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Quanto sono influenzati (ispirati? perseguitati?) gli interpreti di oggi dai grandi del passato, soprattutto quando rivestono lo stesso ruolo? Secondo il regista Olivier Py, che ne firma una nuova produzione, non si può mettere in scena oggi la Norma al Teatro alla Scala senza fare i conti con chi ne fu interprete memorabile in quel teatro, Maria Callas, e con un altro ruolo che la stessa Callas vi cantò, Medea. Marina Rebeka e Marta Torbidoni che, alternandosi sotto la guida di Fabio Luisi, danno voce alla sacerdotessa di Bellini alla Scala fino al 14 luglio si muovono in uno spazio scenico ricco di richiami fantasmatici ai tanti passati che si intrecciano alla vicenda dell’opera, al suo autore e alla storia del Teatro stesso. Dopo una cartolina che Nicola Cattò ci manda dal capoluogo della Sicilia in cui Bellini nacque, proviamo a ripercorrere la storia dell’incontro fra l’opera e le nuove tecnologie di registrazione della prima metà del secolo scorso, assieme al musicologo Daniele Palma che, in un recente, affascinante volume edito da Lim, ne indaga quasi da archeologo le tracce: quando ascoltiamo oggi la voce di Francesco Tamagno, il primo interprete dell’Otello di Verdi, cosa sentiamo davvero?
Fra gli aspetti più affascinanti della melomania, vi è senza dubbio lo spirito di avventura che spinge molti appassionati d’opera a visitare teatri mai frequentati, per scoprire architetture inattese e godere della musica in luoghi inusuali.
È questo lo spirito della Route lyrique, progetto di opera itinerante ideato dall’Opéra de Lausanne, che quest’anno ha portato in scena, in prima assoluta, al Théâtre du Jorat di Mézières Le Docteur Miracle di Georges Bizet - di cui ci racconta tutto Francesco Biamonte. E a proposito di operomani girovaghi, nell’intervallo Alberto Mattioli ci invia la sua cartolina di oggi dal Teatro del Giglio di Lucca. Nella seconda parte della trasmissione, infine, incontriamo un melomane insospettabile: il compositore ticinese Francesco Hoch, che per i tipi di Reladoremido, ha dato alle stampe una raccolta di critiche musicali intitolata Girando per concerti e teatri.
Per la nuova produzione del Ritorno di Ulisse in patria di Claudio Monteverdi, diretta a Cremona da Michele Pasotti, uno dei nomi di punta della regia d’opera, Davide Livermore, firma lo spettacolo ma ne fa anche parte poiché torna a esibirsi nelle vesti di Iro.
Sarà l’esperto di musica rinascimentale Vincenzo Borghetti a raccontarci di quest’elemento curioso ma non certamente l’unico interessante nel cartellone dell’edizione 2025 del festival internazionale che la città lombarda dedica al compositore cui diede i natali; nel segno di Monteverdi hanno già sfilato artisti del calibro di Jordi Savall e Cecilia Bartoli, ma molti ancora si avvicenderanno fino al 29 giugno su diversi palcoscenici disseminati per la città, offrendo anche occasioni di scoperte e confronti, in particolare con la musica di colui che fu allievo e cantore sotto la direzione di Monteverdi, Francesco Cavalli.
Dopo una cartolina che Nicola Cattò ci manda da Oslo, seguiremo le tracce di Carl Ditter von Dittersdorf, violinista e compositore austriaco contemporaneo di Haydn, autore prolifico di opere e oratori, oltre che di musica strumentale, che ha consegnato ai posteri anche una gustosa autobiografia, ora pubblicata in italiano dalla Lim, di cui conversiamo con Renato Meucci che ne ha scritto la presentazione.
Da Sant’Agata, residenza dell’anziano Verdi, all’Isotterio, un museo immaginario con i memorabilia di Tristano e Isotta, due luoghi tra cui si situa il libro di Stefano Jacini, dal titolo Opere fantasma, appena pubblicato per EDT, un dittico di racconti tra finzione, musicologia e fantamusicologia. Abbiamo parlato con l’autore stesso di questo suo omaggio letterario a Verdi e a Wagner. E proprio con Wagner comincia la puntata odierna, in particolare con Siegfried, in questi giorni e fino al 21 giugno in scena al Teatro alla Scala di Milano – ha assistito per noi alla prima del 6 giugno Sabrina Faller. Tra i due blocchi, l’esotica cartolina che Nicola Cattò ci ha inviato dall’India, dalla Royal Opera House di Mumbay.
Nel 2023 il gruppo emiratino Emaar – proprietario della Dubai Opera - nominò l’Italiano Paolo Petrocelli sovrintendente del più grande centro di arti performative degli Emirati, affidandogli contestualmente due mandati fondamentali: portare il teatro al centro della vita culturale di quell’area geografica e allo stesso tempo generare utili. Incarico non facile, almeno all’apparenza, che però, a distanza di due anni, è stato pienamente centrato. Lo dicono i numeri: oltre 250mila spettatori per un calendario di 100 produzioni e 200 spettacoli in un solo anno. L’opera, dunque, possiede ancora una grande forza propulsiva nonché un enorme capitale sul piano della diplomazia culturale. Ma come sfruttarli? Di questo e molto altro discuteremo proprio con Paolo Petrocelli in una puntata a lui interamente dedicata.
Romano, di origine, violinista, musicologo e manager culturale, Paolo Petrocelli è stato membro del Consiglio di amministrazione del Teatro dell’Opera di Roma, della Fondazione Accademia Musicale Chigiana di Siena e del Conservatorio di Musica Benedetto Marcello di Venezia.
Anche se pochi ne sono a conoscenza, il sistema produttivo operistico della Svizzera tedesca segue la tradizione nordeuropea del cosiddetto “teatro di repertorio”, che paragona la casa d’opera ad una biblioteca e le produzioni ai libri. In questa prospettiva, ogni teatro deve possedere un archivio di produzioni dei massimi titoli del repertorio, per riportarle ciclicamente in palcoscenico ad intervalli regolari e permettere così a pubblici di ogni generazione di fruire dei grandi capolavori del melodramma. A questa categoria di lavori, appartiene la produzione dello Zauberflöte di Mozart in scena a Berna fino al 12 giugno di cui ci racconta tutto Lalitha Del Parente. Di Svizzera, però, si parla anche nella cartolina che Sabrina Faller ci invia da Basilea nell’intervallo; ma con la Svizzera ebbe grandi rapporti - nel corso della vita - anche lo scrittore russo Aleksandr Ivanovič Turgenev, sfegatato melomane che ha lasciato amplissime testimonianze epistolari della sua passione per il canto – come dimostra il professor Ugo Persi nel libro pubblicato da Lemma Press: Ivan Tugenev. Lettere e Musica.
Elegante, tranquilla e un po’ borghese come un interno dipinto da Felice Casorati, Torino funge in gran parte da scenografia ideale della puntata odierna. Nostra inviata al Teatro Regio torinese, Valentina Anzani ci racconta la prima di un titolo di non frequente ascolto, Hamlet, di Ambroise Thomas: un tentativo davvero ardito, da parte del musicista francese, quello di romanticizzare Shakespeare e riversarlo nelle forme del Grand Opéra, tra acrobazie vocali e coreografiche. A seguire, una cartolina che Alberto Mattioli ci ha inviato da un piccolo gioiello nascosto nell’Italia centrale. Tornando a Casorati, sapevate che avrebbe voluto lavorare come musicista? La pittura, per quanto suo piano B, tuttavia ne fece una delle figure più influenti della vita culturale torinese e poi europea. La mostra a lui dedicata dal Palazzo Reale di Milano (aperta fino al 29 giugno 2025), ne illustra tra l’altro l’attività di scenografo, o forse si dovrebbe dire pittore musicale. Ne abbiamo parlato con Vittoria Crespi Morbio, che alle scenografie di Casorati ha dedicato ampi studi.
Ha debuttato il 10 maggio presso la Cathédrale Saint-Pierre di Ginevra – nell’ambito della stagione del Grand Théâtre, uno spettacolo ideato, diretto e cantato dal grande soprano canadese Barbara Hannigan, in una regia firmata da Romeo Castellucci. Si intitola Stabat Mater ed è una versione scenica della celeberrima composizione sacra di Giovan Battista Pergolesi, con interpolazioni di musiche di Giacinto Scelsi. A questa attesissima première, ha assistito per noi Francesco Biamonte, che pochi giorni prima del debutto ha anche avuto modo di realizzare una lunghissima intervista a Barbara Hannigan per RTS Espace Deux, della quale nella seconda parte vi proponiamo un’anteprima in esclusiva.
Alla Komische Oper di Berlino ha debuttato il 27 aprile e rimane in scena fino al 23 maggio Don Giovanni – Requiem, la produzione con cui il regista russo trapiantato in Germania Kirill Serebrennikov completa la trilogia delle opere di Mozart e Da Ponte. Irriverente e inventivo, Serebrennikov rinnova anche nel senso di ‘rivedere radicalmente’: le sue Nozze di Figaro in stile thriller avevano fatto molto discutere e ora mette in scena un libertino bisex seguendolo fino all’inferno. Con quali esiti, ce lo racconta Mattia Palma che è andato a vederla a Berlino per noi. Da Dresda ci arriva questa settimana la cartolina di Nicola Cattò e torniamo poi virtualmente a Berlino per ragionare attorno alla figura di Walter Felsenstein, fondatore nel 1947 della Komische Oper, in quella che era allora Berlino Est, e la diresse fino alla morte nel 1975, in anni in cui la concezione della messinscena operistica cambiava radicalmente. La cura per i dettagli e per ogni persona e ogni personaggio sulla scena, la centralità della musica nella sua concezione registica, la ricerca costante della connessione col pubblico che caratterizzarono il lavoro di Felsenstein costituiscono un lascito essenziale per chi il teatro d’opera lo mette in scena o lo dirige oggi, ritiene il regista Damiano Michieletto che ne ha curato una raccolta di scritti, la prima in lingua italiana, pubblicata per il Saggiatore, di cui oggi ci parla nella seconda parte della puntata.
La truculenta vicenda di un mercante del XVI secolo – che strangola l’amante della moglie per poi tornare serenamente a godere delle gioie della vita coniugale - è al centro del dramma incompiuto di Oscar Wilde A florentine Tragedy, più volte rivestito di musica da compositori del calibro di Zemlinsky o Prokofiev. Pochi sanno, però, che ne esiste anche una versione svizzera composta dal solettese Richard Flury, in questi giorni in scena a Solothurn e Biel in una regia firmata da Anna Magdalena Fitzi per la direzione di Paul Mann, di cui ci racconta tutto Sabrina Faller. Nell’intervallo, Alberto Mattioli ci invia una cartolina dal teatro San Carlo di Napoli, città che riveste un ruolo importantissimo nel nuovo libro di Giorgio Appolonia pubblicato da LEMMA Press e intitolato Angeli all’Opera; un dizionario delle vite di illustri castrati, tra le cui righe emerge anche la storia di una pratica – oggi aborrita – che sbarcò nell’Italia meridionale del ‘600 e dal capoluogo partenopeo si diffuse, poi, in tutta l’Europa.
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Quattro secoli di passioni, trame, follie, trionfi, croci e delizie. Lo spettacolo più sensazionale ed inverosimile creato dall’umanità, si rinnova ogni settimana sulle onde di Rete Due con Gaia…