Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno

By Monastero di S.Vincenzo Martire - Bassano Romano (VT)Christianity
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Liturgia della Settimana - Il Commento e il Vangelo del giorno episodes

  • [Sab 30] Commento: Sei stato fedele: prendi parte alla gioia...
    La parabola dei talenti ci impegna seriamente nella vita cristiana. Siamo, infatti, tenuti a riconoscere i doni che Egli opera nella nostra esistenza. Quanto vittimismo sentiamo, quante lamentele! Può essere vero che nella nostra vita sembri mancare qualcosa, sia materiale sia spirituale. Una domanda, però, dobbiamo porcela: non cerchiamo talvolta la strada più facile, più semplice e comoda, che richiede poco impegno? Non nascondiamo prima di tutto a noi stessi i talenti che Dio ci dona. Un esempio concreto chiarisce questo aspetto: di fronte al male, anche quello che la società non considera tale (per esempio, la bestemmia), siamo capaci di dare una vera testimonianza cristiana o preferiamo nasconderci dietro un semplicistico “non so parlare, non so che dire” per evitare di esporsi? Affidiamoci a Dio e scopriremo di poter testimoniare in modo inaspettato le verità della fede. L’importante è riconoscere che tutto il bene non proviene da noi, ma da Dio, e affidarci a Lui. I talenti non sono nostri, ma doni di Dio da far fruttificare. L’invito, quindi, è a vivere nella fede e nella fiducia che i talenti, i doni, le grazie di Dio sono sufficienti per la nostra vita. Chiediamo al Signore che la sua grazia possa essere feconda anche per noi e per i nostri cuori, chiamati alla vera conversione.
    2 min
  • [Ven 29] Commento: Qualsiasi cosa mi chiederai, te la darò.
    Il peccato genera il peccato. Una condotta riprovevole ed una vita basata solo sull'appagamento dei propri desideri può portare a conclusioni drammatiche, anche se non sempre volute, completamente. E' quanto è accaduto ad Erode che si trova "costretto" a far uccidere San Giovanni Battista. La scena che ci presenta San Marco e rapida nei suoi tratti ma profonda nelle rappresentazioni psicologiche dei personaggi. Centrale è la debolezza di Erode, presentato come un peccatore sottomesso alle leggi del desiderio e dal potere sfrenato. La sua carica regale è sfruttata per appagare i suoi desideri con feste e banchetti dove regna la lussuria. Si lascia avvincere dal ballo lascivo di una giovane ragazza: Salomè. Imprudentemente Erode si lascia sfuggire un giuramento che risulterà fatale per la presenza di Erodiade che covava nel suo seno desideri di vendetta. La regina consiglierà perfidamente la figlia che le sembra sottomessa. Erode, Salomè ed Erodiade, seppur con connotati psicologici diversi sembrano essere sottomessi; le loro azioni e le loro decisioni non sono libere ma condizionate da altri fattori A queste figure si contrappone nettamente quella di San Giovanni Evangelista nella sua integrità. Egli si trova in carcere ma dimostra una libertà interiore più forte. E' perfettamente consapevole delle conseguenze delle sua azioni e non rinuncia a proclamare la verità, anche se ciò gli costerà la vita. Sono due prospettiva di vita completamente diverse; due ideali che si contrappongono che ci insegnato dove si trovi la vera libertà. Il peccato rende schiavo l'uomo, la verità lo rende libero è l'insegnamento di Gesù che in San Giovanni trova la sua piena attuazione.
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  • [Gio 28] Commento: Vegliate!
    Leggiamo oggi una forte esortazione: rimanere svegli, vegliare, essere pronti. La fede in Gesù Cristo non si dimostra soltanto con le parole, ma richiede una costante e continua attenzione. Essere credenti e cristiani significa vivere sempre in uno stato di “tensione” positiva, che ci induce a riflettere su ogni nostra singola azione, non per il solo gusto di farlo, ma in vista di compiere il bene. Non vi è nulla di scontato e predefinito; anche l’osservanza scrupolosa del precetto domenicale non può ridursi a un’abitudine da inserire nel nostro programma settimanale. Essa richiede sempre attenzione e una predisposizione capace di renderci, di volta in volta, di domenica in domenica, di azione in azione, di fioretto in fioretto, sempre leggermente migliori.
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  • [Mer 27] Commento: La vera giustizia si annida nel cuore.
    “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno sono belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità”. Ascoltiamo ancora una solenne invettiva scagliata da Cristo contro gli scribi e i farisei. L’immagine con cui li descrive è perfino ripugnante: sepolcri pieni di putredine; davvero l’ipocrisia è un orribile misto di marciume, ammantato all’esterno da veli seducenti. Quando prevale in noi l’idea di apparire belli e il desiderio di carpire l’altrui ammirazione senza avere le prerogative per ottenerla, ci dipingiamo di falsità e ci copriamo di maschere, senza però riuscire a celare completamente la nostra vera identità. Gesù ci dice che diventiamo sepolcri imbiancati. Lo stesso Signore ci ammonisce che non possiamo nemmeno trarre vanto andando a scavare nella nostra storia, cercando lustro dai nostri antenati o traendo vanto dalle altrui gesta. Possiamo anche scoprire di essere figli di profeti o di santi, ma se poi non siamo capaci di ripetere in noi le loro gesta, rassomigliamo a coloro che vogliono adornarsi delle vesti altrui. Possiamo anche diventare, con la nostra vita, uccisori di profeti quando non seguiamo i loro esempi. Potremmo incorrere nel peccato di far morire la fede e la santità di coloro che ci hanno preceduto e ci hanno lasciato i loro splendidi esempi. Sembra che una delle ragioni della crisi della nostra fede cattolica cristiana derivi proprio dal fatto che si è interrotta quella catena d’oro di trasmissione, sulle cui maglie si è trasmessa per secoli di storia. Manca infatti la pratica cristiana dove si è smesso di viverla e di testimoniarla.
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  • [Mar 26] Commento: La giustizia, la misericordia e la fedeltà.
    L’insegnamento di Gesù è sempre rivolto all’uomo completo e lo riguarda nella sua interezza, come figlio dell’uomo nella nascita naturale e come figlio di Dio nella rinascita battesimale. Nel brano di oggi, Gesù si scaglia contro l’ipocrisia di chi segue solo esteriormente la legge di Dio. È una legge eterna, anche se alcune manifestazioni esterne possono variare, e riguarda anche noi. Gesù si rivolge anche a noi e resta sempre interessato alla nostra adesione piena, totale e convinta, nel rispetto della nostra umanità. La legge di Dio, scritta nei nostri cuori, è una legge d’amore da vivere nella sincerità e nella verità, diventando così impegno concreto per la nostra vita. La coerenza del nostro agire rispetto alla legge dell’amore significa una vita cristianamente e pienamente vissuta. La giustizia è alla base di ogni comportamento umano e consiste nel dare a tutti ciò che è giusto, riconoscendo nell’altro il volto di Gesù che necessita d’aiuto. La giustizia non è l’applicazione meccanica di una legge, ma si rivolge al cuore di ciascuno, interpellando le coscienze nel nome di Cristo. La stessa “legge del taglione”, dell’“occhio per occhio e dente per dente”, contiene un nucleo di giustizia sociale che però Gesù scandisce secondo la misericordia di Dio. Nessun conflitto umano, per quanto fondato su princìpi giusti, potrà mai risolversi senza la capacità di perdono reciproco. Solo così si può veramente vivere cristianamente. La fedeltà a questa legge significa aderire totalmente all’amore che Cristo ci dona e che rende la nostra vita pienamente realizzata. Sta a noi, quindi, trovare la possibilità di vivere, nel quotidiano, la legge di Cristo come realizzazione di un piano di salvezza che passa attraverso il rispetto e il perdono.
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  • [Lun 25] Commento: Guai a voi... che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini.
    E’ stato proprio Gesù che, con l’incarnazione, ha aperto i cieli chiusi dal peccato dell’uomo. L’immagine dei cieli aperti indica quella profonda ed intima comunione con Dio per la quale siamo tutti predestinati e che avevamo perduto con l’originaria innocenza. I cieli si aprono al Battesimo di Gesù al Giordano, evento che inaugura la missione pubblica dello stesso Gesù e che prefigura, nel mistero della Trinità, il mistero pasquale come mistero di salvezza. La partecipazione a questi misteri, misteri d’amore, è vista proprio come l’apertura dei cieli. Santo Stefano, nel suo martirio glorioso, contempla già il Volto di Dio attraverso i cieli aperti. L’ammonizione di Gesù ai farisei, riportata dal brano odierno, significa l’incapacità dei cuori dei suoi ascoltatori ad aprirsi al nuovo Regno di Dio che irrompe. L’aspettativa messianica, che pure era viva tra i contemporanei di Gesù, perde perciò tutta la sua forza redentiva; il Messia da loro cercato doveva compiere i loro piani umani, e così si chiudono al piano della salvezza di Dio. Il messaggio delle Beatitudini risuona quindi in modo sordo nei loro cuori, incapaci di comprenderne a pieno tutta la forza redentrice e salvifica. L’insegnamento di Gesù diventa solo una collezione di buone norme morali, e Gesù diventa soltanto un istruttore da eliminare quando dà troppo fastidio. Cosa dice ai nostri cuori, allora, oggi la Parola di Dio? Per ognuno di noi i cieli sono stati aperti nel battesimo: siamo capaci di vivere nella fede la coerenza di questa realtà d’amore?
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  • [Dom 24] Commento: Piccoli e ultimi per entrare nel regno.
    La salvezza è per noi credenti in Cristo la meta ultima di tutta la nostra esistenza. A nulla ci gioverebbe aver conquistato il mondo intero se poi perdessimo la nostra anima: sarebbe un fallimento totale e irrimediabile. Siamo però fortemente condizionati dall’idea che, per conseguire un premio, per avere successo, per vincere le lotte della vita, dobbiamo dotarci di forza e di grandezza, di umana potenza. Rispetto al regno di Dio accade esattamente il contrario: sono ben altre le condizioni per accedervi. Gesù ci ammonisce più volte, e in diverse parabole, sempre con esempi di facile comprensione. La porta per entrare in Paradiso è stretta e soltanto i piccoli riescono a varcarla. Ci dice ancora: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!». Vuol dire che il Paradiso non si compra né con i soldi né con altri mezzi umani. Ci sollecita infatti a diventare come bambini, perché l’innocenza e la semplicità di cuore sono le chiavi per aprire quella porta. In un altro brano dice: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio». San Paolo esortava i primi cristiani a cercare le cose di lassù e non quelle della terra. Il Signore ci indica poi quale deve essere il nostro vero tesoro: «Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano». A proposito degli affanni che ci possono distogliere dai pensieri di vera umiltà, Gesù dice: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». La triste sorpresa per coloro che confidano in se stessi, nelle proprie forze o cercano Dio solo per farne uno scudo protettivo ci viene invece ben descritta nel Vangelo odierno. Siamo al rendimento dei conti: «Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete. Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori d’iniquità! Là ci sarà pianto e stridore di denti». Auguriamoci di non sentire mai rivolte a noi queste parole. Chiediamo la vera sapienza cristiana, dono dello Spirito, e accettiamo di essere o diventare piccoli per poter varcare quella porta che ci introdurrà nella beatitudine eterna.
    3 min
  • [Sab 23] Commento: Solidarietà e concordia.
    Il vangelo odierno ci mette in guardia contro quei comportamenti dei farisei, che sono improntati a orgoglio, vanità, superbia, presunzione. L’evangelista, stigmatizzando simili atteggiamenti, richiamava i primi cristiani a esserne immuni. Guardando alla storia di ieri e di oggi sembra che non sia cambiato granché e anzi il fatto stesso che l’autore del vangelo di Matteo si preoccupi di dare rilevanza a questo brano, presentando un Gesù particolarmente accalorato nel sottolineare le sue posizioni, ci dice che anche tra i primi cristiani dovevano trovare patria simili modi di apparire. Se la nostra vita fosse più semplice, improntata al rispetto e al ricercare la serenità, vissuta nella concordia e nell’amore reciproco, queste manifestazioni negative dell’animo umano non si rinvigorirebbero. Il libro di Ruth, la cui lettura è iniziata ieri e finisce oggi, ci invita, benché con toni idilliaci e quasi da favola a lieto fine, a riscoprire i valori della solidarietà, del rispetto gli uni verso gli altri, dell’amore che dovrebbe albergare all’interno di una famiglia. Noèmi e Ruth, suocera e nuora (questo libro presenta due tipologie tra le più contrapposte e ostili), sono di diversa nazionalità, eppure il loro rapporto è improntato all’aiuto vicendevole: la nuora non abbandona la suocera e questa dà consigli, una volta arrivati nella sua patria, alla prima su come comportarsi nel paese straniero. Solidarietà e concordia sono due strade da percorrere come società, come Chiese e come singoli, perché si possa avere una convivenza priva di modalità meschine atte solo a dare importanza a magnifiche vesti, a primi posti e a salamelecchi vari.
    2 min
  • [Ven 22] Commento: Il comandamento dell'amore.
    Le interrogazioni degli scribi e dei farisei mirano sempre a “mettere alla prova” il Gesù. Si ritenevano arbitri infallibili e insindacabili nei loro giudizi e nelle loro interpretazioni della legge e, di conseguenza, credevano di poter giudicare lo stesso Cristo. Non si arrendono neanche dinanzi all’evidenza e persistono ostinatamente nelle loro trame. La gente semplice e umile, invece, accoglie le parole di Cristo e gli riconosce una speciale “autorità”, che mancava ai falsi dottori della legge, e proprio questo li rendeva ancora più gelosi. Le loro interrogazioni, comunque, a prescindere dalle perverse intenzioni, ci offrono l’occasione propizia di ascoltare le sapienti ed illuminanti risposte del Cristo. Oggi Egli ci informa sul primo e più importante di tutti i comandamenti, quello che tutta la legge contiene e sublima: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». Dio va messo al primo posto, va amato con la migliore intensità possibile: nulla, assolutamente nulla dobbiamo anteporre a quell’amore. E ciò perché Dio è Amore e vuole inabitare in noi, e solo amandolo gli consentiamo di essere e agire in noi santificandoci con la sua grazia. In virtù di questo amore, che ci rende figli e fratelli in Cristo, diventiamo capaci di amare anche il nostro prossimo come noi stessi. Diventiamo capaci, soprattutto, di superare la schiavitù della legge e conseguire la vera libertà dei figli di Dio. Così formiamo un solo corpo, “Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito”. Non dobbiamo però mai dimenticare che noi amiamo con l’amore che Dio stesso ci dona e, di conseguenza, non possiamo attingere da noi stessi: è Lui la fonte, da Lui dobbiamo attenderci, nell’intensità della preghiera, la capacità e la forza di amarlo e di amare il nostro prossimo e noi stessi nel modo giusto. Sappiamo bene, infatti, quante deviazioni accadono in nome dell’amore quando questo sgorga soltanto dal cuore inquinato dell’uomo…
    3 min
  • [Gio 21] Commento: Il banchetto e l'abito nuziale.
    Nasce da un bisogno irrefrenabile di comunione, da parte di Dio verso di noi, l’invito al suo banchetto: Egli vuole renderci partecipi dei suoi beni e averci come commensali alla sua tavola. Per questo ci ha creati simili a sé, con un innato desiderio di essere nutriti e dissetati, nel corpo e nello spirito. Il nostro primo peccato • e tutti quelli che sono seguiti • hanno la stessa radice: abbiamo scelto da soli il banchetto a cui sederci e di cui nutrirci, e ne siamo rimasti avvelenati nell’intimo. Subito, però, Dio ha iniziato la sua opera risanatrice: ci ha invitati di nuovo alla mensa della sua Parola e ha ripreso il dialogo con noi. Poi è venuto il banchetto di nozze: il Figlio di Dio che sposa la nostra umanità, si incarna, si dona, si immola, e diventa per noi cibo e bevanda di salvezza. È un banchetto di festa, il ritorno alla casa del Padre, perché eravamo perduti e morti e siamo tornati alla vita. Dal giorno del battesimo ci è stata donata una veste nuova, l’abito nuziale, e abbiamo assunto l’impegno di conservarlo puro e di non deporlo mai. È la veste candida che ci rende degni del banchetto e ci ammette all’intimità di Dio. Dobbiamo vigilare, per non farci sorprendere dall’invito distratti, senza abito o assorbiti dalle nostre cose, diretti a banchetti che non nutrono o addirittura avvelenano. È paradossale, ma può accadere di rifiutare l’invito del Signore per restare presi dalle nostre occupazioni quotidiane, arrivando perfino a desiderare le carrube. «Ho paura del Signore che passa!» soleva dire sant’Agostino. E constatiamo che il mondo è pieno di affamati che, però, disertano la mensa del Signore. Egli ci chiama spesso al pane di vita, perché chi non mangia di quel pane e non beve di quel sangue non ha in sé la vita. Il festeggiato si fa pane per noi ed è Lui stesso a nutrirci di sé. In questo modo possiamo godere del germe di immortalità che soltanto al banchetto divino si riceve. Questo banchetto è oggi la nostra Messa, la cena eterna che si rinnova in ogni festa. Eppure sono ancora pochi a rispondere all’invito, mentre tanti restano affamati di Dio.
    3 min

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