Nicla Vassallo
"Disgusto"
Chi vince e chi perde nella partita dell'esclusione
FestivalFilosofia, 2016
www.festivalfilosofia.it
Venerdì 16 Settembre 2016, ore 15.00
lezioni magistrali
Nicla Vassallo
Disgusto
Chi vince e chi perde nella partita dell'esclusione
Sassuolo
"Nella partita dell'esclusione"
Se ti rechi sul vocabolario online della Treccani, la voce «agonismo» è brevissima: «Particolare impegno di un atleta o di una squadra durante lo svolgimento di una gara; spirito combattivo, di emulazione: una gara combattuta con grande agonismo». Una voce da disgusto sportivo e culturale. Per diverse ragioni. Sotto il profilo sportivo, un atleta di alto livello pratica agonismo per l’intero corso dell’anno con impegno sì, per gareggiare, individualmente e/o in squadra più volte l’anno, per cui l’agonismo non si limita a un saltuario onere. Sotto il profilo culturale, che si debba possedere tutti/e uno «spirito» combattivo, e, dunque, per sinonimia, spirito agguerrito, aggressivo, grintoso, bellicoso, ostinato, dovrebbe stabilirlo un buon psicologo.
Ma vi assicuro che, quando assai piccina, ho praticato alcuni sport a livello agonistico, dapprima il nuoto, a partire dai sette anni, la mia “rivale” Carla e la sottoscritta, se capitava la fortuna di allenarci da sole in piscina, ci aiutavamo e consigliavamo, per migliorarci, pur specialiste entrambe nei 100 e nei 200 stile libero.
Da allora, non riesco a sopportare le piscine affollate e chi sa poco nuotare: un impedimento al gioco, al divertimento. E poi chi si trattava ai tempi di emulare? Forse le nuotatrici DDR, imbottite, a loro insaputa, di tutto e di più? E chi oggi non si imbottisce sempre più, o non viene imbottito sempre più? Of course, gli atleti agonisti emulatori fanno sempre i limpidi innocenti: «Io no», cantava Vasco Rossi. Eppure, alla fine, alcuni di loro, vengono miseramente scovati.
È per tal ragione che l’agonismo appassiona molti tifosi violenti, o potenziali tali: meglio, filosoficamente si pensa, che si uniscano nelle loro arene violente, ove scatenare pulsioni di genere vario, piuttosto che le medesime pulsioni si rivoltino contro gli “inetti” nel quotidiano? Avranno senz’altro ragione alcune attuali filosofie femministe di matrice politica, stando a cui l’agonismo sportivo si sta attestando viepiù un’integra e detestabile manifestazione di maschilismo, violenza, competitività. Se non vinci, cosa perdi? Forse la bellezza della tua “altezzosità”?
Senza saper nulla di estetica, vige, pure amaramente nello sport, competizione sulla bellezza: «Specchio, servo delle mie brame, chi è la più bella del reame?». Così, chi non gode di una bellezza standard ed esteriore (per quella interiore i tifosi mancano), da non so chi decretata, in un qualche reame, subisce un’esclusione: cartellino rosso, vieni espulso, come se avessi commesso gravi scorrettezze. Eppure, nonostante il tuo sconforto, rimani tu il vincitore: sei uscito dalla standardizzazione, qualcuno apprezzerà questa svolta, qualcuno ne rimarrà disgustato, ma costui provava disgusto per te e di te, già da prima, in virtù del tuo non corrispondere a una scaltra bellezza canonizzata. Da chi? Dalla moda del momento, da qualche concorso di Miss Italia, dalla taglia 42, dai fans che ti seguono su facebook per i tuoi biondi capelli di tendenza, che nulla hanno da spartire con Petrarca e «i capei d’oro a l’aura sparsi».
Disgusto. Chi vince e chi perde nella partita dell’esclusione? Occorre sempre identificare chi si include e chi viene escluso. Da una competizione attiva, o da altro? Per esempio, da un amore. Palese, non si possa provare attrazione per chi, sportivo o non sportivo, si comporta da grullo/a, con la pretesa di gestirti a seconda delle proprie istanze umorali, o moralistiche. L’affetto fonde, il disprezzo ti affonda.
Da persone consapevoli (non tutti/e lo siamo) possiamo provare davvero disgusto per altri/e? Certo, pregiudizi, emozioni incontrollate, turbamenti arbitrari provocano in alcuni e...