L’ospite della centotreesima puntata è Fabio Martini, giornalista e saggista. Dal 1989 lavora a La Stampa, dove è stato notista politico, inviato e commentatore. Collabora con HuffPost Italia e insegna giornalismo politico all’Università di Tor Vergata. Con lui abbiamo analizzato una settimana elettorale intensa, cercando di capire se tre voti così lontani raccontino qualcosa di comune. Siamo partiti da Israele, dove nessuno raggiunge i numeri per governare, e ci siamo chiesti quale ruolo potranno avere i partiti arabi, potenzialmente decisivi. Abbiamo poi allargato lo sguardo alla vittoria di Lula in Brasile e alla sconfitta di Vučić in Serbia, domandandoci se l’Europa centro-orientale stia cambiando segno dopo la caduta di Orbán e quanto pesi oggi il timbro di Trump in un’elezione straniera. A partire da “La fabbrica delle verità”, il libro in cui Martini ricostruisce la storia della propaganda italiana da Mussolini a Grillo, abbiamo discusso del “voto rubato” come format globale, dalla fuga di Flávio Bolsonaro negli Stati Uniti alle accuse del Likud. Ci siamo poi soffermati sulla lista studentesca nata dalla tragedia di Novi Sad, filoeuropea più per valori che per programma, ora chiamata a dimostrare di saper governare. Nel giorno dello sciopero generale, abbiamo ragionato delle piazze giovanili da Parigi a Milano, tra onda generazionale e rischi di guerra ibrida. In chiusura, cosa insegna questa settimana a Giorgia Meloni e al campo progressista in vista del 2027