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Il prigioniero, opera di Luigi Dallapiccola, quest’anno ricordato nel cinquantesimo dalla scomparsa, ebbe la sua première in versione radiofonica, nel dicembre 1949, nell’auditorium di Torino della RAI. Fu poi Firenze sede della prima rappresentazione scenica, nell’ambito del Maggio Musicale Fiorentino dell’anno successivo. E proprio dal teatro del Maggio ci ha inviato la sua cartolina Nicola Cattò. È però l’Opera di Roma che mette ora in scena questo piccolo gioiello in un atto, e ce lo racconta Michele Suozzo, per decenni voce insigne della radio culturale italiana, e archivio vivente delle scene operistiche a cavallo di millennio. Rivive invece grazie alle cure de La Cetra Barockorchester Basel un melodramma di Vivaldi ancora poco noto: Arsilda, Regina di Ponto, per la prima volta inciso integralmente da Naïve. Certo, il complicato libretto trarrebbe giovamento da una bella esecuzione scenica, possibilmente rispettosa, ma per ora, lamenta il direttore de “La Cetra” Andrea Marcon a colloquio con noi, dobbiamo accontentarci dell’audio. Ma che audio! La musica è una delle prime e piacevolissime prove operistiche del giovane Vivaldi.
Ha fatto molto discutere la nuova produzione del Rigoletto di Bühnen Bern andata in scena il 16 febbraio 2025 allo Stadttheater di Berna, dopo una pugnace campagna sui social media che puntava tutto sulla figura modernissima del Duca di Mantova presentato come giovane sfrontato e indifferente alle leggi del destino e della morale, ma nonostante questo, o forse proprio per questo, tetragono ai colpi del destino – come ci racconta Giuseppe Clericetti. Una ri-lettura, quella del regista David Bösch, che conferma la grande vitalità dal capolavoro verdiano, omaggiato ogni anno da innumerevoli messinscene, fra le quali resta nella memoria dei melomani svizzeri l’unica proposta a Les arènes d’Avenches, festival operistico leggendario, dal quale ci arriva una nostalgica cartolina di Sabrina Faller. Nella seconda parte, infine, raccontiamo la nascita del Master in Regia Lirica della Civica scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano insieme al librettista e regista Stefano Simone Pintor, che ne è co-ideatore e fondatore.
Scioperati viventi! Con questo colorito insulto al pubblico comincia un oratorio in cui Giovanni Battista Bassani critica i suoi “scioperati” contemporanei perché non abbastanza assidui nel pregare per i defunti. Dell’oratorio seicentesco, di intrattenimento musicale a tinte (poco) funeree e del primato di Bassani si parla oggi in conclusione di puntata con Enrico Scavo, musicologo, ricercatore dell’Università di Ferrara, autore di un volume appena uscito per i tipi di Libreria Musicale Italiana, con il titolo L’Accademia della morte di Ferrara – L’oratorio e il primato di G.B. Bassani.
Sempre dall’Emilia, però da Modena, ci arriva la cartolina che Alberto Mattioli ci ha inviato dal Teatro Comunale Pavarotti – Freni. Ma prima di tutto ciò un assaggio di attualità operistica: è in scena fino al 16 aprile al Teatro Regio di Torino “La dama di picche” di Pëtr Il’ič Čajkovskij, e Valentina Anzani ce ne racconta la première.
L’impresario ha nome Fallito, la primadonna Stonatrilla, ma ci sono anche Smorfiosa e Befana, Delirio e Sospiro, nella galleria di personaggi dell’opera satirica di Florian Leopold Gassmann, L’opera seria, che debuttò a Vienna nel 1769 e che ora il Teatro alla Scala riporta in scena, con la direzione di Christophe Rousset e la regia di Laurent Pelly, come nuova tappa del percorso di riscoperta delle radici del melodramma italiano. Il libretto è di Ranieri de Calzabigi, il cui nome per noi si lega più a Gluck che all’opera comica, e fornisce a Gassmann, compositore di origine boema e maestro di Salieri a Vienna, la materia per rappresentare con ferocia e gusto comico il malcostume che aveva reso ridicolo e seccante il più splendido degli spettacoli (come è definito nella prefazione all’Alceste che proprio quell’anno apre la riforma introdotta da Gluck e Calzabigi). Se quella è metaopera, nella vita reale l’opera italiana non smette tanto presto di presentare episodi adatti alla satira (o come tali raccontati), come scopriremo, dopo la cartolina che Nicola Cattò ci manda da Praga, esplorando assieme al curatore Nicola Badolato il nuovo volume dei Carteggi che raccoglie l’esigua corrispondenza fra Verdi e il talentuoso e un po’ bizzarro librettista delle sue prime opere, Temistocle Solera.
Si intitola Das Grosse Feuer, la nuova opera del compositore svizzero Beat Furrer tratta da un libro di Sara Gallardo in cui si racconta la distruzione della civiltà Wichi del Chaco in Argentina da parte dei missionari cristiani. Sotto la direzione dell’autore e nella messinscena di Tatjana Gürbaca, la produzione ha debuttato all’Opernhaus di Zurigo il 23 marzo, in un’attesissima prima cui ha assistito per noi il compositore e musicologo ticinese Mario Pagliarani. Dal più importante teatro argentino, il Colón di Buenos Ayres, ci arriva, poi, nell’intervallo la cartolina firmata da Nicola Cattò. Argentino di nascita, infine, è Franco Fagioli, controtenore superstar che per l’etichetta Château de Versailles Spectacles ha registrato un elettrizzante selezione di arie scritte per uno dei più importanti castrati del ‘700, Giovanni Battista Velluti, raccolte nel disco Arias for Velluti.
Un centinaio di battute distribuite in otto interventi sono le modifiche che separano la Tosca pucciniana che solitamente ascoltiamo dalla versione che debuttò originariamente al Teatro Costanzi di Roma il 14 gennaio 1900. Documentata nell’edizione critica della partitura dell’opera, la versione romana fu scelta da Riccardo Chailly per l’inaugurazione, con una produzione firmata da Davide Livermore per la regia, della stagione milanese nel 2019 e torna in scena ora, fino al 4 aprile, al Teatro alla Scala sotto la guida di Michele Gamba, astro nascente della direzione d’orchestra. Sarà Carla Moreni a illuminare per noi i dettagli del testo e dell’esecuzione e del debutto scaligero di Chiara Isotton come protagonista, affiancata da Francesco Meli e Luca Salsi nei ruoli maschili. Ci avviamo poi verso la Russia con la cartolina di Nicola Cattò dal Teatro Mariinskij di San Pietroburgo, un teatro eretto dove già sorgeva il Teatro-Circo: meno prestigioso del celebrato Bol’ šoj vetrina di opere e artisti italiani e francesi, il Teatro-Circo dava spazio agli artisti e alle opere locali e lì debuttò nel 1856 la Rusalka di Dargomyžskij. Di questa e di molte altre fonti letterarie per musica, opera e balletto fra Otto e Novecento, tratta il volume edito da LIM e intitolato La fabbrica dell’identità russa di Walter Zidarič di cui conversiamo con l’autore nella seconda parte.
Resta in scena fino al 22 marzo 2025 la nuova produzione della Manon Lescaut di Giacomo Puccini firmata da Barry Kosky che ha debuttato all’Opernhaus di Zurigo il 9 febbraio sotto la direzione di Marco Armiliato e che vedeva protagonisti dei ruoli principali due assolute superstar come il tenore italiano (di origini albanesi) Saimir Pirgu e il soprano russo Elena Stikhina. Non tutto, però, è andato liscio, come ci riferisce Lou Lepori, che per il Ridotto ha assistito ad una delle prime recite. Sempre da Zurigo - e proprio dall’Opernhaus - ci arriva, nell’intervallo, la cartolina firmata da Sabrina Faller. Nella seconda parte del programma, ricordiamo, infine, la figura di Paolo Montarsolo, uno dei più straordinari bassi buffi del secolo scorso, a cento anni dalla nascita - un anniversario marcato dalla creazione dell’Associazione a lui dedicata, delle cui finalità discutiamo insieme al vicepresidente, il baritono Bruno Taddia.
Gilda, figlia di Rigoletto, è il prototipo della vergine innocente, fragile, passiva, vittima dello scontro tra tenore e baritono (secondo il cliché del melodramma romantico) e ruolo prediletto da soprani leggeri dal timbro fanciullesco. Ma è proprio così? Secondo un’altra linea di pensiero, Gilda è, al contrario, una donna decisa e dai saldi principi morali, che di fatto manipola l’azione e vanifica i progetti e gli intrighi dei maschi (suo padre in primis). Di questo ed altro parleremo con Paolo Gallarati, che per noi ha assistito al capolavoro verdiano in scena al Teatro Regio di Torino. Non c’è invece alcun dubbio sulla caratura femminista ante litteram di George Sand: il recente progetto (diciamo pure concept album) firmato dal soprano Sonya Yoncheva, dal titolo George, ne evoca le amicizie, gli amori, i circoli parigini. Ma prima di immergerci nella romantica capitale francese, grazie alla cartolina firmata da Nicola Cattò ricorderemo una delle più antiche città di Francia, florida quando Parigi era soltanto una distesa di fango: Bezier, cara ai toreri, a Saint-Saëns, e a Fauré.
Resta in scena fino al 2 marzo 2025 la nuova produzione di Mitridate Re del Ponto di Wolfgang Amadeus Mozart firmata da Emmanuelle Bastet che ha debuttato all’Operà di Losanna il 23 febbraio sotto la direzione di Andreas Spering; una coproduzione con l’Operà di Montpellier, di cui ci riferisce Francesco Biamonte, che per il Ridotto ha assistito alla première. Ci arriva, invece, dalla Tonhalle di Zurigo, nell’intervallo, la cartolina firmata da Sabrina Faller, mentre torniamo a Lugano, per l’ultima parte della trasmissione; è qui che Richard Flury ha ambientato la sua opera Casanova e l’Albertolli, pubblicata di recente in prima incisione assoluta da PRIMA CLASSICS in una registrazione diretta dal Maestro Diego Fasolis che ci racconta tutto ciò che c’è da sapere su un lavoro pressoché dimenticato ma molto affascinante.
È tutta wagneriana la puntata di oggi, a partire dalla recensione, curata dallo stesso Paolo Borgonovo, relativa alla première, del 19 febbraio scorso, della nuova produzione di Rheingold all’opera di Montecarlo. Un appuntamento interessante per molti motivi, tra cui: la regia di Davide Livermore, artista fantasioso e visionario; l’orchestra “Les Musiciens du Princes”, compagine di strumentisti solitamente dediti alla musica barocca e classica con strumenti antichi (di fatto questa è la prima esecuzione scenica di un’opera di Wagner con strumenti originali); la direzione di Gianluca Capuano, musicista dal variopinto curriculum che, dopo essersi fatto conoscere come specialista di musica barocca (esperto di Carissimi), è diventato il direttore prediletto di Cecilia Bartoli (dal Settecento a Bellini), qui alla sua prima direzione wagneriana in assoluto. Richard Wagner, il cane e il pappagallo è invece il titolo di una recente monografia, a firma di Valerio Vicari per Edizioni ETS, di cui parleremo nella seconda parte della puntata, un volume che intende raccontare ai lettori italiani l’avventurosa vita del compositore. Tra i due blocchi, una nibelungica cartolina firmata da Nicola Cattò – ovviamente da Bayreuth.
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Quattro secoli di passioni, trame, follie, trionfi, croci e delizie. Lo spettacolo più sensazionale ed inverosimile creato dall’umanità, si rinnova ogni settimana sulle onde di Rete Due con Gaia…