Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

By Monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)Christianity
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Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno episodes

  • [Gio 18] Vangelo: 1 Sam 18, 6-9: 19,1-7; Sal 55; Mc 3, 7-12.
    In quel tempo, Gesù, con i suoi discepoli si ritirò presso il mare e lo seguì molta folla dalla Galilea. Dalla Giudea e da Gerusalemme, dall'Idumea e da oltre il Giordano e dalle parti di Tiro e Sidòne, una grande folla, sentendo quanto faceva, andò da lui.
    Allora egli disse ai suoi discepoli di tenergli pronta una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. Infatti aveva guarito molti, cosicché quanti avevano qualche male si gettavano su di lui per toccarlo.
    Gli spiriti impuri, quando lo vedevano, cadevano ai suoi piedi e gridavano: "Tu sei il Figlio di Dio!". Ma egli imponeva loro severamente di non svelare chi egli fosse.
    1 min
  • [Gio 18] Commento: Tu sei il Figlio di Dio.
    Una grande folla si è mossa per seguire Gesù; da ogni parte della Palestina e del Medio Oriente, da zone nelle quali è radicata la tradizione giudaica e da zone culturalmente diverse. Gesù opera miracoli e guarigioni mentre una unica verità risuona, per il momento la folla ne è partecipe ma inconsapevolmente. Lo scandalo di Gesù è anche qui! Sono gli spiriti immondi che, per primi, afferrano il Mistero di Gesù e lo proclamano, anche se in opposizione ad esso. Bisogna anche ammetterlo, questo atteggiamento di Gesù merita attenzione. Perché nascondere ora quello che poi sarà manifesto? Perché non proclamare tutto e subito? Gesù chiede una fede profonda e che non derivi dalla sola emotività dei miracoli che sta attuando. Una fede profonda che va oltre una popolarità facile. Una fede profonda vuol dire che coinvolge tutta la persona, con tutti i suoi sentimenti, che deve essere in grado di trasformare anche i momenti dolorosi e difficili in possibilità di redenzione e di salvezza. Per il momento, Egli àttua il suo piano di salvezza con le manifestazioni esterne dei miracoli. La manifestazione completa di Gesù, nella gloria del Padre, è una missione progressiva che implica anche una pedagogia profonda e culminerà sul Gòlgota per essere proclamata apertamente nello Spirito della Pentecoste, dopo la Resurrezione. In questo passaggio l'esperienza terrena di Gesù porterà con sé il dolore, la sofferenza ingiusta che saranno proprio loro gli strumenti per veicolare la salvezza e la redenzione per noi e il mondo intero.
    2 min
  • [Mer 17] Commento: ...per poi accusarlo.
    Il bene è un valore in sé e che prescinde da ogni considerazione. Gesù, che incarna il Bene vero, ultimo e supremo, agisce sempre in questa ottica. Tra chi assiste ai suoi miracoli c'è chi, mosso dall'invidia e dalla gelosia, assume un atteggiamento ipocrita, dove tutto è visto con intenti strumentali. Ogni occasione diventa buona per l'accusa e per tentare di cogliere in fallo chi è visto come un avversario dal quale bisogna difendersi, e a tutti i costi. Il miracolo del Vangelo di oggi si impone alla nostra coscienza non solo per una ulteriore dimostrazione della bontà di Gesù ma per lo smascheramento di questa ipocrisia che lo circonda. La guarigione di un malato non interessa! Cercare di cogliere in errore Gesù: ecco il vero l'obiettivo! Gesù, non si tira indietro! Smaschera questi loro pensieri ed opera, come sa fare solo Lui: guarendo. Si sente un freddo glaciale attorno a Gesù, mentre egli compie questo miracolo. L'unica scintilla di amore nasce dal rapporto tra Gesù e l'uomo che è stato guarito. Vi è un altro amore che proviene da Gesù, quando sente vera e profonda compassione per chi ha il cuore così duro da non comprendere quanto stia accadendo. Eppure Gesù lo ha spiegato: il bene è salvare una vita e il male toglierla. È proprio quella legge che tutti dovremo scoprire nei propri cuori. Il bene è quindi il voler salvare una vita, anche attraverso la guarigione. È un valore assoluto che non ammette ipocrisie, non ammette sconti e bisogna sempre attuare o, se serve, difendere. Non può essere condizionato né da ipocrisie né da altri fattori. È una pagina che è anche un bel inno a difesa della vita!
    2 min
  • [Mar 16] Commento: Lo shabath è fatto per l'uomo, e non l'uomo per lo shabath.
    Il riferimento di Gesù, per giustificare il comportamento dei suoi discepoli, all'episodio di Davide, è significativo. Il re sta scappando dalla gelosia omicida di Saul e giustifica al sacerdote la richiesta dei pani sacri non solo per la necessità e la fame ma per la purezza dei suoi soldati. Il sabato (giorno di festa, la nostra domenica) è fatto per l'uomo, è l'insegnamento di Gesù, ma anche da questo riferimento scopriamo che ciò non può giustificare nessuna nostra pigrizia e nessun nostro tentennamento; anzi, implica una necessità di purificazione interiore che proviene dall'ascolto e dalla pratica del suo insegnamento. È l'invito a non cadere in atteggiamenti esteriori e ipocriti ma nel sentire profondamente nel cuore il suo insegnamento. Non vi è in esso nessun invito a considerarci immuni dalle leggi ma a considerare lo scopo profondo di quella legge morale che Dio ha scritto nel nostro cuore e che è poi esplicitata nei precetti divini. È la legge del bene e del male e il cui discernimento serio, nel nostro cuore, non solo irrobustisce la nostra dignità umana ma rivela il nostro essere creati ad immagine e somiglianza di Dio. Rispettare questa legge e i precetti divini significa favorire proprio questa dignità che deriva dal nostro essere creature ad immagine divina. Il sabato richiama proprio quel comandamento di «santificare le feste» che significa rendere a Dio quella giusta lode, scevra da ipocrisie, che dà il senso profondo alla nostra vita. La partecipazione domenicale all'eucaristia non è un obbligo da adempiere per evitare un castigo, ma il riconoscimento della necessità, per la nostra vita, di un intervento divino che ne dia scopo.
    2 min
  • [Lun 15] Commento: Un vino nuovo in otri nuovi.
    Nell'Ordine benedettino si ricordano oggi i due dei primi discepoli di San Benedetto: Santi Mauro e Placido. Il formulario nell'Ordine è proprio. Noi rimaniamo però nel giorno feriale. Così leggiamo nel vangelo di Gesù che nel rispondere a chi gli domanda perché i suoi discepoli non digiunano come i discepoli di Giovanni, usa l'immagine dello sposo. In poche battute, riportate dall'evangelista San Marco, il Signore tratteggia la sua missione terrena preannunciando in qualche modo, la sua Passione e Resurrezione. Per comprendere però in fondo la portata di questo primo annuncio, anche se velato, dobbiamo riferirci a come si propone Gesù. Ecco allora che prende consistenza la figura dello sposo con le immagini del vino e del vestito. In Gesù si realizza e si compie quella promessa che è simboleggiata dalla pienezza dei doni messianici e della proclamazione del suo essere divino. Ricordiamo che le stesse figure di sposo, otri e vino compaiono nell'episodio giovanneo dello sposalizio a Cana. Gesù, anche qui, si manifesta nel suo Mistero e in ciò deve essere letta anche la differenza di comportamento dei suoi discepoli con quelli di Giovanni. Dal comportamento dei discepoli si passa a considerare la diversità delle figure di Gesù e Giovanni: è questa l'esortazione iscritta nella sua risposta! Possiamo anche meglio comprendere allora, nel riferimento al vino nuovo, quelle immagini che sembrano paradossali usate dallo stesso Gesù. Il vino che spacca gli otri implica che, proprio per il compimento della sua missione, Gesù richiama ad un discepolato nuovo, sicuramente più esigente di quello di Giovanni, un discepolato, nel Suo nome, che è partecipazione al Mistero di Amore, molto più esigente della cintura di cuoio, dei vestiti di pelle di cammello e locuste come nutrimento.
    3 min
  • [Dom 14] Commento: Abbiamo trovato Cristo.
    Come esseri umani e ancor più come credenti dovremmo orientare tutta la nostra vita in una continua, assidua ed incessante ricerca di Dio. Trovarlo e conoscerlo dovrebbe essere lo scopo primario della nostra vita. Dal Vangelo e da tutta la Scrittura sacra apprendiamo che prima ancora che noi ci muoviamo verso di Lui egli è già alla nostra ricerca. Gesù, additàto da Giovanni Battista come l'Agnello di Dio che toglie il peccato dal mondo, suscita immediatamente l'attenzione di uno dei suoi discepoli. È Andrea, fratello di Simòn Pietro. Egli si mette, senza esitazione, alla sequela di Cristo. Ha creduto alla testimonianza del suo primo maestro ed è sicuro ormai che l'Agnello di Dio e il Messia atteso. La buona notizia, il felice incontro non può essere taciuto; il neo-discepolo si trasforma subito in testimone. Incontra il fratello Simone e gli dice: «Abbiamo trovato il Messia che significa Cristo e lo conduce da Gesù». Ecco un bell'esempio per ognuno di noi che ci diciamo cristiani: dopo aver incontrato e conosciuto Cristo dobbiamo impegnarci attivamente, con la genuinità della nostra testimonianza, a condurre da lui i nostri fratelli. Questa è la vocazione del credente: assumere gli insegnamenti del Signore, viverli coerentemente, farli diventare testimonianza ed esempio per gli altri. Non basta quindi dire «Eccomi, Signore, parla che il tuo servo ti ascolta» come afferma Samuele, chiamato dal Signore; occorre che, dopo la chiamata, essa orienti tutta la nostra vita in conformità all'invito ricevuto. Una delle più belle espressioni della nostra fede, una delle migliori conseguenze derivanti dall'aver trovato Cristo è proprio l'impegno di farlo conoscere ad altri. Per secoli la Chiesa ha intessuto una splendida catena di trasmissione mediante la quale, dagli apostoli fino a nostri giorni, il messaggio di Cristo si è diffuso e si diffonde ancora in tutto il mondo. Quando questa catena s'inceppa ne soffre la Chiesa, che viene in questo modo meno al suo primario dovere di essere missionaria. Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha fatto riscoprire questo ruolo anche ai laici, chiedendo loro un apporto più incisivo nella vita della Chiesa. Forse per troppo tempo l'annuncio è stato ritenuto una prerogativa quasi esclusiva dei preti e dei religiosi. La Chiesa ha urgente bisogno di testimoni autentici e numerosi e nessun fedele può ritenersi dispensato o escluso.
    3 min
  • [Dom 14] Vangelo: 1 Sam 3, 3-10. 19; Sal.39; 1 Cor 6, 13-15. 17-20; Gv 1, 35-42.
    In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: "Ecco l'agnello di Dio!". E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
    Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: "Che cosa cercate?". Gli risposero: "Rabbì - che, tradotto, significa maestro - , dove dimori?". Disse loro: "Venite e vedrete". Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
    Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: "Abbiamo trovato il Messia" - che si traduce Cristo - e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: "Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa" - che significa Pietro.
    2 min
  • [Sab 13] Commento: Non sono venuto per chiamare i giusti ma i peccatori.
    L'evangelista Luca, con il suo linguaggio semplice, essenziale, pittorico, pone oggi sotto i nostri occhi una scena viva e significativa: vediamo Levi, seduto al banco, intento al suo lavoro di chiedere, riscuotere e magari estorcere le imposte ai passanti. Un mestiere ingrato e che forse produce ricchezza, ma che genera sempre tante antipatie, come tutti quelli, che per ragioni diverse, hanno il compito di esigere tasse, multe, dazi e denaro in genere. Chi ci tocca il portafoglio, a torto o a ragione, non ci è mai simpatico. Proprio questo personaggio, con questo preciso mestiere, con queste credenziali, suscita invece l'interesse e la simpatia di Gesù. Gli dice semplicemente: «seguimi!». Egli evidentemente, quando assume il suo ruolo di Salvatore dell'uomo, stravolge le nostre stime e i nostri giudizi: egli comincia dagli ultimi, dai più lontani, dai più bisognosi. Si rivolge in modo preferenziale a coloro che, pur immersi nel male o invischiati nelle cose del mondo, o sedotti dal dio denaro, anélano a qualcosa di diverso e di migliore, anche se non sono ancora in grado di vedere da dove, da che cosa, da chi potranno ricevere quel qualcosa. Quell'anelito e l'embrione della fede, che il Signore Gesù, sapientemente, riesce a far crescere. Così fa con Levi, cosa fa ancora con tanti del nostro tempo. Sfida poi i suoi nemici, ipercritici e puritani, andando a mensa a casa di Levi, ritenuto da tutti un pubblicano e un peccatore. È in quella famosa cena che Gesù proferirà una delle sue affermazioni più solenni e scultoree, dicendo ai convitati di allora, ma a tutti noi: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori». Questa verità è destinata a restare immutabile nei secoli: è una delle prerogative principali del Cristo e dei suoi ministri, dovrebbe essere una dote sempre viva ed attuale della sua Chiesa e una ferma ed irremovibile convinzione di ogni cristiano, di ognuno di noi.
    3 min
  • [Sab 13] Vangelo: 1 Sam 9, 1-4.10.17-19: 10,1; Sal 20; Mc 2, 13-17.
    In quel tempo, Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: "Seguimi". Ed egli si alzò e lo seguì.
    Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: "Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?".
    Udito questo, Gesù disse loro: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori".
    1 min
  • [Ven 12] Commento: Gesù Cristo, la guida del suo popolo peregrinante, dell'Umanità.
    La persona paralizzata, di cui ci parla il vangelo, può rappresentare tutta l'umanità che non cammina, non cresce, non va avanti. Forse non cammina perché non ha trovato la guida sicura o ha cambiato la guida, oppure l'ha persa. Il popolo di Israele vuole avere un re umano che lo guidi rifiutando il vero e l'unico re che è Dio. Dio stesso lo permette, dandogli così l'occasione di capire che è proprio lui stesso la vera guida nei momenti sia buoni sia difficili e senza di lui nulla possono. Ma il vero re, il re così desiderato dal popolo antico, è Gesù Cristo. Il ritornello del salmo conferma la gioia: "Canterò in eterno l'amore del Signore". Egli è il vero re perché in lui misericordia e fedeltà fanno corona alla sua potenza ed egli domina su tutto. In lui la giustizia e il diritto sono la base del suo trono. Egli ha il potere di perdonare, di rimettere i peccati. Per questo merita di essere glorificato, benedetto come lo fanno quelli di cui il vangelo parla. Essi diventano quel popolo beato che sa acclamare il Signore e che cammina alla luce del suo volto (Sal 88, 16). Cristo è questa guida ed essere con lui è camminare alla luce del Suo Volto. Chi non cammina con lui è come la persona paralizzata del vangelo. Il Signore è venuto per portare tutti, per guidare tutti verso il Padre. Come possiamo fare per essere con Cristo ed averlo come guida? A noi viene chiesta la fede, una fede creativa nell'annuncio della parola di Dio. Ci vuole una fede testimoniata con la propria vita, una parola vissuta, praticata nell'amore. Questa può condurre l'umanità paralizzata verso Cristo che è sempre pronto a guarirla.
    3 min

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