FILM GARANTITI - Il meglio del cinema

FILM GARANTITI - Il meglio del cinema

By BastaBugieTV & FilmFilm Reviews
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FILM GARANTITI - Il meglio del cinema episodes

  • Circo della Farfalla*** (2011) - Il senso della vita
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=67

    IL CIRCO DELLA FARFALLA : IL SENSO DELLA VITA di Giovanni Formicola
    La vera povertà è la perdita della capacità di meravigliarsi e di trovare il senso della vita (qualunque sia la nostra condizione mentale, fisica e sociale)

    In cima, una minuscola piattaforma agganciata a un palo. Giù, cinquanta piedi (quindici metri) più in basso, un barile pieno d'acqua, pomposamente chiamato «piscina». Sotto il tendone di un circo, l'ardito di turno si lancia a capofitto, centra la «piscina» e ne esce incolume tra le ovazioni di un pubblico eccitatissimo, che sfoga così la sospensione del respiro.
    Dov'è la novità? Che cosa c'è di speciale? Un numero da circo come tanti. Solo che lui è un tronco d'uomo, senza braccia – solo qualche centimetro d'omero sporgente – e senza gambe, con due «piedini» focomelici per reggersi e spostarsi come può. È Will, il protagonista di uno straordinario cortometraggio, che su Youtube conta centinaia di migliaia di contatti, intitolato El circo de la mariposa. E non c'è trucco: Will è interpretato da Nick Vujicic, nato a Melbourne nel 1982, accolto, cresciuto ed educato da genitori serbi proprio così, affetto dalla rarissima tetramelia, privo di tutti e quattro gli arti.
    Un uomo che ha imparato a utilizzare i suoi «piedi» per scrivere, usare il computer, radersi, versarsi un bicchiere d'acqua. Si è laureato in economia, gira il mondo come conferenziere «motivazionale», in ogni ambito, compresi quelli aziendali. È direttore dell'organizzazione Life without limbs («Vita senza arti») e ha scritto Senza braccia, senza gambe, e senza preoccupazioni. «Ho imparato ad accontentarmi dello stato in cui mi trovo» – dice –, testimone vivente di come non esistano vite senza valore, indegne di essere vissute, se non nella mente di chi le vive o di chi non accetta che siano vissute, oltre che dei pianificatori di una società «razionale». Naturalmente è cristiano, e predica ovunque la sua fede.
    Nel «corto», ambientato ai tempi della grande depressione americana, è un fenomeno da baraccone.
    È esposto – letteralmente: al dileggio e alla perfidia degli spettatori, per il loro divertimento –, con altri monstra, come «L'uomo – se così si può dire – senza arti, cui anche Dio ha voltato le spalle», in un Luna park. Ma proprio nel luogo dei suoi tormenti, in cui la dignità della persona è annichilita, dove ogni giorno si convince di essere un non-uomo, un progetto non riuscito, gli accade l'incontro della vita: il direttore di un circo. Quando questi lo avvicina, convinto che anche lui voglia deriderlo, gli sputa. L'uomo capisce che Will non poteva capire le sue intenzioni: si pulisce il viso e si scusa. Ma nel suo atteggiamento c'è qualcosa di più. Come nel volto e negli occhi di Will. Che apprende da un suo compagno a chi aveva sputato. C'è un lampo nel suo sguardo, e lo ritroviamo nascosto nel cassone di uno dei furgoni della compagnia.
    Il direttore lo accoglie nel circo, come aveva fatto con altri reietti della società. Ma senza pietismi, senza nessuna indulgenza per il suo risentimento. Con modi scabri e persino bruschi, infatti, cerca di abbattere non le barriere architettoniche – ossessione che fa da falso lavacro alla cattiva coscienza del nostro tempo –, ma quelle psicologiche e naturali che separano Will non tanto dal mondo, ma da sé stesso e dalle sue capacità. Gli fa intravedere la bellezza del creato e della vita: il senso. In ogni vita, anche nella sua, che lui crede fallita in partenza. Anzi, il suo stato ha addirittura un vantaggio: «più dura è la lotta, più grandioso il trionfo!».
    E così Will, in circostanze drammatiche, scopre che può persino nuotare, e invece di chiedere di continuare a fare il monstrum – «nel nostro circo queste cose non le facciamo» – impara quel numero, che tra l'esaltazione e l'allegria del pubblico gli restituisce il sorriso, la gioia di vivere. Che trasmette ad un piccolo storpio, convincendolo che nulla è davvero impossibile a chi colga la meraviglia della vita, «tutto ciò che serve all'uomo».
    A nessuno Dio ha mai davvero «voltato le spalle», a nessuno può essere tolta la sua umanità. La speranza non è vana.
    Il bruco è diventato la farfalla cui allude il nome del circo.
    Eduardo Veràstegui – l'attore messicano convertito, che oltre a pensare e vivere s'impegna anche a recitare cattolico, e che attendiamo di poter vedere presto sugli schermi in Cristiada, la produzione messicana sull'epopea del cristeros, che finalmente la iscriverà all'anagrafe della storia – interpreta il direttore del circo. Che è in realtà un'opera di riscatto dalla vera povertà in un mondo di rovine materiali: la perdita della capacità di meravigliarsi e di sondare in profondità la vita e l'umanità, fino a trovarne il senso trascendente, quale che ne sia la condizione, mentale, fisica, sociale. Fino a trovare – l'allusione è in filigrana – Dio, la cui assenza è l'unica miseria che può davvero affliggere e sconfiggere l'uomo. Quand'anche sia "without limbs".
    8 min
  • Lo Hobbit*** (2012-2014) - Mezzo uomo, grandi virtù (acquisite con sforzo e sacrificio)
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=159

    MEZZO UOMO, GRANDI VIRTU' (ACQUISITE CON SFORZO E SACRIFICIO) di Giacomo Samek Lodovici
    Esce oggi nelle sale il kolossal Lo Hobbit, nella prima tappa di una trilogia tratta dall'omonimo grande racconto di J.R.R. Tolkien che è l'antefatto de Il Signore degli anelli. Se già la trasposizione cinematografica di quest'ultimo ha mietuto un enorme e planetario successo di pubblico (è il sesto incasso di tutti i tempi), è alquanto probabile che anche questa nuova saga, che ha creato molta attesa, conseguirà risultati non molto dissimili.
    In attesa di vedere il film, che ci auguriamo fedele al libro tolkeniano, qui indugiamo brevemente sull'attualità etica di quest'ultimo, che contiene (come minimo) due grandi temi morali sempre validi.
    Il primo è quello delle virtù umane. Come il don Abbondio manzoniano, molti dicono che «uno il coraggio non se lo può dare», e lo stesso molti pensano della fortezza, dello spirito di sacrificio e di tante altre virtù. Pensiamo inoltre che solo i predestinati possano proporsi elevati ideali morali, e ci accontentiamo del minimo.
    Lo Hobbit, per contro, smonta l'indolenza di chi vuol rimanere nel quieto vivere, di chi non vuol prendere iniziative, di chi è inerte di fronte alle molte ingiustizie che avvengono nel mondo, di chi accampa la scusa: «sono fatto così per carattere». Infatti, Bilbo, il protagonista, è un hobbit (una specie di mezzo uomo, alto poco più di un metro) amante della tranquillità, tutt'altro che un eroe predestinato, che però progressivamente coltiva se stesso, si autoforgia acquisendo virtù come quelle sopramenzionate, nonché le virtù dell'amicizia e della saggezza.
    Diventa capace di grandi imprese, si batte con orchi, lupi, vari altri esseri malvagi ed infine con un drago, ed acquisisce progressivamente una profonda saggezza, con cui evita una guerra sanguinosa.
    E tutte le grandi imprese compiute materialmente da Bilbo sono meno grandi di quella da lui compiuta su se stesso, sul proprio carattere. C'è una pagina in cui questo hobbit deve scegliere se avvicinarsi alla tana del drago, in cui Tolkien scrive: «andare oltre fu la cosa più coraggiosa che avesse mai fatto. Le cose tremende che accaddero in seguito furono niente al confronto: egli combatté la vera battaglia da solo», cioè in se stesso.
    Il secondo grande tema etico è quello del male umano e, di nuovo, delle virtù rispetto all'invisibilità. È un tema che si trova – per esempio – in Erodoto, che riferisce di un elmo che dà l'invisibilità, in Platone, che narra di un mitologico anello che rende invisibili, simile all'anello che Tolkien fa trovare a Bilbo, in Bentham, che progetta un carcere che renda inavvertibile il controllo, in Freud e tanti altri.
    Per un apologo di Freud e per molte persone, l'uomo rispetta le leggi ed evita di commettere il male solo se si sente sotto controllo e/o per timore delle sanzioni, ma nessuno rispetterebbe le leggi quando gli è vantaggioso trasgredirle se, grazie all'invisibilità, riuscisse ad evitare d'essere scoperto. Invece, per Platone e per Tolkien, l'uomo, anche se fosse invisibile, è in grado (anche se solo alcuni lo farebbero) di astenersi dal male proprio per il fatto che è male, cioè per evitare la malvagità del male, anche quando sia vantaggioso compierlo. Ne Lo Hobbit, come poi ricapiterà nel Signore degli Anelli, c'è un episodio emblematico in tal senso. Bilbo sta cercando di sfuggire ad una creatura spregevole – Gollum – che vuole ucciderlo e, grazie all'invisibilità datagli dall'anello, potrebbe colpirlo a morte: «Voleva ucciderlo – scrive Tolkien –. Ma non era un combattimento leale. Egli era invisibile adesso. Gollum non aveva una spada […] era infelice, solo e perduto». Così, nel cuore di Bilbo sgorgò un senso di pietà, finché, «ricaricato di nuova forza e risolutezza», oltrepassò il nemico senza ucciderlo.
    Quante lezioni, e grandi, da un piccolo Hobbit...
    6 min
  • Lo Hobbit*** (2012 - 2014) - Un ottimo film di un ottimo libro
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=154

    UN OTTIMO FILM DI UN OTTIMO LIBRO di Paolo Maria Filipazzi
    Esce nelle sale "Lo Hobbit – Un viaggio inaspettato", prima puntata della nuova trilogia con cui il regista Peter Jackson si cimenta nuovamente con il Legendarium tolkieniano. Ancora una volta Jackson si dimostra un grande regista: già nel precedente "Il Signore degli Anelli" era stato interprete fedele, non solo nella trama (anche se qualche "ritocchino" aveva fatto storcere il naso a qualche "purista"), ma soprattutto nello spirito, del grande scrittore inglese.
    "Lo Hobbit" di Jackson non è una mera trasposizione dell'omonimo, stupendo libro, ma il regista sa inserire la vicenda nel contesto della "mitologia" elaborata da Tolkien e condensata ne "Il Silmarillion" e in un corpus sterminato di scritti pubblicati postumi a cura del figlio Christopher. Il risultato è una soddisfazione enorme per chi, come me, ama Tolkien di un amore bruciante. [...]
    Cosa dire, nel dettaglio, de "Lo Hobbit"? Ci sarebbero, ovviamente, da riempire pagine e pagine, ma limitiamoci a poche linee. Intanto, l'inizio: Bilbo Baggins è uno hobbit, un mezzo-uomo, una creatura piccola e attaccata alla vita comoda a benestante, alle grandi dormite, alle mangiate e alle bevute. E, soprattutto, detesta una cosa su tutte: le avventure. "Brutte, fastidiose scomode cose! Fan fare tardi a cena!". Un giorno, però, ecco presentarsi sul suo uscio il vecchio stregone Gandalf, venuto apposta a reclutarlo per un'avventura! Ecco qui, nascosto, l'elemento cristiano. Chi è Gandalf? Come si evince dal Silmarillion, Gandalf è uno degli Ainur, creature angeliche a cui Eru, l'Uno, chiamato anche Ilùvatar (in altre parole, Dio!) affidò Arda, la Terra. Ecco dunque, che un Angelo si presenta alla porta di questa piccola e fragile creatura, e la chiama al suo grande destino. E lo fa nella maniera più inaspettata, presentandosi sotto le spoglie di un anziano e stanco viandante. Subito dopo, ecco entrare in scena la Compagnia dei Nani, guidati da Thorin Scudodiquercia, in missione per liberare la Montagna dal terribile drago Smaug. Bilbo è destinato a reggere le sorti di questa missione. All'inizio non ne vuole sapere, ma qualcosa in lui, invece, brama l'avventura, e proprio questo qualcosa, alla fine, prende il sopravvento, fra l'incredulità dei Nani, che lo vedono inizialmente come un peso. Bilbo ha detto il suo "Sì" alla chiamata, un "Sì" dato liberamente e venuto dal cuore.
    Il seguito della storia lo lasciamo alla visione del film ed alla lettura dello splendido libro. Basti però, sapere, che alla fine sarà proprio Bilbo a determinare la riuscita della missione e la sopravvivenza stessa dei Nani di cui si ritrova a portare sulle spalle la responsabilità. Bilbo non è Achille o Sigfrido, non è il Superuomo nietzschiano, è una piccola, fragile ed impaurita creatura trovatasi di fronte ad una responsabilità all'apparenza più grande di lui, ma che riesce, nel continuo sacrificio di sé, nell'accettazione delle difficoltà e delle prove che gli si parano davanti, a terminare un viaggio che si rivelerà, alla fine, un vero e proprio pellegrinaggio interiore. In Bilbo, così come, più tardi, nei quattro piccoli hobbit de "Il Signore degli Anelli", si realizza una forma tutta nuova di eroismo: l'eroismo cristiano.
    Ovviamente nulla sarebbe possibile senza l'aiuto invisibile della Provvidenza, che incombe su tutta la storia senza mai essere nominata, ma la cui presenza costante viene svelata da Gandalf nel finale. "Non crederai mica, spero, che ti sia andata bene in tutte le tue avventure e fughe per pura fortuna, così, solo e soltanto per il tuo bene? Sei una bravissima persona, Bilbo Baggins, ed io ti sono molto affezionato; ma in fondo sei solo una piccola creatura in un mondo molto vasto!". "Grazie al cielo", risponde Bilbo, chiudendo con le sue parole la narrazione. E non c'è un finale più cristiano di questo.
    6 min
  • Lo Hobbit*** (2012-2014) - Gli hobbit: testimoni di virtù umane e cristiane
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=151

    GLI HOBBIT: TESTIMONI DI VIRTU' UMANE E CRISTIANE di Antonio Gaspari
    ''Sei una bravissima persona, signor Baggins, e io ti sono molto affezionato, ma in fondo sei solo una creatura in un mondo molto vasto!'' Gandalf
    LO HOBBIT: UN "PREQUEL" DE IL SIGNORE DEGLI ANELLI, UNA FIABA PER BAMBINI, O UN'OPERA MINORE DEL GRANDE TOLKIEN?
    Paolo Gulisano (autore di "La Mappa dello Hobbit" ed. Ancora):Questa storia è molto più che un prequel del Signore degli Anelli, come molti dei lettori - o spettatori - più recenti potrebbe credere. Non è una storia - come molto spesso accade nel caso dei prequel, appunto - per spiegare a posteriori gli antecedenti, i segreti, i misteri di un'opera.. Il racconto delle avventure di Bilbo Baggins e di altri personaggi ormai familiari ai lettori della saga dell'Anello, come Gandalf, Gollum, Elrond, nani ed elfi, uscì dalla fantasia di Tolkien molto tempo prima che le vicende della Guerra dell'Anello venissero immaginate. In realtà, il Signore degli Anelli fu concepito come il seguito de Lo Hobbit, e per molto tempo, nella corrispondenza che intercorreva tra Tolkien e l'editore, il libro in gestazione veniva chiamato "il nuovo Hobbit".
    "In un buco della terra viveva un Hobbit". Questa strana frase venne improvvisamente alla mente del giovane professore che in un caldo pomeriggio estivo, nella sua casa di Oxford, correggeva i compiti di ammissione all'università. Uno degli esaminandi aveva lasciato il suo elaborato di letteratura inglese in bianco, e il professor Tolkien, per una misteriosa ispirazione, scrisse su quel foglio bianco quella frase. Era nato un nome, Hobbit, e in breve tempo il nome sarebbe diventato un personaggio, la più originale creatura del vasto mondo fantastico del più geniale scrittore di Letteratura dell'Immaginario. Senza quel buffo personaggio, lo Hobbit, probabilmente tutto l'universo fantastico che Tolkien andava elaborando da anni non avrebbe mai conosciuto la pubblicazione.
    LEI SCRIVE NEL SUO SAGGIO CHE IL LIBRO NACQUE NON SOLO DALL'ERUDITA CONOSCENZA DEI MITI E DELLE LEGGENDE ANTICHE DEL SUO AUTORE, MA ANCHE DALLA SUA ESPERIENZA DI PADRE...
    Esatto. Tolkien raccontava ai propri quattro figli storie di buffi personaggi: Mister Bliss, il cagnolino Roverandom, ed infine favole dove coraggiosi piccoli protagonisti, come gli Hobbit, si battevano contro il male. La storia era nata certamente, nelle intenzioni dello scrittore, come una fiaba per bambini, narrata con un tono colloquiale in cui il narratore si rivolge ai piccoli lettore invitandoli ad avventurarsi loro stessi nella storia. Nel corso dei diversi anni di preparazione del libro, tuttavia, il racconto si arricchì progressivamente dei contenuti del Legendarium tolkieniano.
    Era una storia dal sapore antico, in cui si avvertiva l'eco delle antiche leggende, e in più arricchita di un piacevolissimo tipo di quella gioia che qualche anno prima Gilbert Chesterton aveva lamentato essere la grande assente dalla narrativa moderna: "Nella sua sostanza, la letteratura contemporanea è quasi totalmente priva di elementi gioiosi. E penso che sia giusto dire, parlando genericamente, che non è abbastanza infantile per essere gioiosa". Tolkien possedeva questo spirito infantile, inteso non come puerilità, ma come capacità di guardare alla realtà con occhi di bambino, pieni di domanda e di stupore
    ANCHE LO HOBBIT, COME IL SIGNORE DEGLI ANELLI, È CARICO DI SIMBOLOGIE CRISTIANE?
    Ne Lo Hobbit appare per la prima volta il grande tema della rinuncia, del sacrificio, che per Tolkien era una delle più grandi virtù, una delle forme più alte di eroismo, tema che sarà sviluppato profondamente nel Signore degli Anelli. La rinuncia al possesso di qualcosa, non per masochismo, non per un "di meno", ma per guadagnare "un di più" di umanità e di virtù. Bilbo Baggins della Contea è la testimonianza di come si possa divenire eroi, pur non essendo grandi e grossi, pur non appartenendo ad una élite, affrontando le sfide che la vita pone di fronte, per quanto insormontabili esse possano apparire.
    L'avventura che aveva vissuto gli aveva inoltre insegnato che le grandi imprese non sono opera di un eroe solitario, ma di una compagnia. L'amicizia fu per Tolkien uno dei sentimenti più importanti della vita, e così anche i suoi personaggi la coltivano con passione. La compagnia reciproca è una delle cose più gratificanti. E' condivisione di interessi, di sentimenti, e anche di avvenimenti. E' correzione fraterna, e magari richiamo all'essenziale, come quando, alla fine della storia, ricordando le avventure trascorse insieme, Gandalf rammenta a Bilbo i suoi limiti, dopo aver valorizzato tutti i suoi meriti: "Sei una bravissima persona, signor Baggins, e io ti sono molto affezionato, ma in fondo sei solo una creatura in un mondo molto vasto!" "Grazie al cielo!" disse Bilbo ridendo.
    6 min
  • Duns Scoto** (2012) - Il dottore sottile
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id= 164

    DUNS SCOTO - IL DOTTORE SOTTILE di Papa Benedetto XVI
    Questa mattina voglio presentarvi un'altra figura importante nella storia della teologia: si tratta del beato Giovanni Duns Scoto, vissuto alla fine del secolo XIII. Un'antica iscrizione sulla sua tomba riassume le coordinate geografiche della sua biografia: "l'Inghilterra lo accolse; la Francia lo istruì; Colonia, in Germania, ne conserva i resti; in Scozia egli nacque". Non possiamo trascurare queste informazioni, anche perché possediamo ben poche notizie sulla vita di Duns Scoto. Egli nacque probabilmente nel 1266 in un villaggio, che si chiamava proprio Duns, nei pressi di Edimburgo. Attratto dal carisma di san Francesco d'Assisi, entrò nella Famiglia dei Frati minori, e nel 1291, fu ordinato sacerdote. Dotato di un'intelligenza brillante e portata alla speculazione - quell'intelligenza che gli meritò dalla tradizione il titolo di Doctor subtilis, "Dottore sottile"- Duns Scoto fu indirizzato agli studi di filosofia e di teologia presso le celebri Università di Oxford e di Parigi. Conclusa con successo la formazione, intraprese l'insegnamento della teologia nelle Università di Oxford e di Cambridge, e poi di Parigi, iniziando a commentare, come tutti i Maestri del tempo, le Sentenze di Pietro Lombardo. Le opere principali di Duns Scoto rappresentano appunto il frutto maturo di queste lezioni, e prendono il titolo dai luoghi in cui egli insegnò: Ordinatio (in passato denominata Opus Oxoniense – Oxford), Reportatio Cantabrigiensis (Cambridge), Reportata Parisiensia (Parigi). A queste sono da aggiungere almeno i Quodlibeta (o Quaestiones quodlibetales), opera assai importante formata da 21 questioni su vari temi teologici. Da Parigi si allontanò quando, scoppiato un grave conflitto tra il re Filippo IV il Bello e il Papa Bonifacio VIII, Duns Scoto preferì l'esilio volontario, piuttosto che firmare un documento ostile al Sommo Pontefice, come il re aveva imposto a tutti i religiosi. Così – per amore alla Sede di Pietro –, insieme ai Frati francescani, abbandonò il Paese.
    Cari fratelli e sorelle, questo fatto ci invita a ricordare quante volte, nella storia della Chiesa, i credenti hanno incontrato ostilità e subito perfino persecuzioni a causa della loro fedeltà e della loro devozione a Cristo, alla Chiesa e al Papa. Noi tutti guardiamo con ammirazione a questi cristiani, che ci insegnano a custodire come un bene prezioso la fede in Cristo e la comunione con il Successore di Pietro e con la Chiesa universale.
    Tuttavia, i rapporti fra il re di Francia e il successore di Bonifacio VIII ritornarono ben presto amichevoli, e nel 1305 Duns Scoto poté rientrare a Parigi per insegnarvi la teologia con il titolo di Magister regens. Successivamente, i Superiori lo inviarono a Colonia come professore dello Studio teologico francescano, ma egli morì l'8 novembre del 1308, a soli 43 anni di età, lasciando, comunque, un numero rilevante di opere.
    A motivo della fama di santità di cui godeva, il suo culto si diffuse ben presto nell'Ordine francescano e il Venerabile Giovanni Paolo II volle confermarlo solennemente beato il 20 Marzo 1993, definendolo "cantore del Verbo incarnato e difensore dell'Immacolata Concezione". In tale espressione è sintetizzato il grande contributo che Duns Scoto ha offerto alla storia della teologia.
    Anzitutto, egli ha meditato sul Mistero dell'Incarnazione e, a differenza di molti pensatori cristiani del tempo, ha sostenuto che il Figlio di Dio si sarebbe fatto uomo anche se l'umanità non avesse peccato. "Pensare che Dio avrebbe rinunciato a tale opera se Adamo non avesse peccato, - scrive Duns Scoto - sarebbe del tutto irragionevole! Dico dunque che la caduta non è stata la causa della predestinazione di Cristo, e che - anche se nessuno fosse caduto, né l'angelo né l'uomo - in questa ipotesi Cristo sarebbe stato ancora predestinato nella stessa maniera" (Reportata Parisiensia, in III Sent., d. 7, 4). Questo pensiero nasce perché per Duns Scoto l'Incarnazione del Figlio di Dio, progettata sin dall'eternità da parte di Dio Padre nel suo piano di amore, è il compimento della creazione, e rende possibile ad ogni creatura, in Cristo e per mezzo di Lui, di essere colmata di grazia, e dare lode e gloria a Dio nell'eternità. Duns Scoto, pur consapevole che, in realtà, a causa del peccato originale, Cristo ci ha redenti con la sua Passione, Morte e Risurrezione, ribadisce che l'Incarnazione è l'opera più grande e più bella di tutta la storia della salvezza, e che essa non è condizionata da nessun fatto contingente.
    Fedele discepolo di san Francesco, Duns Scoto amava contemplare e predicare il Mistero della Passione salvifica di Cristo, espressione della volontà di amore, dell'amore immenso di Dio, il Quale comunica con grandissima generosità al di fuori di sé i raggi della Sua bontà e del suo amore (cfr Tractatus de primo principio, c. 4). Questo amore non si rivela solo sul Calvario, ma anche nella Santissima Eucaristia, della quale Duns Scoto era devotissimo e che vedeva come il Sacramento della presenza reale di Gesù e come il Sacramento dell'unità e della comunione che induce ad amarci gli uni gli altri e ad amare Dio come il Sommo Bene comune (cfr Reportata Parisiensia, in IV Sent., d. 8, q. 1, n. 3). "E come quest'amore, questa carità – scrivevo nella Lettera in occasione del Congresso Internazionale a Colonia per il VII Centenario della morte del beato Duns Scoto, riportando il pensiero del nostro autore – fu all'inizio di tutto, così anche nell'amore e nella carità soltanto sarà la nostra beatitudine: «il volere oppure la volontà amorevole è semplicemente la vita eterna, beata e perfetta»" (AAS 101 [2009], 5).
    Cari fratelli e sorelle, questa visione teologica, fortemente "cristocentrica", ci apre alla contemplazione, allo stupore e alla gratitudine: Cristo è il centro della storia e del cosmo, è Colui che dà senso, dignità e valore alla nostra vita! Come a Manila il Papa Paolo VI, anch'io oggi vorrei gridare al mondo:
    "[Cristo] è il rivelatore di Dio invisibile,
    è il primogenito di ogni creatura,
    è il fondamento di ogni cosa;
    Egli è il Maestro dell'umanità, è il Redentore;
    Egli è nato, è morto, è risorto per noi;
    Egli è il centro della storia e del mondo;
    Egli è Colui che ci conosce e che ci ama;
    Egli è il compagno e l'amico della nostra vita...
    Io non finirei più di parlare di Lui" (Omelia, 29 novembre 1970).
    Non solo il ruolo di Cristo nella storia della salvezza, ma anche quello di Maria è oggetto della riflessione del Doctor subtilis. Ai tempi di Duns Scoto la maggior parte dei teologi opponeva un'obiezione, che sembrava insormontabile, alla dottrina secondo cui Maria Santissima fu esente dal peccato originale sin dal primo istante del suo concepimento: di fatto, l'universalità della Redenzione operata da Cristo – evento assolutamente centrale nella storia della salvezza – a prima vista poteva apparire compromessa da una simile affermazione. Duns Scoto espose allora un argomento, che verrà poi adottato anche dal beato Papa Pio IX nel 1854, quando definì solennemente il dogma dell'Immacolata Concezione di Maria. Questo argomento è quello della "Redenzione preventiva", secondo cui l'Immacolata Concezione rappresenta il capolavoro della Redenzione operata da Cristo, perché proprio la potenza del suo amore e della sua mediazione ha ottenuto che la Madre fosse preservata dal peccato originale. I Francescani accolsero e diffusero con entusiasmo questa dottrina, e altri teologi – spesso con solenne giuramento – si impegnarono a difenderla e a perfezionarla.
    A questo riguardo, vorrei mettere in evidenza un dato, che mi pare importante. Teologi di valore, come Duns Scoto circa la dottrina sull'Immacolata Concezione, hanno arricchito con il loro specifico contributo di pensiero ciò che il popolo di Dio credeva già spontaneamente sulla Beata Vergine, e manifestava negli atti di pietà, nelle espressioni dell'arte e, in genere, nel vissuto cristiano. Tutto questo grazie a quel soprannaturale sensus fidei, cioè a quella capacità infusa dallo Spirito Santo, che abilita ad abbracciare le realtà della fede, con l'umiltà del cuore e della mente. Possano sempre i teologi mettersi in ascolto di questa sorgente e conservare l'umiltà e la semplicità dei piccoli! Lo ricordavo qualche mese fa: "Ci sono grandi dotti, grandi specialisti, grandi teologi, maestri della fede, che ci hanno insegnato molte cose. Sono penetrati nei dettagli della Sacra Scrittura, della storia della salvezza, ma non hanno potuto vedere il mistero stesso, il vero nucleo... L'essenziale è rimasto nascosto! Invece, ci sono anche nel nostro tempo i piccoli che hanno conosciuto tale mistero. Pensiamo a santa Bernardette Soubirous; a santa Teresa di Lisieux, con la sua nuova lettura della Bibbia 'non scientifica', ma che entra nel cuore della Sacra Scrittura" (Omelia. S. Messa con i membri della Commissione Teologica Internazionale, 1 dicembre 2009).
    Infine, Duns Scoto ha sviluppato un punto a cui la modernità è molto sensibile. Si tratta del tema della libertà e del suo rapporto con la volontà e con l'intelletto. Il nostro autore sottolinea la libertà come qualità fondamentale della volontà, iniziando una impostazione che valorizza maggiormente quest'ultima. Purtroppo, in autori successivi al nostro, tale linea di pensiero si sviluppò in un volontarismo in contrasto con il cosiddetto intellettualismo agostiniano e tomista. Per san Tommaso d'Aquino la libertà non può considerarsi una qualità innata della volontà, ma il frutto della collaborazione della volontà e dell'intelletto. Un'idea della libertà innata e assoluta – come si evolse, appunto, successivamente a Duns Scoto – collocata nella volontà che precede l'intelletto, sia in Dio che nell'uomo, rischia, infatti, di condurre all'idea di un Dio che non è legato neppure alla verità e al bene.
    18 min
  • Duns Scoto** (2012) - Il difensore dell'Immacolata Concezione
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=160

    DUNS SCOTO - IL DIFENSORE DELL'IMMACOLATA CONCEZIONE di Raffaele Iaria
    Il film "Duns Scoto" sul filosofo e teologo francescano di origine scozzese, è un lungometraggio di 90 minuti in alta definizione girato nell'abbazia e nella tenuta di Montelabate di Perugia e sulla costa anconetana.
    E' una novità nell'attività di un istituto religioso come i Frati Francescani dell'Immacolata che pur impegnati nell'apostolato dei mass media, in fedeltà al loro carisma che si ispira da vicino a S. Massimiliano Maria Kolbe, si cimentano adesso nel cinema dopo qualche produzione documentaristica.
    Scritto e diretto dal regista Fernando Muraca, a partire dal libro di p. Stefano Maria Manelli, "Beato Giovanni Duns Scoto" pubblicato da Casa Mariana Editrice, il film esordisce con il drammatico momento nel quale il giovane professore francescano (interpretato da Adriano Braidotti), fedele al Papa e integro di coscienza, si allontana dalla Sorbona per aver rinunciato a sottoscrivere il libello del re Filippo il Bello contro Bonifacio VIII. Il suo andare verso Oxford non è solo un viaggio nello spazio, ma anche nel tempo poiché confiderà a un giovane novizio che lo accompagna, la storia della sua vocazione. Nei flash back il ruolo di Duns Scoto bambino è interpretato dal piccolo Emanuele Maria Gamboni che già ha recitato accanto a Gigi Proietti nel film Rai fiction - Lux Vide "Preferisco il Paradiso". Duns Scoto rientrerà pochi anni dopo a Parigi ove proseguirà il suo insegnamento di alto livello instaurando un ottimo rapporto con i suoi studenti, ma anche suscitando gelosie. Gli sarà lanciato il guanto di sfida dai professori domenicani sulla dimostrabilità dell'Immacolata Concezione di Maria, teoria all'epoca ancora controversa. A modo di contro trama, la storia del nobile Luis (Sebastiano Colla), studente della Sorbona, che s'innamora di Maria una umile, ma bella e pia fanciulla, interpretata da Camilla Diana (S. Agnese di Assisi nel film Chiara e Francesco di Fabrizio Costa) alterna drammaticità e speculazione a momenti di umanità al quotidiano. Interessanti i dubbi e le idee eterodosse del giovane fra Guglielmo (di Occam) interpretato da Alessandro Chini, amorevolmente e puntualmente corretto proprio dal suo maestro Scoto. Il film si conclude nell'apoteosi della vittoria di Duns Scoto riconosciuta dai legati papali nel corso della disputa teologica della Sorbona. Durante le riprese e per le scene della disputa si è arrivati fino a cento comparse con altrettante riproduzioni di abiti medievali curati da Angelo Poretti e Monica Sarracchini.
    La direzione della fotografia è stata affidata a Massimo Lupi (Il commissario Rex) che ha ben saputo avvalorare esteticamente le scene che si susseguono in interni ed esterni, di notte e di giorno con l'uso di numerosi e suggestivi piani sequenza.
    "L'ispirazione è nata – spiega p. Alfonso M. Bruno, direttore di produzione – dallo spontaneo desiderio degli alunni dello Studio Teologico Immacolata Mediatrice (STIM) in occasione del settimo centenario dalla morte del beato nel 2008. Lo scopo del film è duplice. Il primo è quello di rendere più popolare la figura del b. Giovanni Duns Scoto in vista di una sua canonizzazione che lo renderebbe candidato al titolo di dottore della Chiesa. Il secondo è dare un contributo alla Chiesa nel patrocinio dell'arte in un ambiente post-cristiano. Il cinema è infatti uno strumento sensibilissimo, che può contribuire alla crescita di un vero umanesimo e, in definitiva, alla lode che dal creato si eleva verso il Creatore. E' necessario umanizzarlo attraverso la spiritualità e l'ingresso dei cristiani, un tempo leaders dell'innovazione artistica, che oggi si trovano ai margini dell'ambiente culturale".
    6 min
  • Lo Hobbit*** (2012-2014) - La desolazione di Smaug
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=182

    LA DESOLAZIONE DI SMAUG di Marco Respinti
    Si chiama hýbris, e nella tragedia greca, dalla Poetica di Aristotele in poi, traduce l'eccesso per superbia e l'orgoglio che prevarica, conducendo inevitabilmente alla rovina. La desolazione di Smaug, il secondo capitolo della trilogia cinematografica che il regista neozelandese Peter Jackson sta traendo da Lo Hobbit − il quinto lungometraggio, contando i tre de Il Signore degli Anelli, ispirato alle opere narrative più famose di J.R.R. Tolkien −, ne è colmo. Lo scrittore inglese era un aedo dell'introspezione dei cuori che abitano la commedia umana degli errori e il dramma storico del confronto con il destino, uno scaldo nell'affrescare la danza macabra delle vanità e del duetto epico tra l'eroico che si fa quotidiano e il quotidiano che si fa eroico. Solo le letture pusillanimi e superficialmente manichee possono dunque ridurre la sua narrativa (che è la traslitterazione del senso ultimativo del mito sul piano letterario) a un allegoria fantasy dello scontro tra il Bene e il Male, giacché non di questo egli tratta. Tutta la sua produzione letteraria e mitopoietica (perché Tolkien si cimentò a lungo e sapientemente anche con la riscrittura di miti e di saghe) è infatti un continuo interrogarsi sulla morte e sull'immortalità, e i suoi personaggi si muovono costantemente fra caduta e speranza, offrendo una galleria interminabile (nelle sue mille varianti quante sono le sfumature della libertà umana) di possibilità e di misure, di iati e di distanze, di abissi e di corrispondenze fra sé e la realtà più grande; quella che circonda tutti come in un abbraccio, che tutti contiene senza determinare alcuno e che in verità costituisce la vocazione di tutti, la quale – come sempre – può essere assunta e assecondata o rifiutata e sfuggita, oppure persino odiata e combattuta.
    La desolazione di Smaug coglie ancora una volta perfettamente l'animo di Tolkien, trasformandosi in un grande quadro narrativo in cui il tema costante è la tentazione a cui nessuno, seppur diversamente, sfugge. La tentazione di rinunciare o di strafare, la tentazione di andarsene o di esagerare, la tentazione di cedere o di redimersi da sé. Il tema è ancora quello del potere, buono o cattivo; anzi, buono e cattivo assieme. Il sapore è quello israelitico, biblico, in cui la regalità è un'arma a doppio taglio, come la spada, che consacra o uccide; un confine che è assieme ponte e barriera; una benedizione e al contempo una sciagura. Ci sono l'esodo e il cammino del ritorno, la patria agognata ma ancora negata, l'orrore e la generosità, i piccoli che diventano grandi e certi grandi che sono meschini, il tutto in un continuo rimescolamento di fronti che dipinge con realismo l'umana vicenda cui nessuno può sottrarsi.
    Mai titolo è stato più azzeccato. Questo secondo capitolo cinematografico tratto da Lo Hobbit è infatti il momento della desolazione, quello che la vita spirituale conosce bene e sa non essere un giudizio definitivo di disperazione ma la via stretta senza la quale poi non si spalancherebbe la porta larga delle consolazioni. Ché le consolazioni, come nella vita spirituale, verranno, l'anno prossimo, a Erebor, con il capitolo finale di questa seconda trilogia tolkieniana di Jackson.
    Ma c'è un ma. Ed è il rischio, serissimo, che lo spettatore perda clamorosamente l'occasione di questa magnifica meditazione, distratto dal film stesso. Una definizione de La desolazione di Smaug? Troppo. Troppo lungo questo secondo lungometraggio e troppo lunga l'intera operazione (bastavano certamente due film); troppo inutilmente lunghe certe sequenze e troppo, troppo corte altre, fin quasi alla banalizzazione (Beorn); troppi combattimenti − e troppo lunghi − e troppi elfi, così come troppo Radagast e un re Thranduil troppo esagerato; e soprattutto troppe libertà, al limite della caduta di tono (l'idillio tra il bel nano Kili e la selvaggia elfo femmina Tauriel, o certi dialoghi sgangherati tra il governatore di Pontelagolungo e il suo lacchè, per tacere di una battuta da caserma più contraria a Tolkien che alla decenza).
    Il regista Jackson ci ha abituati ad abbondanti interpretazioni e inserti che fino a oggi una loro logica l'hanno avuta; anche il suo Lo Hobbit letto dopo Il Signore degli Anelli, e quindi più "gotico" e dark, in fondo non tradisce lo spirito tolkieniano. Ma ne La desolazione di Smaug la cosa ottiene solo una narrazione distantissima dal testo de Lo Hobbit. Intendiamoci, Jackson eccelle ancora una volta nel dare forma alla Terra di Mezzo: le panoramiche e le ambientazioni sono straordinarie; il regno degli elfi silvani e il regno nanesco sotto la Montagna lasciano a bocca aperta; la fortezza diroccata di Dol Guldur e Pontelagolungo descrivono magnificamente il senso della decadenza che le pervade; e il suo drago Smaug è davvero magnifico. La recitazione di Richard Armitage (Thorin Scudodiquercia) è intensissima, Ian McKellen (Gandalf) sempre impeccabile, Martin Freeman un ottimo Bilbo Baggins e Ken Stott un Balin perfetto. Ma l'ordito del film è un videogame, e quel che ne soffre è la trama narrativa, debole, la più fragile di tutte le prove tolkieniane di Jackson (e la sontuosa colonna sonora cui ci ha abituati il compositore Howard Shore qui è praticamente inesistente). Verrebbe del resto da domandarsi sul serio cosa resti dell'uomo dietro la macchina da presa nel cinema odierno dove tutto è ormai tecnicamente possibile, e dove però tutto abbiamo già visto, il discrimine tra un prodotto e l'altro essendo solo la tecnologia che il budget può permettersi.
    Hýbris si diceva. Stavolta Jackson ha esagerato, seducendo lo spettatore solo per abbandonarlo. Un poco più di umiltà e qualche colpo ben assestato di forbice nel lavoro di postproduzione che sta ora ultimando per il capitolo finale dell'impresa farebbero un gran bene, regalandoci l'anno venturo la consolazione dopo la desolazione. Cioè il vero Tolkien.
    9 min
  • Lo Hobbit*** (2012-2014) - La battaglia delle cinque armate
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=205

    LA BATTAGLIA DELLE CINQUE ARMATE di Marco Respinti
    Con la terza e ultima tranche della riduzione cinematografica de Lo Hobbit finisce la lunga scorribanda del regista Peter Jackson nell'universo mitico-letterario di J.R.R. Tolkien. Non aggiungerò che per molti è un sollievo. Non mi addentrerò nella selva oscura del dibattito fra puristi e indulgenti perché è sin troppo facile smarrire la diritta via. Non elencherò gli errori le sviste, le esagerazioni e gli aspetti intollerabili della trilogia de Lo Hobbit, così come non mi soffermerò noiosamente a sottolinearne gli aspetti canonici in una sorta di sfoggio intellettualoide da "Trova la differenza" come fossimo ne La settimana enigmistica.
    Basterà dire che, rispetto alla trilogia cinematografica tratta da Il Signore degli Anelli, quella de Lo Hobbit appare più stanca, più ripetitiva, come se Jackson fosse a corto d'idee; ma servirà anche ripetere che il talentuoso cineasta neozelandese sa sempre, nonostante tutto, sorprenderci anche solo con uno scambio di sguardi, un apparente nonnulla, un dettaglio accennato e convincerci che sì, un incontro cor ad cor tra lui e Tolkien comunque vi è stato, e questo è nobilmente consolante.

    QUESTO BASTA PER GODERSI UN BEL FILM
    Nel terzo capitolo cinematografico de Lo Hobbit non si può non ammirare l'orrido splendore degli ultimi minuti del suo riuscitissimo Smaug o la nordica bellezza di Pontelagolungo (vista in 3D sembra fisicamente di camminare sopra le sue palafitte o di pagaiare le gelide acque di suoi canali) o di quella struggente delle rovine di Dale. Le aule scavate dai Nani nel ventre di Erebor, la Montagna Solitaria, mozzano ancora una volta il fiato, come già facevano quelle di Moria de Il Signore degli Anelli, ma (cosa più importante di tutte) entrambe lo fanno nello stesso modo in cui lo fanno le descrizioni evocative, parole senza immagini, delle pagine di Tolkien. Le panoramiche degli scontri armati sono suggestive; le location della Nuova Zelanda uniche (ma qui da ringraziare è il buon Dio); la sequenza in cui il senno di Thorin Scudodiquercia viene obnubilato dall'avidità una perla di shakespeareana potenza; e perfetto è il sugo di tutta la storia, quando Bilbo e Thorin cercano parole adatte a sigillare la storia che però non vengono e così finalmente una volta tanto un bel silenzio viene scritto nel fumo dell'erba pipa. Tutto questo basta per godersi un bel film prima di tornare all'impagabile penna di Tolkien.

    BATTAGLIA DELLE CINQUE ARMATE?
    Eppure qualcos'altro su Lo Hobbit di Jackson si può dire; qualcosa che il rombante clangore delle armi e gl'interminabili duelli potrebbero rischiare di coprire. Ci è di aiuto il titolo di questo terzo film. Tutti sanno che Lo Hobbit non è affatto una trilogia [in verità, nemmeno il Signore degli Anelli è una trilogia, ma un unico libro, N.d.BB]; per la riduzione filmica è stato però necessario scovare dei sottotitoli; e questi sono stati intelligentemente ricavati dalle pagine di Tolkien senza stonature, storpiature, caricature. La versione italiana di quest'ultimo film, però, ci ha messo lo zampino, e così il perfettamente tolkieniano The Battle of the Five Armies dell'originale in inglese è incomprensibilmente diventato (persino contro la lettera delle edizioni italiane del romanzo, Adelphi e Bompiani) La battaglia delle cinque armate. Questioni di lana caprina? Niente affatto.
    Le "armate" sono parti di un esercito, l'esercito di una nazione è la difesa di un popolo intero. Quelli de Lo Hobbit sono gli eserciti di tre dei popoli liberi della Terra di Mezzo (Nani, Elfi e Uomini) contrapposti a due delle orde di Sauron (gli Orchi e i Mannari, perdite totali di "volto umano"). Il loro scontro è una delle molte battaglie di cui il mito e la storia ci tramandano gesta e lutti, eroismi e disfatte; una delle numerose battaglie che Tolkien narra ne Il Silmarillion, ne Lo Hobbit e ne Il Signore degli Anelli. E non battaglie qualsiasi, ma battaglie la cui posta in gioco è totale. Prive cioè di prova suppletiva, di secondo tempo, di ricuperi. Perché in realtà si tratta sempre e solo della medesima, unica battaglia: l'ultima battaglia. Non perché poi non ve ne siano più, ma perché sono definitive per chi le combatte. Sottrarsi a esse si può, ma è come sottrarsi alla vita, alla chiamata, alla possibilità di essere fino in fondo ciò per cui si è nati.

    DUE STENDARDI, DUE CAPITANI
    I Cinque Eserciti de Lo Hobbit, anch'essi, si combattono seguendo Due Stendardi che si contrappongono. Sono gli Stendardi di cui ci parla sant'Ignazio di Loyola negli Esercizi spirituali. Qui l'esercitando viene invitato a vedere la scena, a contemplare i due capitani, Gesù e Satana, che si fronteggiano, e dietro di loro le schiere di luce e di tenebra pronte alla battaglia in un eterno presente che ci fissa; e così fissato l'esercitando deve scegliere dove schierarsi, chiedendo a Gesù di volerlo tra i suoi, implorandolo di arruolarlo, pregandolo di non badare ai suoi mille tradimenti.
    La Battaglia dei Cinque Eserciti de Lo Hobbit è sempre, ogni giorno, ogni minuto, perché è quella di sant'Ignazio. Le battaglie di Tolkien (che detestava cordialmente la guerra e le sue malvagità) sono le nostre. Selliamo il cavallo, cingiamo la spada, imbracciamo lo scudo e caliamo la visiera dell'elmo ogni mattina appena ci leviamo, pregando di stare ancora una volta tra le fila di capitan Gesù nonostante le nostre mille vigliaccherie, e poi c'infiliamo nella metropolitana che ci porta al lavoro. La Buona Battaglia è quotidiana, i Due Stendardi si scontrano sempre e la letteratura di Tolkien ci rieduca permanentemente a questo. Potete (lecitamente) dire quel che volete dei film di Jackson, ma questo Jackson sullo schermo ce lo rappresenta sublimemente.

    COS'E' L'ARCHENGEMMA?
    L'Archengemma (o Arkepietra) è la più grande gemma mai scoperta nella Montagna Solitaria, è chiamata anche Archepietra di Thrain. Fu scoperta da Thráin I detto il Vecchio dopo l'anno 1999 della Terza Era, anno in cui con molti Nani sfuggiti da Moria dopo il ridestamento del Balrog fondò il Regno sotto la Montagna.
    Ogni Nano la brama, come ogni ricchezza in generale. Fu trovata da Bilbo durante la perlustrazione delle aule della montagna, il quale cercò, invano, di usarla come merce di scambio per far finire l'assedio a cui era sottoposta la montagna.
    9 min
  • October baby**** (2012) - Sopravvissuta all'aborto, grida al mondo il suo amore per la vita
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=72

    SOPRAVVISSUTA ALL'ABORTO, GRIDA AL MONDO IL SUO AMORE PER LA VITA di Sabrina Pietrangeli Paluzzi
    È incredibile come persone, da alcuni considerate indesiderabili o inutili, possano diventare voci di verità ed esprimere in modo potente il pensiero stesso di Dio, stupendo e scuotendo le masse, rendendo migliori altre persone. Mi riferisco in modo particolare ad una giovane straordinaria donna, di nome Gianna Jessen. Negli ultimi mesi, questa ragazza è diventata un "caso" su Facebook, grazie all'immediata condivisione mondiale dei video pubblicati su YouTube, all'interno dei quali lei si rivolge direttamente a platee importanti come il Sottocomitato Giudiziario del Congresso sulla Camera dei Comuni nel Regno Unito, oppure a vari Organi Costituzionali Americani, per parlare della sua storia. Chi è questa donna, e cosa fa di così straordinario? Cos'ha da raccontare a persone così importanti?
    Gianna è una sopravvissuta all'aborto. Era una bambina frutto dell'amore di due diciassettenni, che è stata rifiutata dalla mamma, la quale si rivolse tardivamente ad uno dei più noti centri californiani impegnati nell'aborto salino. L'aborto salino è uno dei metodi più crudeli per interrompere una gravidanza avanzata e consiste nell'iniettare una soluzione salina nell'utero della madre; deglutendo questa soluzione, il piccolo in grembo ne viene praticamente bruciato, sia fuori che dentro gli organi, dopodiché, entro le 24 ore il bambino, viene partorito morto.
    Questo era il suo destino, ma qualcosa è andato diversamente. Gianna nasce viva, tra lo stupore di tutti, e il medico che doveva eventualmente finirla, soffocandola o strangolandola, come si usava in questi casi, non c'è. Gianna viene quindi soccorsa e curata amorevolmente dal personale di servizio, e sopravvive. Dopo tre mesi di cure intensive, viene data in affidamento ad una donna di nome Penny, la quale viene informata che la piccola non camminerà mai, perché l'aborto mal riuscito le ha provocato una paralisi cerebrale.
    Ma Penny non si scoraggia: prega per questa sua bambina e molte altre persone con lei; lavora instancabilmente per tre volte al giorno con la fisioterapia. All'età di quattro anni, Gianna è già in grado di camminare grazie ad un apparecchio ortopedico e all'ausilio di un girello. In breve tempo, inizia anche a camminare senza apparecchi, e può essere adottata legalmente dalla figlia di Penny, Diana De Paul. Continua la fisioterapia, e nonostante ogni tanto cada ancora (oggi ha 34 anni), lei con autoironia, dice: "ho imparato a cadere elegantemente, poiché non ho fatto altro per tutta la vita". Dinanzi a platee che, apponendo una semplice firma, hanno potere di decidere sulla vita e la morte di altri, Gianna dichiara che, nonostante la sua disabilità, è felice di vivere e di dipendere da Gesù per ogni cosa. Negli anni lei ha incontrato altri sopravvissuti all'aborto, non tutti fortunati come lei; molti di loro ciechi (una delle prime conseguenze dell'aborto salino), ma tutti si dichiarano grati di essere vivi. È questo che lei tiene a dire, in questi incontri, perché chi ha autorità di emettere leggi, possa capire che la personale valutazione sulla condizione di vita di un handicappato, potrebbe non corrispondere alla valutazione personale dell'handicappato stesso.
    Lei parla di sé come della bambina di Dio, e dice: "sulla mia fronte è scritto trattami bene perché mio Padre è il padrone del mondo". Perché l'amore di quel Padre, lei lo sente talmente forte dentro di sé, da poter osare dire anche: "So di parlare di qualcosa di scomodo, nominando Gesù Cristo in questi ambienti. Ma io non sono sopravvissuta per farvi sentire comodi. Volete insultarmi? Bene. I vostri insulti sono solo gioielli in più per la mia corona". [...] Vedere questa donna minuta e un po' traballante, non tragga nell'inganno di vederla fragile, perché la potenza che Gianna manifesta attraverso lo sguardo e le parole fa pensare davvero a come la potenza di Dio si esprima attraverso la debolezza di un essere umano e della sua disabilità.
    Ed è proprio l'autorità che nasce dalla consapevolezza di essere una dei figli amati del Re dell'Universo, che le ha permesso di osar dire ai potenti del governo americano: "Avete una grande opportunità, mi rivolgo agli uomini presenti. C'è un'interessante battaglia tra il bene e il male. Voi da quale parte state? Quale tipo di uomini volete essere? Voi siete fatti per cose grandi; non siete fatti per stare seduti passivamente. Siete fatti per alzarvi ed essere uomini. Siete fatti per difendere donne e bambini, non per farvi da parte e voltare la testa, quando sapete che è in corso un omicidio. Non siete fatti per usare una donna e poi abbandonarla. Siete fatti per essere gentili, grandi, aggraziati, forti, per prendere posizione. Ascoltatemi: io sono stufa di fare il vostro lavoro. Donne, voi non siete fatte per essere abusate, per stare lì ed ignorare il vostro valore. Meritate che si combatta per voi, sempre. Uomini e donne, è il vostro momento: che tipo di persone volete essere? Immagino straordinarie... Siete fatti per la grandezza! Mettete da parte la politica. È il vostro momento. Che persone volete essere? Persone preoccupate solo della propria gloria, o persone preoccupate della gloria di Dio?".
    Questa piccola grande donna, una nuova "matita nelle mani di Dio" (per dirla con Madre Teresa), lascerà un segno grande e un ancor più grande messaggio ad una generazione che ha perso il senso dell'orientamento, e c'è da augurarsi che ella rappresenti anche una grande spinta all'unità dei cristiani, proprio grazie all'apertura e all'universalità del suo messaggio per la vita.
    10 min
  • Courageous***** (2012) - L'assenza dei padri all'origine dei problemi dei figli
    TESTO DELL'ARTICOLO ➜http://www.filmgarantiti.it/it/articoli.php?id=147

    L'ASSENZA DEI PADRI ALL'ORIGINE DEI PROBLEMI DEI FIGLI di Giulia Tanel
    Nella nostra società c'è un fenomeno sempre più diffuso e preoccupante: l'assenza dei padri. E non ci riferiamo alle adozioni di bambini a coppie omosessuali.
    L'assenza dei padri è visibile soprattutto nelle famiglie "normali", dove un padre formalmente c'è e magari è anche un ottimo baby-sitter e un eccellente casalingo.
    Tuttavia il ruolo a cui sono chiamati i padri è un altro: non solo – o, meglio, non principalmente – quello di cambiare pannolini e preparare minestrine. Il padre è chiamato ad incarnare l'autorità e ad indicare ai figli quale sia la strada da percorrere. Ed è questo un ruolo in un certo senso più difficile di quello della madre, che invece dovrebbe essere colei che cura e protegge.
    Il padre apre ai figli uno sguardo sull'esterno, sul mondo; la madre incarna invece il nido domestico, il luogo sicuro e protetto.
    Eppure quello che si vede sempre più spesso è la donna-madre-lavoratrice che guida la famiglia e prende tutte le decisioni: mentre i padri si limitano ad obbedire, perché in fondo è più comodo, oppure perché sono avvinghiati nella sindrome di eterni Peter Pan.
    Un film molto interessante sul ruolo dei padri nella famiglia e nella società è "Courageous", diretto ad Alex Kendrick ed uscito nel 2011.
    La pellicola ha per protagonisti degli agenti di polizia, che nella quotidianità sono costretti ad affrontare inseguimenti, risse e sparatorie. La sfida per loro più impegnativa, tuttavia, è quella che sono chiamati ad affrontare all'interno delle loro famiglie, con le loro mogli e i loro figli. Ed è una sfida dove non ci sono mezze misure e dove, nel momento in cui si sbaglia, a pagarne sono i figli.
    Uno degli agenti, Adam Mitchell, a seguito della morte in un incidente stradale della figlioletta di soli nove anni, comincia ad interrogarsi su che padre sia stato per lei e si rammarica del tempo che ha perso, accusandosi di non essere stato un buon padre. Sua moglie, però, lo fa riflettere: loro hanno un altro figlio, un ragazzino adolescente e ribelle e dunque lui può ancora essere padre, deve ancora fare il padre.
    Ed è così che Adam stende un decalogo di "norme" che ogni buon padre dovrebbe rispettare e, assieme ad alcuni suoi colleghi poliziotti, lo firma durante una cerimonia ufficiale.
    Essere un buon padre o non esserlo, non è la stessa cosa. Ne va della vita dei propri figli e, quale diretta conseguenza, del benessere dell'intera società: bullismo, omosessualità, uso di droghe... non sono comportamenti che nascono dal nulla, hanno sempre una spiegazione legata alle vicende familiari.
    Nella scena conclusiva del film, Adam presenta in un incontro pubblico il decalogo che ha steso e afferma a gran voce di fronte ai presenti: "Non dovrete chiedermi chi guiderà la mia famiglia, perché per grazia di Dio lo farò io. Non dovete chiedermi chi insegnerà a mio figlio a seguire Dio, perché lo farò io. Chi si prenderà la responsabilità di provvedere alla mia famiglia e di proteggerla? Lo farò io. Chi chiederà a Dio di spezzare la catena delle cattive strade nel cammino della mia famiglia? Lo farò io. Chi dovrà pregare e benedire i miei figli perché seguano devotamente la chiamata di Dio? Io sono il padre: lo farò io. Accetto questa responsabilità ed è un onore per me accoglierla. Quello che voglio è il benestare di Dio e la Sua benedizione sulla mia casa, così come ogni buon cristiano. Perciò dove siete uomini di coraggio? Dove sono i padri che sentono Dio? È tempo di alzarsi in piedi e rispondere alla chiamata di Dio e dire: lo farò io!".
    6 min

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