esiste nella misura in cui l'Occidente è indifferente a Dio, nella misura in cui esso collabora al tentativo comunista d'isolare l'uomo privandolo di Dio». Come vincere la terza guerra mondiale, insomma, con genio e talento sia in casa sia in trasferta. Fantasia al potere; o, come diceva il padre dei conservatori, Edmund Burke (1729-1797), immaginazione morale. Con la stessa fermezza con cui spinse l'Unione Sovietica all'implosione, nel 1981 Reagan aveva già ridotto, come mai nessuno nella storia americana, quella micidiale pressione fiscale che nelle democrazie è lo strumento principe dell'«impero del male». Era un cow-boy, Reagan, e non ha mai sbagliato un colpo.
    8 min

About FILM GARANTITI - Il meglio del cinema

From the publisher's feed

Quando il grande schermo produce capolavori. Recensioni a cura del sito FilmGarantit.it