Germania da ascoltare: un viaggio tra cittá, cultura e patrimoni UNESCO

Germania da ascoltare: un viaggio tra cittá, cultura e patrimoni UNESCO

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Germania da ascoltare: un viaggio tra cittá, cultura e patrimoni UNESCO episodes

  • Potsdam, l’arte italiana conquista il Casato
    Le dinastie sono fatte di ripetizioni, sogni, ossessioni, segreti rivelati che scivolano su tappeti antichi. Io sono la città delle querce, prima avamposto, casa di re e d’imperatori, altare della bellezza e di fantasia; sono la Potsdam rinominata “la Roma del Nord”, meta dell’aristocrazia e di piaceri custoditi, sorella vicina della capitale tedesca.
    Ma cosa sarei, cos’avrei potuto essere, senza quella dinastia?
    Una linea, quella degli Hohenzollern la cui genesi risale al centro d’Europa, nobilitata a conti e margravi prima, poi divisa nei due rami di Svevia e Franconia, e in seguito fondatrice del grande Regno di Prussia.
    E io li ricordo arrivare, loro, tanto belli da essere quasi lucenti. Nihil sine Deo, recitava il loro stemma. Nulla senza Dio. Io, Potsdam, lo sentii dire al Re Soldato, mentre lo spiegava al figlio, che sarebbe poi diventato Federico il Grande Re di Prussia, ma che ricordo come un adolescente entusiasta con grandi occhi color del mare. Aveva un obiettivo, Federico, e me lo sussurrava nei sogni, diceva “Potsdam, qui ti manca uno spirito, e io lo inventerò!”.
    Era francese nell’animo, ma italiano nel suo desiderio inappagato. La burocrazia reale gli negò di viaggiare e testimoniare con i suoi occhi il Bel Paese, così si rifugiò nei libri, avvicinandosi al Mediterraneo in modo filosofico, letterario, sottile.
    Intervista Dott.ssa Franziska Windt: "Federico II non ha mai potuto recarsi personalmente in Italia per farsi un’idea del paese e della sua arte; sviluppò la sua visione sulla base della letteratura che leggeva, per esempio Virgilio e Ovidio. Li lesse quasi esclusivamente in traduzioni francesi. Per l’architettura si è ispirato a incisioni molto note, come quelle di Bianconi o Piranesi."
    Quando toccò a Federico II regnare, io, Potsdam, capii subito che le cose stavano cambiando. Egli si affidò al critico d’arte Francesco Algarotti, ospite del re insieme a Voltaire, e, grazie anche al materiale fornito dall’italiano, cominciò una rivoluzione che si trasformò in sogno e ripetizione e ossessione generazionale.
    Sanssouci. Senza preoccupazioni. Così Federico nominò il grande parco e il suo castello, fatti costruire, tra il 1745 e il 1747, come residenza estiva e rifugio privato per lui e le sue simpatie, capolavoro di un rococò personalizzato che prendeva ispirazione dalla Francia, dal Rinascimento e dal barocco italiano, fino ad essere eletto, due secoli più tardi, a patrimonio UNESCO; innalzò poi il Palazzo Nuovo, emblema della gloria prussiana, rivoluzionò la Piazza del Mercato Vecchio, modellata sull’architettura romana, e fornì un grande esempio di sincretismo culturale costruendo la Casa Cinese, simbolo della sua passione per il mondo asiatico. E infine, ciò che anch’egli definiva la sua Follia, quella Pinacoteca che racchiude le grandi opere d’arte, luogo di piacere ed educazione.
    Poi, come succede a certi colori di occhi particolari, che si muovono tra le generazioni aspettando un degno erede, la sua infatuazione italica venne ripresa dal pronipote, Federico Guglielmo IV, e anche lui sussurrava, “Potsdam Potsdam, io invece ci vado in Italia, ma tornerò, l’assicuro”, e così fece, tornò da me.
    Disegnava ovunque trovasse un materiale adatto, che fosse un blocco d’appunti o il piano di un tavolo. Idee, fantasie, progetti e schizzi e bozze. 7000 in tutto. Uno spirito artistico, il suo, tanto da meritare il soprannome di Re Romantico.
    E anche lui, dopo i due viaggi in Italia, contribuì a costruzioni solenni, sia nel parco del Sanssouci, con quell’Orangerie ispirata a Villa Pamphili e Villa Borghese, sia su terreni vergini, come nel caso del Castello di Charlottenhof e dei suoi Bagni Romani, il sogno racchiuso all’interno del Belvedere di Pfingstberg e la Chiesa del Redentore.
    Alcuni li definirono plagiatori, ma io, Potsdam, ho capito, crescendo insieme alla dinastia, che la loro è stata un’opera lunga secoli, dove regnava l’idea che la bellezza non ha proprietà ma dev’essere ammirata e omaggiata da eclettici stilisti, un’opera figlia della dolce ossessione, poggiata su quei tappeti antichi fatti di sogni, sotto lo sguardo di un’iride che rifletta la luce di questa casata.
    Intervista Dott.ssa Franziska Windt: "Un’app creata in collaborazione tra i musei Barberini di Potsdam e Roma, e la Fondazione Palazzi e Giardini Prussiani mostra un percorso nella Potsdam italiana, con architetture modellate su edifici italiani.
    La collaborazione è nata con la mostra sul barocco italiano, hanno collaborato i Musei Barberini, tutti e due, perché anche la fondazione dei palazzi e giardini prussiani fa parte di questo influsso italiano, ha partecipato anche lei, la fondazione, così è nata l’app guida, che fa un tour degli edifici italianizzanti attraverso Potsdam."
    Intervista a Dott.ssa Franziska Windt, esperta di dipinti della scuola romantica
    Potsdam e Sanssouci si trovano all'interno dell'ITINERARIO ATTIVO presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.
    7 min
  • Bayreuth - Rococò tedesco, Wagner, e la prima mondiale
    Il compositore sedeva al tavolo del cocchiere. Entrava nella taverna Angermann, di cui era assiduo frequentatore, insieme al cane, ordinava, rifiutava inviti e tendeva a non salutare. Poi, solitario, sedeva. Il corpo sporto sul tavolo, l’occhio vigile e le mani intrecciate davanti la bocca. Qualche minuto e si accendeva un sigaro, sottovoce mormorava il mio nome, gli occhi fissi sulla parete opposta: Bayreuth Bayreuth, diceva, quasi volesse chiedermi consiglio. Era arrivato pochi mesi prima dalla Svizzera, insoddisfatto, e da un po’ l’osservavo muoversi tra le mie vie, i favoriti che arrivavano al mento, la mascella pronunciata e uno sguardo rigido ma curioso.
    Richard Wagner mi conosceva, e soprattutto conosceva il mio Teatro dell’Opera, quello voluto e concepito dalla Margravina Guglielmina per il matrimonio della figlia Elisabeth Friederike Sophie. Che angelo, la Margravina: sorella di Federico “il Grande”, versata nelle arti, compositrice, donna di cultura che, sull’impostazione di Versailles, mi mostrò cosa volesse dire essere una grande città, trasformandomi. Una figura vellutata, a volte tagliente, che mi trasmise tutto il suo potere femminile. E proprio per il matrimonio di sua figlia, avvenuto poi nel 1748, incaricò l’italiano Giuseppe Galli da Bibiena, che da anni bazzicava le corti tedesche, di disegnare gli interni di quel teatro. Lui, Giuseppe, figlio d’arte, si lasciò ispirare da Vienna, Venezia, Parigi e Dresda per creare il capolavoro rococò: un interno a logge, tre ordini di gallerie riccamente decorate, il sacrificio della pietra a favore del legno, la ricerca dell’acustica perfetta.
    A Wagner questo non bastava. Si era già esibito in quel teatro, lo amava e rimaneva sempre affascinato dalla danza delle duemila fiammelle necessarie ad illuminare gli spettacoli. Ma al tavolo del cocchiere, Wagner progettava altro. Bayreuth, Bayreuth, continuava a sussurrare, e io ancora cercavo le risposte. Rifletteva, metteva da parte le sue posate dal manico d’avorio (buongustaio, lo chiamava la moglie), prendeva qualche appunto, il sigaro ormai spento. Era lì, circondato da centinaia di persone, all’interno di quell’Angermann posto sulle catacombe della città, dove i barili della birra locale riposavano soavi nel fresco sotterraneo.
    L’idea era quella di un festival, ispirato esclusivamente alla sua musica. I soldi mancavano, ma per l’arte, quella vera, quella di Wagner, i mecenati si trovano, in questo caso proprio il re Ludovico II. E nello stile colossale che pareggiava le sue opere, gli venne concesso di costruire il suo teatro, la Festspielhaus, proprio qui da me, a Bayreuth, e nel 1876 si portarono a termine le costruzioni, supervisionate da quei lunghi favoriti che si aggiravano per il cantiere, meticolosi.
    Mai percepii un’energia tanto vigorosa come in quella sala, la notte del debutto de L’Anello dei Nibelunghi. Nietzsche, Tolstoj, l’imperatore Guglielmo I e quello del Brasile Dom Pedro II, Hermann Levi, Tchaikovsky. Tutti erano presenti, duemila figure anacronistiche, immortali, a vedere lui, lui e il golfo mistico, la buca in cui risiedeva l’orchestra, buia, tra il palco e il pubblico, costruita a favore del canto. Tutti i direttori, negli anni successivi, alla fine dello spettacolo si ritrovavano dietro le quinte, alcuni appoggiati a un muro, stremati dalla difficoltà di condurre in quelle condizioni.
    E lui, Wagner, negli anni a seguire, nelle esibizioni europee alla ricerca di capitale tra ricevimenti e contesse, sussurrava comunque il mio nome: Bayreuth Bayreuth; cercava di tornare a quella notte, in quell’inaugurazione del fenomeno socio-culturale del secolo che così tanto mi ha lasciato.
    Ancora oggi, il festival attira ogni anno migliaia di persone, con liste d’attesa che possono durare anni; nel frattempo il Teatro dei Margravi è stato riconosciuto patrimonio UNESCO, grazie al suo valore e incanto. Le persone, tra lo spettacolo d’un teatro e l’altro, si ritrovano per camminare nelle aranciere dell’Eremitage, la residenza estiva di Guglielmina di Prussia, tra i suoi meravigliosi giardini, il Palazzo Vecchio , il Palazzo Nuovo e il Tempio del Sole.
    Alcune, prima di godersi una cena locale, fatta di arrosto Schäufele (sciofele), salsicce e una tra le mille birre offerte dai produttori, passano davanti al fantasma dell’Angermann, cercano, immaginano, tutto inutile. Non sono rimaste tracce né delle code che coprivano il marciapiede né del rumore dei barili fatti rotolare. Le tracce di Wagner e di quell’epoca, però, rimangono in tutta la città, i loro discorsi rimbalzano tra le mura, le idee vengono trascinate con la pioggia, e la musica, la musica non se ne andrà mai.
    Bayreuth si trova all'interno dell'TINERARIO CULTURALE presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.
    7 min
  • Pfaffenwinkel - La storia della Chiesa nel prato
    La Chiesa nel prato attirò i pellegrini. Prima, ero una semplice distesa di verde, nascosta ai piedi delle Alpi Bavaresi. Un piccolo angolo sulla Terra che chiamavano Pfaffenwinkel, e quando lo pronunciavano percepivo il tono, la cura, una carezza nel sentire il mio nome. Qualche fattoria qui e là, le notizie del mondo che arrivavano echeggiando. Avevo anche un villaggio, chiamato Steingaden, un paesino di pochi abitanti, dove i ritmi erano scanditi dai suoni del campanile e i cicli delle piante. Il monastero dei Premostratensi, proprio al centro del villaggio, era frequentato da fedeli, uomini di passaggio, e appassionati di botanica che cercavano di capire i segreti del giardino dei religiosi.
    Anche Maria Lory era una religiosa, e un giorno, con la famiglia, la vidi uscire dal monastero, in testa, seguita dal marito e un figlio. Questi trasportavano una statua di legno del Cristo Flagellato. Si vedevano il sangue e le ferite. Non ho mai compreso realmente come convinse i monaci a privarsene.
    Sta di fatto che per settimane, nella fattoria in mezzo alla mistica brughiera, Maria e il marito dormivano sotto lo sguardo di quella figura, affianco al letto della camera. Poi, un giorno, anzi, per due giorni di fila, il prodigio! Lacrime cadevano dagli occhi della statua, si staccavano dal mento e benedivano la casa dei poveri.
    Nel giro di poco la notizia del Miracolo delle lacrime portò all’arrivo dei pellegrini. Venivano qui da me, a Pfaffenwinkel, mi puntavano le dita, portavano racconti, cercavano speranza. Mai ne vidi così tanti a Steingaden, e mai vidi così tante persone apparire e scomparire tra le montagne mentre si avvicinavano, perdersi tra i miei boschi, cantare e intonare, erano dappertutto!
    Poi, dalle profondità dell’animo rococò attinsero i fratelli Dominikus e Johann Baptist Zimmermann, rispettivamente capomastro e pittore di corte, quando gli commissionarono la costruzione di una chiesa adeguata a quella statua, e i due lavorarono, senza sosta, fino a che, nel 1754, portarono a termine una costruzione verso cui convergeva l’Europa intera. La facciata vegliata da angeli, l’irruente cascata di colori interni, affreschi e stucchi, l’altare ricco di dettagli nella navata, tra marmi e sculture, e quel soffitto, oh il soffitto, mi piaceva ammirarlo nei giorni di pioggia, quando la luce veniva filtrata dalle gocce che scivolavano sui vetri, e allora quegli sprazzi di paradiso prendevano vita.
    Wieskirche. La Chiesa nel prato. Portò i pellegrini. Arrivavano da tutti i lati, molti passavano sul sentiero del caseificio, quello che, secoli più tardi, diventò famoso per il pazzo casaro della malga Schönegger, che usava solo latte di fieno naturale; altri percorrevano il sentiero Brettleweg che collega, ancora oggi, la Chiesa a Steingaden. Questo perché, prima di recarsi a sfiorare la mano del Cristo Flagellato, molti passavano dal giardino dei monaci, custodito tra le alte torri imbiancate a calce, a fare scorta d’erbe antiche e assistere a tradizioni secolari.
    Dopo 300 anni, nulla è cambiato, se non che ci sono un milione di persone che ogni anno camminano i miei prati, quelli di Pfaffenwinkel, dove nel frattempo la Chiesa è diventata un Patrimonio UNESCO e il giardino è stato trasformato in centro didattico e di meditazione, sostenuto dai principî di guarigione, spiritualità, nutrizione e tempo libero.
    Il resto, appunto, rimane ancora invariato. Le tonalità di verde tra prati e alberi combattono ancora di giorno per poi fondersi nella notte, quando, oltre alle stelle, risaltano solo le pareti bianche della Chiesa e delle fattorie attorno. Il Cristo, chiuso nella sua teca all’interno della chiesa, ricorda Maria, benedice Zimmerman e lascia il braccio alzato, la mano tesa e il palmo alto, ad accogliere i pellegrini che ne cercano la benedizione.
    La Chiesa del pellegrinaggio di Wies si trova all'interno dellITINERARIO WELLNESS presente sul sito ufficiale dellente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.
    6 min
  • Rothenburg - Mastro Nusch tra le torri
    Rothenburg ob der Tauber, così mi chiamò l’imperatore, dopo avermi desiderato per molto tempo. Una fortezza sulla cresta di una collina, a est del fiume Tauber, in mano a dei conti a cui piaceva la vista della campagna, dove eventuali nemici non potevano nascondersi. Corrado III, l’imperatore, aspettò la fine di quei nobili, aspettò che la linea si estinguesse, per poi prendermi tra le sue braccia. Costruì quindi il Castello Rosso, da cui prendo il nome, e da insediamento a borgo, mi trasformai infine in una città imperiale tra le più popolose della Germania.
    Poi, a un certo punto, sembra che il vino mi salvò dalla distruzione. Più precisamente, il mastro Nusch lo fece. È una leggenda, diventata però tradizione, e quindi non meno veritiera. Racconta del nemico Tilly, che arrivò per distruggere la città, ma vedendosi accolto da danze e brindisi, decise di risparmiarmi, a patto che un cittadino bevesse, tutto d’un fiato, il boccale di vino da tre litri e un quarto che gli era stato offerto. E mastro Nusch così fece, coraggioso volontario, all’ombra delle torri, salvando i compaesani, litro dopo litro.
    Una leggenda, quella del Meistertrunk o bevuta del Borgomastro, che riunisce abitanti e turisti tra fiumi di vino e di birra, e che, ripresa nel tempo dal teatro, dalle bocche dei nonni e dalla cultura, é entrata a far parte del Patrimonio Culturale Immateriale UNESCO della Germania.
    Le tradizioni, che hanno modellato la vita e scandito i ritmi, come la popolare Schäfertänzer, la danza dei pastori risalente ai tempi della peste, festeggiata in estate; il festival del vino o ancora la Reichsstadt Festtage, dove si rivivono guerre e alleanze, avventure e retroscena della storia cittadina. Ci sono anche i concerti nella Chiesa di San Jakob, e per finire poi l’anno sotto la neve, tra luci, banchetti e odori di cannella e zenzero, il famoso villaggio di Natale di Käthe Wohlfahrt, che per tutto l’anno offre la più grande selezione di articoli natalizi della Germania, oltre a ospitare il Museo Tedesco sul Natale. Un calendario di ricorrenze che si snoda tra le mille vie sovrastate da mura e cinte, costruite negli anni, vegliate ancora dalle generazioni passate, sguardi che passano tra le feritoie e i merletti, attraversano le sette porte sfalsate costruite contro i nemici, e percorrono i confini, a partire dalla prima fortificazione, che si allungava per la Judengasse, il quartiere ebreo, la Pfargasse e il vecchio fossato. Pietre che risalgono ai timori e i divieti, quando i cittadini potevano uscire la notte attraverso un piccolo passaggio chiamato “la cruna dell’ago”, ma solo con un’autorizzazione. Quando i nemici venivano accolti dalla maschera sopra la Burgtor, all’entrata, che sputava pece bollente e le urla si mischiavano all’esultanze dei difensori.
    42 sono le torri presenti ora, insieme ai campanili, dove lo stesso Mastro Nusch si arrampicava e impartiva ordini. 42 torri sorvegliate dalle ronde notturne tra cinte e stradine, che ancora oggi si possono percorrere seguendo il fuoco di una guardia notturna che funge da cicerone, riscoprendo il lato silenzioso di un’epoca passata.
    E dalla guglia Rathausturm del municipio, dopo 52 metri e 220 scalini, dal punto più alto della città, con una vista che raggiunge i meandri della Valle del Tauber, si può immedesimarsi in antichi imperatori e mastri volenterosi, respirando la loro stessa aria, l’occhio che scivola dal pendio e si adagia sul fiume, dove ora, al posto dei nemici, la natura restituisce curiosità e orizzonti di quiete.
    5 min
  • Rothenburg - Consacrazione, sentieri e sindaci coraggiosi
    L’epicentro del mio cuore è il sangue. Una capsula di cristallo, una reliquia, attorno alla quale ho visto uomini combattersi e mura erigersi, artisti venerati e credenze assalite, finché i sussurri dei pellegrini sovrastarono il rumore di spade e grida. Un giorno perso nel tempo, qualcuno propose di conservare il Sangue di Cristo a Rothenburg ob der Tauber, e io l’accolsi, ero un villaggio, sì, ma con una fortezza regolata dai Conti Comburg-Rothenburg.
    Poi, nel 1400, ci fu questo personaggio, che da diplomatico divenne feldmaresciallo e infine sindaco. Heinrich Toppler. Aveva dei tratti ruvidi, spigolosi, dei capelli biondi che sfioravano il mento e una fronte spesso corrugata. Me lo ricordo perché aveva una particolare fluidità nel muoversi tra gente del popolo e nobiltà, sempre a suo agio, districandosi tra l’arcivescovo di Würzburg e i Margravi di Norimberga, acquisendo proprietà e donando a me, Rothenburg, terreni per farmi prosperare, proteggendomi anche durante la guerra con la dinastia degli Hohenzollern. È anche grazie a lui che si arrivò a una pace. Purtroppo la verità, in seguito, fu un’opzione scartata dal consiglio cittadino, e Toppler venne accusato, incarcerato, rinchiuso e confinato nei sotterranei gotici del grande municipio, dove morì nel 1408.
    I suoi ultimi giorni li immagina irrequieti, mentre scavava la pietra marciando su e giù per la cella, pensando a tutte le cose che aveva in progetto per me. Mi sarebbe piaciuto consolarlo, scaldarlo, comunicargli la mia gratitudine, salvarlo. Ma non ci riuscii.
    Il suo slancio però non venne perso, e nel giro di un secolo venne costruita la Taverna dei Consiglieri, decorata con una selezione di grandi orologi sulla facciata, e si completarono i lavori della Chiesa di San Giacomo, iniziati due secoli prima, e che da tempo ormai aspettavo. Venne infine consacrata e furono commissionate opere d’arte per abbellirla: l’Altare dei Dodici Apostoli in primis, con la Crocifissione e i Santi intagliati e dorati; l’Altare dell’Incoronazione di Maria, in fondo alla navata, a destra; e poi anche quella capsula, la reliquia rossa. Il cristallo di rocca venne affidato a Tilman Riemenschneider e al suo sguardo cupo, che riuscì a conferire profondità e magnificenza all’Altare del Sacro Sangue, diventata meta dei costanti pellegrini.
    Loro, poi, non smisero mai di viaggiare, anno dopo anno, mischiandosi a contadini e commercianti, un piede dopo l’altro, e i secoli sono passati, il loro incedere ha marcato il paesaggio, sentieri si sono formati, che uno alla volta sono poi confluiti in una rete di strade maestre che collega tutta la nazione. Due di queste, in particolare, s’incrociano tra le mie mura, quelle di Rothenburg, nella valle del Tauber. La Strada Romantica, che parte dal Meno, attraversa le colline della Franconia occidentale e la Svevia e l’Alta Baviera, adagiandosi sulle Alpi, in un viaggio di riscoperta e di fioritura; l’altro, è il Sentiero dei Castelli, un itinerario di 1200 chilometri che da Mannheim arriva fino a Praga, tra casate medievali, foliage, nebbie avvolgenti e mura che incoronano le vette.
    I turisti, oggi, quando arrivano qui da uno o l’altro sentiero, si fermano spesso sulla Plönlein, la pittoresca biforcazione stradale, osservano la casa ocra e i suoi graticci, alcuni immaginano di arrampicarsi; poi c’è chi va in su, a sinistra, e chi in giù, a destra, spesso verso uno dei musei, come quello del Crimine, che attrae per i suoi crudeli strumenti e le particolari punizioni, tipo il Battesimo del Panettiere; altri scelgono il Rothenburg Museum, le visite alle Case degli Artigiani o agli Antichi Sotterranei, alcuni gruppetti si spingono fino al palazzo della residenza Toppler, e qui la gente non vuole arrampicarsi, sedersi o tantomeno fare foto. Tutti, arrivando, abbassano la voce fino a farla sparire, ascoltano il verde intorno e osservano le cinque finestre a piramide, a volte appoggiano la mano sulla struttura più bassa, e quello mi piace, una carezza al vecchio sindaco, una dopo l’altra, carezze di migliaia di persone che, visitando la sua città, vogliono ringraziarlo per averla salvata, mantenuta, curata.
    6 min
  • Weimar, disegni divini
    Erano giorni incerti e vispi, come lo sono sempre i giorni di trasformazione. Il tempo si muoveva a fisarmonica, alternando giornate che duravano una frase, una conversazione, a momenti dolci e lenti, ripetuti. Erano arrivate molte novità, stavo cambiando volto, ora avevo anche una stazione ferroviaria con il mio nome, Weimar, stampato bianco su blu.
    Il tempo dei poeti, quello di Goethe e Schiller, se n’era andato ormai da qualche decennio, ma le loro idee, la loro voglia, il loro segno era rimasto, ancora e sempre accompagnato dalla discendenza della duchessa Anna Amalia. Protagonisti di questi anni sono il pronipote, Carl Alexander, e sua moglie, Sophie. Parlavano spesso, prima di addormentarsi, progettavano, sognavano, immaginavano le mie vie e le mie piazze come un grande salotto, un luogo dove far convergere la nazione intera all’insegna dell’arte e della cultura.
    Francesca Müller-Fabbri:
    “Vivono un grande momento di trasformazione tecnologica, a metà dell’Ottocento, quando viene creata la ferrovia, la ferrovia collega improvvisamente Weimar a Berlino e a Francoforte sul Meno, e porta un nuovo tipo di turismo, quasi un turismo di massa a Weimar, e questo è legato al progetto del duca Carl Alexander, il nipote di Carl August, che vuole in qualche modo presentare Weimar al mondo come la città forgiata da Goethe, forgiata da Schiller, in un sistema di marketing quasi, legato al Classicismo, e quindi al legame con l’Italia anche; tutto questo non sarebbe stato possibile senza una terza componente, che è quella finanziaria, Sophie von Oranien, la moglie di Carl Alexander, l’unica erede della famiglia Oranien all’epoca, una famiglia che ancora oggi regna nel Nord Europa, e che è una famiglia ricchissima, e quindi grandi capitali finanziari arrivano attraverso di lei a Weimar, e quindi l’insieme delle tre cose, la tecnologia, la volontà politica e anche le possibilità finanziarie fanno sì che Weimar si trasformi in quegli anni”.
    Era un momento d’apertura, del grande teatro e dei concerti di Liszt, delle case dei due poeti trasformate in musei, dei parchi Belvedere, Tiefurt ed Ilm aperti al pubblico. Il momento delle migliaia di facce nuove che, attraverso il vapore del treno, uscivano dalla stazione, guardandosi intorno meravigliati. Io, Weimar, ero sorpresa tanto quanto loro, non comprendevo ancora il tutto.
    Erano giorni incerti, ma non solo per me. In tutta la nazione c’erano tumulti e grida, era appena finita la grande guerra e i marinai rivoluzionari, in quel novembre, diedero l’ultima spallata all’impero. Stava nascendo la repubblica. Ma una repubblica aveva bisogno di una costituzione. Erano indecisi, molto indecisi sul dove scriverla, e dopo tanto discutere scelsero me, Weimar, una città in crescita, piccola e facile da difendere, dicevano.
    Nasceva la Repubblica, e nasceva con il mio nome, la Repubblica di Weimar, e ancora una volta ero sorpresa, lusingata, curiosa di vedere tutti quei politici qui da me, tre mesi filati, giù per le vie con i capi chini, borbottando questo paragrafo o quell’altra sezione.
    E tra loro si muoveva un architetto, all’insù però, la testa alta, lo sguardo calmo e la pelle morbida. Passeggiava nella piazza del mercato, dove dal 1600, ogni ottobre, si tiene il famoso mercato delle cipolle di Weimar, osservava le collane appese ai chioschi, ne comprava alcune da portare a casa. Pensava. Il suo nome era Walter Gropius, e lui non borbottava, anzi, parlava forte e chiaro, parlava di una nuova scuola, una nuova casa della costruzione, un laboratorio dove abbattere le mura tra arte, artigianato e industria.
    Erano giorni vispi, e Gropius, poco tempo dopo la partenza dei politici, fondò la Bauhaus, l’arte della repubblica.
    Francesca Müller-Fabbri:
    “Non vuole essere un’accademia, non vuole essere un’università, non vuole essere una struttura piramidale o gerarchica, vuole essere una casa, una comunità dinamica, e questa comunità dinamica costruisce non un’architettura ma una nuova società e una nuova umanità sulla base democratica della Repubblica di Weimar; quindi, il Bauhaus è l’arte della repubblica di Weimar, la geometria più pura, cioè quello allo stato diciamo di base delle forme geometriche di base, deve essere la base di un nuovo Umanesimo, quindi la geometria prende il posto di quello che era il Classicismo per Goethe, un’arte che non può essere nazionalizzata, che non può essere legata solo a una tradizione, non esiste la geometria tedesca o la geometria francese, c’è solo una geometria, e che nella sua purezza può rendere questa nuova umanità, la può portare a un nuovo livello morale, perché appunto dove c’è meno c’è di più, questo è il motto del Bauhaus. Il meno è in realtà la cosa più importante, l’essenziale, riducendo all’essenziale si ritrova questo elemento etico che tutte le avanguardie cercano, e quindi il Bauhaus è veramente l’utopia di una nuova società paritaria che crea un mondo umano a partire dal valore più alto della cultura, cioè dalla geometria, che è poi un’idea dell’ordine divino di nuovo".
    Purtroppo, non gli concessero molto tempo, e già pochi anni più tardi, nel 1924, fu costretto a trasferire la sua scuola a Dèssau. Il suo era uno stile nuovo e libertino, di difficile comprensione per quelli che stavano prendendo potere in quel momento, quelli che volevano mantenere, nella città della costituzione, le tradizioni secolari e rigide.
    Gli stessi che poi costruirono il Gauforum in centro città e il complesso di Buchenwald appena fuori. Gli stessi che avrebbero voluto rendermi la città modello della nuova era a venire.
    I ricordi di quell’epoca, ancora molto freschi, sono tanti. Sono tanti e visibili ancora oggi nelle costruzioni e nei memoriali; osservo i turisti passare, guardare e non capire fino in fondo. Li vedo toccare con mano la pietra, nel cimitero dove sono seppelliti insieme anche Goethe e Schiller, che chissà cosa avrebbero pensato. Mi immagino che ad un certo punto, seduti e abbattuti, si sarebbero alzati e avrebbero reagito, elogiato ancor di più la bellezza del mondo, avrebbero ripreso i loro spettacoli e invitato sempre più gente, da terre lontane e vicine, avrebbero reagito con le loro idee all’insegna della pace e della cultura, i loro bigliettini avrebbero coperto strade e piazze, senza che nessun movimento o vento che sia potesse spostarli, parole che avrebbero risollevato l’uomo.
    Weimar si trova all'interno dell'ITINERARIO CULTURALE presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.
    9 min
  • Weimar, nelle mani del poeta
    Io vedevo l’indolenza degli uomini, e non sapevo che fare, come comportarmi. Tentavo di ispirarli ma nulla, la mia luce, le mie strade, la mia natura potevano arrivare solo fino a un certo punto, e il mio nome, Weimar, andava a perdersi nel chiacchiericcio mondano.
    Poi arrivò lui, nel 1775, una figura complessa e poetica, scrittore giovane ma affermato, che portava sulle spalle un peso che sentivo di condividere, una malinconia maldestra dettata dalla luna, lui che era nato con la campane del mezzogiorno.
    L’aveva convinto Carl August, figlio della grande Anna Amalia, strappandolo ai soldi della famiglia Goethe per farlo diventare primo ministro qui a Weimar, una sfida che Johann Wolfgang accettò volentieri.
    All’inizio ricordo che rimase sorpreso e io un po’ mi vergognai: non avevo industrie, canalizzazione, ero difficile da raggiungere e l’illuminazione a gas era poca. Mi sentivo piccola rispetto alla sua Francoforte. Il duca però lo sistemò in una bella casetta sulle sponde dell’Ilm, una casetta appartenuta a dei vignaioli, di cui Goethe apprezzò e curò molto il giardino.
    Gli piaceva stare nella natura, lì scriveva molto, e il postino, quando ritirava le lettere, spesso vi leggeva il nome di Caspar David Friedrich, il pittore Romantico con cui Johann comunicò molto, e che tecnicamente ammirava anche, ma con cui non si trovò mai fino in fondo.
    Francesca Müller-Fabbri:
    “Dopo le guerre di liberazione inizia di nuovo la montata dei romantici, perché inizia il patriottismo, il nazionalismo. Goethe è molto scettico, lui non vuol sentir parlare né di misticismo religioso, né di patriottismo, né di nazionalismo, sono tutte idee in cui lui vede il pericolo della guerra e quindi non ne vuole sentire parlare. Però naturalmente non può neanche dirlo molto ufficialmente, perché è pagato dal duca che naturalmente fa parte di questo programma patriottico, che dopo il Congresso di Vienna riottiene il suo territorio, può risiedere sul suo territorio, e quindi Goethe comincia un contatto anche con i romantici, e cerca un dialogo con i romantici, a più livelli, attraverso delle riviste, attraverso degli scritti".
    Io, Weimar, sentivo le sue conversazioni, i suoi sfoghi, quando ripeteva che lui lì ci vedeva solo la guerra, pur ricordando le sue radici, così simili a ciò che ora criticava e di cui sembrava quasi pentirsi. Una volta, addirittura, parlando della sua opera più famosa, I dolori del giovane Werther, lo sentii affermare di averla scritta in un periodo da lui definito patologico.
    I primi anni qui a Weimar si stressò molto, lo vedevo, in cerca di soldi per i suoi progetti ambiziosi, e devo essergli stata un po’ stretta anche, perché poi decise di passare un paio d’anni viaggiando in Italia, per caricarsi di nuovi stimoli.
    Quando poi tornò, arrivò anche l’altro, un rivoluzionario in fuga dal carcere militare di nome Schiller, anche lui con una certa fama d’autore. All’inizio non si piacquero, tanto che Goethe lo spedì a Jena, percependo in lui una minaccia ai suoi ideali.
    Francesca Müller-Fabbri:
    “Schiller non può dire di no, perché comunque è l’unica chance che ha di rimanere sul territorio e quindi dice di sì e a Jena ha già tutti i contatti importanti, a Jena c’erano degli editori, c’erano molti intellettuali con cui Schiller aveva molti contatti e poi, qualche anno dopo, anzi, veramente 5 anni dopo questo primo incontro che non era andato molto bene, si rincontrano a Jena, Goethe e Schiller, e scocca una scintilla in qualche modo e si scoprono complementari. Complementari e tutti e due pensano che il Classico può salvare il mondo, che il Classico è l’unica strategia per un’arte che non porti alla guerra tra le nazioni ma che attraverso un linguaggio internazionale e un’idea di armonia etica e morale superiore porti l’uomo al bello e quindi al bene”.
    Lavorarono molto insieme, Schiller tornò anche da me, e le loro case distavano appena cinquanta metri, cosa di cui i vari garzoni e inservienti ringraziavano, dato la quantità di biglietti e note che i due si scambiavano quotidianamente. Percepivo quell’indolenza sparire, sciogliersi alla luce del loro desiderio. Rivoluzionarono il teatro, e io, Weimar, le vedevo uscire le persone, la sera, dopo lo spettacolo, e sui loro visi, più che sorrisi, leggevo l’espressione di chi ha appena scoperto qualcosa di nuovo e sensazionale, l’espressione di chi non ha ancora capito fino in fondo ciò a cui ha appena assistito.
    Il rivoluzionario morì presto, troppo presto, e per Goethe fu un brutto colpo. Lo vedevo passeggiare tra i parchi, quello sull’Ilm, vicino alla sua prima casa, si spingeva fino a quello che circondava il castello di Tiefurt, sulle orme di Anna Amalia, poi si rifugiava a cercare sollievo in mezzo all’orangerie del parco Belvedere, dove passando riguardava quella Römerhaus, d’ispirazione romana e costruita dopo il suo soggiorno in Italia; il tutto, ripensando alle conversazioni con l’amico Schiller. Rimuginava su quei bigliettini, ne ripercorreva i passaggi, li ricordava con affetto e una nuova malinconia, diversa e più profonda.
    Anni dopo, molto dopo le loro morti, trasformarono le loro case in musei, la gente ora può apprezzare le loro collezioni, la loro corrispondenza e un’espressione totale dei loro ideali. E proprio in quel tratto, in quei cinquanta metri che le separano, vedo ancora passare i loro occhi, illuminati da un’idea che dovevano subito condividere, prioritaria su tutto, da gettare nella mente dell’altro e guardarla come in uno specchio, aspettando che fiorisca.
    Weimar si trova all'interno dell'ITINERARIO CULTURALE presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.
    8 min
  • La rivoluzionaria di Weimar
    Al principio era la palude, il freddo, il limo e nulla più, avevo poco. Ero poco. Fin dall’inizio mi battezzarono Weimar, ma il mio esistere era piatto, le caviglie degli abitanti affondavano nel fango, si muovevano lenti.
    Poi ci fu una disputa, una battaglia tra famiglie, tra chi credeva e chi protestava, e i primi, per punizione, mandarono i secondi qui, sconfitti, condannati al ritiro nelle terre più povere.
    Francesca Müller-Fabbri:
    “La famiglia praticamente in questa situazione non ha più sbocchi commerciali, non ha più sbocchi importanti, non ha mercati, e quindi questa famiglia, che a questo punto si chiama Sachsen-Weimar, di Sassonia e Weimar, questo ducato, in qualche modo decide di cambiare politica e decide di investire in cultura, questa è la cosa importante, investe in cultura a partire dalla metà del ‘500, in cultura, musica, teatro, e siccome non possono neanche più avere un’università, perché anche questo è stato bloccato dall’imperatore, dato che a Wittenberg Lutero aveva unito teologia e politica, quindi viene tolta questa possibilità di avere l’università a Weimar, la famiglia crea la propria classe intellettuale all’interno del castello”.
    Passarono i secoli e io maturavo, l’animo si abbelliva, il mio nome, Weimar, usciva nelle conversazioni delle sale da tè e un giorno, sposa ricercata per il giovane duca, arrivò da me la giovane principessa Anna Amalia. Era l’anno 1756, lo ricordo bene, ricordo com’era bella, parlava lingue che non conoscevo, danzava, suonava il piano e, nonostante l’età, si muoveva sinuosa tra conversazioni di politica e religione.
    A 19 anni si ritrovò con due figli e nessun marito, morto precocemente, e il mio futuro pendeva appeso a quelle candide e giovani dita. Non saprei spiegarvelo, ma non mi preoccupai, mai, anzi, in lei vedevo lo stesso tipo di tenacia e abilità del grande musicista, quel Bach che era stato da me per qualche tempo, anni prima, lavorando come organista, e con cui condivideva una smodata fiducia nelle arti.
    Si diede da fare Anna Amalia, dirigendo dal suo Wittumspalais, il palazzo della Vedova, e trasformando il palazzo ducale delle dame in una biblioteca aperta al pubblico, attirando così intellettuali da tutta Europa; fondò poi la Gazzetta di Weimar, assunse bibliotecari che condividevano con lei la passione per la lingua italiana, e che contribuirono a tradurre e diffondere in Germania grandi scrittori, con nomi come Dante, Ariosto e Tasso.
    Prima lei e poi il primogenito, Carlo Augusto, diedero nuova vita ai castelli della città, come quello cittadino, ristrutturato a nuovo e trasformato in un palazzo a tre ali, oppure quello di Belvedere, con la sua aranciera, i cui parchi, lasciati in rovina, ripresero vita grazie ai soggiorni della principessa, oppure ancora quello di Tiefurt, ravvivato dagli incontri di studiosi e letterati che animavano le serate estive.
    Proprio il figlio, poi, mi portò qualcun altro, una figura romantica, che arrivò da me già con fama di scrittore, e che insieme a un altro poeta, in seguito, rivoluzionò il teatro. Il primo, Goethe, andava a trovare il secondo, Schiller, e i due all’inizio non si piacevano, anzi, li sentivo borbottare nelle strade, criticandosi a vicenda. Poi però qualcosa è cambiato, sono entrati in sintonia, si scambiavano idee e il tempo non sembrava mai abbastanza, bisognava trarne il massimo: si vedevano ogni giorno, e quando non si vedevano si mandavano bigliettini, da casa a casa, come due innamorati.
    Francesca Müller-Fabbri:
    “Goethe vuole vedere il teatro come un teatro all’antica, un teatro etico, un teatro in cui i testi, che a questo punto sono soprattutto testi tedeschi, possano portare un pubblico, un pubblico più vasto del pubblico di corte a una trasformazione morale e etica, come era nell’antico. Quindi, non è più un teatro di divertissement, non è più un teatro di clownerie , di acrobati, di commedia dell’arte. […] Non è più un teatro di intrattenimento o di gioco o di spasso, è un teatro per pensare, è un teatro per riflettere, è un teatro con dei testi difficili, molto difficili, e con dei testi di valore politico. E Goethe realizza questo teatro attraverso l’amicizia con Schiller".
    Insieme, trasformarono il teatro, da intrattenimento a luogo di riflessione, a mezzo politico, invertendo anche la dinamica che voleva una compagnia nomade e vagabonda: ora erano gli altri a spostarsi, a venire qui, ad ammirare quegli attori e quelle attrici che avevano dato vita al nuovo.
    Una nuova epoca, dicono, sia nata in quegli anni, quella del Classicismo, un’epoca smossa e condotta da questi due geni del sovvertimento. Io, però, Weimar, non dimentico i pomeriggi pensierosi, le notti fonde e l’impegno dietro quegli incontri letterari, il terreno fertile preparato e curato da Anna Amalia a cui, se potessi dedicare un pensiero, mi piacerebbe sentisse gli applausi che echeggiano sul palco del teatro, e che sapesse che sono, in gran parte, dedicati anche a lei.
    Weimar si trova all'interno dell'ITINERARIO CULTURALE presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.
    7 min
  • Norimberga, riti e radici
    Ad oggi, l’odore del cuoio se n’è andato, insieme ad alcune tradizioni dell’epoca in cui nacqui. I nomi, però, quelli rimangono. Nascondono le radici, masticano le lettere e sputano qualcosa di zoppo, quasi dialettale, ma perpetuano. Il mio ad esempio, Norimberga, sembra derivi dalla roccia arenaria, color rame, su cui venne fondato il castello da cui Enrico III dominava la libera città imperiale.
    Sono stata forgiata attraverso la pelle, il fuoco, la lavorazione e il sudore; sale e allume rendevano i cuoi fini e chiari, posti ad essiccare vicino alle mura, il più lontano possibile dalle abitazioni. Precauzione quasi inutile, dato che l’odore mi avvolgeva completamente, entrava nelle case, prima robusto e terroso, poi untuoso e viscerale, acre; nonostante questo, i mercanti andavano e venivano, chi con una pezza sul naso, altri ancora ormai abituati e anestetizzati.
    Un altro nome rimasto è quello dell' Henkersteg, il Ponte del Boia. Li vedevo, quei funzionari della città, susseguirsi l’un l’altro, e tutti andavano ad abitare, uno dopo l’altro, sempre nella stessa casa, alienati su un isolotto al centro del fiume Pegnitz, e attraversavano la passerella, ogni giorno, per arrivare in città circondati da un’aurea fatta di pece, vischiosa e scura, alienati da tutti i cittadini per bene. Misera vita quella del boia.
    E pensare che, dall’altro lato del ponte, c’era l’imponenza e la vivacità del Weinstadel, un altro nome che deriva dalla sua ex funzione di negozio di vini. Più che il vino, però, da queste parti ho notato che si preferisce la birra, scura, rossa come la roccia da cui provengo, prodotta all’interno di cantine rupestri sotto il livello stradale, nascoste agli occhi della gente.
    Una birra accompagnata spesso dalle 3 im Weggla, le tre salsicce tipiche della zona servite in un panino, di cui gli amici italiani di Dürer, quando venivano a trovarlo, andavano matti, tenendo in una mano il boccale e nell’altra un piatto di latta zeppo di salsicce.
    Poi, finito, il pranzo, ordinavano il pan di zenzero: chiedevano sacchi di pan di zenzero, da portare a casa, anche se a casa non arrivavano mai, insieme alla ricetta, che però gli era sempre negata, anzi, ricevevano occhiatacce, come se volessero rubare il mio segreto, qualcosa che ancora oggi custodisco scrupolosamente.
    Qualcosa che, comunque, gli italiani così come tutti, possono passare da qui e comprare, insieme alle salsicce e alla birra, soprattutto nel periodo natalizio, nella piazza del mercato, l’Hauptmarkt, dove per tutto il mese di dicembre in occasione del mercatino di Natale luci e stand animano la piazza e illuminano le vie.
    In quei giorni, stranamente, quando l’aria si riempie dell’odore di noci, miele e cannella, io ritorno indietro con la memoria e penso agli odori degli acquerelli portati da Venezia, quelli delle concerie e dei vestiti dei lavoratori, e poi al sentore del fiume sotto la pioggia, animato e tumultuoso, mentre s’infrange sulla roccia sotto il castello, a quando già esistevo, nonostante non mi avessero ancora dato un nome.
    Norimberga si trova all'interno dell'ITINERARIO CULTURALE presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.
    5 min
  • Norimberga, riflessi culturali
    Ho visto un uomo, tale Behaim, prendere in mano il mondo, pungerlo, modellarlo, comprimerlo e infine farlo aderire ad una sfera non più larga di mezzo metro. L’ho visto nascere, viveva tra le mie case, i suoi passi echeggiavano tra i vicoli, la mia ombra lo riparava nei pomeriggi estivi della Baviera. Era il periodo del grande splendore, tutti i neoeletti re tedeschi passavano da me, Norimberga, esibivano il loro sfarzo sulla mia terra, arrivavano per la loro prima assemblea; al tempo conservavo ancora le insegne del potere, la corona, la lancia, la spada e la croce. Il fuoco del Sacro Impero sembrava destinato a durare in eterno.
    Alcuni, quella sfera, la chiamavano der Globus, altri Erdapfel, poi mappamondo, e so per certo che, quell’uomo chiamato Behaim, l’artigiano creatore, scolpì nella storia una grande linea, di quelle profonde, di quelle che separano inequivocabilmente ciò che c’era prima da ciò che verrà poi.
    Pochi mesi più tardi, gli dissero che il suo mappamondo era sbagliato, già obsoleto: gli spagnoli avevano appena scoperto un nuovo continente, là, ad ovest, ma non le Indie, uno diverso, forse anche più grande.
    La sua opera finì nel “Museo Nazionale Tedesco”, il Germanisches Nationalmuseum, dove ancora oggi porta orgogliosa il nome del padre, circondata dalle più grandi testimonianze artistiche e culturali tedesche. Non ricordo che fine fece Behaim, se si disperò o semplicemente strabuzzò gli occhi, ma credo che fosse stato un brutto colpo per lui. Morì un decennio dopo, in un ospizio di Lisbona.
    Negli stessi anni, osservavo aggirarsi un giovane tra le mie mura, Albrecht Dürer: un giovane entusiasta, ma che spesso cadeva in tristezza e malinconia. Questo almeno fino al suo primo viaggio in Italia, nel 1495. Era un incisore, un pittore, un artista che se ne andò a Venezia, nel paese del Rinascimento, alla ricerca dei grandi nomi dell’epoca. Li trovò, li studiò, fece sue quelle conoscenze e tornò da me, elettrizzato, estasiato, con una pila di nuovi acquerelli dipinti lungo il viaggio. Mi promise, in un sussurro, di rendermi la Venezia del Nord, la capitale del Rinascimento artistico da questo lato delle Alpi.
    Mantenne la promessa, e dalla sua casa sotto il castello, vicino a
    Tiergärtnertorplatz, dipinse e incise e scrisse senza sosta, affiancato dalla moglie Agnes.
    La sua rimane una delle poche antiche case a graticcio sopravvissute alle bombe di qualche secolo dopo, sganciate dal cielo in un periodo oscuro, cominciato proprio qui, nel 1927, e terminato un ventennio dopo, sempre qui, con dei processi che cercarono di riportare un ordine e un senso a ciò che un senso non poteva averlo.
    Dopo le bombe ci fu un periodo di confusione, polvere e macerie, poi la ricostruzione e un grande respiro, l’apnea e poi di nuovo la luce: ora brillo, nuovamente, e il resto della Germania mi ammira, mentre, in questi tempi interessanti, da un lato stringo per mano un passato vivace, e nell’altro cullo la modernità, incapace di nascondere l’orgoglio per la mia storia.
    Norimberga si trova all'interno dell'ITINERARIO CULTURALE presente sul sito ufficiale dell'ente turistico tedesco. Consultalo per idee di viaggio alla scoperta dei siti UNESCO della Germania.
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