Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

By Monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)Christianity
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Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno episodes

  • [Lun 27] Commento: Guardare gli eventi alla luce dello Spirito.
    Genera sconforto e irritazione il comportamento assurdo del capo della sinagoga, che si indigna nel vedere Gesù imporre le mani e guarire, di sabato, una povera donna afflitta da diciotto anni da un terribile male. Egli la proclama libera dalla sua infermità e le impone le mani. La reazione della donna, “raddrizzata” miracolosamente, è quella di glorificare Dio; la reazione del capo della sinagoga è invece una critica assurda e cieca nei confronti del Cristo. Nella sua ottusità e grettezza, citando a sproposito la Scrittura sacra, dichiara che ci sono sei giorni in cui si deve lavorare e non in giorno di “shabbàth”. Il Signore definisce ipocrita tale comportamento e tale giudizio. Quanto Gesù ha fatto non può essere paragonato al lavoro umano: Egli sta rivelando, ancora una volta, la centralità della sua missione nei confronti dell’uomo infermo e peccatore. Egli è colui che guarisce e colui che salva. Lo dichiarerà più esplicitamente in altre occasioni: “Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera”, e altrove dice: “Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato”. Capita ancora di sentire e leggere critiche assurde e talvolta blasfeme nei confronti di Cristo, della Chiesa, dei suoi ministri e dei suoi fedeli: molto spesso si constata che il lucignolo della ragione umana vorrebbe giudicare e condannare la Luce stessa di Dio. La ragione umana, invece, si spiega e si comprende solo nella Luce di Dio.
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  • [Dom 26] Commento: Due modi di pregare.
    Il modo di pregare ha radici profonde nella nostra religiosità: anche pregando diciamo con la bocca ciò che sentiamo nel cuore. Esistono quindi modi molto diversi di rapportarsi a Dio. La parabola di questa domenica, attraverso i due protagonisti • il fariseo, scrupoloso osservante della legge, e il pubblicano, che prende coscienza dei propri peccati per chiederne il perdono • rappresenta due figure emblematiche di una schiera molto più numerosa, entro cui ognuno di noi può ritrovarsi. Il fariseo, più che pregare, sale al tempio per vantarsi della propria presunta giustizia e convincersene ulteriormente. Si sente giusto, osservante e migliore degli altri, da cui sembra voler prendere le distanze. Il pubblicano, invece, non osa avvicinarsi troppo al Signore: sa di dover rispettare una distanza che solo Dio può colmare. La sua è una preghiera autentica, che cerca la misericordia e la pietà divina; sa di essere peccatore, si batte il petto e si ritiene unico responsabile del suo male, ma è animato dalla fiducia in Dio e gli implora pietà. La parabola conclude con una sentenza chiara: il pubblicano «tornò a casa giustificato», mentre il superbo fariseo ha aggiunto ancora un peccato di presunzione a quelli già commessi. E viene enunciata una verità inconfutabile: «Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato». Questa è una caratteristica che mai dobbiamo separare dalla nostra preghiera: l’umiltà del cuore, splendida virtù che ci fa sperare nella bontà di Dio e a Lui attribuire il vero merito del bene che riusciamo a fare. Ricordiamo le parole di Maria Santissima nel suo Magnificat: Dio «ha guardato l’umiltà della sua serva».
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  • [Sab 25] Vangelo: Rm 8, 1-11; Sal.23; Lc 13, 1-9.
    In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».
    Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: "Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest'albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?". Ma quello gli rispose: "Padrone, lascialo ancora quest'anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l'avvenire; se no, lo taglierai"».
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  • [Sab 25] Commento: Come leggere la storia.
    Abbiamo ascoltato, nel Vangelo di ieri, il rimprovero di Gesù perché non sappiamo leggere i segni dei tempi alla luce della fede. Oggi il Signore ci invita a riflettere su fatti di cronaca, accaduti allora ma che continuano a succedere nella storia degli uomini. I credenti di quel tempo pensavano che ogni disgrazia fosse un castigo divino per i peccati commessi. Gesù corregge questa idea: chi subisce disastri non muore per un castigo di Dio, ma questi eventi devono essere un monito per convertirsi e cambiare vita, ricordando quanto l’uomo sia fragile. Questo insegnamento è molto chiaro anche oggi. La parabola del fico sterile conferma quanto Gesù ci ha già detto: se non ascoltiamo gli appelli di Dio e non mettiamo in pratica una vera conversione che renda la nostra vita fruttuosa, rischiamo di essere respinti dal Signore. Questa triste conseguenza nasce più da una nostra autocondanna che da un castigo divino.
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  • [Ven 24] Commento: I segni dei tempi e i segni di Dio.
    Il progresso della scienza, vertiginoso in questo ultimo secolo, consente all’uomo di scrutare sempre meglio i segni dei tempi. Pare che non esistano più barriere per l’intelligenza umana: sembra ormai possibile trovare spiegazione a tutto ciò che accade intorno a noi, sia nel bene sia nel male. In misura diversa, ciò accadeva anche ai tempi di Gesù: gli scribi e i farisei, suoi avversari di sempre, cavillando e ragionando a modo loro, emanavano sentenze e si ritenevano depositari di quasi tutte le verità. Il rimprovero del Signore • «Ipòcriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, ma questo tempo non sapete giudicarlo» • risuona anche oggi con grande attualità. Spesso si vuole vedere tutto con un solo occhio, quello più debole e fallace della ragione, rifiutando di scrutare gli eventi con l’occhio della fede. Così ci priviamo della possibilità di rendere sacra la nostra storia: non la vediamo come guidata e redenta da Dio, ma la riduciamo a fredda cronaca di stile giornalistico. Rimaniamo intrappolati nella condanna dei continui conflitti, che ostacolano la pace con Dio e tra gli uomini. Non dovremmo aprire gli occhi solo davanti a fatti tragici e violenti! Apriamoli anche per ammirare la bellezza che ci circonda, e forse scopriremo la mano potente del Creatore, che ha saputo costruire, dal nulla, tante meraviglie.
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  • [Gio 23] Vangelo: Rm 6, 19-23; Sal.1; Lc 12, 49-53.
    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
    «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
    Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D'ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».
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  • [Gio 23] Commento: Il fuoco sulla terra.
    Gesù è pienamente consapevole del carattere esplosivo e radicale della sua venuta. Egli dice di essere venuto a portare il fuoco sulla terra: l’amore di Dio si manifesta così più che mai nella sua persona, il Verbo si è fatto carne e abita in mezzo a noi. Sta per offrire al mondo la suprema testimonianza della misericordia divina con la sua immolazione sulla croce; questo sarà il suo battesimo di sangue. Già intravede la promessa compiuta di inviare alla Chiesa nascente «il Consolatore, lo Spirito di verità», che scenderà sugli apostoli come lingue di fuoco. Sa che quel fuoco arde e continuerà ad ardere nei secoli: sarà la forza dei deboli, la luce sul cammino della Chiesa, la vera sapienza per gli uomini. Con questa forza, che genera fermezza nella fede, il seguace di Cristo, dagli apostoli fino a noi, diventa testimone e annunciatore del Vangelo; ma proprio questo annuncio e questa testimonianza saranno motivo di lotta e persecuzioni da parte di chi li rifiuta. Ecco perché Gesù, autore della pace, ripete di non essere venuto a portare la pace, ma la guerra; e ci avverte: i suoi si troveranno spesso come agnelli in mezzo ai lupi. I lupi, talvolta, sono le persone a noi più vicine, come accadde anche a Gesù con Giuda. Ma ricordiamoci: anche in mezzo ai lupi, da cristiani, dobbiamo rimanere agnelli.
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  • [Mer 22] Commento: La vita come una missione da compiere.
    Come narra la Sacra Scrittura, sin dal principio il buon Dio ha affidato all’uomo una missione: lo ha fatto somigliante a sé, lo ha dotato di intelligenza e di volontà, e a ciascuno ha donato talenti speciali, perché li facesse fruttificare con umile e docile servizio al Signore. Gesù, servitore fedele del Padre, compie perfettamente la sua missione, accettando la passione, il calvario, la croce e la morte. Nel Vangelo di oggi, i due servi si comportano in modi opposti: uno è vigilante, attende il ritorno del padrone vivendo pienamente la fedeltà al mandato ricevuto, docile esecutore degli ordini, colui che ha fatto fruttificare con cura i talenti affidatigli. L’altro servo, invece, non ha interiorizzato gli ordini e non li considera un dono di fiducia del Signore; agisce in autonomia, convinto che il padrone, lontano non solo fisicamente, non possa controllarlo, e si sente libero di fare a suo piacimento. Verrà sorpreso nella sua infedeltà e dovrà affrontare l’inevitabile condanna. Quando la fede si affievolisce e la vista dello spirito si annebbia, si perde di vista il Signore e lo si considera lontano, disinteressato alle nostre vicende. Solo la fede ci permette di sentirlo sempre presente, vicino, accanto a noi, guida e luce nel cammino della vita.
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  • [Mer 22] Vangelo: Rm 6, 12-18; Sal.123; Lc 12, 39-48.
    In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti perché, nell'ora che non immaginate, viene il Figlio dell'uomo».
    Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?».
    Il Signore rispose: «Chi è dunque l'amministratore fidato e prudente, che il padrone metterà a capo della sua servitù per dare la razione di cibo a tempo debito? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così. Davvero io vi dico che lo metterà a capo di tutti i suoi averi.
    Ma se quel servo dicesse in cuor suo: "Il mio padrone tarda a venire", e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà un giorno in cui non se l'aspetta e a un'ora che non sa, lo punirà severamente e gli infliggerà la sorte che meritano gli infedeli.
    Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche.
    A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più».
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  • [Mar 21] Commento: Siate pronti!
    Prima di addormentarci nel sonno della morte, rischiamo di cadere nel torpore della vita: ciò accade quando ci lasciamo trascinare dagli eventi, sedurre dal tempo e placare dalle cose che ci circondano, incapaci di guardare oltre perché abbiamo smarrito lo scopo ultimo della nostra esistenza. Diventiamo come viandanti che hanno perso la strada, il cui cammino diventa vago e senza senso. «Siate pronti» risuona allora come una sveglia che ci desta dal torpore e dall’immobilismo, ricordandoci che siamo viandanti sempre chiamati a cercare la via e a fare il giusto rifornimento per non restare privi delle energie indispensabili. Solo così la vita acquista il suo vero significato: siamo in marcia verso una meta, sempre attenti e pronti, camminiamo insieme, sicuri che Qualcuno ci precede e ci indica la via. L’attesa e la fatica non sono vane, perché il Signore ci attende per farci sedere al banchetto del cielo insieme ai suoi santi. Ci attraversa il pensiero di tante giovani vite, prive di mèta e di ideali, che, soffocate dal nulla e dalla nausea, ricorrono ai falsi dèi, fino a procurarsi la morte, prima dell’anima e poi del corpo. Forse non si è riusciti a destarli in tempo dal torpore e a farli innamorare della vita!
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Liturgia della settimana, preparata dai giovani monaci del monastero di S.Vincenzo Martire di Bassano Romano (VT)

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