Gli oggetti di uso quotidiano sono provvisti di affordances, ossia qualità che ne suggeriscono l’uso in uno specifico modo, guidando l’interazione tra essi e l’utente.
Per fare un esempio concreto, pensate alla vostra tazzina di caffè, che vi invita ad afferrarla grazie alla presenza del manico.
Le affordances si trovano anche negli oggetti digitali. Un bell’esempio sono le reactions che usiamo per reagire a un post di Facebook, ma anche l’impossibilità di creare contenuti Instagram che non siano ancorati a un elemento visuale, immagine o video che sia.
Insomma, l’architettura delle piattaforme indirizza e limita i nostri comportamenti.
Un tema reso ancora più evidente da due fattori:
1- Gli algoritmi dei social media che, scegliendo quali contenuti mostrare con più frequenza, spingono l’adozione di formati e argomenti in linea con le tendenze del momento, pena l’anonimato;
2- L’intelligenza artificiale integrata nei motori di ricerca che, estraendo informazioni dai siti e proponendola direttamente sulla pagina dei risultati, impatta sul traffico in entrata delle pagine web e sulle tasche dei loro gestori.
Ma, in senso lato, possiamo considerare anche le pratiche di utilizzo di questi prodotti come affordances: se su LinkedIn le persone scelgono foto profilo che le ritraggono in contesti lavorativi, sarebbe saggio, per chi lavora in ufficio, usare una foto che gli hanno scattato in spiaggia?
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