Claudio Ambrosini
terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva.
Lavora a Milano presso il Centro Ricerca e terapia psicomotoria (Rtp).
da un articolo del Corriere della Sera 30.01.18
Smartphone in classe
Ma la scuola non insegna a scrivere
Nella Primaria manca una programmazione didattica adeguata. Il corsivo cede
a stampatello e smartphone, con gravi ricadute sui processi di apprendimento
Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, di recente ha pubblicato sul «Corriere della Sera» un articolo dal titolo La scuola maltratta l’italiano. L’articolo si muove dalla considerazione che gli studenti nelle fasi avanzate del loro percorso formativo evidenziano una «...difficoltà a comprendere con buone capacità il linguaggio complesso della lingua italiana nella sua forma più strutturata, prima che nelle sue specificità settoriali... assente una cognizione scientifica del ruolo che ha la lingua prima nello sviluppo generale cognitivo del bambino».
La lingua prima, dichiara Sabatini, è alimento per il cervello la cui funzione è quella di «conoscere nella maniera più ravvicinata e stabile il mondo: le cose e i fenomeni, e sviluppare su di essi i ragionamenti, da quelli elementari a quelli più complessi, che si sono formati in tutti i campi del sapere, specialmente attraverso la scrittura… la quale… nella scuola primaria “modernizzata” viene insegnata in maniera sempre più approssimativa, per la mancata considerazione del complicato processo cerebrale che consente il suo apprendimento, attraverso l’attivazione, a fini linguistici, di un nuovo canale sensoriale, la vista, in aggiunta all’udito, con l’apporto fondamentale delle operazioni della mano».
Pochi giorni dopo, sempre sul «Corriere», Giovanni Belardelli in Smartphone in classe. Deriva da contrastare discute sull’insediamento di una commissione da parte del ministro Valeria Fedeli sull’uso degli smartphone in classe. Teme, Belardelli, che «il titolare della Pubblica istruzione — ma anche… il nostro intero ceto politico — abbiano smarrito l’idea di quali dovrebbero essere i compiti e la funzione della scuola. Il punto non sta, evidentemente, nel fatto che la Rete rappresenta una fonte di informazioni ormai irrinunciabili, ma nella mancata consapevolezza che il processo di apprendimento è una cosa diversa, che non può essere sostituita dal ricorso a Internet». Un’ulteriore conseguenza negativa, prosegue Belardelli, non dello Smartphone in sé, «ma della mitizzazione della sua funzione didattica» ricade sulla scrittura corsiva, in via di estinzione nonostante «pedagogisti e neuroscienziati osservano che la scrittura a mano, a differenza della scrittura su tastiera, coinvolge e mette in relazione più parti del cervello, stimola la memoria, aiuta a sviluppare le capacità percettive e di organizzazione del pensiero».
Eccoci dunque alla scrittura corsiva per la quale, data la mia professione ultradecennale di terapista della neuro e psicomotricità, ho un interesse personale e professionale essendo quotidianamente a contatto con bambini «disgrafici» i quali, così come coloro appesantiti dal Disturbo specifico di apprendimento, sono aumentati progressivamente e considerevolmente con il nuovo millennio.
Sia Sabatini che Belardelli sollevano, a pochi giorni di distanza, la stessa questione, scrittura corsiva e sua funzione attorno alla quale pongo alcune riflessioni.
Sgombriamo immediatamente il campo dagli equivoci: la scrittura corsiva intesa unicamente nella sua funzione esecutivo-motoria non è uno strumento del pensiero è essa stessa, nella sua fase di apprendimento, pensiero. Non scomodo qui i lavori neuroscientifici sul rapporto azione-cervello, piuttosto invito a riflettere sulle modalità e il tempo necessario a costruire il grafema in rapporto sia ai processi organizzativo-motori, sia alla loro contemporaneità nei processi di...